Donald Trump sfida i golpisti del Deep State

Il 29 gennaio, in uno stupefacente sfoggio di insubordinazione dei responsabili dell’intelligence americano contro il loro comandante in capo, il direttore della National Intelligence Dan Coats, il direttore della CIA Gina Haspel e il direttore dell’FBI Christopher Wray hanno deriso a turno la politica strategica di Trump davanti alla Commissione sull’Intelligence del Senato. L’occasione era quella della presentazione del rapporto sulla Valutazione della Comunità di Intelligence americano sulla minaccia mondiale nel 2019.

Proprio mentre Trump sta preparando un vertice con Kim Jong-un, i tre hanno sostenuto che il leader nordcoreano non rinuncerà mai alle armi nucleari, che il ritiro dalla Siria non farà che permettere all’Isis di risorgere e di minacciare gli Stati Uniti d’America e che la collaborazione con Russia e Cina rappresenterebbe una minaccia aggressiva contro gli Stati Uniti e i suoi alleati, dimostrata dall'”interferenza” russa nelle elezioni presidenziali americane del 2016 (non importa se questa non sia mai stata provata).

Trump li ha definiti “ingenui” in un tweet e ha risposto che i rapporti con la Corea del Nord sono “i migliori mai esistiti” e che l’Isis è stato sconfitto. Ha aggiunto che i negoziati in Afghanistan “procedono bene… dopo diciotto anni di combattimenti”. Quando un giornalista gli ha chiesto se avesse fiducia nei consigli di Haspel e Coats, ha risposto bruscamente: “No. Penso di avere ragione e il tempo probabilmente lo dimostrerà”.

Gli avversari di Trump sono immediatamente saltati su tutte le furie, guidati dal sen. Charles Schumer, che ha chiesto ai capi dell’intelligence di “organizzare un intervento” su Trump e “insistere per un incontro immediato allo scopo di istruirlo”. Anche diversi repubblicani, come il whip della maggioranza al Senato John Thune, che ha difeso Coats, e il sen. Mitt Romney, che ha espresso “piena fiducia nella nostra comunità di intelligence”, si sono scagliati contro Trump. Il 31 gennaio il Washington Post ha scritto che i capi dell’intelligence “hanno lasciato una grave minaccia fuori dalla loro lista: quella di un presidente impantanato nelle proprie illusioni che si rifiuta di ascoltare la verità”.

Dopo aver incontrato i tre, Trump ha sminuito i disaccordi, liquidando gran parte della controversia come operazione dei media. Ma ha affermato chiaramente che non si farà influenzare dalle loro “valutazioni”, reiterando le sue vedute sulla Corea del Nord e sui ritiri da Siria e Afghanistan. Egli ha anche avuto parole di apprezzamento per la Cina, affermando che v’è stato un “progresso tremendo” nei colloqui in tema di commercio e che non vede l’ora di incontrare il Presidente cinese Xi Jinping.

Va da sé che coloro che difendono il “vecchio paradigma” della geopolitica britannica, quella delle guerre infinite e dei cambiamenti di regime, non demordono. Il senato ha espresso 68 voti contro 23 a sfavore del ritiro delle truppe dalla Siria. Si tratta di una risoluzione non vincolante, che però indica la determinazione di chi vuole sconfiggere Trump sabotandone le iniziative.

Tutto ciò mostra che Trump ha colto nel segno, quando ha detto che i capi dell’intelligence “dovrebbero tornare sui banchi di scuola”. Meglio ancora sarebbe il licenziarli.