I democratici americani schierano venti nullità (meno una) contro Trump

La scorsa settimana, nel corso di due dibattiti serali, venti candidati democratici si sono affrontati in televisione (dieci alla volta) tentando di spiegare perché ognuno di loro creda di essere il miglior sfidante di Trump alle presidenziali del 2020. In realtà essi hanno dato una riprova del perché Trump vinse le elezioni nel 2016 e, se continuerà a seguire una politica di cooperazione pacifica con la Russia e la Cina come ha fatto al G20 di Osaka, nessuno di loro abbia una chance di batterlo.

Con una sola eccezione, i candidati democratici hanno evitato di affrontare i due temi più importanti per gli Stati Uniti: 1. il pericolo di guerra, che proviene dall’Impero Britannico e dai falchi neoconservatori presenti e attivi in entrambi i partiti, inclusi molti candidati sul palco, e all’interno dell’Amministrazione di Trump (per esempio John Bolton e Mike Pompeo), con il loro impegno a difendere un ordine mondiale geopolitico anglo-americano e unilaterale; e 2. la fragilità del sistema finanziario sovraccarico di titoli tossici oltre i livelli insostenibili del 2008, che è quindi diretto verso un nuovo crac. Invece hanno promosso tutti una dura linea avversa a Trump, insistendo sulla bufala delle ingerenze russe nonostante il Russiagate si sia rivelato una frode.

L’unica eccezione al rifiuto di affrontare il pericolo di guerra è stata la congressista delle Hawaii Tulsi Gabbard (foto), che ha parlato eloquentemente della necessità di porre fine alla politica di cambio di regime e delle guerre senza fine in Asia Sudoccidentale, che secondo lei hanno peggiorato la sicurezza nazionale e rischiano di condurre a una guerra nucleare. Per queste dichiarazioni è stata criticata duramente dai media e dai colleghi democratici, secondo i quali le reazioni positive all’intervento della Gabbard sono dovute a “robot russi” sui social media, visto che è la candidata favorita da Vladimir Putin!

Gli aspiranti candidati presidenziali hanno ribadito l’impegno a sconfiggere Trump per i soliti motivi: che è razzista, divisivo, impulsivo, troppo filo-russo, avido, misogino e via dicendo. Pur parlando del peggioramento delle condizioni economiche, nessuno di essi è stato capace di spiegare coerentemente per quale motivo l’economia peggiori e tanto meno di offrire una soluzione.

Ma la debolezza più evidente sta nel fatto che tutti gli aspiranti candidati ritengono che la chiave per la loro vittoria sia fare appello agli interessi particolari della “politica di identità”, che considera gli elettori americani ignoranti sulle questioni strategiche più importanti e interessati solo a ciò che riguarda il proprio gruppo di appartenenza. Tipico di questo atteggiamento è stata l’accusa di razzismo rivolta dalla Sen. Kamala Harris contro Joe Biden, nel tentativo di impedire che diventi l’inevitabile vincitore democratico. Ciascun candidato ha cercato di presentarsi come il campione degli elettori giovani, neri, ispanici, gay/lesbici/trans e via dicendo, come se nessuno in queste categorie fosse preoccupato per temi come la guerra e la pace, la prosperità economica o la depressione.

Che i media abbiano già deciso chi saranno i favoriti è indicato da un commento del Los Angeles Times, che proclama che “tutti hanno il diritto di candidarsi, ma non tutti hanno il diritto di essere presi sul serio”. In altre parole, i media, che rappresentano interessi finanziari, hanno il diritto di scegliere il candidato.