Come Bertrand Russell pose preventivamente il bando alle scoperte della fisica quantistica e della relatività

di Jason Ross, 21 agosto 2015

La gravità della crisi strategica odierna, nella quale le azioni di Obama contribuiscono a rendere ogni giorno più probabile uno conflitto nucleare tra Stati Uniti (NATO) e Russia, non può essere compresa appieno senza porsi la domanda: come abbiamo potuto permettere, in generale, che questa situazione si sviluppasse in questo modo?

La risposta, come ha sottolineato l’economista Lyndon LaRouche, sta nel deterioramento nel pensiero e nella moralità che ebbe inizio nel secolo passato: dall’espulsione di Bismarck dalla scena politica (1890) e l’imposizione, essenzialmente per opera di David Hilbert e Bertrand Russell, del formalismo matematico al posto della scienza (dall’anno 1900 in poi). La decadenza culturale e scientifica che ne risultò è stata oggetto di una lunga analisi, sui numeri 1, 2, 3 e 4 dell’Executive Intelligence Review di quest’anno e in un numerose trasmissioni del LaRouche PAC Show (→ esempio).

In questo breve articolo esaminerò l’attacco che Bertrand Russell mosse prima dell’anno 1900 alla interpretazione generale della scienza data dal grande Bernhard Riemann, la cui opera fu di sostegno alle scoperte scientifiche dirompenti dei cinquant’anni successivi e catalizzò le scoperte in campo economico compiute da LaRouche. Indicherò inoltre come rimediare agli errori di Russell possa gettare le basi per un cambiamento sostanziale ai giorni nostri.

La tesi di laurea di Russell

Nel 1895 Bertrand Russell, il più malvagio uomo del ventesimo secolo presentò una tesi dal titolo “Un saggio sulle fondamenta della geometria” per poter accedere al Trinity College di Cambridge. Nella tesi, incompetente in maniera sconcertante, Russell dichiarò la sua opposizione alla tesi centrale nella tesi di laurea che Riemann aveva presentato nel 1854, cioè che la base della geometria si trova nella fisica e che tra tutti i possibili spazi tridimensionali il vero spazio fisico dovesse essere determinato grazie all’esperienza.

Russell, invece, aderì fedelmente proprio alla visione euclidea che Riemann si era proposto di superare e chiese che la natura obbedisse alla sua geometria, una chiara fantasia aprioristica.

Ecco come si espresse in modo assai eloquente nel paragrafo §65:

Riemann ha mancato di osservare ciò che io mi sono proposto di dimostrare nel prossimo capitolo, cioè che, a meno che lo spazio avesse una misura strettamente costante della [sua] curvatura, la Geometria dovrebbe diventare impossibile; ed anche che l’assenza di una misura costante della curvatura implica una posizione assoluta, che è un’assurdità. Dunque egli viene indotto a concludere che ogni assioma geometrico è empirico, e non potrebbe tenere nell’infinitesimo, laddove è impossibile l’osservazione. Così egli dice:

‘Sembra quindi che le concezioni empiriche, sulle quali si fondano le misure spaziali, le concezioni del corpo rigido e del raggio luminoso, perdano la loro validità nell’infinitesimo: è dunque ben concepibile che le relazioni tra le grandezze spaziali nell’infinitesimo non corrispondano ai presupposti della Geometria, ed è in effetti quanto dovremmo presumere per poter spiegare il fenomeno in modo più semplice’.

Da questa conclusione devo dissentire assolutamente. Negli spazi smisurati, potrebbe esservi un a divergenza da Euclide; poiché essi dipendono dall’assioma delle parallele, che non è contenuto nell’assioma della Libera Mobilità; ma nell’infinitesimo, divergenze da Euclide non potrebbero essere dovute all’assenza della Libera Mobilità, la quale, come spero che dimostri il mio terzo capitolo, è decisamente impossibile.

Russell sta dicendo che uno spazio a curvatura non costante è impossibile (il che vieta le teorie di Einstein della relatività) e che non è permessa alcuna divergenza dalla visione di Euclide nell’infinitamente piccolo (il che vieta il lavoro di Max Planck e dello stesso Einstein sul quanto d’azione).

Per sbarazzarsi del grossolano errore di Russell è utile passare in rassegna l’opera dirompente di Riemann. Per far ciò, vi consiglio questo video:

Gli errori di Russell

Le due negazioni riscontrate nella citazione dalla tesi di Russell comportano che la variazione della curvatura dello spazio introdurrebbe la posizione assoluta, che Russell considera un’assurdità, e che ogni curvatura nell’infinitamente piccolo sarebbe impossibile poiché questo significherebbe la violazione della libera mobilità. Rimandiamo l’analisi di queste due opposizioni per esaminare brevemente il pensiero di Riemann.

Lo scienziato tedesco indicò tre possibilità di curvatura dello spazio:

  1. piattezza, ovvero curvatura nulla;
  2. curvatura costante, nella quale gli oggetti non cambierebbero se fossero traslati;
  3. curvatura generale, nella quale ogni luogo dello spazio potrebbe avere una diversa misura della curvatura, che potrebbe essere determinata non tramite certi precetti geometrici, ma tramite la misura delle forze fisiche.

Mentre Russell ammette la possibilità del secondo dei tre casi, respinge categoricamente il terzo, dicendo “da questa conclusione devo dissentire assolutamente”, evocando l’assurdità della posizione assoluta.

