Coronavirus: l’Italia ricorre a misure più drastiche

Nelle prime ore di domenica 8 marzo, il governo italiano ha annunciato nuove, più vaste misure per contenere la diffusione del Coronavirus, imponendo un regime di semi-quarantena all’intera Lombardia e ad altre quattordici province in Piemonte, Emilia-Romagna, Marche e Veneto, poi esteso, il 9 marzo, a tutta Italia, creando invece di zone rosse e gialle un’unica “zona protetta”. Le misure includono il divieto di uscire e di entrare nelle aree designate e all’interno di esse, tranne che per ragioni di comprovata necessità, come pure divieti di manifestazioni e raduni pubblici. Al contempo è stata decisa una mobilitazione per produrre attrezzature mediche e indumenti protettivi urgentemente richiesti e il governo ha autorizzato le regioni ad assumere ventimila nuovi medici e infermieri e ad aumentare del 50% il numero dei posti letto di terapia intensiva.

Sembra che a convincere l’esecutivo ad adottare queste misure sia stato, oltre alle pressioni delle amministrazioni locali come la Regione Lombardia, lo scenario peggiore della crisi elaborato dagli esperti che affiancano la Presidenza del Consiglio, come ha riferito Franco Bechis su Il Tempo del 5 marzo. In quel documento si ipotizza “un picco di contagi che porti ad avere necessità di 100 mila posti letto fra terapia intensiva e sub-intensiva. Oggi ce ne sono circa 5 mila nella sanità pubblica di tutto il Paese. Unendo quelli (non molti) disponibili nelle strutture private e attrezzandone alla bisogna nelle strutture militari (che ne hanno) in tempi non lunghissimi si potrebbe forse raddoppiare quella disponibilità. Ma non eviterebbero una scelta drammatica che le autorità sanitarie e quelle politiche sarebbero costrette a prendere: mandarne uno in terapia intensiva e lasciarne morire altri nove”.

Le proiezioni dello scenario peggiore venivano tuttavia confermate dall’aumento dei casi di contagio nel weekend, per cui nella sera di lunedì 9 marzo si è deciso di inasprire la stretta ed estendere le misure a tutto il territorio nazionale.

Per impedire tale scenario da incubo v’è solo un modo: isolare e rallentare la diffusione del virus in Nord Italia. Per questo, le misure annunciate l’8 e il 9 di marzo vanno nella giusta direzione ma hanno una grande debolezza: si appellano all’autodisciplina invece di predisporre e dispiegare, come è stato fatto a Wuhan, la forza pubblica per far rispettare i divieti.

Per di più, qualcuno nel governo ha fatto trapelare in anticipo il testo del decreto ai media, col risultato che nella notte del 7 marzo, migliaia di meridionali che vivono e lavorano al Nord hanno preso d’assalto treni, bus e autostrade per recarsi al Sud. Quando se ne sono accorti, al governo sono corsi ai ripari ma hanno aggiunto alla bozza provvisoria, che enunciava il divieto di entrare e uscire dalle aree elencate: “È consentito il rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza”.

A questo punto, si rischiava di non centrare l’obiettivo voluto, quello di creare “distanza sociale” in una regione che contiene sedici milioni di persone, perché le eccezioni ai divieti sono troppe e i controlli insignificanti. Estendere le misure a tutto il territorio nazionale diventava quindi inevitabile.

Tuttavia, l’isolamento non è assoluto. È permesso spostarsi per motivi seri, come il lavoro. E’ comprensibile che si è voluto impedire che si fermi la macchina produttiva e non causare ulteriori, gravi danni all’economia dopo quelli già subiti nel turismo e negli altri settori colpiti dall’isolamento internazionale. Ma se gli esperti dicono che l’unica arma contro il Covid-19 è l’isolamento, isolamento deve essere. Si rischia che, per evitare di togliersi un dente oggi, ci si debba amputare una gamba domani. Se le misure di contenimento adottate l’8 marzo falliranno e il virus dilagherà al Sud, i danni all’economia saranno molto più ingenti, per non parlare dell’impossibilità di curare e quindi destinare a morte sicura una percentuale dei malati.

L’altro aspetto centrale è quello delle risorse. Il governo ha stanziato 7,5 miliardi, una cifra considerevole. Ma se consideriamo che all’emergenza sanitaria e alle misure di sostegno alle zone colpite, si accompagneranno la crisi dovuta alla flessione dell’economia cinese, che si ripercuoterà direttamente e attraverso terzi su quella italiana, e, soprattutto, lo tsunami finanziario che sicuramente si abbatterà sull’economia mondiale, pur in tempi imprevedibili, i 7.5 miliardi diventano sicuramente noccioline.

L’opposizione ha chiesto di stanziare 30 miliardi, l’equivalente del surplus commerciale del 2019, e di usare il “metodo Morandi” (quello usato per ricostruire in tempi brevi il ponte di Genova) per investimenti nelle infrastrutture. È una buona idea, ma va affiancata da una riforma che metta in sicurezza il sistema del credito separando le banche commerciali da quelle infettate dal virus tremendo della speculazione finanziaria. È il “Glass Steagall Act” da anni cavallo di battaglia del movimento internazionale di LaRouche.

Questa riforma va in senso opposto a quello dell’Unione Bancaria dell’UE, che sembra voler approfittare dell’emergenza biologica per imporre una stretta sul trattato MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), la cui firma è stata anticipata alla riunione dell’Eurogruppo del 16 marzo. Il MES è una Glass-Steagall al rovescio, cioè il salvataggio degli speculatori a spese delle banche ordinarie (commerciali). È come rubare ai poveri per dare ai ricchi. E la vittima designata è scritta sui muri, si chiama Italia. Per questo, la credibilità del governo si gioca sulle decisioni del 16 marzo. Se apporrà la firma su quel trattato, significa che l’impegno al bene comune ostentato nella mobilitazione sanitaria sarà stato una messinscena.