Author Archives: Liliana Gorini

Il Consiglio Europeo segua l’esempio di Singapore sviluppando l’Africa!

di Helga Zepp-LaRouche, presidente dello Schiller Institute internazionale

Il contrasto non potrebbe essere più evidente. A Singapore, il vertice storico tra il Presidente americano Donald Trump e quello della Corea del Nord Kim Jong-un ha avviato un processo che, andando ben oltre la regione stessa, potrebbe garantire la pace mondiale in futuro; al contempo la Shanghai Cooperation Organization (SCO) ha segnato una nuova era nella costruzione di un nuovo ordine mondiale fondato sulla fiducia, l’armonia e lo sviluppo congiunto. Dall’altra parte c’è un’Europa disunita, un vertice G7 antagonistico, in cui i capi di stato e di governo sono tornati a casa per gettarsi in nuove dispute sulla crisi dei migranti, e reagire alla crisi proponendo rimedi inutili o perfino dannosi. E’ giunta l’ora di cambiare la politica del vecchio continente! L’opportunità immediata per farlo è il vertice UE che si terrà il 28-29 giugno!

Nonostante i commenti cinici dei soliti sospetti nei media dominanti, il vertice cruciale tra Trump e Kim Jong-un non sarebbe mai stato possibile senza lo spirito della Nuova Via della Seta, che permea l’Asia da qualche anno. Infatti, l’idea di includere la Corea del Nord nell’Iniziativa Belt and Road della Cina e nell’Unione Economica Eurasiatica era presente già all’ultimo Forum Economico dell’Est tenutosi lo scorso anno a Vladivostok. Ed al vertice inter-coreano Panmunjom che si è tenuto lo scorso aprile, il Presidente della Corea del Sud Moon Jae-in ha consegnato alla sua controparte nordocoreana una pennetta USB che conteneva piani dettagliati per lo sviluppo economico della Corea del Nord.

La Casa Bianca, il collaborazione con il National Security Council, ha preparato un video che illustra la prospettiva di una Corea del Nord moderna, industrializzata — un sistema di ferrovie veloci, il Maglev cinese, parchi industriali, un paese in ascesa – che Trump ha mostrato al presidente nord coreano durante il loro incontro, prima della conferenza stampa conclusiva. Possiamo solo raccomandare a coloro nell’occidente che conoscono solo le “categorie” e i pregiudizi dei media, di guardare il video della conferenza stampa di Trump. Un Presidente degli Stati Uniti sovrano presenta i risultati del vertice: il totale disarmo nucleare della Corea del Nord, in cambio di garanzie di sicurezza, dell’abolizione delle sanzioni e della promessa di rendere prospera la Corea del Nord. Inoltre ha annunciato la fine immediata delle manovre militari tra Stati Uniti e Corea del Sud. Risparmieremo un sacco di soldi, ha detto, e comunque erano “molto provocatorie”.

La popolazione di entrambe le Coree ha reagito entusiasticamente alla diretta del vertice ed alla conferenza stampa. Il Presidente Moon ha applaudito più volte. Noi in Germania dovremmo ricordare l’entusiasmo che ci fu all’epoca della caduta del muro di Berlino per avere un senso dell’effetto sulla popolazione.

Cina e Russia non solo hanno condotto importanti negoziati con la Corea del Nord, che hanno condotto al vertice, ma il governo russo si è anche impegnato ad assistere nello sviluppo economico, e quello cinese ha promesso di dare garanzie di sicurezza alla Corea del Nord. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha sottolineato l’importanza della ripresa dei colloqui a sei per l’attuazione dell’accordo garantita a livello internazionale. Il quotidiano cinese Global Times ha scritto che l’economia della Corea del Nord non è così mal ridotta come si pensa: “La Corea del Nord gode di vantaggi economici e geografici per aver aderito alla Belt and Road, che contribuiranno a realizzare il potenziale economico del paese. Non sarà facile e non accadrà dall’oggi al domani. Tuttavia, l’adesione della Corea del Nord all’iniziativa Belt and Road per promuovere l’integrazione economica potrebbe rivelarsi più semplice di quanto non si immagini.”

Il vertice SCO quasi simultaneo, con l’India e il Pakistan che hanno partecipato per la prima volta come membri a pieno titolo, è stato aperto dal Presidente Xi Jinping che ha affermato che il futuro verrà guidato dalla spirito di Confucio, il cui luogo natale è la stessa Provincia di Shandong in cui si è tenuta la conferenza, a Qingdao. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha descritto la conferenza come l’inizio di una nuova era nel creare un ordine internazionale fondato sulla fiducia reciproca, benefici reciproci, uguaglianza, rispetto per la diversità e sviluppo congiunto. Questo, ha spiegato, trascende i concetti ormai datati di scontro delle civiltà, guerra fredda, giochi a somma zero o club esclusivi.

Come è stato diverso il vertice G7 in Canada! La foto che mostra la Cancelliera tedesca Merkel con un atteggiamento di scontro nei confronti di Trump, insieme a Macron ed altri capi di stato, è un’espressione del fallimento dell’ordine geopolitico del dopoguerra, della formazione “G6 contro 1”. Ma in realtà è solo un G4, perché Trump, il Premier giapponese Shinzo Abe e il Premier italiano Giuseppe Conte non erano d’accordo nel confermare le sanzioni contro la Russia. La disunità degli europei è chiaramente visibile sulla questioni dei rifugiati. Dovrebbe essere ovvio a tutti che l’idea di fermare e rimandare indietro i rifugiati ai confini esterni dell’UE, con qualsiasi metodo, non è praticabile, e non ci sarà alcuna unità nell’UE prima del vertice sulla base delle “soluzioni” proposte finora.

La proposta del ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer di fermare i rifugiati sul confine tedesco, se sono già registrati in un altro paese membro dell’UE, sarebbe la fine dell’accordo di Schengen e la distruzione dei fondamenti dell’unione monetaria. L’idea dei cosiddetti campi di detenzione in paesi come la Libia, gettata nel caos a causa dell’intervento militare di Barack Obama, è così barbara da rendere parole vuote i tanto citati “valori occidentali”.

Ci si attende che entro il 2040 due miliardi di persone vivranno in Africa, molti di loro giovani che hanno bisogno di istruzione, un posto di lavoro e più in generale una prospettiva per il futuro. Ciò di cui ha bisogno il continente africano sono massicci investimenti nelle infrastrutture, nel potenziale industriale e nell’agricoltura, esattamente come quelli fatti dalla Cina negli ultimi dieci anni. La Cina ha aiutato l’Africa a ridurre la povertà del 56% nel 1990 e del 43% nel 2012. Al vertice G20 ad Amburgo nel 2017, Xi Jinping ha proposto ripetutamente ad Angela Merkel di cooperare con la Nuova Via della Seta in Africa. Il governo tedesco, dal conto suo, ha parlato spesso di un “Piano Marshall per l’Africa”, ma a parte i soliti progetti ambientalisti sostenibili, i campi di detenzione e chiudere i confini esterni dell’UE, non è stato fatto nulla di concreto.

L’agenda urgentemente necessaria per il Consiglio europeo del 28-29 giugno

Il Prof. Michele Geraci, da poco nominato sottosegretario al Ministero dello Sviluppo, ha appena pubblicato un memorandum sulla cooperazione tra Italia e Cina in cui identifica undici settori in cui l’Italia ha un interesse esistenziali nella cooperazione con la Cina. Tra gli altri punti, il memorandum afferma: “L’Africa e i migranti? Chi può aiutare l’Africa? La Cina.” Geraci ricorda che la Cina è quella che ha investito di più in Africa e che grazie alla Cina la povertà in Africa comincia a diminuire per la prima volta. “La Cina offre all’Europa e all’Italia, in particolare, l’pportunità storica di cooperare per la stabilizzazione socio-economica dell’Africa, opportunità che non dovremmo perdere. Per questo, dobbiamo rafforzare la cooperazione tra Italia e Cina in Africa.”

Se il governo Merkel sarà ancora al suo posto quando viene pubblicato questo articolo, c’è un solo modo con cui superare questa crisi, dalla crisi dei migranti alla crisi di governo e la crisi dell’UE. Prendere esempio dal vertice di Singapore – un cambiamento reale è possibile, e il passato non determina il futuro – il governo tedesco dovrebbe far sì che l’agenda del propssimo vertice UE del 28-29 giugno venga cambiata rapidamente. L’unico argomento all’ordine del giorno dovrebbe essere la cooperazione dell’UE con la Nuova Via della Seta e l’Iniziativa Belt and Road per lo sviluppo dell’Africa. Dovrebbero essere invitati al vertice anche Xi Jinping e Wang Yi, così come alcuni capi di stato africani che già cooperano con la Cina.

Se il vertice UE, i rappresentanti cinesi e quelli africani firmeranno una dichiarazione congiunta in cui si impegnano a realizzare un programma d’urto per lo sviluppo pan-africano delle infrastrutture, e prometteranno ai giovani africani che il continente sconfiggerà la povertà in breve tempo, tale dichiarazione, grazie alla partecipazione della Cina, avrà in Africa tutta la credibilità del mondo, e cambierà la dinamica in tutti i paesi verso una chiara speranza per il futuro, cambiando anche la crisi dei migranti. Libererà l’UE dalla sua attuale crisi di legittimità, dando alle nazioni europee una missione che metterà l’unità europea ad un nuovo livello più alto.

I capi di stato e di governo in Europa riusciranno a seguire l’esempio di Trump e Kim Jong-un? La prospettiva di sviluppare l’Africa insieme alla Cina darebbe al Presidente Trump anche l’opportunità urgentemente necessaria di sventare il pericolo altrimenti concreto di una spirale di guerre commerciali, e superare il deficit commerciali americano aumentando il commercio, primariamente con investimenti in joint ventures in paesi terzi.

La crisi in Europa, la crisi dei migranti, la crisi del governo tedesco, hanno assunto dimensioni tali che deve essere colta questa opportunità di cambiamento della politica. Ora sono necessarie le persone che lo renderanno possibile.

E’ fattibile la galleria ferroviaria sotto allo Stretto di Gibilterra

La Società Spagnola per gli Studi della Comunicazione Stabile attraverso lo Stretto di Gibilterra S.A. (SECEGSA), nella persona del suo presidente Rafael Garcia-Monge Fernández ha affermato a una conferenza di ingegneri a Gibilterra che, a patto di costruire otto fresatrici dedicate a piena sezione (dette in gergo “talpe meccaniche”), si potrà scavare una galleria ferroviaria tra la Spagna e il Marocco. Il primo prototipo di queste macchine escavatrici costerà intorno ai 32 milioni di euro, mentre l’intero progetto costerà 8 miliardi di euro. Stando al quotidiano spagnolo Diario di Cadiz, Fernández avrebbe affermato che uno studio recente dell’Università di Zurigo e della società Herrenknecht, una tra le più grandi costruttrici di viadotti sotterranei, sosterrebba la fattibilità della galleria pensata da SECEGSA. Fernández sostiene inoltre che affinché il progetto veda la luce occorre che tutte le istituzioni coinvolte “abbiano la volontà di realizzarlo”.

Dei 38 km complessivi, 27 km sarebbero sotto al mare, a una profondità massima di 475 m e con pendenze massime del 3 percento. La sfida principale sembra sarà un tratto di 4 km all’interno di suolo argilloso. Stando alla SECEGSA, i treni ad alta velocità percorrenti la galleria ridurrebber il tempo di viaggio delle merci scambiate dalle due nazioni, senza dimenticare che questo sarebbe il primo collegamento ferroviario diretto tra i due continenti, quello eurasiatico e quello africano.

Geraci: la cooperazione tra Italia e Cina. L’esempio del Ciad

Nel trasmettere al sottosegretario Michele Geraci le nostre congratulazioni per la sua nomina, pubblichiamo qui un articolo di Claudio Celani, dell’EIR, tratto dal blog “China Economy and Society” di Michele Geraci.

Vedi anche di Michele Geraci
“La Cina e il governo del cambiamento”

Parte Transaqua, il progetto pilota della possibile cooperazione win-win tra Italia e Cina in Africa, all’interno della Belt and Road Iniative. Un esempio da studiare per i nostri policy makers e aziende su come, da un lato, fare business e, dall’altro, aiutare lo sviluppo e la stabilizzazione economica dell’Africa.

Nato da un’intuizione del grande tecnico Francesco Curato ed eseguito dall’allora direttore esteri di Bonifica (Gruppo IRI) Marcello Vichi, lo studio “Transaqua” mostrò oltre trentacinque anni fa che con un’ardita opera costruttiva sarebbe stato possibile portare acqua dal bacino del Congo a quello del Lago Ciad, ripristinando il morente “Lago nel Deserto” nelle sue dimensioni originarie e al contempo donando all’Africa un’infrastruttura idroviaria, stradale, energetica e di sviluppo agro-industriale che avrebbe fatto decollare l’economia produttiva di gran parte del continente.

Oggi, grazie alla collaborazione nata alcuni anni fa tra il dott. Vichi e lo Schiller Institute, quell’idea, rimasta un “sogno” per troppo tempo, diventa possibile e assurge a progetto pilota per dimostrare la fattibilità del modello di cooperazione della Belt and Road Initiative. Saranno infatti un’impresa italiana, Bonifica, e una cinese, PowerChina, ad eseguire lo studio di fattibilità approvato dai capi di stato dei paesi rivieraschi (Lake Chad Basin Committee), riunitisi nella capitale nigeriana di Abuja alla fine di febbraio, e finanziato con una donazione iniziale di 1,5 milioni dal governo italiano.

Transaqua è la risposta a chi vede la Belt and Road Initiative in esclusiva ottica geopolitica e non crede alla possibilità di realizzare una cooperazione internazionale su basi win-win, come sostiene fortemente il Presidente Xi Jinping. L’accordo di cooperazione strategica tra l’italiana Bonifica Spa e il colosso cinese PowerChina rappresenta proprio un esempio di come tale cooperazione può essere impostata a beneficio non solo dei partner ma soprattutto dei paesi terzi oggetto di tale cooperazione.

Transaqua è il progetto di un’idrovia che parte dal sud della Repubblica Democratica del Congo (RDC), in prossimità della regione dei Grandi Laghi, e attraversa in altura tutti gli affluenti della riva destra del Congo raccogliendo, con sbarramenti artificiali, abbastanza acqua da costituire un canale della portata del Nilo e, scorrendo per gravità, “scollina” ai confini tra Repubblica Centrafricana e Ciad, riversando fino a 100 miliardi di metri cubi d’acqua nell’affluente principale del Lago Ciad, il Chari. Le quasi trenta dighe previste lungo i 2400 km del percorso di Transaqua permetteranno di generare quantità ingenti di energia idroelettrica e di regolare il corso dei fiumi, in modo da permettere lo sviluppo di attività agricole, di allevamento e di insediamenti industriali.

Si è tanto parlato in Europa di “Piano Marshall” per creare lavoro e sviluppo in Africa e arginare il fenomeno dell’immigrazione, ma finora non si è fatto niente. Transaqua è il primo, vero piano concreto in grado di creare occupazione per decenni e far decollare lo sviluppo produttivo. Si spera che le cancellerie europee, che finora hanno sabotato il progetto, colgano l’importanza di questa opportunità e aderiscano con risorse e volontà politica, gettando le basi per un “nuovo paradigma” nella politica internazionale.

Il presente commento e’ stato gentilmente scritto da Claudio Celani, Co-Editor di EIR Strategic Alert Service. Pubblichiamo di seguito una sua domanda a Geraci, come vicepresidente di Movisol, a un convegno al Parlamento Europeo, sulla Via della Seta Marittima e i possibili investimenti della Cina in Sicilia.

L’Austria accoglie Putin a braccia aperte e migliora i propri rapporti con la Russia

Il Presidente russo Vladimir Putin ha ricevuto una calorosa accoglienza durante la sua breve visita in Austria il 5 giugno, nell’occasione dei 50 anni di cooperazione tra i due Paesi nel settore del gas naturale. Politicamente, questa è un’altra indicazione dello smantellamento della posizione anti-russa dell’Unione Europea. Il Cancelliere Sebastian Kurz ha dichiarato ai media che il suo governo continuerà a rispettare per il momento il decreto dell’UE sulle sanzioni, ma che durante il turno di presidenza dell’UE, che inizia in luglio, cercherà di allentarle. “Riteniamo che una situazione del tipo win-win sia migliore per tutte le parti di una situazione del tipo lose-lose” ha detto, sottolineando che l’Austria ha una lunga storia di ponte tra Est e Ovest, un principio che guiderà la sua politica nella seconda metà del 2018.

Ricordiamoci che quando quasi tutti i Paesi dell’UE hanno espulso i diplomatici russi alla fine di marzo, come rappresaglia per il presunto avvelenamento dell’ex doppio agente Sergej Skripal nel Regno Unito (avvelenamento che a tutt’oggi non è ancora stato provato), l’Austria si è rifiutata di farlo, invocando la propria neutralità e i rapporti tradizionalmente buoni con la Russia.

Durante la visita di Putin, la compagnia nazionale del gas OMV e la russa Gazprom hanno firmato una proroga fino al 2040 del loro accordo di cooperazione nel settore del gas naturale, del quale il ruolo austriaco nel gasdotto Nord Stream 2 dalla Russia all’Europa occidentale è un aspetto. Gli imprenditori si sono opposti fermamente alle sanzioni.

In generale, gli austriaci sono impegnati ad aggirare le sanzioni per espandere la cooperazione economica. In febbraio, per esempio, è stato firmato un importante accordo tra le aziende ferroviarie dei due Paesi per un progetto che estenderà lo scartamento allargato russo a Vienna. Questo collegamento di 400 km passerà attraverso la Slovacchia, prolungando la linea ferroviaria esistente a scartamento allargato dal confine russo-kazako all’Europa centrale e migliorando così il trasporto merci della “Ferrovia della Seta” tra Cina ed Europa.

Le discussioni a Vienna hanno anche toccato il rapporto strategico tra Russia e Stati Uniti. Stando a una fonte al National Security Council americano, citata dall’agenzia Tass il 7 giugno, l’Austria si è offerta di ospitare un incontro tra Putin e Trump. Essendo l’Austria neutrale, e uno dei pochi Paesi europei importanti che non appartengono alla NATO, sarebbe un ottimo candidato per tale vertice, che potrebbe tenersi, stando a voci persistenti, già all’inizio di luglio. In quel mese Trump ha in programma una visita nel Regno Unito e un incontro della NATO.

Trump e alleati colpiscono al fianco il morente impero britannico

Il contrasto non avrebbe potuto esser maggiore. Mentre in Canada è stata dimostrata la natura disfunzionale dei vertici dei sette, poi sei, poi cinque (!), ovvero del residuato della geopolitica britannica che ha dominato la diplomazia post-bellica, a Quingdao (Cina) ha fatto passi avanti un sistema globale alternativo tramite l’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO) e seguendo il principio del mutuo beneficio incarnato nella politica della Nuova Via della Seta. Mentre i leader destabilizzati del sempre meno rilevante G7 erano abbandonati da un Presidente americano piuttosto interessato allo storico incontro con il Presidente nordcoreano Kim Jong-un, mentre quei leader se ne stavano a lamentarsi il vertice di Singapore ha rifletto l’orientamento di Trump verso l’Eurasia, poiché la sua efficacia è dovuta alla sua collaborazione con la Cina, la Russia, la Corea del Sud e il Giappone.

Che cosa capiscono o sanno i milioni di persone che vivono nella regione transatlantica, di questa nuova dinamica eurasiatica incidente sul futuro? Sfortunatamente, poiché molti degli esponenti dei partiti politici occidentali egemoni continuano ad agire negli interessi della dottrina geopolitica forgiata dall’Impero Britannico e i media vomitano false notizie per sostenerla, poche ancora sono consapevoli della realtà di questa grande trasformazione in corso.

Ogni giovedì sera Helga Zepp-LaRouche, fondatrice e presidente dello Schiller Institute, tiene una presentazione breve ma incisiva, pensata per porre i suoi ascoltatori e spettatori sul palcoscenico della storia. In queste teleconferenze settimanali ella ha sia fornito un quadro d’insieme degli eventi intercorsi, analizzati dall’alto, sia un metodo di analisi che permette di prendere personalmente parte a questa trasformazione. Non perdetevi la presentazione di questa settimana e fate in modo che sempre più persone vengano a conoscenza di questa rara occasione di assumere una individuale potenza di pensiero e di azione, fuori della bolla di menzogne e disinformazione, in coerenza con lo “Spirito della Nuova Via della Seta”. Seguila sul sito newparadigm.schillerinstitute.com.

La dichiarazione congiunta Trump-Kim Jong-un a Singapore

Dichiarazione congiunta del Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump e il Presidente della Repubblica Popolare Democratica di Corea Kim Jong Un al vertice di Singapore

12 giugno 2018

Il Presidente Donald J. Trump degli Stati Uniti d’America Donald J. Trump e il Presidente Kim Jong Un della Commissione per gli Affari di Stato della Repubblica Popolare Democratica di Corea (R.P.D.C.) hanno tenuto un primo e storico vertice a Singapore, il 12 giugno 2018.

Il Presidente Trump e il Presidente Kim Jong Un hanno condotto un sincero scambio di vedute, ampio ed approfondito, sulle questioni relative all’istituzione di nuovi rapporti tra gli S.U.A. e la R.P.D.C. e sulla costruzione di un regime di pace robusto e duraturo sulla penisola coreana. Il Presidente Trump si è impegnato a fornire garanzie di sicurezza alla R.P.D.C. e il Presidente Kim Jong Un ha riaffermato il proprio impegno saldo e incrollabile a completare la denuclearizzazione della penisola coreana.

Convinti che l’istituzione di nuovi rapporti tragli S.U.A. e la R.P.D.C. contribuirà alla pace e alla prosperità della penisola coreana e del mondo, e riconoscendo che la fiducia nutrita vicendevolmente possa promuovere la denuclearizzazione della penisola coreana, il Presidente Trump e il Presidente Kim Jong Un affermano quanto segue:

1. Gli Stati Uniti e la R.P.D.C. si impegnano a stabilire nuovi rapporti reciproci in accordo con il desiderio dei popoli delle due nazioni di pace e di prosperità.