L’assolutezza della posizione è un errore, ma Russell la considerò nel senso matematico del termine, per il quale la posizione ha un significato universale, fondato su qualcosa di simile a un sistema universale di coordinate per lo spazio, piuttosto che nel senso fisico di relazioni spaziali che in differenti luoghi possono differire a causa dei princìpi fisici.

Storicamente, l’errore dell’assolutezza della posizione in uno spazio assoluto fu dimostrato in modo celebre (e devastante) da Gottfried Leibniz, nella sua corrispondenza epistolare con Samuel Clarke, uno dei newtoniani più in vista. Nel discutere della filosofia naturale e della teologia, Clarke citò come prova della grande potenza divina il fatto che al momento della Creazione Dio avesse deciso il luogo, nella vastità dello spazio, in cui collocare i cieli e la terra. Ciò avrebbe dimostrato, per Clarke, la grande potenza di Dio, non condizionata dalla ragione, nel compiere le cose semplicemente per il proprio piacere. Leibniz argomentò che Dio non è soltanto infinitamente potente, ma anche infinitamente saggio, e che sarebbe un atto di degradazione in dignità per un tale Creatore il creare le cose senza una ragione. Lo spazio non può esistere a priori e indipendentemente dagli oggetti, poiché altrimenti Dio sarebbe portato a scegliere senza una ragione. Così Leibniz concluse che non v’è uno spazio assoluto, e dunque non v’è moto assoluto né quiete assoluta: i moti, cioè, sono tutti relativi (mentre non lo sono le cause).

È sulla mancanza di una posizione assoluta, in questo senso, che Russell fondò la sua argomentazione. Nel farlo, non capì o scelse di ignorare la differenza tra lo spazio assoluto in sé e le caratteristiche universali dello spazio. Lo spazio assoluto non esiste, sì, ma ciò non comporta che le regioni dello spazio non possano possedere caratteristiche differenti.

Consideriamo ora la proposta del 1905 di Einstein (teoria della relatività speciale) e la sua proposta del 1915 (teoria della relatività generale). Lo spazio e il tempo non sono più aspetti separabili della realtà o del pensiero scientifico: lo spazio-tempo quadridimensionale è curvato a causa della gravitazione, e distorto dal movimento di un osservatore che vi faccia le proprie misure. La curvatura non costante non permette di distinguere le regioni “nello spazio” l’una dall’altra, ma non crea la “posizione assoluta” temuta da Russell; le caratteristiche differenti dei differenti luoghi non derivano dallo spazio in sé, bensì dai processi fisici che vi accadono – l’accelerazione di gravità e la propagazione luminosa. Russell, dunque, nel 1895 vietò le scoperte di Einstein del 1905 e del 1915.

Consideriamo ora la seconda critica di Russell, cioè che le relazioni spaziali nell’infinitamente piccolo non corrisponderebbero ai presupposti della geometria e che la scoperta fisica potrebbe comportare precisamente tale conclusione, una nozione dalla quale sentì di dover “dissentire assolutamente”.

Consideriamo ora l’ipotesi di Planck sull’esistenza dei quanti d’azione e come affrontò l’argomento Einstein nel 1905 per interpretare l’effetto fotoelettrico. Vediamo qui chiaramente che quelle due concezioni proposte da Riemann, il “corpo rigido” e il “raggio luminoso”, cambiano il proprio significato nell’infinitamente piccolo. La geometria nelle piccolissime scale sviluppata da ipotesi fisiche, come previde Riemann e come Russell vietò.

Conseguenze

La matematica di Russell, piuttosto che un pensiero fisico, e il suo attacco alla possibilità di scoperte veramente rivoluzionarie caratteristiche della mente umana, ebbero a che fare direttamente con il secolo successivo, anche quando il lavoro creativo di Max Planck e di Albert Einstein misero in discussione l’interpretazione del logico britannico.

Questo assalto diretto alla mente fu condotto dopo che David Hilbert pronunciò, presso il Congresso Internazionale dei Matematici, il suo celebre discorso sull’assiomatizzazione dell’aritmetiche e della fisica (la quale, se possibile, avrebbe significato il bando di qualunque altra nuova scoperta fondamentale). La sfida lanciata da Hilbert fu raccolta da Russell, che produsse i suoi Principia Mathematica nei primi anni del secolo, proponendo un approccio che trasformò il fare matematica in una branca della logica, che non prevedeva o creava nulla di fondamentalmente nuovo. Planck nel 1900 e Einstein nel 1905 scardinarono i concetti fondamentali dello spazio, del tempo, dell’energia e della materia; ma Russell continuò a scommettere sui suoi Principia Mathematica, tentando di mostrare come tutte le matematiche potessero derivare dalla logica, piuttosto che dalle scoperte scientifiche. Dopo che questo lavoro in tre volumi fu pubblicato nel periodo 1910-1913, Einstein sconvolse il mondo una seconda volta con la sua teoria della relatività generale.

Mentre i veri geni fanno avanzare la conoscenza tramite delle scoperte, Russell lavorò accademicamente per provare che l’atto della scoperta è impossibile, e politicamente per eliminare l’azione dello scoprire quale parte attiva della vita culturale.

Questo esecrabile uomo malvagio e razzista non fu un sostenitore della pace, né un grande filosofo, né un amante dell’apprendimento. Come pensatore egli è, sotto sotto, una erudita ignoranza.


Questo è soltanto un antipasto di quanto si può dire a proposito della storia dell’anno 1900.

Ringrazio David Shavin per aver alcune dritte e la discussione sulla tesi di Russell del 1895.