I colloqui sino-americani progrediscono nonostante i tentativi di sabotaggio

Dopo due giorni di colloqui commerciali tra le delegazioni americana e cinese, definiti da entrambe le parti “intensi e produttivi”, il Presidente Trump ha incontrato il Vicepremier Liu He a capo della delegazione cinese e si è detto entusiasta delle prospettive di accordo. Anticipando che sui temi di disaccordo si troverà un’intesa nel prossimo giro di colloqui, Trump ha affermato che il potenziale accordo “se ci sarà, sarà di gran lunga il più grande accordo mai fatto”.

Liu ha consegnato una lettera di Xi Jinping che Trump ha letto all’apertura della riunione di governo il 31 gennaio. Il testo: “Apprezzo i buoni rapporti di lavoro e di amicizia personale con Lei. I nostri incontri e le nostre telefonate, in cui possiamo parlare di tutto, sono piacevoli”. Trump si è detto fiducioso di poter finalizzare l’accordo nel prossimo incontro con Xi, che si avrà probabilmente a breve.

I negoziati commerciali si sono svolti sotto la cappa creata da un’azione del Ministero della Giustizia (DoJ), che appena due giorni prima aveva spiccato ben ventitre capi d’accusa contro il conglomerato cinese Huawei. Le incriminazioni sono state presentate a Seattle e a Brooklin, con accuse che vanno dal furto di tecnologia americana alla violazione di sanzioni contro l’Iran e alla frode bancaria. Come è noto, la responsabile finanziaria di Huawei, Meng Wanzhou, è stata arrestata a Vancouver dalle autorità canadesi il primo dicembre scorso, proprio mentre Trump e Xi si incontravano al G20 di Buenos Aires.

Nel frattempo, al Congresso, membri di entrambi i partiti facevano a gara a scagliarsi contro la Cina, sia nei commenti al rapporto di intelligence sia nella discussione di leggi contro le imprese cinesi. Questa settimana verrà presentata una legge per vietare la vendita di chip e altri componenti americani a Huawei, a ZTE e ad altre imprese tecnologiche cinesi; il disegno di legge e sostenuto da due repubblicani e due democratici che hanno definito Huawei “un braccio di raccolta di informazioni del Partito Comunista Cinese” e “un rischio fondamentale per la sicurezza nazionale americana”.

La stampa cinese ha denunciato l’arresto di Meng e l’incriminazione di Huawei come un attacco alla leadership cinese nelle telecomunicazioni e tecnologie connesse, e come un tentativo calcolato di sabotare i negoziati commerciali. Un esperto ha notato che gli attacchi a Huawei sono cominciati, guarda caso, nel Regno Unito, il cui governo nel 2013 al GCHQ, l’ente di sicurezza e spionaggio di Downing Street, di fare un’inchiesta sul Centro di Sicurezza Cibernetica che l’impresa ha in Gran Bretagna. Anche la ZTE, produttrice di sistemi di telecomunicazione, finì nel mirino del GCHQ perché “minaccia alla sicurezza nazionale”. Si tratta dello stesso GCHQ che ha lanciato il “Russiagate” contro Trump, ipotizzando attività russe in relazione alla campagna presidenziale americana.