2. Gli Stati Uniti e la R.P.D.C. uniranno i propri sforzi per costruire un regime di pace stabile e duraturo sulla penisola coreana.

3. Riaffermando la Dichiarazione di Panmunjom del 27 aprile 2018, la R.P.D.C. si impegna a lavorare alla totale denuclearizzazione della penisola coreana.

4. Gli Stati Uniti e la R.P.D.C. si impegnano a sistemare i rimanenti prigionieri di guerra e recuperare i dispersi di guerra, incluso l’immediato rimpatrio di coloro che sono già stati identificati.

Avendo riconosciuto che il vertice tra gli S.U.A. e la R.P.D.C. – il primo nella storia – è stato un evento epocale di grande significato per il superamento di deceni di tensioni e ostilità tra le due nazioni e per l’apertura di nuovo futuro, il Presidente Trump e il Presidente Kim Jong Un si sono impegnati a stipulare quanto si trova nella dichiarazione congiunta, pienamente e speditamente. Gli Stati Uniti e la R.P.D.C. si impegnano a negoziare, con la guida di funzionari di alto rango della R.P.D.C. e in tempi più prossimi possibile, per far fruttare quanto emerso nel vertice tra gli S.U.A. e la R.P.D.C.

Il Presidente Donald J. Trump e il Presidente Kim Jong Un. hanno concordato di cooperare per lo sviluppo di nuove relazioni tra gli S.U.A. e la R.P.D.C. e per la promozione della pace, della prosperità e della sicurezza della penisola coreana e del mondo.

DONALD J. TRUMP

Presidente degli Stati Uniti d’America

KIM JONG UN

Presidente della Commissione per gli Affari di Stato della R.P.D.C.

Isola di Sentosa, Singapore

12 giugno 2018

L’Italia si smarca dalla decadente UE e dialoga con gli Stati Uniti

Nella sua prima uscita pubblica internazionale, il nuovo Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte (nella foto col Premier giapponese Abe) ha mosso un piede fuori della nave che affonda. Quando il Presidente Trump ha espresso il desiderio di vedere tornare la Russia al G7 (facendone nuovamente un G8), Conte ha scritto su twitter.com: “Sono d’accordo con il Presidente Donald Trump: la Russia dovrebbe rientrare nel G8. È nell’interesse di tutti”. Conte è stato uno dei pochi leader che Trump ha voluto incontrare personalmente in Canada. I due hanno parlato per circa un’ora, dopodichè Trump ha scritto su twitter.com che Conte “sarà presto onorato a Washington, alla Casa Bianca. Farà un buon lavoro – il popolo italiano ha scelto bene!”.

Al termine del G7, Conte ha dichiarato che “il sistema del commercio internazionale, basato sull’Organizzazione Mondiale del Commercio è un po’ datato e richiede un adeguamento, rispetto alle mutate realtà sociali ed economiche”.

È troppo presto per parlare di un asse Washington-Roma, ma il nuovo governo italiano sta cercando di rompere il contenimento esercitato dalle politiche liberiste globali e dell’UE. L’Italia non intende lasciare l’euro o l’UE, ha dichiarato Conte durante il voto di fiducia al Parlamento, ma rifiuterà l’austerità come metodo di equilibrio dei conti e punterà sulla crescita. Conte ha anche menzionato l’intenzione del governo di esplorare la possibilità della separazione bancaria (Glass-Steagall), come stipulato nel contratto di coalizione. “Stiamo già maturando consapevolezza, che è nel contratto, e la valutazione che sia opportuno distinguere fra banche che erogano credito e soprattutto caratterizzate a livello territoriale e banche di investimento votate più alla speculazione”, ha dichiarato nella sua replica alla Camera.

Il nuovo ministro dell’Economia Giovanni Tria ha autorizzato la pubblicazione di stralci di un paper accademico in cui sostiene con forza la necessità di aumentare gli investimenti pubblici, che in dieci anni (dal 2009 al 2019) sono crollati del 28% in tutta l’Eurozona. “È improbabile che ciò avvenga nell’ambito del piano Junker a livello europeo, ma ogni Stato membro dovrebbe cercare di prevedere il proprio investimento pubblico alla luce del mercato europeo, o addirittura globale, cercando di attirare significativi finanziamenti privati a livello globale attraverso la garanzia di rendimenti più sicuri a lungo termine. In questi termini, e per questi scopi, anche un temporaneo aumento del deficit destinato a far partire questi programmi dovrebbe essere considerato accettabile”, si legge nel documento.

E ancora: “Queste considerazioni tendono anche a evocare la vecchia idea che la spesa in conto capitale debba essere trattata in modo diverso dalle spese correnti nella contabilità del disavanzo. La riassegnazione delle spese e quindi la stessa idea di revisione della spesa ricevono una prima e abbastanza semplice applicazione nell’idea che la spesa corrente debba essere ridotta, mentre la spesa in conto capitale dovrebbe essere ampliata, soggetta a una qualità programmata e a rigorosi controlli, e finanziata in modo indipendente con uno stretto legame tra la spesa immediata e risultati attesi” (vedi http://formiche.net/2018/06/piu-crescita-gli-investimenti-pubblici-scandizszo-tria-spiegano/).

L’ex Commissario dell’UE ed ex Presidente del Consiglio Mario Monti ha accusato il governo Conte di avviare l’Italia su una china che condurrà alla gestione da parte della Troika, come accaduto alla Grecia. Ma Marco Zanni, europarlamentare indipendente vicino a Salvini, ha ammonito l’UE a non tentare di mettere l’Italia con le spalle al muro. “Questo governo non perseguirà politiche volte a uscire dall’euro. Noi chiediamo un nuovo approccio, totalmente differente: più spazio per promuovere la crescita, l’occupazione e gli investimenti”, ha dichiarato Zanni al programma radiofonico “Hanging with Harley” dell’emittente statunitense “Rogue Money”. “Se le istituzioni europee cercheranno di ricattarci, minacciando di chiudere il nostro sistema bancario, reagiremo nel miglior interesse dei cittadini italiani. Se bisognerà scegliere tra uscire dall’euro o accogliere la Troika a Roma, è chiaro che il governo sceglierà la prima opzione” (vedi

Il G7 crolla sotto il peso del vecchio paradigma

Shanghai e Charlevoix sono distanti solo un quarto della circonferenza della Terra, ma mai come oggi sembrano su pianeti diversi. Mentre i partecipanti al vertice della SCO a Shanghai hanno concordato una prospettiva comune di tipo “win-win”, il vertice G7 nel Quebec si è concluso col peggior fiasco nella storia del gruppo.

Tanto per cominciare, il Presidente Trump ha còlto tutti di sorpresa ancora una volta, proponendo che il G7 torni a essere il G8 con l’inclusione della Russia, un partner necessario per i negoziati. Ha ricevuto il sostegno immediato del Premier italiano Giuseppe Conte, ma gli altri leader (e tutto l’establishment transatlantico) hanno reagito furibondi.

Inoltre, Trump si è rifiutato di accettare un incontro con la Premier britannica Theresa May, tanto che i britannici hanno gridato alla “fine del rapporto speciale”, ed è arrivato in ritardo al bilaterale con Macron. Però ha incontrato Conte, annunciando su twitter.com un incontro tra i due a breve alla Casa Bianca.

Inoltre, Trump si è dimostrativamente rifiutato di partecipare alla sessione sui cambiamenti climatici, lasciando il G7 prima della fine, diretto alla volta di Singapore, in previsione del suo vertice con Kim, indicando che lo considera più importante.

Infine, quando il Premier canadese Justin Trudeau ha annunciato alla stampa alla fine del vertice il comunicato finale stilato prima che Trump se ne andasse, Trump ha pubblicato un tweet nel quale afferma che i rappresentanti americani non lo avrebbero firmato. Si è detto indignato che Trudeau abbia definito i dazi americani “un insulto”, definendo Trudeau “disonesto” e sottolineando il fatto che il Canada ha imposto dazi del 270% sui prodotti caseari americani.

A parte il teatrino, il crollo del G7 attesta l’obsolescenza di questa istituzione. I Paesi membri non rappresentano più le economie più importanti del pianeta, come lo erano forse 40 anni fa. E Trump fa bene a chiedere che venga ammessa nuovamente la Russia. “Ritengo che sarebbe un beneficio avere nuovamente la Russia” ha detto. Un bene per il mondo, un bene per la Russia, un bene per gli Stati Uniti.

Il Presidente Putin ha risposto da Qingdao, in Cina, che “non siamo stati noi a decidere di lasciarlo, i nostri colleghi a un certo punto si sono rifiutati di venire in Russia per le note ragioni. Ma saremo lieti di vedervi tutti qui a Mosca”. Ha anche sottolineato correttamente che il potere di acquisto della Russia e della Shanghai Cooperation Organization supera di gran lunga quello del G7.

I leader europei e quasi tutta la cosiddetta “élite” anti-Trump negli Stati Uniti non riescono ad accettare la nuova realtà che si è venuta a creare. Fantasticano di un mondo unipolare con Cina e Russia isolate e circondate da potenze ostili, un mondo che non vi sarà.

Soros al Washington Post: le cose non vanno come vorrei

Dopo l’attacco a Donald Trump da un palco del Festival dell’Economia di Trento, e le accuse a Salvini che ha smentito di essere sulla busta paga di Putin, ma si è detto indignato per il fatto che uno speculatore come Soros venga invitato in Italia, il megaspeculatore è stato intervistato dal Washington Post e ha dichiarato: “Tutto quel che poteva andare storto, è andato storto”, riferendosi all’elezione di Trump alla Casa Bianca.

Certo è che, dopo aver investito almeno 25 milioni di dollari per far vincere Hillary Clinton, si è reso conto di “aver vissuto dentro una mia bolla” e non aver capito il fenomeno in arrivo.

Il piano di investire altri 18 milioni nel 2018 è in forse. Confessa che la sua campagna per assediare e controllare il sistema giudiziario americano tramite le elezioni di procuratori distrettuali (equivalenti in Italia ai pubblici ministeri, “l’acciarino del sistema giudiziario”, per Soros) “s’è scontrata contro un muro, in California”. Tre dei suoi candidati in quello Stato hanno perso alle primarie e il quarto è a rischio di esclusione. E in gran parte è stato il suo stesso interessamento a determinarne il fallimento.

Soros sostiene di essere “molto” seccato per la discussione, negli Stati Uniti e nel resto del mondo, sulla sua visione del mondo e le sue pratiche speculative e di come esse siano state determinate dalla sua esperienza di collaborazione di adolescente con gli occupanti nazisti della sua Ungheria, allorché appunto sequestrò i beni dei suoi connazionali ebrei destinati a morte nei campi di concentramento.

Finora il denaro di Soros lo ha spinto a interessarsi molto delle sorti dell’American Civil Liberties Union (ACLU), uno dei principali destinatari dei 150 milioni annui che la sua Open Society Foundation riserva alle operazioni negli Stati Uniti, e a una buona parte dei dirigenti del Partito Democratico americano. L’ex direttore politico della Casa Bianca occupata da Obama, Patrick Gaspard, è ora alla guida della fondazione e il Washington Post riconosce Soros come “uno dei più affidabili e generosi donatori al Partito Democratico”. Ciò spiega, in parte, la tendenza autodistruttiva del partito, che si ostina ad aderire agli sforzi britannici di “affossare Trump, costi quel che costi”, sforzi che Soros condivide.

Corea: la cooperazione tra le grandi potenze può accelerare il Nuovo Paradigma

Gli spettacolari sviluppi in corso nella penisola coreana, pur non essendo ancora garantiti, dimostrano come la cooperazione tra Stati Uniti, Cina e Russia possa portare a cambiamenti storici per la pace e lo sviluppo. Nell’ultimo mese il leader nordcoreano Kim Jong-un è stato in Cina per incontrare Xi Jinping; il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov è stato a Pyongyang per incontri con Kim Jong-un ed altri; il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha fatto la sua seconda visita in Corea del Nord e il negoziatore capo nordcoreano Kim Yong Chul è arrivato negli Stati Uniti il 30 maggio, dove ha incontrato nuovamente Pompeo ed è stato quindi ricevuto per due ore dal Presidente Trump, alla Casa Bianca il 1 giugno. Kim ha consegnato a Trump una lettera del Presidente Kim. Il vertice tra Trump e Kim Jong-un è stato confermato per il 12 giugno a Singapore. Benché i sedicenti esperti occidentali tentino disperatamente di leggere gli avvenimenti in evoluzione dal punto di vista della geopolitica, sostenendo per esempio che Russia e Cina siano preoccupate per l’aumento dell’influsso americano nella regione, Trump ha ringraziato più volte Mosca e Pechino per la loro cooperazione nella questione nordcoreana, ed entrambe le capitali hanno espresso il loro apprezzamento per gli sforzi del Presidente americano. Con la cooperazione stanno per giungere al termine i 68 anni di divisione tra le due Coree e della strategia imperiale britannica del divide et impera.

Il processo di cooperazione che ha reso questo possibile va di pari passo con numerosi sviluppi storici in tutto il continente asiatico. Cina, Corea del Sud e Giappone hanno ripreso i vertici a tre che non si tenevano da tre anni. A un incontro a Tokyo il 9 maggio, il Presidente sudcoreano Moon Jae-in, il Premier cinese Li Keqiang (foto) e il Premier giapponese Shinzo Abe hanno deciso di lavorare insieme, non solo tra di loro, ma di cooperare per la costruzione di infrastrutture in altre nazioni, nello spirito della Nuova Via della Seta lanciata dal Presidente Xi Jinping. Dopo quel vertice, Abe ha tenuto altri incontri, annunciando che Cina e Giappone coopereranno non solo per gli investimenti in Paesi terzi, ma anche per stabilire istituzioni bilaterali che sviluppino le tecnologie avanzate utili a entrambi.

Il Premier indiano Narendra Modi, parlando a Singapore il 1 giugno, dopo due incontri informali ma storici con Xi Jinping e Vladimir Putin nelle settimane precedenti, ha auspicato la cooperazione in Asia nonostante le rivalità che devono ancora essere superate.

La Dichiarazione di Sana’a adotta il piano dello Schiller Institute per la ricostruzione dello Yemen

Durante un seminario tenuto nel quartier generale dello yemenita Ente Generale per gli Investimenti (YGIA, Yemeni General Investment Authority) è stata approvata la Dichiarazione di Sana’a, che adotta il memorandum dello Schiller Institute dal titolo “Operazione Felix: la ricostruzione dello Yemen e la connessione alla Nuova Via della Seta”, ottantasei pagine firmate da Hussein Askary, coordinatore dello Schiller Institute per l’Asia Sudoccidentale. Lo studio è stato prodotto in cooperazione con il citato ente yemenita, il cui vicedirettore è l’ingegnere Khaled Sharafeddin, e con il Partito yemenita della Nuova Via della Seta, presieduto da Fouad Alghaffari. I relatori presenti al seminario hanno ringraziato lo Schiller Institute e la persona della sua presidente, Helga Zepp-LaRouche, per gli sforzi compiuti nella difesa del popolo yemenita e per la cessazione del conflitto e dell’embargo.

Il memorandum contestualizza la ricostruzione dello Yemen a livello internazionale e la indica come possibile non appena conclusa la guerra di aggressione guidata dalla coalizione anglo-saudita-americana. Il contesto esposto è quello del nuovo paradigma internazionale esemplificato dalla cooperazione tra i BRICS e dall’iniziativa ‘Una Cintura, Una Via’ (Belt and Road Initiative). Lo studio si basa sul metodo scientifico di approccio all’economia fisica, così come fu definito da Lyndon LaRouche: esso mostra che la distruzione dell’economia yemenita cominciò già negli anni Novanta, allorché lo Yemen fu sottoposto al giogo del FMI e della Banca Mondiale. Le conseguenze disastrose di tale sottomissione vengono ampiamente descritte: FMI e BM hanno nella sostanza impedito per trent’anni lo sviluppo di quel Paese, ora il più povero della penisola arabica e il più dipendente dalle importazioni per le forniture alimentari (80% nel 2014, ancor prima che la guerra fosse innescata). Così, lo Yemen è stato trasformato da esportatore di gas e petrolio a importatore netto di prodotti petroliferi, i cui gas e petrolio sono controllati da società straniere. Quasi nessun investimento negli ultimi trent’anni, sia nei trasporti, sia negli impianti di potenza, sia nelle reti idriche, sia nell’agricoltura, sia nelle manifatture. Al contrario, lo Yemen è stato condotto a esportare sempre più i prodotti agricoli. L’unico settore che ha assistito a un miglioramento è stato quello della pesca, ma soltanto poiché è dedicato all’esportazione.

Lo studio esamina anche la distruzione del resto della debole economia yemenita a opera dei bombardamenti (delle infrastrutture e di ogni impianto produttivo), cui ha fatto seguito la crisi umanitaria.

Il piano di ricostruzione proposto prevede prima di tutto una mobilitazione per ripristinare le infrastrutture distrutte e l’assistenza alle persone, soprattutto nelle zone rurali a mezzo di una sorta di “esercito di operai” simile ai Corpi Civili per la Conservazione istituiti dal Presidente americano Franklin D. Roosevelt.

Lo studio aggiunge però assai chiaramente che l’intenzione dei suoi redattori non è e non dovrebbe essere la mera ricostruzione dello Yemen così com’era prima della guerra, cioè il ritorno al “Paese più povero della regione”. L’intenzione è invece la costruzione di una nuova piattaforma economica fondata sulla cooperazione con i BRICS e con la Cina direttamente, e con altre potenze amiche. Per avviare un vero piano di ricostruzione, tuttavia, viene proposta una “Banca per lo Sviluppo e la Ricostruzione Nazionale dello Yemen”, seguendo il sistema di credito nazionale istituito da Alexander Hamilton negli Stati Uniti rivoluzionari. Tale banca e la sua attività sono previsti con grande dettaglio, affinché siano comprensibili dai rappresentanti politici e dalla gente comune.

I progetti proposti per la rinascita dello Yemen includono opere di trasporto, di produzione energetica, di gestione delle acque, di navigazione, di produzione e vendita di beni agricoli. Il componente chiave è il “corridoio yemenita di sviluppo”, dotato della prima ferrovia nella storia dalla settentrionale Sana’a al porto meridionale di Aden, con diramazioni verso Est e verso Ovest lungo i porti principali sul Mar Rosso e a servizio delle aree agricole e minerarie della pianura orientale.

Lo studio si conclude esaminando i collegamenti dello Yemen alla ‘Via della Seta Marittima’ attraverso i porti yemeniti su entrambi i mari, il Mar Rosso e l’Oceano Indiano, e per terra sulle direzioni verso l’Oman, verso l’Iran e, più oltre, verso l’Asia Centrale e la Cina. È previsto anche un ponte o una galleria verso Gibuti e, di lì, verso l’Africa; questa opera costituirebbe una cerniera di comunicazione tra Asia e continente nero.

Anche se la Dichiarazione di Sana’a non rappresenta un diretto sostegno del governo di salute nazionale della capitale, il fatto che l’ente YGIA abbia fornito i suoi auspici e che il suo vicedirettore sia direttamente coinvolto fa sperare nella sua attuazione.

L’autore del memorandum, Hussein Askary, raccomanda che il governo di Sana’a presenti questo documento alle Nazioni Unite e ad altre potenze di rilevanza internazionale, in preparazione dei negoziati di pace, prima di qualunque considerazione di natura strettamente politica. Le proposte contenute nel memorandum hanno l’obiettivo di assicurare l’indipendenza del Paese in tempo di pace e di dotarlo degli strumenti necessari a una nazione moderna, con una piattaforma economica associata al proprio meraviglioso patrimonio storico e culturale.

l memorandum è scritto in lingua araba ed è stato già offerto alle personalità più rilevanti e responsabili del governo e delle istituzioni di Sana’a. Da oggi è disponibile gratuitamente grazie al sostegno del Partito yemenita della Nuova Via della Seta: http://www.newsilkroadparty.com/images/pdf/8.pdf

Hussein Askary accompagna questo documento con uno scritto, nel quale incoraggia tutti a considerare come l’economia yemenita sia stata distrutta, prima del conflitto militare, dagli “esperti” in doppio petto del FMI e della BM, oltreché di altri istituti. La battaglia per l’indipendenza economica sarà ancor più dura di quella combattuta con le armi. La presenza, però, di un nuovo paradigma di relazioni internazionali la faciliterà, se gli yemeniti vorranno regolare sé stessi, in indipendenza e prosperità.

L’intervista di Liliana Gorini a Radio Gamma 5: i governi si fanno per i cittadini, non per i mercati

31 maggio 2018 – La presidente di MoviSol Liliana Gorini è intervistata da Marisa Sottovia a Radio Gamma 5, sul golpe dei banchieri contro il legittimo governo italiano e come uscire da questa crisi. Ricorda che i governi si fanno per i cittadini, e non per i mercati, che sono la causa della crisi con le loro speculazioni e “invece di essere rassicurati, dovrebbero andare in galera”. Ricorda il quadro più ampio in cui si inserisce la crisi italiana, la crisi spagnola, con le dimissioni dei Premier Rajoy, quella greca, causata dalla stessa Troika che vorrebbe “invadere l’Italia” stando alle parole dell’eurodeputato tedesco Ferber, ma anche la crisi tedesca, con Deutsche Bank che è sul punto del fallimento. Risponde a molte domande di ascoltatori, su chi siano “i mercati” e come speculino sui nostri titoli di stato, sullo spauracchio dello spread, che viene usato per fare terrorismo psicologico, in quanto non c’è legame diretto tra lo spread e i mutui (quelli a tassi fissi restano fissi, quelli a tassi variabili dipendono dall’Euribor e non dallo spread).

Mission Impossible per Deutsche Bank

Come abbiamo riferito la scorsa settimana, Deutsche Bank ha annunciato un forte ridimensionamento del settore investment e ha riorganizzato gli organi direttivi nella speranza di frenare l’emorragia che dura da diversi anni. Specialmente la sua divisione negli Stati Uniti, che svolge quasi esclusivamente attività di banca d’affari, si trova in una situazione molto precaria.

