In un referendum nazionale tenutosi il 27 novembre, il 54,2% degli elettori svizzeri hanno respinto un piano per accelerare l’uscita dal nucleare. Il risultato ha smentito i sondaggi che davano il “Sì” leggermente in vantaggio prima del voto. Se avesse vinto il “Sì”, tre dei cinque impianti nucleari svizzeri (Beznau I e II; Mühleberg) avrebbero dovuto essere staccati dalla rete già nel 2017, un quarto nel 2024 e l’ultimo nel 2029. Questi cinque impianti coprono oggi circa un terzo del fabbisogno energetico. Una delle organizzazioni che hanno svolto campagna per il “No”, la “Rete Carnot-Cournot per la Policy Consulting nella Tecnologia e nell’Industria”, ha smascherato la non fattibilità delle proposte alternative. In particolare, la Rete ha spiegato che sostituire il settore nucleare non solo richiederebbe decine di miliardi di franchi, ma impiegherebbe anche dei decenni, lasciando il Paese senza forniture energetiche sicure nel prossimo futuro. E anche senza le più drastiche misure di risparmio energetico, il fabbisogno nazionale è previsto aumentare, secondo le previsioni degli esperti. Irene Aegerter, la grande signora dello sviluppo nucleare svizzero, ha svolto un ruolo importante come voce della ragione, dichiarando provocatoriamente: “Io sono una vera ambientalista. Se uno si preoccupa del clima e dell’ambiente, il nucleare è l’unica soluzione possibile”. Pochi giorni prima che si tenesse il referendum, ella si è detta ottimista che la tecnologia non sarà abbandonata ma tornerà prima o poi ad essere un’opzione attraente, poiché si sviluppano sistemi di nuova generazione. A differenza del governo tedesco, quello svizzero persegue un disegno di sostituzione del nucleare con altre fonti, ma punta principalmente sull’idroelettrico e non sulla coppia solare/eolico, che per ora rappresenta solo il 4,3% della produzione nazionale. Inoltre, non ha ancora stabilito una data per l’uscita, che invece in Germania è stata fissata per il 2022.