Gli “unilateralisti” angloamericani che cercano di impedire a Donald Trump di costruire buoni rapporti con Russia e Cina hanno subìto duri colpi la scorsa settimana.

Si è cominciato il 30 gennaio col Discorso sullo Stato dell’Unione, che ha riscosso più consensi di quanto previsto, e si è raggiunto il culmine il 2 febbraio col rilascio del memorandum stilato dal capo della Commissione sull’Intelligence della Camera Devin Nunes, che denuncia le illegalità compiute dall’FBI e dal Dipartimento di Giustizia per ottenere l’autorizzazione alle intercettazioni della squadra elettorale di Trump, illegalità che screditano le accuse di “collusione”.

Tra le due date, il 31 gennaio Trump si è rifiutato di imporre alcune sanzioni contro la Russia votate dal Congresso, sostenendo che esse non sarebbero più “necessarie” poiché la semplice minaccia di applicarle avrebbe già funzionato come deterrente. Queste sanzioni “secondarie” erano rivolte a persone che intrattengono rapporti d’affari col settore della difesa russo, partecipano alla costruzione di gasdotti o a “corrotte” privatizzazioni. Il giorno successivo è stato annunciato che il direttore della CIA Mike Pompeo aveva scritto una lettera, spiegando che i capi dei tre servizi di intelligence russi erano stati a Washington alcuni giorni prima per incontri con lo stesso Pompeo, col direttore della National Intelligence Dan Coats e altri. Mentre le fazioni anti-russe di entrambi i partiti e nei media hanno gridato allo scandalo, Pompeo ha tranquillamente affermato che tali incontri avvenivano regolarmente ed erano necessari. Anche se “la Russia resta un avversario”, ha scritto, dobbiamo continuare a cooperare contro il terrorismo e sulla sicurezza “per mantenere sicura l’America”. Sullo sfondo, la conferenza di Soci sulla Siria, promossa da Russia, Turchia e Iran e alla quale l’Amministrazione di Trump ha mandato dei rappresentanti diplomatici, ha compiuto progressi nel gettare le basi per la riconciliazione nazionale e la ricostruzione.

Vale la pena ripetere che, contrariamente a quanto raccontano i media principali, lo scontro politico negli Stati Uniti non verte sulla persona, sulla politica o sullo stile di Donald Trump, ma riflette uno sforzo concertato da parte del cosiddetto “deep state” per scalzare il Presidente degli Stati Uniti legittimamente eletto. Altri Presidenti hanno capitolato a vari livelli, di fronte all’apparato angloamericano, ma finora Trump ha resistito. Il pericolo è che si crei un completo stato di polizia in cui i servizi di intelligence, sostenuti dagli interessi finanziari di Wall Street e dai media, dettino la politica senza renderne conto al popolo.

È certamente un’ironia della storia che tanti di coloro che, su ambo le sponde dell’Atlantico, si considerano “di sinistra” o “paladini dei diritti umani”, si schierano a difesa di ciò che erano soliti denunciare con forza, come la CIA e l’FBI (dai tempi del famigerato J. Edgar Hoover). Che forse il “regime change” vada bene in America?