Il 31 maggio il Wall Street Journal ha rivelava che già nel 2017, secondo fonti “al corrente dei fatti”, la Federal Reserve aveva classificato “in condizione problematica” l’attività di Deutsche Bank. La vigilanza le aveva segnato il rating più basso per riserva di capitale, qualità degli attivi, gestione, introiti, liquidità e sensibilità al rischio di mercato (parametri noti come CAMELS). Ciò spiegherebbe come mai alcuni mesi fa la BCE abbia ordinato alla banca di simulare uno scenario interno di rientro dall’esposizione in derivati della divisione investment per determinare se questa ne risultasse insolvente.

L’attuale crollo del valore azionario di DeBa, visibilmente al di sotto della soglia dei dieci Euro, fa fede al giudizio espresso dalla Fed. Negli Stati Uniti la banca sta ancora pagando le multe per truffa sugli investimenti immobiliari e cercando di rientrare dalle cartolarizzazioni della bolla che, all’epoca del crollo del 2007-2008, l’aveva fatta apparire come il più grande proprietario immobiliare d’America. Gli asset di Deutsche Bank negli Stati Uniti (senza i contratti derivati) sono stimati a 42,6 miliardi di dollari.

Secondo le fonti del WSJ, la Federal Reserve e la FDIC, il fondo statale di garanzia dei depositi, stanno ora tenendo sotto controllo, da vicino, le attività di DeBa, tanto da richiedere il nulla osta quasi per ogni decisione. Gli ispettori della Fed avrebbero constatato che DeBa non è capace di calcolare la dimensione e le scadenze della propria esposizione o persino di determinare verso quali banche o quali clienti sia esposta. Ciò ne fa il candidato potenziale per il ritiro della licenza bancaria negli Stati Uniti.

A parte questo, il 1 giugno l’esposizione di DeBa in miliardi di Euro di debito statale e privato in Italia è stato usato a pretesto da Standard & Poor’s per retrocederne il rating a BBB+, il che ne renderà più costoso il finanziamento. Già ora la banca deve spendere 93 centesimi per guadagnarne 100, quasi come una organizzazione non-profit.

I piani della stessa DeBa di ridimensionare il settore investment è una fatica di Sisifo, dato che il 90% o più degli investimenti sono in derivati e altri settori speculativi. Se il governo tedesco dovesse intervenire per ricapitalizzare la banca, potrebbe probabilmente ordinarle di separare le due divisioni, quella finanziaria e quella commerciale, per proteggere quest’ultima. Per ricostruire la banca su nuove basi (ovvero riportarla alla vocazione originaria) occorrerebbe fare proprio come Lyndon LaRouche (foto) propose nel 2016.

Nuovo allineamento in Asia determina il futuro, l’Europa resterà indietro?

Gli sviluppi degli ultimi giorni dimostrano che il potenziale di creare una nuova era di progresso economico pacifico ruota intorno alla Nuova Via della Seta, la dinamica definita “Nuovo Paradigma” da Helga Zepp-LaRouche, che riunisce le nazioni guida dell’Asia, Cina, India, Giappone, Corea del Sud, e la Russia, in un’alleanza che sta provocando il panico tra i fautori della geopolitica britannica.

Questo potenziale è visibile nel vertice tra Trump e Kim, che potrebbe mettere fine alla guerra tra le due Coree. Lo scandalo Russiagate è stato inventato dai servizi britannici proprio per fermare questa dinamica positiva.

E che fa l’Europa? Con Putin che sarà in Austria, e il nuovo governo in Italia, i fautori dello status quo in Europa si sentono sfidati. Ma il cambiamento è inevitabile, e dovranno capirlo anche a Bruxelles. Ne parlerà Helga Zepp-LaRouche nella consueta videoconferenza del giovedì, alle ore 18 sul sito newparadigm.schillerinstitute.com.

Italia: nasce il primo governo populista dell’UE

L’incubo dell’UE si è materializzato il primo giugno, quando il primo governo populista di un Paese dell’Eurozona ha prestato giuramento. Il tentativo di piazzare a Palazzo Chigi un governo tecnocratico guidato da Carlo Cottarelli, ex funzionario del FMI, è fallito quando ci si è resi conto che non avrebbe ottenuto nemmeno un voto al Parlamento. Il nuovo esecutivo mantiene il programma delineato del “contratto” tra i due partner di coalizione, M5S e Lega, e mantiene anche il pomo della discordia con il Quirinale e l’UE, la presenza del prof. Paolo Savona nella squadra di governo. Apparentemente retrocesso agli Affari Europei, è stato però Savona a indicare il suo sostituto al Ministero dell’Economia nella persona del collega Giovanni Tria, che è su posizioni eurocritiche simili, anche se non così esplicite come quelle di Savona. Tria, infatti, non è favorevole all’uscita dell’Italia dall’Euro (non lo è nemmeno Savona se non come ultima ratio), ma non ritiene nemmeno, come Draghi, che la moneta unica sia “irreversibile”. Sembra comunque che Salvini abbia promesso a Savona voce in capitolo nei dossier europei.

Come ha commentato il prof. Michele Geraci – vicino sia al M5S sia alla Lega – in un’intervista per la cinese CGTN, “Tria è un po’ come Savona, forse non così esplicito, ma è qualcuno che può eseguire il mandato della Lega di difendere gli interessi italiani a Bruxelles e Francoforte”, notando che “è positivo il fatto che egli abbia degli interessi in Cina”.

Invero, il nuovo Ministro dell’Economia ha più che interessi in Cina. Non solo parla cinese, ma come preside dell’Università di Tor Vergata ha sviluppato diverse iniziative e progetti in Cina, in particolare nella provincia di Zhejiang, di collegamento tra accademia e industria. “Non si trovano facilmente personalità che abbiano capito la frequenza del sintonia fine con la Cina, e Tria è una di queste”, ha spiegato all’EIR una fonte che lo conosce bene. È naturale che egli trasferisca la sua esperienza al piano dell’azione governativa.

Il governo Conte annovera quattro Ministri che hanno firmato la petizione per la separazione bancaria di MoviSol: Matteo Salvini (Interni), Gianmarco Centinaio (Agricoltura), Lorenzo Fontana (Famiglia) e Giancarlo Giorgetti (Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio). Un numero che è destinato ad aumentare con la nomina dei sottosegretari (nella foto l’europarlamentare Marco Zanni e Matteo Salvini con Massimo Richard Kolbe Massaron e la sua petizione per il ripristino della legge Glass-Steagall).

Resta l’interrogativo della politica che i Ministri economici pentastellati Di Maio (Lavoro e Industria), Toninelli (Infrastrutture e Trasporti) e Barbara Lezzi (Mezzogiorno) seguiranno su Grandi Opere e industria. Se si faranno interpreti delle pressioni oltranziste della base contro la TAV e altre infrastrutture, la via della ripresa economica dell’Italia sarà preclusa. Non basta abbandonare l’opposizione alla Torino-Lione o al Quarto Valico, opere già in corso. Si tratta di rilanciare le grandi opere al Sud, nel quadro di quella visione di aggancio alla Belt and Road che abbiamo più volte auspicato in questo bollettino. Se ciò non avverrà, lo stesso futuro del governo sarà segnato.

Un vertice Trump-Putin è la chiave per sventare il pericolo di guerra

Secondo il Wall Street Journal, che cita un “funzionario ad alto livello dell’Amministrazione”, sono in corso preparativi per un vertice tra il Presidente statunitense e quello russo. È difficile esagerare l’importanza di un simile incontro per ridefinire le relazioni internazionali sulla base della cooperazione e ridurre le tensioni in pericolosi punti caldi come l’Asia Sudoccidentale e l’Ucraina. Donald Trump ha ripetutamente affermato che è sua intenzione stabilire buoni rapporti con la Russia, ma finora glie l’hanno impedito con l’inchiesta farlocca e con la caccia alle streghe anti-russa in tutta l’area transatlantica.

L’ambasciatore americano in Russia Jon Huntsman ha confermato il 3 giugno a Fox and Friends che entrambe le parti sono favorevoli a un vertice in qualche momento futuro. Nel frattempo, su iniziativa di Washington, il Segretario di Stato Mike Pompeo e il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov hanno parlato al telefono il 30 maggio e hanno scambiato vedute su possibili rapporti bilaterali, sulla crisi siriana e sugli accordi di Minsk in relazione al conflitto ucraino.

Naturalmente, molto dipenderà dall’esito del vertice tra Trump e Kim, ancora previsto per il 12 giugno a Singapore e – si spera – destinato ad avviare seri negoziati tra le due parti. In ogni caso, l’Asia è sempre più al centro dell’attenzione internazionale, come è apparso evidente al vertice annuale sulla sicurezza dell’Asia (il Dialogo Shangri-La) indetto dall’International Institute for Strategic Studies (IISS). Nel suo intervento, il Premier indiano Narendra Modi ha tratteggiato una visione di futuro condiviso per l’Asia e il mondo intero, abbastanza antitetica agli assiomi geopolitici degli stessi organizzatori britannici. Come antica e grande potenza nella regione indo-pacifica, l’India intende svolgere il ruolo che le spetta nel dare forma all’emergente Nuovo Paradigma, ha dichiarato Modi.

Una chiave per il nuovo “secolo asiatico” è il miglioramento dei rapporti tra India e Cina, i quali, nonostante i progressi recenti, sono ancora difficili e risentono delle ingerenze geopolitiche occidentali che tendono a esacerbare le rivalità. Modi ha affrontato questo tema nel suo discorso, notando che durante il recente incontro informale con il Presidente Xi è diventato chiaro per entrambi che “rapporti forti e stabili tra le nostre due nazioni sono un fattore importante per la pace e il processo globali […] Credo fermamente che l’Asia e il mondo avranno un futuro migliore quando India e Cina collaboreranno con fiducia e sensibilità negli interessi reciproci”.

Un un interessante riflesso dell’ordine mondiale multipolare auspicato, Modi ha parlato della “autonomia strategica” dell’India nel mantenere il partenariato con Stati Uniti, Giappone, Corea, Russia, Cina e Africa, non facendo alcuna menzione dell’Europa – forse perché questa, attaccata al vecchio paradigma geopolitica, è destinata a divenire irrilevante.

La Cina offre un manuale per esperimenti sulla sua terza stazione spaziale orbitante

È della scorsa settimana l’annuncio che la terza stazione spaziale che la Cina si accinge a porre in orbita (nella sua completezza nel 2022) sarà aperta ai Paesi interessati a condurre esperimenti, di comune accordo con l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari dello Spazio Extra-Atmosferico (in acronimo inglese UNOOSA).

SpacePolicyOnline.com, nella persona di Marcia Smith, annuncia ora la pubblicazione da parte della Cina di un manuale d’uso degli strumenti che saranno a bordo della stazione spaziale: strumentazione per analisi di campioni medici, per studi di biotecnologia, per esperimenti di combustione, di fisica dei fluidi, di fisica delle fasi binarie, di scienze dei materiali ad alte temperature, di scienze dei materiali in assenza di contenitori.

I due moduli destinati ad attività di laboratorio (forse chiamati Wentian e Mengtian) conterranno anche scatole a guanti per la telemanipolazione di campioni, una teca a microgravità e una a gravità variabile, e dispositivi per collocare carichi all’esterno della stazione, in modo da esporli all’ambiente extraterrestre. L’ente cinese per l’esplorazione umana dello spazio (in acronimo inglese CMSA) sosterrà le spese di lancio e di mantenimento della stazione, e attende proposte di collaborazione entro il 31 agosto da parte di governi, università o altri istituti.

Benché la stazione spaziale sia poca cosa, in termini di massa, rispetto alla stazione spaziale internazionale (ISS, foto) – 60 Mg contro 200 Mg (tonnellate) -, essa è stata progettata per condurvi una notevole varietà di esperimenti e valutazioni scientifiche, con lo scopo dichiarato di coinvolgere le nazioni in via di sviluppo nell’esplorazione dello spazio extraterrestre.

Delle stazioni spaziali orbitanti v’è una storia, oramai: sette furono sovietiche o russe, dal 1971 al 2001; una americana, dal 1973 al 1974. Mentre ben undici lanci dello Shuttle furono visite alla stazione russa MIR, la NASA non può per legge americana cooperare con la Cina, a meno che certe condizioni siano verificate e le attività previste siano approvate in anticipo dal Congresso. Le restrizioni sono valide anche per l’Ufficio per la Politica Scientifica e Tecnologica e un recente disegno di legge le vorrebbe applicate anche al Consiglio Nazionale sullo Spazio della Casa Bianca.

Per approfondimenti

su Space Policy Online

su The Verge


Dalla Russia grande serietà sul ruolo dell’uomo nel cosmo (2011)








Parlamentare tedesco: l’Italia ha bisogno della separazione bancaria

In un editoriale per EurActiv, il membro del Bundestag tedesco Fabio De Masi (Die Linke), ex membro del Parlamento Europeo, ha respinto le raccomandazioni di Moody’s o BlackRock, sostenendo che sono irrilevanti, in quanto gli italiani non hanno votato per un governo conforme ai mercati come quello tedesco. Gli italiani ne hanno abbastanza della politica di austerità che ha rovinato la loro economia, ed anche l’osservanza dei Presidente Mattarella verso l’Euro non ha portato più stabilità al sistema finanziario italiano, anzi il contrario. Questo, ha aggiunto De Masi, dimostra ancora una volta che l’Eurozona accetta le decisioni democratiche solo se rientrano nei progetti di Bruxelles, Francoforte o Berlino.

La politica di austerità dei governi italiani precedenti è il motivo dell’ascesa del M5S e della Lega. L’Italia ha bisogno di investimenti e di regole che separino il settore degli investimenti pubblici dai parametri di Maastricht. “Ma soprattutto” conclude De Masi, di origine italiana come indica il nome, “l’Italia ha bisogno della separazione bancaria, la netta separazione tra banche commerciali e banche d’affari speculative, una riforma che è stata sempre bloccata dagli Eurocrati, e che è ormai urgente”.

Trump dovrebbe incontrare con urgenza Putin

Circola una petizione sul sito della Casa Bianca e quello della presidenza russa, in cui si chiede ai Presidenti Trump e Putin di incontrarsi al più presto per impedire una guerra. La petizione viene firmata da cittadini in tutto il mondo e invitiamo i nostri lettori a farlo. Da molto tempo questo bollettino sollecita tale vertice, anche per contrastare la narrativa del Russiagate che sta avvelenando i rapporti tra Stati Uniti e Russia. Se centomila persone firmeranno la petizione entro il 30 giugno, la Casa Bianca dovrà rispondere. Il testo della petizione è breve e va al nocciolo della questione: “Ronald Reagan disse una frase famosa: ‘una guerra nucleare non si può vincere ed è bene non combatterla. L’unico valore delle armi nucleari in possesso delle nostre due nazioni è far sì che non vengano mai usate’. Disgraziatamente, oggi una nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Russia costituisce una minaccia esistenziale per i popoli di ambedue le nazioni e per tutto il mondo. Chiediamo quindi al Presidente Trump di seguire le orme di Ronald Reagan e avviare un dialogo diretto col Presidente Putin in cerca di accordi solidi e verificati sulla sicurezza. Come ha detto più volte il Presidente Trump, ‘solo chi odia e chi è stupido’ non comprende che buoni rapporti tra Stati Uniti e Russia vanno a beneficio dell’America. Tutto sta a indicare che il Presidente Putin la pensi allo stesso modo per il suo Paese. Occorre organizzare al più presto un vertice tra i due”.

Firma la petizione qui: https://petitions.whitehouse.gov/petition/president-donald-trump-should-hold-early-summit-russian-president-vladimir-putin

Con un annuncio a piena pagina sul Washington Times il 21 maggio, Edward Lozansky, presidente dell’Università Americana a Mosca, e Jim Jatras, ex diplomatico americano ed ex consigliere della leadership del Senato americano, hanno spiegato il perché di questa iniziativa. “Non si può negare che oggi una seconda guerra fredda sia una realtà”, hanno detto, e in qualche modo “questa seconda guerra fredda è ancor più pericolosa della prima”. Oltre al massiccio arsenale nucleare da entrambe le parti, “ci sono stati ulteriori progressi nelle nuove tecnologie militari, in aree come le armi ipersoniche e la guerra cibernetica” (vedi https://www.washingtontimes.com/news/2018/may/21/president-trump-should-hold-early-summit-putin/). “Riteniamo che l’inerzia verso una catastrofe possa essere fermata solo dall’intervento personale del Presidente Donald Trump e del Presidente Vladimir Putin. Esortiamo quindi i due Presidenti a fissare un vertice il più presto possibile”.

I due annunci sono accompagnati da due immagini significative della cooperazione russo-americana nel passato: una, ideale, di Abramo Lincoln e Alessandro II che si stringono la mano, che ricorda come la Russia fosse pronta a intervenire durante la guerra civile americana a sostegno dell’Unione e contro la Confederazione creata dai britannici. La seconda, vera, mostra Ronald Reagan che stringe la mano a Mikhail Gorbaciov. Nel loro articolo, Lozansky e Jatras sottolineano che all’epoca di questi due leader erano state avviate iniziative che condussero alla fine della prima guerra fredda e riflettevano “il desiderio di ambo le parti a porre fine a uno scontro inutile e pericoloso”.

Russiagate: ormai evidenti le interferenze britanniche nelle elezioni americane

L’accusa che l’FBI abbia mandato un informatore nella campagna di Trump per tendergli una trappola, nota ora come “Spygate”, dimostra senza ogni ombra di dubbio che fu il Regno Unito, con le sue varie unità di intelligence, e non la Russia, a interferire nelle elezioni presidenziali americane del 2016, in combutta con funzionari di intelligence anti-Trump interni all’Amministrazione di Obama. I media dominanti negli Stati Uniti tentano di insabbiare questa operazione segreta, riducendo lo Spygate a un dibattito semantico, se il dispiegare agenti di intelligence nella campagna di Trump sia “spionaggio”, “infiltrazione”, una necessaria difesa contro l’aggressione russa o un esempio della paranoia di Trump.

La storia è complicata, come vedremo di seguito, ma sono emersi abbastanza fatti da poter affermare che vi fu una operazione congiunta degli intelligence britannico e americano destinata a tendere una trappola a funzionari dell’organizzazione elettorale di Trump con agenti provocatori. I protagonisti sono tre agenti legati alla CIA, all’FBI ed all’MI6: Joseph Mifsud, Alexander Downer e Stefan Halper. I tre furono mandati per manipolare i funzionari di basso livello di Trump Carter Page e George Papadopoulos, facendo loro credere di lavorare con reti di intelligence russe che volevano aiutare Trump. Lo scopo era stabilire collegamenti che in seguito potessero essere citati come canali di influsso russo nella campagna di Trump.

Questa operazione fu condotta tra il luglio e il settembre del 2016, all’epoca in cui Trump ottenne la nomina del Partito Repubblicano vincendo le primarie, e poco dopo che il direttore obamiano della CIA John Brennan ebbe creato una task force col direttore della National Intelligence James Clapper, allo scopo di indagare su presunti tentativi russi di influenzare il risultato delle elezioni. Inizialmente Brennan fu spinto in questa direzione da Robert Hannigan, allora capo della sezione britannica di guerra elettronica, il GCHQ. Egli e Clapper convinsero l’allora direttore dell’FBI James Comey e altri funzionari di intelligence ad alto livello, incluso l’agente di collegamento tra l’FBI e Brennan, Peter Strzok, ad aprire un’inchiesta dell’FBI. A Strzok fu ordinato di incontrare a Londra il 5 luglio l'”ex” agente dell’MI6 Christopher Steele, per essere informato sui promemoria preparati da Steele, che sostenevano l’esistenza di svariati canali di influsso russo su Trump, incluse le finte registrazioni a sfondo sessuale a scopo di ricatto. Il 31 luglio 2016 fu avviata l’inchiesta dell’FBI, usata per giustificare l’infiltrazione di spie che in realtà erano entrate in azione già da prima.

Lo scopo dell’operazione Mifsud/Downer/Halper è stato riassunto da George Parry nell’American Spectator del 22 maggio 2018. In “L’affare Papadopoulos: deprimente”, Parry scrive che lo sfortunato Papadopoulos fu “indotto a ripetere una storia finta su faccende sporche e sulla corrispondenza elettronica della Clinton, al fine di creare l’apparenza di una collusione tra la campagna Trump e i russi e una scusa per un’inchiesta dell’FBI su tale campagna”. In altre parole, una classica montatura in cui sono gli “inquirenti” a suggerire il “reato” per poi incolpare le proprie vittime.

Tutte le strade portano a Londra

Sin dall’inizio il movimento di LaRouche sostenne non esservi alcuna interferenza russa o collusione con Trump, ma semmai un tentativo congiunto delle agenzie di intelligence americane e britanniche di sconfiggere Trump, o destituirlo una volta eletto. Oltre all’articolo di Parry, che conferma l’analisi di LaRouche, ne sono apparsi altri che dicono lo stesso. Publius Tacitus, sul blog Sic Semper Tyrannis dell’ex specialista di intelligence militare Col. Pat Lang, ha scritto che le nuove prove “fugano ogni dubbio che i servizi britannici e americani abbiano collaborato in uno schema subdolo e fabbricato”.

Un altro articolo apparso sull’American Spectator il 25 maggio, a firma di George Newmayr e col titolo “la rete di spionaggio Londra-Langley”, dettaglia le nuove prove che stanno emergendo. Ancor più significativo è il blog Gateway Pundit, con un articolo di Jim Hoft, che sostiene un governo straniero abbia effettivamente interferito nelle elezioni, “ma il governo identificato è il Regno Unito, non la Russia”. Hoft afferma che coloro che hanno lanciato il Russiagate “erano disposti a rischiare la terza guerra mondiale con la Russia pur di non avere una presidenza di Trump.”

L’articolo fa capire che ciò che temevano di più gli autori della montatura è che Trump ribaltasse la politica che promuove lo scontro con la Russia e la Cina, da cui dipendevano la loro carriera e la loro ricchezza. Il fatto che Trump potesse portare gli Stati Uniti a collaborare pienamente con il Nuovo Paradigma che stava emergendo, guidato da Cina e Russia, spiega la campagna isterica senza precedenti nei suoi confronti, condotta dai media dell’establishment in Europa come negli Stati Uniti. È questo che ha portato alla finzione nota come Russiagate. Checché si dica della politica di Trump e del suo stile, egli è stato eletto dai cittadini americani e il Deep State non dovrebbe condurre un’ operazione di cambio di regime contro di lui.

Per informare i cittadini su ciò che sta accadendo, il LaRouche Political Action Committee ha pubblicato una dichiarazione in cui chiede al Presidente Trump di porre fine al “rapporto speciale” con la Gran Bretagna e desecretare tutti i documenti segreti sulla sua campagna.

Gorini a Radio Gamma 5: i governi si fanno per i cittadini, non per i mercati

La presidente di MoviSol Liliana Gorini è stata intervistata giovedì 31 maggio da Marisa Sottovia a Radio Gamma 5, sul golpe dei banchieri contro il legittimo governo italiano e come uscire da questa crisi. Ha ricordato che i governi si fanno per i cittadini, e non per i mercati, che sono la causa della crisi con le loro speculazioni e “invece di essere rassicurati, dovrebbero andare in galera”. Ha ricordato il quadro più ampio in cui si inserisce la crisi italiana, la crisi spagnola, con le possibile dimissioni dei Premier Rajoy, quella greca, causata dalla stessa Troika che vorrebbe “invadere l’Italia” stando alle parole dell’eurodeputato tedesco Ferber, ma anche la crisi tedesca, con Deutsche Bank che è sul punto del fallimento. Ha risposto a molte domande di ascoltatori, su chi siano “i mercati” e come speculino sui nostri titoli di stato, sullo spauracchio dello spread, che viene usato per fare terrorismo psicologico, in quanto non c’è legame diretto tra lo spread e i mutui (quelli a tassi fissi restano fissi, quelli a tassi variabili dipendono dall’Euribor e non dallo spread).

Il golpe dei banchieri contro l’Italia non farà cessare la ribellione all’impero in bancarotta

Il rifiuto di nominare Presidente del Consiglio il Prof. Conte da parte di Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica italiana, è un golpe, ordinato dagli stessi banchieri della City di Londra e della BCE, le cui politiche hanno quasi distrutto l’economia italiana, oltre a quelle della maggior parte delle nazioni aderenti all’Unione Europea. Mattarella non avrebbe accettato Paolo Savona quale Ministro dell’Economia, benché fosse stato scelto dai capi dei due partiti premiati alle recenti elezioni, il Movimento 5 Stelle e la Lega. Savona, un rispettato ex ministro, ha avuto l’audacia di sfidare le politiche fallimentari dell’Unione Europea e della BCE. Al posto della coalizione dei due partiti vincitori, Mattarella ha nominato quale potenziale Presidente del Consiglio dei Ministri un promotore dell’austerità, l’ex funzionario dell’FMI Carlo Cottarelli.

La scorsa settimana Helga Zepp-LaRouche aveva sottolineato l’importanza della vicenda italiana. Chiedendosi se i banchieri falliti raccolti dietro alla BCE avrebbero tentato di sovvertire il risultato delle recenti elezioni, nel corso delle quali i partiti di governo sono stati puniti puniti da elettori in rivolta, stanchi dell’austerità e dai salvataggi delle banche e dei prelievi forzosi. Il rifiuto dei partiti maggioritari espresso in modi differenti in tutta Europa, assieme alla vittoria elettorale di Trump negli Stati Uniti e alla Brexit, hanno inviato un messaggio inequivocabile, che soltanto gli arroganti “Signori dell’Universo” potrebbero sognarsi di negare, pur continuando a predicare la democrazia alla Russia e alla Cina, mentre conducono colpi di stato quando le scelte democratiche non risultano loro gradite, negli Stati Uniti con il Russiagate e ora in Italia.

Non è certo che queste odiose élite riusciranno a soffocare la volontà popolare, specialmente se la politica cinese della Nuova Via della Seta andrà conquistando consensi, non più soltanto in Asia e in Africa, ma anche in Europa. Mentre hanno lanciato una provocazione dopo l’altra (il tentativo di spodestare Trump, l’isolamento di Putin e di Xi Jinping) pur a rischio di un conflitto nucleare mondiale, le reti della geopolitica dirette da Londra non sono riuscite a rallentare il consolidamento del Nuovo Paradigma a partire dall’Asia e dell’Africa.

Questi sono i temi della consueta videoconferenza di Helga Zepp-LaRouche che si terrà giovedì 1 giugno alle ore 18 sul sito newparadigm.schillerinistute,com.

Il fantasma di Herrhausen aleggia su Deutsche Bank

Il 24 maggio l’annuncio di Deutsche Bank che ridurrà “ben oltre” settemila posti di lavoro (alcuni dicono diecimila), o oltre il 10% dei suoi 97mila dipendenti, con la sua banca d’affari che dovrebbe perdere il 25% dei suoi dipendenti, è stato sufficiente a provocare grande ansia tra i banchieri londinesi.

Pochi giorni prima, in un’intervista a Handelsblatt, l’economista capo di Deutsche Bank David Folkerts-Landau aveva elencato i peccati della banca e del suo management sin dagli anni Novanta, che hanno trasformato la principale banca tedesca in una banca d’affari in stile anglo-sassone, facendone di fatto un hedge fund (termine che ha usato lui stesso). L’ex AD Josef Ackermann, licenziato nel 2013, era “fissato sull’obiettivo magico del 25% di rendimento del capitale proprio al lordo delle imposte” che “poteva essere ottenuto solo accettando di correre grossi rischi finanziari ed etici”.

Il mea culpa di Folkerts-Landau non ha frenato la discesa delle azioni della banca, ma ha alimentato quasi una rivolta all’assemblea generale annuale della banca, nel corso della quale è stato fatto il tentativo di estromettere il presidente di Deutsche Bank Paul Achleitner. Anche se il tentativo è fallito, i giorni di Achleitner sono contati e magari egli stesso non vede l’ora di tornare nella sua nativa Austria.

Anche Christian Sewing, che ha trascorso tutta la sua carriera nella banca e ha sostituito il mese scorso l’AD britannico John Cryan, è stato fortemente criticato. Anche se Sewing ha promesso di ridimensionare il settore d’affari della banca a favore di quello tradizionale commerciale, resta da vedere se tornerà ai principii di prudente attività bancaria o si limiterà a ridurre e fare un piccolo repulisti nel tentativo disperato di salvare la banca. Ma il tempo sta per scadere. Le azioni di Deutsche Bank hanno subìto un calo al punto che la capitalizzazione di mercato della banca è ora di 18 miliardi di Euro. E solo i derivati di livello 3 della banca (ovvero con valore di mercato zero) sono 33 miliardi. Le azioni sono alla quota pericolosa di 10 Euro, sotto la quale si potrebbe scatenare una svendita da panico che renderebbe impossibile impedire la bancarotta.

Ciononostante, l’attuale politica di gestione solleva la questione posta da Lyndon LaRouche nel luglio 2016 quando chiese che Deutsche Bank venisse salvata con una ricapitalizzazione di emergenza per via delle implicazioni sistemiche di una sua bancarotta, in quanto né il governo tedesco con il suo PIL di 4.000 miliardi di Euro, né l’UE con un PIL di 18.000 miliardi di Euro sarebbe stata capace di controllare l’effetto domino di una bancarotta disordinata.

Tuttavia, LaRouche pose la condizione di un immediato ritorno della banca alla tradizione che era prevalsa fino al 1989 sotto la guida di Alfred Herrhausen, che era orientato a sostenere gli interessi dell’economia reale tedesca. Prima del suo assassinio nel 1989 per mano della terza generazione della banda Baader-Meinhof (RAF), Herrhausen aveva difeso la cancellazione del debito impagabile dei Paesi in via di sviluppo e l’estensione di credito a lungo termine per progetti di sviluppo ben definiti. All’epoca del suo assassinio si era detto a favore dell’industrializzazione dell’Europa orientale, in coerenza con i criteri adottati dalla Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW) nella ricostruzione della Germania dopo il 1945, una prospettiva molto diversa dalla terapia d’urto che fu applicata in seguito.

Un ritorno ai principii sani di Herrhausen trasformerebbe Deutsche Bank in un partner utile per la politica Belt and Road della Cina.

Bloccato il tentato golpe della BCE contro il governo italiano: i mercati sono alla disperazione

di Liliana Gorini, presidente di MoviSol

Con un intervento che va contro le regole più fondamentali della democrazia e del diritto internazionale, l’Europa ha bocciato il governo del cambiamento che si stava formando in Italia, e che godeva di una chiara maggioranza parlamentare, tentando di imporre l’ennesimo governo tecnico, pronto da mesi, guidato da Carlo Cottarelli, che si proponeva solo di ridurre il debito pubblico, ed aveva il sostegno soltanto del PD, il partito uscito sconfitto alle elezioni del 4 marzo.

E’ l’ennesimo esempio di quella “sospensione della democrazia” chiesta anni fa dall’Unione Europea quando impose il pareggio di bilancio come unico scopo di ogni governo in Europa, o della “democrazia conforme ai mercati” di cui parla la Cancelliera tedesca Angela Merkel. L’aspetto paradossale, e senza precedenti nella storia della Repubblica, sono state le motivazioni addotte dal Presidente Mattarella per aver bocciato la lista di ministri presentata dal Presidente incaricato Conte: Mattarella ha detto espressamente di aver bocciato il Prof. Paolo Savona, rinomato economista, più volte ministro, già capo di Confindustria, per non indispettire gli “investitori stranieri” che temono che l’Italia esca dall’Euro, e questo benché nel contratto di governo, e nella dichiarazione del Prof. Savona di domenica pomeriggio, non si parlasse di uscita dall’Euro, ma di cambiare la fallimentare politica di austerità dell’Europa, che ha provocato in Italia “fenomeni di povertà, minore reddito e maggiori disuguaglianze”.

Nei giorni che hanno preceduto questo inammissibile colpo di mano contro un governo legittimo, atteso con grande speranza dagli italiani, il Presidente Mattarella si sarebbe sentito più volte con il capo della BCE Mario Draghi, lo stesso Mario Draghi che nel 2011 impose il governo tecnico di Monti, non eletto dagli italiani, con una lettera che ne dettava i compiti. Anche il Presidente francese Macron ha interferito pesantemente con questa decisione, chiamando Conte prima del suo incontro ufficiale al Quirinale per chiedere che togliesse il nome del Prof. Savona dalla lista di ministri, e il giorno dopo sostenendo Mattarella per averlo bocciato. La stampa che fa capo alla City di Londra ed alle lobby finanziarie, responsabili della crisi gravissima in cui versiamo con le loro speculazioni, si è permessa di insultare non soltanto la Lega e il Movimento Cinque Stelle, che avevano lavorato alacremente ad un programma di governo per rilanciare il lavoro e combattere la povertà, ma tutto il popolo italiano, definendoci “barbari” (Financial Times) e “scrocconi” (Der Spiegel). Non sono piaciute all’Europa, ed agli speculatori per cui lavora, le immediate reazioni di Matteo Salvini (“meglio barbari che servi”) e Luigi Di Maio (“come si permettono”). All’indomani del colpo di mano di Mattarella, in nessun modo giustificato dalla Costituzione italiana, il quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt ha gioito “ha fatto bene, forza Mattarella”.

La domanda che si pongono in molti è: perché imporre con la forza un governo tecnico che durerà al massimo tre mesi, non avendo la maggioranza in Parlamento, e che secondo D’Alema farà aumentare il voto della coalizione di governo appena silurata dal 60% all’80% dei consensi? I mercati finanziari sono così disperati da voler prendere tempo anche solo per tre mesi?

Questo sembra essere il motivo del golpe. Deutsche Bank è sull’orlo del fallimento, la sua esposizione in derivati è ad un livello tale che perfino il loro economista capo David Folkerts-Landau denuncia il fatto che sia ormai ridotta ad un hedge fund. Come ha giustamente rilevato l’economista Alberto Bagnai, eletto nelle liste della Lega, in una intervista alla radio “l’Euro potrebbe saltare non per colpa nostra. Deutsche Bank sta per licenziare 7000 dipendenti, tutte queste banche hanno pesanti esposizioni in prodotti derivati. Poniamo che salti per aria la finanza privata tedesca invece della finanza pubblica italiana, dobbiamo essere preparati a questa evenienza”. Anche il leader pentastellato Alessandro Di Battista, intervistato il 28 maggio da Lilli Gruber, denuncia: “hanno impedito questo governo perché hanno paura della separazione bancaria tra banche commerciali e banche d’affari e della creazione di una banca pubblica di investimenti”.

Più che il timore di un’uscita dall’Euro, del tutto ingiustificato, ciò che ha fatto saltare i nervi ai mercati è il fatto che il governo Salvini-Di Maio prevedesse nel suo contratto di governo due punti programmatici cari al movimento di LaRouche, il ripristino della legge Glass-Steagall, che finalmente toglierebbe ogni garanzia dello Stato agli speculatori, e una banca nazionale per il credito all’economia reale. Il sistema finanziario attuale è talmente marcio, e sul punto di esplodere, che non può permettere che se ne discuta, tanto meno che questi punti siano nel programma di un governo di un Paese importante come l’Italia, tra i fondatori dell’Europa. Ed è per tenere in piedi questo sistema finanziario marcio e ingiusto che i governi precedenti, da Monti a Gentiloni, ci hanno imposto misure draconiane di austerità.

L’Europa, l’UE, la Troika, la BCE, gli economisti e la stampa dell’establishment si rifiutano istericamente di capire che è in atto da due anni un Nuovo Paradigma, che ha trovato espressione nel voto per la Brexit, nella vittoria di Trump alle presidenziali americane, nel NO al referendum da noi, e ora nel voto del 4 marzo, così come trova espressione nell’adesione di due terzi del mondo alla Nuova Via della Seta, l’Iniziativa Belt and Road promossa dal Presidente cinese Xi Jinping che prevede massicci investimenti in grandi progetti infrastrutturali, ed una politica di cooperazione economica win-win al posto della politica di scontro geopolitico voluta dalla grande finanza, che porta solo alla guerra.

Ma non sono riusciti ad impedire il governo del cambiamento, che si è finalmente formato il 31 maggio, con un ripensamento del Presidente Mattarella di fronte all’assenza di voti per un governo tecnico. Quanto agli “investitori stranieri” ed alle loro preoccupazioni sul nostro Paese, ripeto quanto dichiaro in articoli e interviste da molti anni: i mercati non vanno rassicurati, vanno mandati in galera, per aver speculato sui nostri titoli di Stato, per aver indotto al suicidio due pensionati che avevano perso tutti i loro risparmi nei loro titoli tossici, per aver imposto il bail-in, che significa il furto dei nostri risparmi.

Il Presidente Mattarella ha dichiarato di aver posto il veto su Savona perché vuole tutelare i nostri risparmi. L’unico modo per tutelare i nostri risparmi non è quello di obbedire ai diktat di Bruxelles, ma è quello di adottare le 4 leggi di LaRouche (1. Glass-Steagall, 2. banca nazionale 3. credito pubblico, 4. investimenti nell’alta tecnologia, fusione nucleare e ricerca spaziale) e ci auguriamo quindi che il governo uscito dalle urne del 4 marzo applichi queste misure, anche per rispondere per le rime alla finanza speculativa che ha tentato, inutilmente, di silurarlo, e che tenterà di porre ogni ostacolo sul suo cammino.

In altre lingue

EN > ECB Stages Coup Against Legitimate Government of Italy, Markets in Despair

FR > Le coup d’Etat de la BCE contre l’Italie, un aveu de faiblesse

L’establishment transatlantico sente che vacilla il suo potere

L’establishment transatlantico ha reagito con un vero e proprio panico ai negoziati per la formazione del governo in Italia. Il fatto che potesse andare al governo una coalizione euroscettica e, per di più, con la separazione bancaria nel programma, ha spinto i burocrati e i loro controllori a una “fuga in avanti” nel tentativo di bloccare il processo.

Il tentativo sembra essere temporaneamente riuscito, ma ciò non impedirà ai popoli europei di ribellarsi contro le politiche di globalizzazione, deindustrializzazione e austerità degli scorsi decenni, che hanno causato l’aumento della povertà e, al contempo, salvato banchieri e speculatori su ambo le sponde dell’Atlantico. È stata questa rivolta che ha portato alla vittoria a sorpresa di Donald Trump negli Stati Uniti.

L’isteria dell’establishment si spiega in parte con il fatto che sta per scoppiare un’altra crisi finanziaria dalle conseguenze più gravi di quelle del 2007-2008, come un numero crescente di “esperti” riconosce. Il sito Mauldin Economics, riferendosi all’esplosione della bolla globale del debito societario, ha intitolato il suo editoriale del 17 maggio “Una crisi di liquidità di proporzioni bibliche sta per abbattersi su di noi”. Anche presso la Deutsche Bank si deve aver capito che cosa si sta preparando, se le dichiarazioni del suo economista capo riflettono qualcosa.

Intanto in Asia sta prendendo forma una nuova prospettiva. Nonostante le incertezze che circondano il vertice Trump-Kim e la virulenta opposizione interna con cui ha a che fare continuamente il Presidente americano, sulla penisola coreana la diplomazia fa progressi. Procedono anche i negoziati tra Washington e Pechino per una soluzione agli squilibri commerciali. La Russia ha riaffermato il proprio ruolo internazionale al Forum Internazionale di San Pietroburgo appena conclusosi, dove gli ospiti d’onore erano il Giappone e la Francia. Sia il Premier giapponese Shinzo Abe sia il Presidente francese Macron (per questi si trattava della prima visita in Russia), sia il Vicepresidente cinese Wang Qishan vi hanno partecipato.

Nonostante le sanzioni internazionali, il Forum ha fatto registrare un numero insuperato di partecipanti e di accordi firmati. La delegazione più nutrita era quella statunitense (a dispetto del “Russiagate”), con cinquecentocinquanta persone, seguita da quella giapponese e da quella francese.

Macron si è detto aperto al dialogo e alla cooperazione con la Russia. Angela Merkel è stata recentemente in Russia e in Cina. Salteranno anch’essi sul carro della cooperazione in-win prima che sia troppo tardi? Se prevalesse definitivamente sul “deep state”, anche Trump potrebbero farlo.

Helga LaRouche: il nuovo governo a Roma è l’opportunità per riorganizzare l’Europa!

Pubblichiamo quasi integralmente l’editoriale di Helga Zepp-LaRouche, presidente di MoviSol tedesco, sul settimanale tedesco Neue Solidaritaet.

Non è un caso che le reazioni al nuovo governo in Italia siano più isteriche di quelle che ci furono quando fu eletto Trump. Ci sono due possibilità: guerra finanziaria, suggerita da taluni, e quindi la fine dell’Euro e dell’UE, col pericolo che si giunga a sviluppi come quelli negli Anni Venti e Trenta, oppure cogliere questa opportunità, offerta da aspetti positivi del contratto di governo, come la separazione bancaria o una banca per gli investimenti, per una urgente riorganizzazione del sistema finanziario transatlantico.

Con una preoccupante combinazione di arroganza e mancata comprensione dell’economia, politici ed esponenti dei media sono arrivati a dire che all’Italia andrebbe messa una museruola (Claus Kleber a ZDF), che il nuovo governo sarebbe una “missione suicida” (Spiegel), che il programma di governo “porterebbe l’Italia all’insolvenza (Times di Londra), che all’Italia del “dolce far niente” piace farsi finanziare dagli altri, per non parlare delle vere e proprie minacce provenienti da esponenti dell’UE. Dovrebbe far riflette il fatto che ambienti che normalmente si mostrano indignati per la presunta carenza di democrazia in Cina, non esitino a ridicolizzare il voto di uno stato membro dell’UE.

Questi rappresentanti dell’establishment liberista, esattamente come Hillary Clinton, sono incapaci di riflettere sui motivi per cui gli elettori hanno respinto una politica che considerano un assalto contro i propri livelli di vita e il proprio futuro. La rivolta contro questa politica, che fa solo gli interessi delle banche e degli speculatori, è iniziata con la Brexit e proseguita con la vittoria elettorale di Trump, il NO al referendum in Italia, le elezioni in Austria, e ora le elezioni in Italia.

Il motivo per cui hanno vinto due partiti euroscettici è evidente. L’esperienza fatta dall’Italia con la politica di austerità imposta da Bruxelles e Schäuble è stata negativa. Per rispettare i criteri di Maastricht l’economia italiana è andata dalla stagnazione alla recessione, la disoccupazione è arrivata al 20%, quella giovanile al Sud al 60%, 250.000 italiani sono emigrati all’estero nel 2017, più di quelli del dopoguerra, il sistema sanitario ha subito forti tagli. Di fronte all’ondata migratoria l’UE ha piantato in asso l’Italia.

Eppure l’Italia negli ultimi anni ha fatto la prima della classe nel seguire i diktat dell’UE. Grazie all’austerità draconiana imposta dall’UE il reddito medio è sceso al di sotto di quello della Spagna e la produzione ha registrato un calo del 20% rispetto al 2008. Queste misure hanno aggravato il divario tra il nord industrializzato e il sud meno sviluppato.

Il miglior esempio del cambiamento di umore nei confronti dell’UE e dell’Unione monetaria europea è l’economista Paolo Savona, che si è trasformato da fautore dell’Euro a deciso oppositore quando ha osservato le conseguenze che ha avuto sull’economia italiana. Savona, banchiere e ministro in precedenti governi, ha proposto un “Piano B” se la permanenza nell’Euro fosse risultata dannosa per l’economia italiana. Ha definito l’Euro una “prigione tedesca” per l’Italia. In Italia come in Grecia, la questione resta quella delle banche speculative.

E’ significativo che il Presidente incaricato Conte abbia incontrato le vittime del bail-in nell’ambito delle consultazioni per la formazione del nuovo governo. Ha promesso che chi è stato truffato dalle banche toscane e venete verrà risarcito.

I liberisti che si infuriano tanto col governo italiano, dovrebbero essere contenti che un governo importante in Europa faccia proposte concrete su come risolvere la crisi finanziaria in corso. Il prossimo crac potrebbe verificarsi in qualsiasi momento, sgretolando le fondamenta della nostra società. E i partiti che si definiscono “cristiani” in Germania farebbero bene a leggere il documento della Congregazione sulla Dottrina della Fede in Vaticano in cui si afferma che i derivati sono “una bomba ad orologeria” e che l’attuale sistema finanziario è inaccettabile sia dal punto di vista economico sia da quello morale.

Ciò che è necessario è adottare il programma proposto da Lyndon LaRouche con le sue “quattro leggi”, prima di tutto il ripristino della netta separazione bancaria con la legge Glass-Steagall, una banca nazionale per gli investimenti nell’economia reale, un sistema creditizio nazionale e l’aumento della produttività dell’economia con un programma d’urto sulla fusione nucleare e la ricerca spaziale.

Helga Zepp-LaRouche

Sarà incriminato l’ex capo della CIA Brennan?

Nelle ultime settimane l’oggetto dell’inchiesta Russiagate si è spostata dal Presidente Trump ai suoi accusatori. Quasi tutti i personaggi sotto inchiesta sono ex funzionari del Dipartimento di Giustizia americano, in particolare dell’FBI. Ora è sotto i riflettori anche l’ex direttore della CIA John Brennan, che sembra molto preoccupato di ciò che potrà accadere in seguito.

L’inchiesta si è spostata su Brennan quando la sua vicedirettrice, Gina Haspel, è stata nominata nuovo capo della CIA. La Haspel è arrivata con un pesante bagaglio, in quanto partecipò di persona alle torture di sospetti di terrorismo in un carcere in Thailandia, e ha ammesso di aver partecipato alla distruzione dei documenti relativi. Nonostante questo, è stata confermata dal Senato grazie a pressioni esercitate a suo favore da Brennan e altri ex direttori della CIA, così come da parte dell’ex direttore della National Intelligence James Clapper, che collaborò con Brennan nel promuovere il Russiagate.

Il Sen. Rand Paul ha inviato alla Haspel una lettera in cui chiede se ella “o altri nella CIA” abbiano “collaborato con servizi di intelligence stranieri” per mettere sotto sorveglianza la sua o altre campagne elettorali, inclusa quella del Presidente Trump. Naturalmente la domanda del Sen. Paul era retorica, in quanto è stato accertato che la parte americana dell’inchiesta sul Russiagate fu avviata da Brennan all’inizio dell’estate del 2016, dopo un incontro col capo dell’ente spionistico britannico GCHQ. Paul ha sottolineato in una serie di interviste televisive che è illegale che la CIA spii gli americani. Per questo, “chiese John Brennan all’intelligence britannico di spiare per lui sugli americani?”

Durante un’audizione al Senato nel 2017, Brennan stesso ammise di essere intervenuto di persona per indurre il direttore dell’FBI James Comey a indagare su presunte interferenze russe nelle elezioni e sulla presunta collusione tra Trump e i russi, di cui era stato informato da ambienti dei servizi segreti britannici. Nel luglio 2016, all’epoca in cui Trump ottenne la nomina presidenziale, Comey istituì una task force nell’FBI, che ricevette il finto dossier compilato da un “ex” agente dell’MI6 britannico, Christopher Steele, che divenne la base delle accuse di collusione.

Inoltre, numerosi media hanno riferito che l’FBI infiltrò un agente nell’organizzazione elettorale di Trump. L’agente, che non è stato ancora identificato ufficialmente, potrebbe essere responsabile di aver presentato due funzionari minori della campagna di Trump, George Papadapoulos e Carter Page, a funzionari russi. In altre parole, la CIA e l’FBI avrebbero collaborato per creare una montatura contro la campagna di Trump, in modo da poter accusare quest’ultimo di collusione con la Russia!

Trump ha risposto con un tweet, nel quale afferma che se l’FBI davvero “infiltrò un informatore” nella sua organizzazione elettorale, allora “questo è peggio del Watergate!”.

Ciò fornisce una risposta alla domanda posta dal presidente della Commissione sull’Intelligence della Camera dei Rappresentanti, Nunes: “Se non avevano prove di collusione coi russi” ha dichiarato, riferendosi ad un rapporto della sua commissione che è giunto a questa conclusione, “c’è da chiedersi: perché avviarono questa inchiesta.” Se Nunes indagasse sul ruolo di Brennan, di tutto il Deep State e dell’intelligence britannico, invece di lasciarsi andare anche lui a un’assurda russofobia, potrebbe rispondere a questa domanda. Fin dall’inizio, le accuse contro Trump miravano a impedirgli di rompere con la dottrina imperiale dei neoconservatori e di cooperare con il Presidente Putin.

Si evolve positivamente il negoziato commerciale USA-Cina

Il pericolo di una crisi commerciale tra Stati Uniti e Cina è stato sventato grazie all’incontro tra il Presidente americano Trump e il Vicepremier cinese Liu Hu il 17 maggio. Quest’ultimo era a Washington per colloqui dedicati alla riduzione dello squilibrio commerciale dopo che Trump aveva tolto le restrizioni al gigante informatico cinese ZTE. Trump è andato contro il suo team economico chiedendo una moratoria sulla misura che era stata proposta.

I colloqui commerciali tra la delegazione americana e quella cinese sono stati alquanto infuocati, con gli americani che chiedevano ai cinesi di ridurre quest’anno il loro surplus commerciale con gli Stati Uniti di 200 miliardi di dollari, una misura draconiana che avrebbe gravi ripercussioni sull’economia cinese se venisse applicata. Dopo le discussioni tra le delegazioni, Liu He ha incontrato personalmente Trump indicando ciò che è pronto a fare il governo cinese. Ha sottolineato che il buon rapporto di lavoro tra il Presidente Trump e il Presidente cinese Xi (nella foto) è stato determinante per giungere a un accordo.

In un comunicato rilasciato dopo l’incontro, si afferma che la Cina acquisterà più prodotti dagli Stati Uniti: non solo i prodotti agricoli che ha sempre acquistato, ma pure energia, forse anche nella forma delle discusse esportazioni di gas naturale liquefatto dall’Alaska. Il comunicato indica anche che la Cina acquisterà più beni e servizi industriali e sottolinea la “necessità di creare condizioni più favorevoli” al proposito. In realtà, i cinesi vorrebbero acquistare più alta tecnologia, ma non possono farlo per le rigide restrizioni che sono state loro imposte. Tali restrizioni saranno allentate in modo che la Cina possa acquistare i prodotti di cui ha bisogno? Il comunicato non è chiaro su questo. Una delegazione americana si recherà a Pechino per discutere i dettagli dell’accordo.

In un’intervista per CCTV dopo l’incontro, il Vicepremier Liu esprime soddisfazione per il suo incontro col Presidente Trump, ma indica anche che occorrerà tempo aggiuntivo per risolvere i problemi strutturali di fondo che sono alla base dello squilibrio commerciale.

Il Global Times ha parlato positivamente dell’accordo, scrivendo che esso “segue il principio win-win. Gli Stati Uniti avranno l’occasione di ridurre il loro deficit commerciale con la Cina e la Cina potrà acquistare i beni americani che servono per lo sviluppo del Paese e della vita del suo popolo”.

Di contro, i neoconservatori e liberisti che conducono una campagna d’odio contro la Cina hanno lanciato una mobilitazione al Congresso per tentare di sabotare l’accordo.

Il Deep State di Obama colluso coi servizi segreti britannici

Alla fine della settimana il Viceministro della Giustizia Rod Rosenstein ha ceduto alle pressioni, incaricando l’Ispettore Generale del suo Ministero dell’indagine sull’ipotizzata infiltrazione dell’FBI e del Ministero della Giustizia nello staff elettorale di Trump nel 2016. Rosenstein ha aggiunto che se l’indagine confermasse i sospetti verranno “prese le misure appropriate”. Stando a nuove rivelazioni, oltre ai crimini e alla corruzione dell’FBI e dela Giustizia si aggiungono le violazioni della CIA, in particolar modo nella persona dell’allora direttore John Brennan, nel coordinamento di un’operazione contro Trump in “combutta con lo straniero”, l’Impero Britannico (l’MI6 e il GCHQ).

Le reti obamiane e di Sua Maestà che stanno dietro al Russiagate hanno agito per conto del cartello finanziario e bancario mondiale, che ha sede nella City londinese e a Wall Street. Mentre si scopre sempre più lo squallore di queste operazioni, che, essendo dirette contro Trump, minacciano gli Stati Uniti stessi, diventa sempre più evidente il fatto che il casinò speculativo globale è vicino ad un nuovo crac senza precedenti. La ricetta contro il crac pensata dai suoi responsabili è la solita: colpi di stato, guerre per procura, terrorismo, sanzioni; il tutto per gettare fumo negli occhi.

Questa volta, tuttavia, le cose si mettono diversamente, in quanto il Nuovo Paradigma che sta rapidamente sostituendo lo status quo delle élite finanziarie e dei cultori della geopolitica, prende sempre più forza. Lunedì scorso Helga Zepp-LaRouche ha espresso la convinzione che per neutralizzare il golpe negli Stati Uniti sia necessario attuare le “quattro leggi” elaborate da Lyndon LaRouche e mobilitare molti Paesi, Germania compresa, entro la Nuova Via della Seta. “Questa battaglia può essere vinta”, ha affermato. “Abbiamo percorso una lunga strada e ancora molte battaglie da combattere, ma la storia sarà plasmata dalle idee di Lyndon H. LaRouche”.

Helga Zepp-LaRouche vi attende alla prossima videoconferenza, giovedì 24 maggio 2018, sul sito newparadigm.schillerinstitute.com per invitarvi a unirvi al nostro movimento e dare forma con noi al futuro.

Nonostante le molteplici crisi, il fattore determinante è il “quadro più ampio”

La spinta propulsiva nei rapporti internazionali è oggi il paradigma “win-win” e il ripudio della geopolitica da esso rappresentato. Tuttavia, vi sono numerosi punti caldi che potrebbero sfociare in un più ampio conflitto. Il mondo ha assistito all’eccidio di civili palestinesi da parte dell’esercito israeliano il 14 maggio, giorno nel quale gli Stati Uniti hanno inaugurato l’ambasciata a Gerusalemme. Allo stesso tempo, Israele e Iran hanno condotto azioni militari e lanciato minacce reciproche che potrebbero travolgere l’Asia Sudoccidentale. La soluzione della crisi coreana non è compromessa, nonostante i tentativi del “partito della guerra” di far deragliare il processo. In quel contesto, i nordcoreani hanno stigmatizzato una dichiarazione fatta dal Consigliere di Sicurezza Nazionale John Bolton alcune settimane fa, nella quale questi suggeriva di applicare a Pyongyang il “modello libico” di disarmo nucleare. Ciò ha costretto Trump a chiarire di non avere alcuna intenzione di adottare il cambio di regime come fu fatto in Libia.

Sul fronte commerciale, i negoziati tra gli Stati Uniti e la Cina, che i media avevano già condannato al fallimento, si sono rivelati produttivi; in particolare dopo una discussione privata tra il Vice Premier cinese Liu He e Donald Trump alla Casa Bianca e grazie anche al buon rapporto di lavoro stabilito tra i Presidenti delle due nazioni.

Rimane ancora senza risposta l’interrogativo sui futuri sviluppi dell’accordo P5+1 con l’Iran, dal quale gli Stati Uniti si sono ufficialmente ritirati l’8 maggio, cosa che non è passata inosservata a Pyongyang. L’UE approfitta del ruolo del “cattivo” momentaneamente recitato dagli Stati Uniti, per mostrarsi amica di Teheran e indipendente dall’alleato americano. Ma gli attacchi di Trump al gasdotto Nord Stream 2 costringono la Germania a dialogare con la Russia e così la Merkel è volata a Soci per incontrare Putin. Un incontro tra Trump e Putin (nella foto) sarebbe a questo punto decisivo per risolvere i conflitti in corso.

I rapporti con la Russia sono una chiave per il futuro del mondo. In questo contesto, se il governo M5S-Lega verrà alla luce in Italia, l’asse della politica estera si sposterà in senso positivo in Europa.

Firmate la petizione per un incontro urgente tra Trump e Putin: https://petitions.whitehouse.gov/petition/president-donald-trump-should-hold-early-summit-russian-president-vladimir-putin

Il nuovo governo italiano potrebbe cambiare le regole del gioco

Se vedrà la luce, quello formato da M5S e Lega sarà il primo governo “populista” in Europa e, anche se le posizioni anti-UE presenti nella prima bozza del “Contatto per il governo del cambiamento” sono state sensibilmente ammorbidite e se nei posti chiave, dalla Presidenza del Consiglio agli Esteri al Tesoro, compariranno figure gradite a Bruxelles, esso è già un “game changer” nel quadro strategico.

Nel “Contratto” si ribadisce la fedeltà all’alleanza atlantica, “con una apertura alla Russia, da percepirsi non come una minaccia ma quale partner economico e commerciale potenzialmente sempre più rilevante”. In politica economica, si annunciano una linea di flessibilità di bilancio, una banca statale per gli investimenti, il rifiuto del bail-in e la preferenza per un regime di separazione bancaria.

Già il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire ha messo le mani avanti, minacciando che se non verranno mantenuti gli impegni su “debito, deficit e consolidamento bancario, l’intera stabilità dell’Eurozona è minacciata”.

Al di là dei proclami e delle minacce, il Sen. Alberto Bagnai (a sinistra nella foto ad un incontro al Parlamento Europeo nel 2017, con Salvini, Zanni e Borghi), noto economista progressista che ha scelto la Lega per portare avanti la battaglia sovranista, ha spiegato a Radio Anch’io: “Vogliamo mettere l’Italia in condizioni di far meglio e questo non nell’interesse nostro, ma della stessa Europa che, se costringesse Paesi come l’Italia – e lo sta facendo – a operare al disotto delle proprie capacità, si condannerebbe fatalmente al fallimento. Noi non vogliamo fare la guerra a nessuno, né alla BCE né all’Europa. Vogliamo semplicemente mettere il nostro Paese in condizioni di ripartire ed esprimere le sue potenzialità”.

Rispondendo al richiamo all’ordine del Commissario Dombrovskis, Bagnai ha affermato: “Dombrovskis (…) viene dalla Lettonia, un Paese che ha meno abitanti della città di Roma (…). Dalla crisi che ha colpito il Paese come tutti noi nel 2009, la Lettonia è riuscita a far diminuire il suo tasso di disoccupazione di quasi dieci punti. Sa come ha fatto? Glie lo dico io: il dieci per cento e fischia della forza lavoro è emigrata. Lei si immagini il dieci per cento degli italiani che emigrano: sei milioni. Vogliamo questo? Io credo di no.”

Bagnai, che sembra svolgerà un ruolo di punta al Senato (è già stato nominato relatore sul Def), ha anche indicato la via strategica dello sviluppo in un intervento a Olbia, nell’ambito della campagna per le elezioni regionali del 10 giugno. “La Sardegna – ha detto – ha una opportunità negli sviluppi globali. Ha una posizione centrale nel Mediterraneo che ne fa un hub logistico estremamente importante. E quindi c’è anche un discorso di negoziare con l’Europa, ma forse prima di tutto con noi stessi, un certo nuovo modo di gestire il fatto che le nuove rotte dall’Oriente verso l’Occidente – la famosa Belt and Road Initiative, quella che si chiama Nuova Via della Seta – trovi dei terminali importanti per esempio anche in questa regione. E questo sarebbe un modo per contribuire a rafforzarne lo sviluppo.”

Sarà da vedere se questa linea pro-sviluppo prevarrà nell’azione del governo, o se la fazione decrescitista del M5S, che ha subito una battuta d’arresto quando nel Contratto di governo è stata cancellata la sospensione della TAV Torino-Lione, tornerà all’assalto, riuscendo a pregiudicare il rilancio delle grandi opere necessarie per partecipare alla Belt and Road.

Alberto Bagnai a Olbia sulla Nuova Via della Seta

Dal convegno della Gilda degli Insegnanti del 3 maggio 2017:
“Scuola ed economia: alla ricerca della soluzione alla comune crisi”



Movisol a Melegnano: separazione bancaria e infrastrutture per rilanciare l’economia reale

Venerdì 18 maggio Massimo Lodi Rizzini, economista di Movisol (a sinistra nella foto), era tra i relatori ad una conferenza su “Europa: quale futuro – dalla crisi bancaria all’immigrazione incontrollata” che si è tenuta a Melegnano, nella Sala Consiliare, su iniziativa della Lega. Gli altri relatori erano gli on. Rondini e Guidesi, della Lega, che hanno duramente criticato l’Europa che non sembra disposta ad accettare il voto degli italiani e si accanisce contro il nostro paese.

Massimo Lodi Rizzini ha sottolineato nel suo intervento l’importanza della presenza della separazione bancaria e della banca di investimento tra i punti del programma di governo concordato tra Lega e Cinque Stelle, due delle quattro leggi di LaRouche (Glass-Steagall, banca nazionale, un sistema creditizio nazionale ed un programma d’urto basato sulla fusione nucleare). “L’Europa sta saccheggiando il nostro paese per tenere in piedi una bolla speculativa insalvabile” ha detto, facendo l’esempio dell’esposizione in derivati di Deutsche Bank. E’ importante, ha aggiunto, che anche le grandi opere facciano parte del programma di governo, superando l’opposizione dei No Tav. Quanto all’immigrazione incontrollata, ha ricordato che il problema potrà essere risolto con un Piano Marshall per lo sviluppo dell’Africa.

“L’Italia non è povera di materie prime” ha detto “possiede la materia prima più importante, che è la creatività umana, che deve essere finanziata e promossa con il credito pubblico, come sottolinea LaRouche”.

Moon a Kim: integrare la penisola coreana con la Belt and Road

Un articolo pubblicato il 7 maggio del South China Morning Post (SCMP) dettaglia il contenuto delle proposte economiche che il Presidente sudcoreano Moon Jae-in (nella foto) avrebbe consegnato al collega nordcoreano Kim Jong-un durante il loro incontro del 27 aprile. L’articolo del SCMP è intitolato “Seul offre a Kim Jong-un un ottimo accordo per collegare le economie delle Coree del Nord e del Sud alla Cina” e riferisce che la proposta della Corea del Sud a Kim per una “nuova mappa economica della penisola coreana” si basa su un discorso pronunciato da Moon il 6 luglio 2017 a Berlino, in cui propose “tre cinture economiche tra i due Paesi”. L’articolo sottolinea anche che questa proposta è coerente con l’Iniziativa Belt and Road della Cina.

L’articolo spiega che l’iniziativa proposta da Moon a Berlino “includeva tre cinture economiche: una che collegherà la costa occidentale della penisola alla Cina, facendo della regione un centro logistico; un’altra che collegherà la costa orientale alla Russia per la cooperazione energetica; e una sull’attuale confine per promuovere il turismo”. Un articolo di Sputnik, che riprende estesamente quello del SCMP, aggiunge che la proposta di Moon esorta a “collegare e migliorare i sistemi ferroviari e stradali che consentiranno a tutta la penisola coreana di essere collegata ininterrottamente con Cina e Russia”.

L’articolo del SCMP cita Park Byeong Seud, membro del partito (al governo) di Moon, il Partito Democratico coreano, che spiega: “La nuova mappa economica include collegamenti ferroviarii tra le due Coree e il Nord-Est della Cina fino ad arrivare all’Europa”. L’articolo riporta che “una parte del piano riguarderà la costruzione di un collegamento ferroviario che parte da Mokpo sulla punta a Sud-Ovest della penisola, passa per Seul e Pyongyang e la regione ad amministrazione speciale di Sinuiju a Nord, per poi arrivare a Pechino. Pechino approverà la proposta di Seul in quanto è coerente con il principale interesse nazionale cinese, quello di aumentare lo sviluppo economico sostenibile e promuovere la cintura industriale a Nord-Est del Paese”.

Un altro esperto cinese, Cheng Xiaohe, vicedirettore del Centro per gli Studi Strategici Internazionali all’Università di Renmin, aggiunge che Pechino potrebbe “incorporare il piano nell’Iniziativa Belt and Road”. Similmente, un ricercatore della Accademia Liaoning per le Scienze Sociali afferma che “il piano avrà un enorme impatto sulla regione nordorientale della Cina, trasformandola in un centro logistico dell’Asia orientale, che potrebbe fungere da volano per una rapida crescita economica della regione”.

L’articolo di Sputnik include un commento fatto alla Yonhap News Agency da Thomas Hoenig, ex vicepresidente della FDIC, il quale dichiara che simili progetti congiunti tra la Corea del Nord e quella del Sud implicano “una moneta e una contabilità comuni. Non sarà il primo punto all’ordine del giorno. Ma man mano che si svilupperà l’industria finanziaria, dovrà essere affrontato”.

I britannici promuovono la guerra in Medio Oriente per sabotare la cooperazione tra le quattro potenze

Nell’ottobre del 2009, parlando al Forum per il Dialogo tra le Civiltà a Rodi, Lyndon LaRouche (nella foto) sviluppò il concetto di un accordo tra le quattro principali potenze, Stati Uniti, Cina, Russia ed India, come base per un nuovo sistema creditizio, che sostituisse il sistema finanziario transatlantico in bancarotta, dopo il crac dell’anno precedente, Negli ultimi anni, sotto la guida del Presidente cinese Xi Jinping, questo potenziale ha cominciato a prendere forma. Con l’elezione nel 2016 di Donald Trump, dovuta proprio al suo rifiuto delle politiche di guerra e speculazione finanziaria dei suoi predecessori, sembrava che gli Stati Uniti fossero pronti ad aderire a questo accordo.

Questo spiega le mosse disperate contro di lui, a partire dalle accuse fraudolente del Russiagate, inventate dai servizi britannici. Spiega anche il tentativo britannico di provocare uno scontro tra Stati Uniti, Russia e Cina, con il caso Skripal e il finto attacco chimico a Duma. Le ultime mosse pericolose del regime di Netanyahu contro Siria, Iran, Libano e i palestinesi, e la guerra genocida dei sauditi contro lo Yemen, sono parte dello stesso tentativo di usare la guerra per impedire il consolidamento dell’idea di LaRouche di un accordo tra le quattro potenze,

Questi saranno i temi della consueta videoconferenze del giovedì, alle ore 18, sul sito newparadigm.schillerinstitute.com.

I leader asiatici promettono una nuova era di cooperazione e crescita

L’Asia è investita da un’esaltante dinamica, di cui la penisola coreana è l’aspetto più spettacolare. Mentre solo pochi mesi fa l’idea di un vertice tra il Presidente americano e il leader nordcoreano era dato come utopistico da molti, ora c’è una data certa per l’incontro dei due, il primo nella storia tra i due Paesi. Nei futuri negoziati, il tema dello sviluppo economico deve rivestire un ruolo pari a quello del disarmo nucleare, se si vogliono fare progressi veri.

Questi temi erano chiaramente all’ordine del giorno nell’incontro tra il Premier cinese Li Keqiang (nella foto) e il collega giapponese Shinzo Abe a Tokyo l’8 maggio. La prima visita di un capo di governo cinese da otto anni riflette il marcato miglioramento delle relazioni da un anno a questa parte.

Il giorno successivo, ai due leader si è aggiunto il Presidente sudcoreano Moon per un vertice trilaterale, durante il quale essi hanno discusso di espandere la cooperazione regionale e adoperarsi per pacificare la penisola coreana. I tre leader hanno anche concordato di vedersi su base regolare per funzionare come “partner commerciali inseparabili”. Questo era il primo vertice dei tre Paesi asiatici dal 2015, quando l’Amministrazione di Barack Obama esercitava pressioni su Seul affinché aderisse alla sua strategia anti-cinese dell'”Asia Pivot”. Li Keqiang si è trattenuto in Giappone per altri incontri, nei quali ha sottolineato l’importanza della cooperazione nell’innovazione e nel manifatturiero di qualità e ha avuto parole di apprezzamento per “lo slancio raggiunto nel miglioramento delle relazioni bilaterali”. Il Premier Abe ha sottolineato che i due Paesi sono ora entrati in un'”era di coordinamento” invece che di competizione.

Poco prima di partire per il Giappone, Li Keqiang si è recato in Indonesia, dove ha incontrato il Presidente Joko Widodo. La Cina è ora il principale partner commerciale di Giacarta e il terzo più grande investitore nel Paese, dopo Singapore e Giappone.

Completa il quadro in Asia il rafforzamento delle relazioni tra India e Cina, a dispetto di certe annose dispute. Durante il 2017, gli scambi bilaterali sono cresciuti di un impressionante 18,6% fino a 84,4 miliardi di dollari. Dato che si tratta dei due più popolosi Paesi del mondo, c’è spazio per una crescita ancora più robusta. La Banca Asiatica per gli Investimenti nelle Infrastrutture lanciata dai cinesi ha già approvato progetti per un miliardo di dollari in India, e si dice che ne stia considerando per un altro miliardo. India è di gran lunga il maggior destinatario degli investimenti della BAII (AIIB).

Infine, la Malesia rafforzerà la sua adesione alla Belt and Road a seguito della vittoria a sorpresa della coalizione guidata dall’ex Premier Mahathir.

Malesia: la vittoria a sorpresa di Mahathir riflette il cambiamento paradigmatico a livello mondiale

La vittoria schiacciante dell’opposizione guidata dall’ex Premier malese Mahathir Mohammed (nella foto col Presidente cinese Xi Jinping) alle elezioni del 9 maggio ha estromesso il partito di governo, l’UNMO, e il Premier Najib Razak. È la prima volta, da quando la Malesia dichiarò l’indipendenza dai britannici nel 1957, che la coalizione guidata dall’UMNO è stata esclusa dal governo.

Mahathir, ora 92enne, è stato Premier del suo Paese dal 1981 al 2003 e divenne famoso per essersi opposto a George Soros e al Fondo Monetario Internazionale durante la “crisi asiatica” del 1997-98, rifiutandone i diktat per imporre l’austerità e imponendo invece controlli sui capitali e sulla moneta nazionale, il ringgit. Dichiarò che la speculazione sulla valuta da parte di Soros e degli altri avvoltoi della finanza era “non necessaria, improduttiva e immorale”. A quell’epoca licenziò anche il suo vice, Anwar Ibrahim, che sosteneva la finanza internazionale contro il suo governo. In quel periodo numerosi articoli dell’EIR sulla crisi finanziaria globale e le malefatte di Soros venivano seguiti con attenzione dal governo malese e l’EIR diede risonanza ai discorsi e agli articoli di Mahathir, con grande apprezzamento di altri leader nel resto del mondo, che subivano le conseguenze delle “condizioni imposte dal FMI”.

Mahathir, che era stato Premier più a lungo di tutti, diede le dimissioni nel 2003. Ma nel 2015 diede inizio a una battaglia contro l’allora Premier Najib e il suo stesso partito, denunciando il rallentamento della crescita economica e la corruzione, che ha raggiunto il culmine con lo scandalo che ha investito un fondo di investimenti statale da cui sono stati sottratti miliardi di dollari.

A quel punto, Mahathir ha creato un nuovo partito aderendo a una coalizione (Pakatan Harapan, Alleanza della Speranza) che includeva molti dei suoi ex nemici, incluso Anwar, e del tutto a sorpresa ha vinto le elezioni politiche, diventando nuovamente Premier.

Nella sua conferenza stampa del 10 maggio per prima cosa gli è stato chiesto come veda l’Iniziativa Belt and Road, in quanto Mahathir aveva criticato alcuni accordi recenti stipulati a condizioni che riteneva sfavorevoli per la Malesia. In risposta, Mahathir ha chiarito che sostiene pienamente la Belt and Road e lavorerà con la Cina, ma riesaminerà alcuni contratti. “Per quanto riguarda la Belt and Road”, ha detto, “non abbiamo alcun problema”. Ha ricordato di aver scritto una lettera personale al Presidente Xi “sull’urgenza di un collegamento terrestre con l’Europa usando i treni, che sono più veloci delle navi”. La Cina, avrebbe detto a Xi, ha la tecnologia per costruire tali treni mercantili verso l’Europa e per rendere l’Asia Centrale più accessibile alla Cina, al Giappone e al Sud-Est asiatico. “Questa è la nostra politica”.

Come per il voto della Brexit, l’elezione di Duterte nelle Filippine e l’elezione di Donald Trump, il ritorno di Mahathir alla guida del Paese riflette un cambiamento del paradigma a livello mondiale che potrebbe avere un influsso benefico per risolvere la crisi in Asia Sudoccidentale e nei paesi in via di sviluppo. Mahathir è tuttora molto rispettato in tutto il mondo, soprattutto nelle nazioni islamiche, per la difesa dello sviluppo e della sovranità contro i controlli imperiali.

Jones: la Cina funge da “conveniente capro espiatorio” nella disputa commerciale

Mentre la delegazione commerciale americana era intenta a negoziare con la controparte cinese a Pechino, la cinese CGTN ha pubblicato un articolo del corrispondente dell’EIR William Jones, che è anche senior fellow non residente dell’Istituto di Chonyang per gli Studi Finanziari dell’Università Renmin. Sotto il titolo “la disputa commerciale America-Cina: dove non c’è una visione, la gente perisce”, Jones nota che una guerra commerciale sarebbe dannosa per entrambi i Paesi, ma il problema reale non è l’enorme deficit commerciale statunitense nei confronti della Cina.

“Il contrasto tra la forte crescita della Cina negli ultimi due decenni e la relativa stagnazione dell’economia americana non potrebbe essere più drammatico. Il fatto, inoltre, che la Cina e gli Stati Uniti nello stesso periodo abbiano fortemente aumentato l’interscambio in beni, in persone e in idee ha creato l’illusione che il primo sviluppo, l’ascesa della Cina da condizioni di povertà e sottosviluppo, sia la causa del secondo, la stagnazione e la regressione dell’economia americana”.

“In realtà, il desolato stato dell’economia americana può essere attribuito solo alla quasi criminale ignavia dei suoi leader, sia dei governi che si sono succeduti, sia dei membri del Congresso, e delle decisioni che hanno o non hanno preso negli ultimi quarant’anni”, tra le quali la delocalizzazione delle produzioni e il rifiuto di ammodernare l’industria e di introdurre un volano scientifico per traghettare l’economia verso nuove aree del progresso tecnologico.

Sfortunatamente, nota Jones, benché il Presidente Trump abbia promesso di ribaltare queste politiche, egli ha più o meno seguito il vecchio modello. Così, l’economia americana continua a “languire delle ferite che si è inflitta” mentre la Cina viene usata come “conveniente capro espiatorio”.

“I saldi commerciali possono essere pareggiati con più acquisti da parte della Cina e maggiore volontà di vendere alla Cina beni di cui ha bisogno nel settore dell’alta tecnologia. Ma se lo scopo è mettere i bastoni tra le ruote dello sviluppo cinese, come sembra desiderare qualche funzionario americano, ciò può essere visto dalla Cina solo come minaccia esistenziale. Invece, risolviamo i problemi investendo nelle nostre infrastrutture, rilanciando programmi a favore della scienza, ripristinando le capacità storiche della NASA e cercando il modo di cooperare con la Cina per raggiungere quell’obiettivo”.

Le nuove sanzioni contro la Russia avranno conseguenze in Europa

Il 16 aprile la commissione dell’industria tedesca per i rapporti con l’Est (Ost-Ausschuss) ha pubblicato un rapporto di quindici pagine sulle conseguenze delle nuove sanzioni del Congresso americano contro la Russia, quantificate in perdite dirette delle imprese tedesche per centinaia di milioni (vedi http://www.ost-ausschuss.de/content/neue-us-sanktionen-gegen-russland).

In particolare, il mercato dell’alluminio sarà colpito duramente dato che la Russia ha finora soddisfatto il 30-40% della domanda europea. Le industrie dell’auto e dell’aeronautica sono i principali acquirenti di alluminio russo e saranno costrette ad aumentare i prezzi e a subire perdite.

Poiché le banche internazionali sono minacciate di sanzioni, sarà difficile in futuro ottenere crediti per accordi con controparti russe. Questo problema è già emerso nel caso dell’Iran, dove le banche private si sono rifiutate di garantire prestiti anche a imprese iraniane che non sono (o non sono più) colpite da sanzioni per contratti con imprese europee e tedesche, per timore di essere soggette ad azioni punitive dagli Stati Uniti.

I concorrenti cinesi, giapponesi e sudcoreani approfitteranno facilmente della situazione, osserva l’Ost-Ausschuss. Le banche cinesi, per esempio, sono relativamente immuni alle rappresaglie americane e possono continuare a elargire prestiti per progetti in Russia, come hanno fatto in Iran.

Il rapporto sottolinea anche che, poiché il testo delle sanzioni emesse dal Congresso americano il 6 aprile contiene molti punti non chiari, sarà richiesto un enorme lavoro burocratico per capire, caso per caso, se si applichino le sanzioni o no, aggiungendo stress sulle imprese europee. E, poiché in Russia obbedire alle sanzioni americane è un reato, quelle imprese potrebbero essere colpite due volte.

Anche la Camera di Commercio Russo-Tedesca e l’associazione degli ingegneri VDMA hanno criticato le nuove sanzioni.

Per quanto riguarda l’Ost-Ausschuss, essa formula sette richieste, delle quali solo la prima è decisiva: “Il governo tedesco e l’UE dovrebbero chiaramente prendere posizione contro un’applicazione extra-territoriale delle sanzioni americane e proteggere da esse le imprese europee”.

A conclusione del documento, essa esprime forte preoccupazione che “il rinnovato avvio della spirale delle sanzioni allontani [tutti] maggiormente da una soluzione politica dei conflitti con la Russia. È fin troppo evidente la necessità di una strategia di de-escalation politica. Vi sono troppi politici che causano conflitti o aderiscono alla linea dello scontro. Invece abbiamo bisogno di pontieri che mostrino coraggio nell’investire il proprio capitale politico nella riconciliazione. Come prima, vediamo il governo tedesco in un ruolo decisivo di mediazione”.

Il nuovo paradigma sconfiggerà il partito della guerra

La risoluzione in corso dell’annosa crisi coreana offre un modello positivo per le relazioni internazionali. Per quanto intricata sia una situazione, se le grandi potenze decidono di collaborare, una soluzione si trova. Nel caso della penisola coreana, i presidenti Trump, Xi e Putin hanno collaborato, assieme a Moon e Kim Jong-un, per uno scopo comune, uno scopo che si spera porterà alla denuclearizzazione della penisola e alla sua piena integrazione nel “nuovo paradigma” di sviluppo con vantaggi per tutti i partecipanti.

Lo stesso modello potrebbe essere applicato alla polveriera dell’Asia Sudoccidentale, al caso dell’Ucraina e altrove. Tuttavia, il “partito della guerra” in Occidente rimane fermamente contrario a tale prospettiva ed è intento a cercare di rimuovere Donald Trump o perlomeno neutralizzarne la capacità di stabilire buoni rapporti con Russia e Cina.

Così, mentre la narrazione del “Russiagate” cadeva a pezzi negli Stati Uniti, l’Impero Britannico – nella forma del governo di Theresa May – lanciava l’affare Skripal per accusare senza alcuna prova la Russia di aver avvelenato un’ex agente di Mosca nel Regno Unito. Poi, il presunto uso di armi chimiche a Duma da parta del governo siriano ha alimentato un altro giro di isteria russofoba (seguito da un costosissimo quanto militarmente inefficacissimo attacco missilistico di America, Regno Unito e Francia) basato completamente su informazioni fabbricate dai Caschi Bianchi, notoriamente finanziati da Washington e Londra, e inattendibili.

Quindi, il 30 aprile, il Premier israeliano Netanyahu (nella foto) ha presentato quelle che ha definito prove inconfutabili che l’Iran stia sviluppando armi nucleari, prontamente smascherate – anche dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA/IAEA) – come “fake news” basate su vecchie informazioni. Netanyahu mirava ovviamente a impressionare Trump in modo che egli ripudiasse definitivamente l’accordo P5+1 con l’Iran alla scadenza del 12 maggio.

Nel frattempo, il Presidente ucraino Poroshenko ha annunciato un’offensiva militare per “liberare” il Donbass, che potrebbe condurre allo scontro diretto con la Russia.

Tutti questi casi portano le impronte dei servizi di intelligence angloamericani e del “partito della guerra”. Tuttavia, il loro potere sta diminuendo man mano che si diffonde lo spirito della Nuova Via della Seta e della cooperazione win-win.

Un esempio, come abbiamo affermato, è nella prospettiva di riunificazione della penisola coreana. Un altro è il recente vertice tra il Presidente cinese Xi e il Primo ministro indiano Modi (cfr. SAS 18/18), che si spera inauguri una nuova era di cooperazione in Asia. Ciò a sua volta aprirebbe la via all'”accordo delle quattro potenze” (Cina, India, Russia e Stati Uniti) proposto da LaRouche nel 2008 per creare un nuovo sistema creditizio per lo sviluppo.

Mentre aumentano le tensioni, concentriamoci sul quadro più generale

Le implicazioni della decisione del Presidente Trump sull’accordo con l’Iran non sono ancora chiare. E’ chiaro invece che l’impero britannico e i suoi alleati tentano in tutti i modi di aumentare la tensione, soprattutto tra Stati Uniti e Russia, e tra Stati Uniti e Cina. Il loro obiettivo è sabotare il Nuovo Paradigma, che sta emergendo con un accordo tra Cina, Russia, India e Stati Uniti intorno all’Iniziativa Belt and Road, e continua a ricevere il sostegno della maggioranza dei governi, nonostante i disperati sforzi dei fautori della geopolitica, che ricorrono alle sanzioni, ai cambi di regime, al terrorismo ed alla guerre per procura pur di fermarlo.

Prosegue anche il Russiagate, con i giudici che decretano che l’inquirente speciale Robert Mueller ha commesso gravi abusi di potere. Le agenzie che lo promuovono, in particolare l’FBI, sono oggetto di purghe, con licenziamenti e dimissioni, in vista di possibili incriminazioni a venire.

Non è il momento di fare gli osservatori esterni, o abbandonarsi alla depressione. La scorsa settimana Helga Zepp-LaRouche ha chiesto una piena mobilitazione per il Nuovo Paradigma. Terrà oggi, mercoledì, alle ore 18 la consueta videoconferenza sul sito newparadigm.schillerinstitute.com.

Mueller insiste nel tentato golpe contro Trump

Poiché il numeroso personale ai suoi ordini non è riuscito a trovare alcuna prova di legami tra il team di Trump e la Russia, l’inquirente speciale Robert Mueller si sta arrampicando sugli specchi e minacciando il Presidente di emettere un mandato di comparizione in caso di rifiuto da parte sua di rispondere a un elenco di quasi cinquanta domande. Una parte di esse è stata convenientemente fatta trapelare dal New York Times, che l’ha pubblicata il 30 aprile. Esse riguardano gli affari di Trump in Russia, se egli fosse a conoscenza di contatti della sua organizzazione elettorale in Russia, ecc.; ma tra di esse si trovano anche le domande trabocchetto sul licenziamento del direttore dell’FBI Comey, sulle minacce di licenziare lo stesso Mueller o sui difficili rapporti del Presidente col Ministro della Giustizia Sessions. Trump ha giustamente osservato che è un tentativo di incastrarlo.

Tuttavia, Mueller è finito sotto attacco anche da parte della magistratura. Per esempio, il giudice distrettuale T.S. Ellis III, che presiedeva un’udienza relativa al caso di Mueller contro Paul Manafort, l’ex manager dell’organizzazione elettorale di Trump, ha accusato la squadra di Mueller di aver assunto “poteri illimitati” e di perseguire Manafort nella sola speranza di ottenere informazioni che portassero a una possibile incriminazione di Trump.

Il tema affrontato era l'”ambito” in cui si doveva muovere l’inchiesta di Mueller. Ellis ha espresso forte preoccupazione per il fatto che il procedimento contro Manafort includeva materiale ricavato da un’inchiesta del Dipartimento di Giustizia risalente al 2005, che nulla aveva a che fare con la campagna elettorale di Trump e la Russia. Quando il procuratore Dreeben, dello staff di Mueller, ha sostenuto di aver ricevuto “ampia autorità” dal Viceministro della Giustizia Rosenstein nella lettera con la quale, nel maggio 2017, nominava Mueller, e che alcune parti del memorandum dovevano rimanere segrete per ragioni di “sicurezza nazionale”, il giudice lo ha deriso, esclamando “come on, man!”, e ordinandogli di fornire il testo completo, incensurato, del memorandum entro due settimane.

Il noto avvocato dei diritti civili Alan Dershowitz ha apprezzato la condotta del giudice Ellis in un’intervista per Fox News il 4 maggio. Mueller e James Comey trattano il Presidente degli Stati Uniti come se fosse un boss della mafia, ha osservato, cercando di intimidire i subalterni e far rilasciare loro dichiarazioni a carico di Trump promettendo di lasciarli in pace.

Inoltre, due autorevoli membri dei VIPS (Veteran Intelligence Professionals for Sanity), Ray McGovern e Bill Binney, hanno scritto che le domande formulate da Mueller costituiscono un’ammissione che l’inchiesta “è arrivata a un punto morto”.

Un’ulteriore indicazione del disorientamento nel campo Comey-Mueller-FBI sono le dimissioni di due dei principali partecipanti all’assalto contro Trump: James A. Baker, confidente di Comey e capo dei consiglieri legali dell’FBI, che si sospetta abbia passato informazioni segrete ai media, e Lisa Page, consigliera di Andrew McCabe scoperta dall’ispettore del Guardasigilli Horowitz a scambiare SMS anti-Trump con un altro membro del team legale, suo amante, Peter Stzok. Page e Baker si sono dimessi il 4 maggio (foto ufficiale della Casa Bianca, di Andrea Hanks).

Nuovi moniti di un crac finanziario, senza Glass-Steagall

Nomi Prins, ex broker e scrittrice (a sinistra nella foto), ammonisce il Presidente Trump nel suo nuovo libro Collusion: How Central Banker Rigged the World, che il prossimo crac finanziario potrebbe diventare un pessimo ricordo della sua amministrazione, e chiede nuovamente il ripristino della legge Glass-Steagall.

Il termine “collusione” viene ripetuto spesso nella caccia alle streghe contro Donald Trump, ma Nomi Prins dimostra che la vera collusione da temere è quella tra le principali istituzioni finanziarie e le banche centrali che da decenni consentono loro di manipolare i mercati globali. “Le principali banche centrali si sono date un assegno in bianco con cui far risorgere le banche problematiche, acquistando titoli di stato, obbligazioni ipotecarie e obbligazioni societarie e in alcuni casi, come in Giappone e Svizzera, perfino azioni”.

“Inventando” denaro per consentire alle megabanche e alle grandi imprese di acquistare le proprie azioni, le banche centrali hanno creato una gigantesca bolla di debito societario, manipolando i mercati azionari in modo tale che è probabile un crollo. In parole povere, hanno “creato una bolla speculativa che potrebbe scoppiare provocando un altro crac”, scrive la Prins. “Oggi siamo sull’orlo di un pericoloso precipizio finanziario, anche se non sappiamo ancora quanto sia vicino”. Le megabanche private sono del 40% più grandi di quello che erano nel 2007-2008 e operano in un’arena di ancor maggior debito.

Per di più “alla Federal Reserve il Presidente nomina persone che non fanno che aumentare il pericolo di questi rischi negli anni a venire” invece di “prestare attenzione ai campanelli d’allarme”. “Un crac potrebbe rivelarsi il peggior lascito dell’amministrazione Trump”. Ricorda che durante la campagna elettorale Trump si era pronunciato contro la finanza globale e per il ripristino della legge Glass-Steagall, ma finora non ha mantenuto la promessa.

Nel libro Collusion, pubblicato il 1 maggio, la Prins auspica due iniziative principali contro il rischio di un nuovo crac: le banche centrali dovrebbero finanziare vasti programmi di investimento e ripresa, invece di finanziare le bolle speculative tramite le banche private, e “dovremmo attuare la separazione bancaria alla Glass-Steagall in modo che non tengano i depositi della gente in ostaggio durante la prossima crisi”.

Quasi simultaneamente ai moniti della Prins, il vicepresidente uscente della FDIC Thomas Hoenig e l’ex presidente della FDIC Sheila Bair hanno preso le distanze dal piano della Federal Reserve per ridurre i requisiti di capitali delle megabanche. Come spiegano in un articolo del 26 aprile sul Wall Street Journal, alcune ricerche indicano che le banche useranno i capitali resi così disponibili per altra attività speculativa o per pagare i dividendi, e non per concedere prestiti. Le megabanche americani sono già pericolosamente indebitate. Nel 2004, alle banche d’affari fu concesso di adottare un rapporto debito/capitale di 30 a 1. Lehman, addirittura, aveva una leva di 38:1 quando fallì e scatenò il panico bancario.

La proposta di Hoenig e della Bair di aumentare i requisiti di capitale, tuttavia, potrebbe ridurre l’impatto di una crisi finanziaria, ma non può impedirla. Solo la netta separazione bancaria, con la legge Glass-Steagall, può impedire il crac.

Il governo britannico sogna un’alleanza antirussa

Il Guardian illustra le intenzioni del governo di Londra di insistere nella costruzione, tramite una successione di vertici internazionali, di una “strategia complessiva per combattere la disinformazione russa e per sollecitare un ripensamento sul dialogo diplomatico tradizionale con Mosca”. I vertici che dovrebbero essere sfruttati a tale scopo sono il G7, il G20, quello della NATO e quello dell’UE.

“Il ministro degli Esteri vede la risposta della Russia ai fatti di Duma e Salisbury come un punto di svolta e pensa vi sia un sostegno internazionale ad azioni ulteriori”, ha detto un funzionario di Whiteall al Guardian. “Le aree alle quale è più interessato il Regno Unito sono il contrasto della disinformazione russa e l’individuazione di un meccanismo di corretta rendicontazione dell’uso di armi chimiche”. Il riferimento è ovviamente alle sporche operazioni britanniche atte a biasimare la Russia (caso Skripal di marzo) e la Siria (con il finto attacco chimico di aprile).

Il piano prevede l’introduzione di sanzioni come quelle previste dopo il caso Magnitskij.

James Nixey, capo del Programma su Russia ed Eurasia presso l’Istituto Reale per gli Affari Internazionali (Chatam House) ha dichiarato al Guardian: “È difficile convincere anche il più vicino alleato a prendere misure concrete con un impatto, se non si è preparati a sacrificare un parte degli investimenti russi nel nostro Paese e ad aderire a un punto di principio. Le affermazioni del governo a questo proposito sono state o ambigue o polivalenti”.

Stando a Nixey, “i diplomatici sono stati parte del problema. Conosciamo la Russia come un Paese in forte disaccordo con l’Occidente per lunghi anni dell'”ordine post guerra fredda”, risalendo fino a prima della Georgia del 2008. Ma i diplomatici sono fortemente costretti a cercare relazioni migliori. Di principio è cosa lodevole, ma logicamente non si possono avere relazioni migliori con qualcuno dal quale si divorzia a causa di differenze inconciliabili”.

Contrapponendosi a questa russofobia, il Guardian cita Sir Anthony Brenton, ambasciatore in Russia nel periodo 2004-2008, il quale insiste sulla possibilità, tutt’ora, di perseguire un’agenda fruttuosa comune con la Russia, sui temi come il disarmo nucleare, il terrorismo di etichetta islamista e la guerra cibernetica. “Accidenti, che cosa ha voluto fare il Ministro degli Esteri di Sua Maestà [Boris Johnson] paragonando il campionato di calcio russo con le Olimpiadi di Hitler del 1936?”, ha domandato. “Se cercavate una singola dichiarazione davvero calcolata per far infuriare i russi, eccola: il Ministro ha detto ai russi di tacere. La diplomazia elementare ha una lunga storia con i russi e abbiamo bisogno di ritornarvi”. (Nella foto una manifestazione del LaRouchePAC negli Stati Uniti: basta guerre per le menzogne britanniche!).

Aumenta il rischio di crac e con esso il dilemma delle banche centrali

Alcuni funzionari della Federal Reserve temono che la linea di “tapering” della banca, per quanto graduale, possa ancora scatenare un crollo a catena del sistema finanziario. Lael Brainard (nella foto), ex Sottosegretaria al Tesoro e attuale membro del Consiglio della Fed, considerata una “colomba” in politica monetaria, ha lanciato un allarme piuttosto dettagliato – per quanto concesso a un banchiere centrale – sul pericolo di una ondata di insolvenze del debito delle imprese.

Parlando a Washington il 19 aprile, la Brainard ha parlato di “elevati prezzi degli asset” e di “leva eccessiva”, che significa troppo debito societario.

“La leva finanziaria al di fuori del settore finanziario è salita a livelli relativamente alti in termini di tendenze storiche”, ha dichiarato. “Nel settore non finanziario il rapporto debito/reddito è aumentato fino a quasi i massimi storici e la leva netta è specialmente elevata tra le imprese con rating speculativo [spazzatura].” Dal marzo 2017 al marzo 2018, il numero di fallimenti di imprese non finanziarie è aumentato del 60%.

Infatti, come questo bollettino ha spesso denunciato, negli Stati Uniti il rapporto tra il debito delle imprese non finanziarie e il PIL è oggi maggiore di quello agli apici della crisi finanziaria (45% nel terzo trimestre 2017). L’ottobre scorso ha superato la cifra di mille miliardi di dollari.

La Brainard ha concluso, cercando di minimizzare: “Come abbiamo visto in cicli precedenti, gli choc negativi inaspettati sulle entrate, uniti all’aumento dei tassi d’interesse, potrebbe portare a livelli crescenti di morosità tra i debitori e relativi stress per i bilanci di qualche banca”.

In altre parole, quando la Fed farà scoppiare questa bolla ipergonfiata dai debiti nel tentativo di ridurla con l’aumento dei tassi, il sistema bancario entrerà nuovamente in crisi.

La Banca Centrale Europea ha agito in riferimento alla stessa crisi quando il 27 aprile Mario Draghi ha annunciato che “rimane necessario un alto grado di stimolo monetario (…) nel medio periodo, giustificandolo con un “inaspettato” rallentamento della crescita economica.

L’inchiesta di Mueller è irrimediabilmente contaminata

La scorsa settimana, la Commissione sull’Intelligence della Camera dei Rappresentanti americana ha pubblicato il suo rapporto sulle presunte interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016. Come già annunciato, non sono state trovate indicazioni di collusione tra Donald Trump e la Russia, o tra questa e la sua campagna. Benché sia comunque pieno di accuse nei confronti di Mosca, il rapporto conferma che tra i documenti usati dall’FBI non v’era alcuna informativa di enti statunitensi, ma solo “informazioni” estratte dal dossier stilato dall’ex agente dell’MI6 Christopher Steele.

I democratici in commissione hanno stilato un rapporto di minoranza che, fondamentalmente, si lagna del fatto che i lavori si sono conclusi troppo in fretta (dopo dodici lunghi mesi?) e non sono stati sufficientemente rigorosi. Si tratta comunque di un giudizio non condiviso da molti nel partito, sia in Congresso che alla base. Un ex consigliere strategico di Bill Clinton, Mark Penn, ha espresso il suo stato d’animo in un editoriale su The Hill il 26 aprile:

“L’inchiesta era contaminata fin dall’inizio”, ha scritto Penn. “L’ex spia britannica Christopher Steele era un cliente del governo quando passò illegalmente a Yahoo il dossier e mentì a proposito. Lisa Page e Peter Strzok, membri del team di Mueller e agenti dell’FBI, hanno operato con tanto odio palese contro Trump che sono stati rimossi dall’inchiesta, non prima di averne gestito parti cruciali; e i capi di FBI e CIA hanno contribuito a diffondere e difendere un dossier su Trump che, pur non avendo mai verificato, hanno usato per spiare sugli americani”.

L’intera inchiesta di Robert Mueller (nella foto con Bush) è così “irrimediabilmente contaminata”, conclude Penn, che dovrebbe essere chiusa o denunciata in tribunale.

L’impero britannico continuerà a provocare guerre, finché non sarà sconfitto

Di provocazione in provocazione, di falsità in falsità sempre più evidenti, la fazione guerrafondaia nell’oligarchia imperiale della City di Londra e i suoi associati a Wall Street, dai neoconservatori ai neoliberali, continua a provocare guerre per impedire il Nuovo Paradigma, che emerge in Eurasia e in tutto il mondo a una velocità comunque impressionante. Benché il Russiagate, il finto avvelenamento degli Skripal e la frode dell’attacco chimico a Douma siano stati chiaramente indicati come frutto delle menti malate che animano gli ambienti dell’intelligence britannico, questi non mollano e contano per l’occasione su Bibi Netanyahu, sicuro di avere la “prova” che l’Iran ha completato il proprio programma di armamento nucleare. Ancora una volta mirano a far cadere in trappola gli Stati Uniti d’America: una nuova guerra nell’Asia Sudoccidentale che potrebbe portare anche un scontro nucleare con la Russia.

Il ruolo dello Schiller Institute è unico nel panorama internazionale, in quanto esso, soprattutto per voce della sua fondatrice Helga Zepp-LaRouche, persevera nel porre l’attenzione sulle finalità e sulle intenzioni che sono all’origine di tali provocatorie frodi e nel prevenirle affinché non esercitino il loro effetto di divisione del mondo, provocando uno stato di guerra tale che l’élite transatlantica possa rimanere egemone a livello planetario. Il potere di questa élite, tuttavia, sta scemando: a dimostrarlo è la sua stessa condizione, di dover agire sempre più allo scoperto con le sue provocazioni. Va scemando anche la sua capacità di mantenere il controllo, a fronte della sfida costituita dal graduale concretarsi della Nuova Via della Seta.

Nelle ultime settimane numerosi eventi diplomatici ed economici e vertici politici hanno grandemente consolidato il Nuovo Paradigma. È essenziale che la voce dello Schiller Institute venga amplificata, accrescendone i membri attivi e il pubblico delle teleconferenze settimanali. Unitevi a noi e aiutateci a crescere, affinché sempre più persone siano ispirate dallo Spirito della Nuova Via della Seta.

La NASA rinuncia al programma lunare?

La scorsa settimana la comunità scientifica ha appreso, per esempio da theverge.com, che la NASA ha annullato il proprio programma di sviluppo di un mezzo di allunaggio e prospezione mineraria. Per quattro anni gli ingegneri hanno lavorato al Resource Prospector (RP), destinato a ispezionare il Polo Sud lunare con la capacità di compiere carotaggi di tre metri di profondità. Per quattro anni hanno lavorato, producendo prototipi collaudati nel 2015 e nel 2016. L’abbandono di questo programma è stato ottenuto con una manovra di carattere burocratico: prima il programma di esplorazione umana dello spazio è stato associato a quello delle scienze spaziali, poi è stato dichiarato non coperto da sufficienti finanziamenti.

La risposta giunta dal gruppo di Analisi dell’Esplorazione Lunare, che riunisce consiglieri indipendenti tra i più grandi esperti del nostro satellite naturale, è stata immediata. Con una lettera del 23 aprile a Bridenstine, a capo della NASA, i consiglieri affermano di aver appreso dell’abbandono del programma “con incredulità e smarrimento da parte della nostra comunità, in particolare se consideriamo la Direttiva n. 1 sulla Politica Spaziale del Presidente che incoraggia la NASA a puntare alla superficie lunare. RP era l’unico programma della NASA di costruzione di un mezzo di allunaggio polare”. Dunque, affermano gli estensori della lettera, “l’abbandono del programma di RP potrebbe essere visto come una prova che la NASA non è seria a proposito del ritorno sulla superficie lunare”.

La sostanze volatili depositate al polo “potrebbero costituire risorse per il sostentamento delle missioni esplorative umane nel Sistema Solare e anche per una fiorente economia lunare”, affermano gli scienziati. Facendo riferimento all’enfasi data dalla NASA alle attività commerciali nello spazio, ricordano, “ci sono alcune società private che stanno pianificano attività di estrazione mineraria sulla Luna” e “vi sono sei missioni robotiche internazionali destinate alle regioni polari, pianificate tra oggi e il 2025, di altre nazioni reclamanti le risorse che sappiamo essere disponibili sulla Luna”.

Bridenstine ha risposto vagamente su twitter.com che “gli strumenti di Resource Prospector procederanno in una campagna ampliata sulla superficie lunare”. Nessuna indicazione sui tempi, nessun luogo preciso. Anche la sua NASA ha pubblicato una vaga dichiarazione: “più tardi” vi saranno missioni lunari. Ma il bilancio assegnato alla NASA non dovrà aumentare per i prossimi cinque anni, stando all’orientamento dell’Amministrazione di Trump, che sembra preferire, assieme a Bridenstine, l’iniziativa privata per lo sviluppo di alcune delle infrastrutture richieste da una programma lunare. I funzionari della NASA calcolano infatti che l’allunaggio di americani sulla Luna sarà ritardato fino a circa il 2030, cinque anni più tardi del previsto.

Il Presidente Trump aveva annunciato, l’anno scorso, che gli Stati Uniti sarebbero ritornati sulla Luna. La promessa dovrebbe essere mantenuta.

Ucraina: violazioni dei diritti umani denunciate da congressisti americani

Il 26 aprile i leader del Partito Socialista Progressista Ucraino (PSPU) Natalia Vitrenko (nella foto) e Vladimir Marchenko sono stati attaccati da una squadraccia di nazisti e imbrattati di kefir. I due leader di opposizione stavano lasciando un’aula di tribunale a Kiev, dopo che il giudice aveva respinto la loro denuncia contro la polizia che non li aveva difesi da un attacco di ex membri del battaglione neonazista Azov un anno fa, il 9 maggio 2017. Il giorno prima il PSPU aveva emesso una dichiarazione con la quale protestava perché le autorità di Kiev si rifiutano di riconoscerlo come partito e quindi autorizzarlo a partecipare al processo elettorale, nell’ambito di una repressione politica dell’opposizione riflessa anche nell’incidente sopra riportato. La dichiarazione conclude: “Il Comitato Centrale del PSPU ritiene che, invece della democrazia, in Ucraina sia stata stabilita una dittatura nazista incompatibile coi concetti di democrazia e di elezioni democratiche”.

L’Unione Europea fa finta di niente di fronte alla repressione in Ucraina, nonostante le proteste di molti. Ciononostante, il 24 aprile, l’Alto Commissario e Vicepresidente per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza Federica Mogherini ha risposto a un’interpellanza presentata il 20 febbraio, nella quale l’europarlamentare Marco Zanni chiedeva se non considerasse il caso del PSPU “una grave violazione della libertà di pensiero e di espressione politica”.

Pur facendo notare che non può pronunciarsi su procedure giudiziarie in corso, la Mogherini ha risposto di essere consapevole del caso e che l’Ucraina è tenuta a rispettare le regole democratiche, incluse quelle relative alle attività dei partiti politici.

Al Congresso degli Stati Uniti v’è stata anche più indignazione, per quanto ancora insufficiente, per il sostegno di Washington a Kiev. Il 25 aprile, cinquantasei membri della Camera dei Rappresentanti hanno reso pubblica una lettera all’allora segretario di Stato pro tempore John Sullivan nella quale si chiedeva che gli Stati Uniti condannassero l’aperto sostegno del governo ucraino alle bande naziste, e si elencavano numerosi casi che dimostrano tale sostegno.

La lettera bipartisan, scritta dai congressisti democratici Ro Khanna della California e David Cicilline del Rhode Island, denuncia i governi ucraino e polacco per aver approvato leggi che riabilitano i nazisti e i loro sostenitori durante la seconda guerra mondiale, ma fa anche riferimento agli attuali atti di neonazismo a Kiev. Le leggi sulla memoria approvate in Ucraina nel 2015 glorificano “i collaboratori dei nazisti e stabiliscono che sia un reato penale negarne l’eroismo”, dice la lettera.

Netanyahu lancia l’ennesima guerra per procura basata su menzogne

Da quando il Presidente russo Putin ha annunciato, il 1 marzo, che l’accerchiamento di “missili antimissile” della NATO contro Russia e Cina non funziona, grazie ad una nuova generazione di armi ipersoniche sviluppate in Russia, chiedendo invece l’apertura di un negoziato, i fautori della geopolitica britannica sono andati fuori di testa. Negli Stati Uniti alcuni neoconservatori hanno chiesto di provocare una guerra con la Cina ora, in quanto tra 10 anni non sarà più possibile vincerla. In Gran Bretagna il Royal Institute of International Affairs (Chatham House) ha chiesto una nuova alleanza militare “dei volenterosi” guidata dal Commonwealth contro la Russia.

Dal 1 marzo la May ha tentato di provocare due volte uno scontro con la Russia, prima con il caso Skripal, che si è rivelato una frode, e poi con la messinscena tutta britannica (caschi bianchi) del presunto attacco con armi chimiche a Douma. Queste frodi ricordano il falso dossier di Tony Blair che scatenò la guerra in Iraq nel 2003. Sabato scorso si è aggiunto il Premier israeliano Benjamin Netanyahu (nella foto col vicepresidente americano Pence) che ha annullato un discorso alla TV per la giornata di festa per annunciare al mondo che i servizi israeliani avrebbero rubato “100.000 documenti segreti, mezza tonnellata di documenti” dall’Iran. Tali documenti, ha detto, dimostrerebbero che l’Iran ha un programma nucleare ed ha mentito su questo.

E’ indicativo che Israele sostenga di aver ottenuto questi documenti 10 giorni prima che il Presidente americano Trump decida se annullare l’accordo con l’Iran sul nucleare. Netanyahu ha informato di questa “pistola fumante” il segretario di Stato americano Mike Pompeo il 29 aprile e funzionari europei il 30.

Ancora una volta, sembrano gli annunci di Blair miranti a giustificare una guerra. L’attacco missilistico contro due basi in Siria il 29 aprile, presumibilmente lanciato da Israele, sembra l’ennesima guerra per procura, che punta a coinvolgere Gran Bretagna, Francia e forse anche gli Stati Uniti contro la Russia, trascinando il mondo intero verso la terza guerra mondiale.

Il Grande Gioco britannico è visibile a tutti

Nel corso dello scorso anno Londra si è data molto da fare per presentarsi come il leader del “mondo libero”, determinato a salvare la democrazia e a combattere il totalitarismo in tutte le sue forme. Spetta ai britannici assumere questo ruolo, proclama l’élite del Regno Unito, a causa dell'”insana” intenzione di stabilire buoni rapporti con Russia e Cina. Il Premier Theresa May proclama perentoriamente che la Gran Bretagna sta facendo un grande rientro sulla scena globale per combattere il suo principale nemico, la Russia.

Tuttavia, nel fare così, i britannici si sono allargati troppo e subiscono ora un forte contraccolpo, come mostrano la lunga denuncia dei crimini dell’Impero Britannico formulata dalla portavoce del Ministro degli Esteri russo Maria Zakharova (nella foto con Putin) e le numerose dichiarazioni dalla Cina. La frettolosa decisione britannica nell’accusare la Russia di aver avvelenato l’ex spia Sergej Skripal e sua figlia in Inghilterra è stato un passo eccessivo. La decisione di bombardare la Siria prima che arrivassero gli ispettori dell’OPAC ne è stato un altro.

Così, cresce l’opposizione nello stesso Regno Unito, anche ad alti livelli. Ne è espressione Lord Andrew Green of Deddington, ex ambasciatore in Siria, che il 19 aprile ha dichiarato a The House che i britannici devono “inghiottire il nostro orgoglio” e pensare ad allacciare rapporti con Bashar al-Assad. Questi, ha detto, “rimarrà in sella” e “il semplice vituperio non è una strategia”. Green ha consigliato al governo di concentrare gli sforzi sulla sconfitta dell’Isis e dei suoi alleati.

Non è nemmeno passato inosservato il fatto che il consorte della Premier, Philip May, lavora per Capital Group, il principale azionista di BAE Systems e il secondo maggiore azionista di Lockheed Martin. Le azioni di questi due giganti della difesa hanno fatto un balzo in alto dopo il raid in Siria del 14 aprile.

Helga Zepp-LaRouche ha discusso questa situazione globale nella teleconferenza settimanale dello Schiller Institute il 19 aprile. La fondatrice dello Schiller Institute ha fatto notare l’alto grado di incertezza tra la popolazione europea, che ha perso fiducia nei leader e nelle istituzioni che minacciano di andare in guerra contro la Russia allo stesso tempo in cui incombe una nuova crisi finanziaria. Tuttavia, ha aggiunto, talvolta “è necessario uno shock come quello attuale per passare a un nuovo paradigma di relazioni internazionali” che ripristini il diritto sancito nella Carta dell’ONU. L’offerta cinese di cooperare nella costruzione della Belt and Road è una base valida per la pace e per imbastire rapporti su basi reciprocamente vantaggiose”. L’UE e il Regno Unito possono continuare a ingaggiare una battaglia di retroguardia per restare abbarbicati al potere, ma non possono vincere.

I colloqui con la Corea entrano nella fase cruciale

Oggi i leader delle due Coree, del Sud e del Nord, si incontreranno nella zona smilitarizzata (DMZ) per colloqui tesi a ravvicinare le posizioni in vista di un accordo per eliminare tutte le armi nucleari e le strutture di produzione della bomba dalla penisola coreana. Questi colloqui Nord-Sud, se coronati dal successo, dovrebbero essere seguiti a maggio o giugno da colloqui diretti tra il Presidente americano Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un (nella foto).

I negoziati intercoreani sono stati il tema principale dei colloqui tra Donald Trump e il leader giapponese Shinzo Abe tenutisi a Mar-a-Lago il 17-18 aprile. Trump ha riassicurato Abe che i colloqui diretti tra Washington e Pyiongyang salvaguarderebbero pienamente gli interessi di sicurezza nazionale del Giappone. Mentre Trump ha positivamente risposto all’annuncio di Kin Jong-un del 21 aprile secondo il quale la Corea del Nord congela i collaudi futuri di armi nucleari e missili a lungo raggio, i giapponesi sono scettici sul fatto che il leader nordcoreano sia genuinamente deciso ad abbandonare tutte le armi di distruzione di massa. Abe perciò ha sollecitato Trump ad assicurare che ogni accordo comporti l’eliminazione di tutte le armi chimiche e biologiche come pure delle armi nucleari.

Il direttore della CIA e Segretario di Stato in pectore Mike Pompeo si è recato segretamente nella Corea del Nord durante le vacanze di Pasqua per un incontro faccia a faccia con Kim e per discutere dei preparativi dell’incontro al vertice. Le opzioni sulla località del vertice si sono ristrette a cinque. Gli incontri tra il Presidente americano e i leader coreani potrebbero essere l’inizio di un processo lungo mesi, prima di giungere a completamento. Dopo l’esperienza di accordi falliti nel passato, tutte le parti esigeranno rigide verifiche.

Un tema collegato, che potrebbe essere risolto prima del previsto incontro Trump-Kim è lo stato del Joing Comprehensive Plan Of Action, l’accordo P5+1 con Teheran, che ne congela il programma nucleare per un decennio in cambio dell’abrogazione delle sanzioni e il ritorno degli investimenti esteri in Iran. Trump deve decidere entro il 12 maggio se rinnovare la deroga alle sanzioni prevista dal JCPOA o se gli Stati Uniti si ritireranno dall’accordo. Il segretario alla Difesa James Mattis e il Capo degli Stati Maggiori Riuniti gen. Joseph Dunford hanno sollecitato il Presidente a non disdire l’accordo.

Il 23 aprile il Presidente francese Emmanuel Macron è giunto a Washington per una visita di tre giorni. Il 27 aprile sarà la volta di Angela Merkel alla Casa Bianca. Entrambi discuteranno il KCPOA e la questione coreana. L’esito dell’accordo con l’Iran avrà indubbiamente un impatto sui colloqui con le due Coree.

Guerre britanniche o Nuova Via della Seta?

Risulta ogni giorno più evidente che l’impero britannico e la City di Londra ricorrono sistematicamente a menzogne e messinscena, come quella del Russiagate o dell’uso di armi chimiche a Douma, pur di impedire il nuovo paradigma, la cooperazione economica tra occidente, Russia e Cina, così come ricorrono alle guerre per nascondere l’evidenza di un crac imminente, causato dalla loro bolla speculativa.

Con l’emergere di un modello che promuove l’economia fisica reale, grazie all’Iniziativa Belt and Road, lo Schiller Institute sostiene che è giunta l’ora di attuare il programma economico proposto da suo marito, le cosiddette “quattro leggi di LaRouche”, a partire dal ripristino della legge Glass-Steagall che tolga ogni garanzia dello stato agli speculatori.

Lo Schiller Institute ha lanciato un’offensiva per far emergere la verità sull’oligarchia finanziaria che promuove le guerre permanenti, e mobilitare i governi a sostegno delle quattro leggi di LaRouche. Ne parlerà oggi Helga Zepp-LaRouche, nella consueta videoconferenza del giovedì, alle ore 18, sul sito newparadigm.schillerinstitute.com.

Lo Schiller Institute non dimentica il genocidio nello Yemen

Il Ministero degli Esteri yemenita a Sana’a ha tenuto una conferenza il 22 aprile per festeggiare la Giornata Internazionale della Lingua Cinese, evento co-sponsorizzato dallo Yemeni Advisory Office for Coordination with the BRICS (YAOCB), fondato dall’amico dello Schiller Institute Fouad Al-Ghaffari. Il discorso di apertura è stato pronunciato dal Ministro degli Esteri Hisham Sharaf, che ha ringraziato la signora LaRouche alla fine del suo intervento, notando che “compie grandi sforzi nella sua campagna di solidarietà con noi, qui a Sana’a, e chiede la fine dell’aggressione militare, la ricostruzione dello Yemen per farne una perla nella collana della Nuova Via della Seta e del ponte terrestre mondiale”.

Sullo sfondo del podio c’era un grande striscione con la cartina del ponte terrestre mondiale disegnata dallo Schiller Institute, foto di personalità importanti come la signora Helga Zepp-LaRouche e un testo in arabo e cinese che diceva: “Verso la cooperazione con la Cina per eliminare la povertà”.

Sharaf ha commentato positivamente anche l’iniziativa dello YAOCB e di Al-Ghaffari di pubblicare uno studio sulla ricostruzione dello Yemen nel contesto dell’Iniziativa Belt and Road, definendolo “un felice miracolo, che speriamo sia il trampolino di lancio di una conferenza internazionale sulla ricostruzione”. Il progetto riguarda uno studio speciale dello Schiller Institute in preparazione grazie alla collaborazione con lo YAOCB e la Yemeni General Investment Authority, col titolo Operation Felix: Reconstruction of Yemen and Connection to the New Silk Road (Operazione Felix: la ricostruzione dello Yemen e il suo collegamento con la Nuova Via della Seta), che verrà reso pubblico a una conferenza prevista a Sana’a in maggio.

Fouad Al-Ghaffari ha dato al pubblico un’idea del contenuto dello studio, dopo aver ringraziato lo Schiller Institute e “la signora della Nuova Via della Seta”, Helga Zepp-LaRouche, per il loro sostegno. I partecipanti hanno reagito con grande ottimismo e attendono la pubblicazione dello studio. Il Ministro Hisham Sharaf è membro del Partito del Congresso Generale del Popolo (GPC). Il GPC insieme agli houthi fa parte di una coalizione che gestisce la situazione nella capitale e nei territori dello Yemen che sono sotto il suo controllo.

Nel frattempo la situazione umanitaria nel Paese continua a deteriorarsi a seguito della guerra saudita e del blocco totale contro di esso. Tuttavia, militarmente, si è giunti a uno stallo in quanto la coalizione a guida saudita non è in grado di intervenire in tutti i fronti che ha aperto. Un’offensiva contro le città portuali occidentali è stata respinta dalla coalizione di Sana’a. L’inviato speciale dell’ONU ha divulgato un breve rapporto la scorsa settimana sui suoi sforzi per rilanciare i colloqui di pace “tra le varie parti nello Yemen”, senza citare i sauditi, esprimendo grande ottimismo per il fatto che la coalizione degli houthi e del partito del GPC a Sana’a si sia detta disponibile a tornare al tavolo dei negoziati.

Funzionari britannici ad alto livello denunciano le montature della May

I tentativi febbrili del governo di Theresa May, sostenuto dall’oligarchia britannica e dalla City di Londra, di alimentare la nuova guerra fredda contro la Russia non stanno sortendo alcun effetto. Questo vale per lo scandalo “Russiagate” negli Stati Uniti sulla presunta collusione tra il team di Trump e funzionari russi, scandalo nel quale ha svolto un ruolo di primo piano l'”ex” agente dell’MI6 Christopher Steele. O per l’accusa che la Russia e Putin in prima persona fossero dietro all’avvelenamento di Sergej Skripal e sua figlia, a Salisbury, usando armi chimiche, accusa crollata sotto il peso delle sue stesse contraddizioni. A quel punto, l’attacco militare lanciato dal governo britannico contro la Siria il 14 aprile, anche stavolta in assenza di prove inconfutabili, e solo in base alle accuse mosse da un gruppo terroristico finanziato dal Foreign Office, i Caschi Bianchi, ha indotto numerose personalità diplomatiche e militari nel Regno Unito a mettere in dubbio le menzogne dietro questi attacchi. Per esempio:

* L’ex capo della Royal Navy ammiraglio Alan West, ha dichiarato: “Se dessi consigli al Presidente Assad, perché mai dovrei dirgli di usare armi chimiche? Non ha senso. Ma ha senso invece per i gruppi jihadisti di opposizione.” West ha rimarcato anche che i gruppi ribelli dietro queste notizie non sono neutrali e non sono quindi una fonte attendibile di informazioni.

* L’ex capo delle Forze Speciali britanniche, il Gen. Jonathan Shaw, ha dichiarato: “Perché mai Assad dovrebbe usare armi chimiche? Ha vinto la guerra.. questo non è soltanto il mio punto di vista, è condiviso da altri alti ufficiali britannici. Non c’è alcun motivo razionale per un coinvolgimento di Assad. Ha convinto i ribelli a salire sugli autobus e lasciare le aree occupate. Sta riprendendo il controllo del territorio. Perché mai dovrebbe ucciderli col gas? I jihadisti e i gruppi di opposizione invece avrebbero un motivo per farlo. Vogliono far sì che gli americani restino”.

* L’ex ambasciatore inglese in Siria Peter Ford ha dichiarato il 17 aprile a Fox News che “c’è una distinta possibilità che siamo stati ingannati e fatti contenti e fregati. Ritengo che i consiglieri del Presidente [Trump] abbiano reso un pessimo servizio”.

* Lord Andrew Green, ambasciatore britannico in Siria dal 1991 al 1994, ha dichiarato al Times di Londra che “c’è un numero sostanziale di persone nelle aree controllate dal governo in Siria che preferirebbero il regime attuale, con tutti i suoi problemi, rispetto all’alternativa”. Il quotidiano londinese riferisce con indignazione che sia Lord Green che l’ex capo delle Special Air Services (SAS), il Gen. John Holmes, sono membri della British Syria Society (BSS), diretta dall’ambasciatore Ford. Stando al Times, la BSS sarebbe colpevole di “difendere il brutale regime in Siria”.

Il fatto che simili accuse provengano da ambienti ad alto livello nell’establishment della politica estera e di difesa nel Regno Unito indica che il tentativo di provocare un cambio di regime a Washington e Mosca è andato troppo oltre. Forse ci sarà un cambio di regime anche a Londra?

E’ già cominciata l’era post-Draghi nella BCE?

Due recenti azioni di rappresentanti della BCE sollevano l’interrogativo se non sia già iniziata la transizione da Mario Draghi (nella foto con Ignazio Visco) al suo successore alla guida della banca, che si insedierà ufficialmente nell’ottobre 2019. Costui dovrebbe essere Jens Weidmann, l’attuale capo della Bundesbank, le cui vedute notoriamente divergono da Draghi su molti temi.

Il primo indizio è stato fornito dal vicepresidente della BCE Vitor Constancio, il quale, come abbiamo riferito la scorsa settimana, ha indirettamente contraddetto la linea di Draghi secondo la quale “l’euro è irreversibile”. Constancio è alla fine del mandato e sarà sostituito il 1 giugno dallo spagnolo Luis Guindos, per cui è libero di violare la disciplina della BCE. Ma non è stato smentito dalla BCE. D’altra parte, è noto che una fazione, che comprende Weidmann, è aperta all’uscita negoziata di uno Stato membro dell’Euro.

La seconda azione è stata riferita dal Süddeutsche Zeitung il 6 aprile. La BCE avrebbe chiesto alla Deutsche Bank di simulare uno “scenario di crisi” e calcolare i costi di una “risoluzione” della propria divisione di investment banking.

Deutsche Bank, attualmente gestita in gran parte da Londra, è una delle maggiori banche europee e ha la più grande esposizione in derivati di tutte le altre. La sua divisione di investment banking ha registrato perdite negli ultimi tre anni consecutivi e l’AD John Cryan, un suddito britannico, è in via d’uscita.

Secondo il SZ, è la prima volta che l’autorità di vigilanza della BCE esige una misura del genere da una megabanca. Apparentemente “i regolatori bancari vogliono sapere quale sarebbe l’impatto sul valore degli attivi di Deutsche Bank sul mercato dei capitali e dei derivati se, come banca solvente, dovesse simulare una cessazione improvvisa di quel business”.

Deutsche Bank avrebbe detto ai giornalisti finanziari che la BCE presto esigerà tali test da altre grandi banche europee. Se questo sia vero o no, o se si tratti di una dichiarazione difensiva, è chiaro che la BCE è preoccupata delle nubi che si addensano all’orizzonte. Le banche negli Stati Uniti e in Europa riportano utili e proiettano un quadro roseo, mentre la crescita economica è estremamente bassa. Lo stesso quadro del 2007, prima del crac.

Tuttavia, la politica seguita finora dalla BCE è stata quella di rifinanziare il debito con ulteriore debito, incoraggiando l’espansione del mercato dei derivati e il modello della banca universale. Questo era lo scopo del QE e della cosiddetta Unione del Mercato dei Capitali che Mario Draghi sta tentando di costruire. Rispondendo alle domande dell’EIR in conferenza stampa, l’attuale presidente della banca ha difeso nel passato l’uso dei derivati, anche da parte di amministrazioni pubbliche, e ha prevedibilmente respinto l’idea di separare le banche ordinarie da quelle d’affari – dopotutto è la legge che porta il suo nome e quello di Amato ad aver abolito la separazione in Italia nel 1995, il singolo atto maggiormente responsabile di disastri come quello del Monte dei Paschi di Siena.

Muore Giovanni Galloni, partigiano e leader DC

La dirigenza di Movisol esprime il suo sentito cordoglio all’amico Nino Galloni per la morte del padre Giovanni. Partigiano, giurista, leader politico e giornalista, figura di spicco della sinistra democristiana, prima con Rossetti e poi con Aldo Moro, Galloni è stato vicesegretario della DC, ministro della Pubblica Istruzione, direttore de Il Popolo e vicepresidente del CSM.

Giovanni Galloni conobbe Lyndon LaRouche e ne divenne amico, incontrandolo in occasione dei numerosi viaggi in Italia del leader politico americano. Con lui scompare un grande protagonista degli anni d’oro della Repubblica Italiana. Se l’Italia si solleverà dalla attuale terribile crisi politica, economica e morale, sarà attingendo ai valori che Galloni ha rappresentato fino ai suoi ultimi giorni.

Suo figlio Nino ha annunciato che in omaggio al padre, che combatté da partigiano nella guerra di liberazione dal nazi-fascismo, i funerali si terranno il 25 aprile.

Portavoce di Lavrov denuncia: le azioni odierne di Londra sono in linea con secoli di genocidio

“Tenetevi pronti”, avverte i giornalisti Maria Zakharova (nella foto con Putin), portavoce del Ministero degli Esteri russo, durante l’incontro settimanale di ieri. “Parliamo di ordini di stato per uccisioni di massa; parliamo della storia della Gran Bretagna come una delle peggiori potenze colonialiste di tutti i tempi. I diplomatici britannici sembrano non essere al corrente della propria storia ed è giunto l’ora che da questa tribuna si colmi questo vuoto”, prosegue.

La Zakharova prosegue a parlare per un’ora, con una rassegna dei casi storici di assassinio di massa, avvelenamento, saccheggio e menzogne ai danni di popoli del mondo; citando documenti, in alcuni casi estratti dagli archivi stessi dei britannici, a sostegno dei “risultati morali” raggiunti dall’impero britannico.

L’incontro con la stampa è stato trasmesso in diretta, con una approssimativa traduzione simultanea ed è ora disponibile qui.

La parte relativa all’Impero Britannico inizia al minuto 1 ora e 12 minuti.

L’Austria diventa la principale portavoce in Europa della Nuova Via della Seta

Nel maggio scorso sembrava che i rapporti tra Austria e Cina avessero raggiunto il punto più basso, quando il Ministro austriaco dei Trasporti annullò all’ultimo momento la sua partecipazione al Forum Belt and Road a Pechino. Da allora, invece, hanno avuto una rapida ripresa, culminando il 10 aprile nella presenza in qualità di relatore del Presidente austriaco Alexander Van der Bellen al Forum di Boao per l’Asia. Il Presidente, il Cancelliere Sebastian Kurz e quattro Ministri hanno visitato la Cina con la più grande delegazione mai inviata, composta da oltre duecento imprenditori, esperti scientifici e rappresentanti del mondo della cultura. Il culmine della visita, come ha sottolineato il ministro dei Trasporti Norbert Hofer, è stata la prima dichiarazione di intenti tra la Cina e un Paese europeo relativa alla realizzazione della Nuova Via della Seta, in particolare il corridoio di trasporti ferroviari dei Balcani che va dal Pireo, in Grecia, fino a Vienna. Gli austriaci sono interessati alla sezione che va da Belgrado a Budapest. In previsione del completamento del corridoio di trasporti dal Pireo a Vienna (che richiede la costruzione di un collegamento tra Belgrado e Atene, attraverso la Macedonia) la Rail Cargo, la sezione mercantile dell’azienda ferroviaria austriaca (OeBB), ha già deciso di trasferire la propria succursale balcanica a Budapest.

In generale, in termini di cooperazione con la Cina, l’Austria si considera il “primo attore” a livello europeo, ha detto Hofer, parlando anche di un accordo sulla ricerca e lo sviluppo congiunto di nuove tecnologie di trasporto per le ferrovie, le strade, i voli aerei e le spedizioni.

A conclusione della loro visita in Cina, il 12 aprile, Van der Bellen, Kurz, Hofer e il direttore dell’OeBB Andreas Matthä hanno partecipato a una cerimonia per la partenza del primo treno che stabilisce un collegamento per il trasporto mercantile diretto da Chengdu a Vienna.

Il Presidente e il Cancelliere austriaco hanno anche partecipato all’inaugurazione di un nuovo ospedale ad Hainan, l’isola e provincia nel Sud-Est della Cina. L’ospedale, che verrà completato entro ottobre, è finanziato dall’Hainan Airlines Group e dall’azienda sanitaria austriaca Vamed.

La cultura è un altro aspetto fondamentale della cooperazione bilaterale. Il 10 aprile è stato siglato un accordo sulla Via della Seta Musicale tra il Gruppo cinese Fosun e il coro delle voci bianche di Vienna (Sängerknaben, nella foto), che prevede numerosi progetti di introduzione alla musica classica in molte città cinesi. I contatti musicali risalgono al 1992, ma dopo un tour di concerti delle voci bianche sulla Via della Seta 10 anni fa, il contributo musicale di Vienna è andato aumentando.

La BCE ammette che si può uscire dall’Euro

In un’audizione al Parlamento Europeo il 9 aprile, il Vicepresidente della BCE Vitor Constancio (nellal foto) ha contraddetto il Presidente Mario Draghi e la sua isterica pretesa che l’euro sia “irreversibile”.

Constancio ha risposto a una domanda su Target2, che contabilizza gli acquisti di titoli, di stato e delle imprese, da parte della BCE. La domanda è stata sollevata da membri tedeschi e olandesi del Parlamento europeo, di riflesso rispetto a una campagna mediatica nei due Paesi che descrive gli squilibri contabili come prova che i Paesi “virtuosi” dell’Europa settentrionale sovvenzionano quelli “oziosi” del sud.

Constancio ha fatto notare che Target2 è un sistema di contabilità interno all’Eurosistema delle banche centrali e che, se le stesse banche centrali avessero un bilancio unico, non ve ne sarebbe nemmeno bisogno. Finché un Paese rimane nell’Eurozona non v’è bisogno di “saldare” i conti di Target2 tra i rispettivi Paesi membri. Ma, ha aggiunto Constancio, “se un Paese membro abbandonasse l’Euro, allora la banca centrale di quel Paese si assumerebbe la responsabilità” di saldare i conti. Ciò non è problematico, ha spiegato, perché “tutte le banche centrali dell’Eurozona hanno un bilancio in attivo e perciò hanno la capacità di eseguire pagamenti”. In altre parole: sì, è possibile uscire dall’euro pagando il conto che, comunque, le banche centrali sono perfettamente in grado di fare.

Sotto il sistema di Target2, gli acquisti della BCE sono contabilizzati tra le banche centrali dell’Eurosistema secondo la denominazione nazionale dei titoli. Così, per esempio, la Bundesbank presenta il più alto saldo positivo (934 miliardi a marzo) mentre l’Italia ha il maggiore saldo negativo (444 miliardi).

Saldare quasi mezzo trilione di euro sarebbe assai impegnativo anche per una nazione industriale come l’Italia, nel caso che il nostro Paese lasciasse l’Eurozona. Tuttavia, quel valore rappresenterebbe prevalentemente il valore dei titoli di stato ritirati dal mercato internazionale, che in quel momento il governo italiano potrebbe piazzare sul mercato interno a lunga scadenza e a un tasso remunerativo per i risparmiatori, minimizzando le perdite e consolidando il debito pubblico.

Caschi bianchi: la propaganda britannica ha finto un attacco chimico a Douma?

Giovedì 12 aprile il Ministro della Difesa americano James Mattis (nella foto) aveva detto al Congresso che il Pentagono non aveva ancora elementi certi sul presunto attacco con armi chimiche avvenuti cinque giorni prima a Douma. Gli ispettori dell’OPAC erano appena arrivati a Damasco e stavano per iniziare l’ispezione del sito quando le forze americane, britanniche e francesi hanno lanciato l’attacco missilistico contro tre strutture governative siriane nelle prime ore del 14 aprile.

Eppure ancor oggi non è ancora chiaro e verificato che cosa sia accaduto a Douma. I resoconti iniziali sono stati forniti esclusivamente dai Caschi Bianchi, un’organizzazione legata a vari gruppi di ribelli che spinge l’Occidente a intervenire per destituire il governo di Assad.

I Caschi Bianchi fanno parte dell’apparato di propaganda di guerra del governo britannico e vengono coordinati tramite il Foreign Office, il Commonwealth Office, l’Home Office, il Ministero della Difesa e l’Ufficio del Primo Ministro.

Stando ai siti del governo e a una serie di inchieste giornalistiche, l’ex ufficiale dell’esercito britannico James le Mesurier fondò il gruppo nel marzo 2013 e poi lanciò un’altra operazione di facciata britannica, Mayday Rescue, nel novembre 2014. Con sede a Istanbul e uffici nel Regno Unito e in Giordania, Mayday Rescue ha un bilancio annuale di 35 milioni di dollari per condurre operazioni di propaganda a sostegno dei gruppi ribelli che cercano di rovesciare il governo di Damasco.

È finanziata da USAID e dal Fondo per i Conflitti, la Sicurezza e la Stabilizzazione del Regno Unito. Nei suoi campi di addestramento in Turchia e Giordania, Mayday Rescue ha reclutato e addestrato almeno 3.000 siriani, poi dispiegati in 120 località, tutte nei territori controllati dai ribelli, inclusi territori occupati dal Fronte Al Nusra e dall’ISIS.

Anche la Società Medica Siriano Americana (SAMS), che sostiene di gestire gli ospedali nelle aree controllate dai jihadisti in Siria, è stata citata dai media sugli avvenimenti a Duma. Stando all’investigatore Max Blumenthal, la SAMS è finanziata quasi esclusivamente da USAID, un ente del Dipartimento di Stato. Il bilancio dell’organizzazione, stando alle sue stesse dichiarazioni, è salito dai 672.987 dollari del 2013 a quasi 6 milioni di dollari nel 2015.

Mayday Rescue e i Caschi Bianchi lavorano gomito a gomito con l’Aleppo Media Center, un altro ente di propaganda britannica, e con Incostrat (Innovative Communications and Strategy LLC), un’azienda di media e comunicazioni, fondata anche questa nel novembre 2014 da Paul Tilley, un altro veterano dei servizi segreti britannici. Tilley è stato direttore della Comunicazione Strategica del Ministero della Difesa britannico per il Medio Oriente e l’Africa. Durante la guerra in Libia, gestiva le comunicazioni col governo britannico da 10 Downing Street. Nel gennaio 2017 Tilley lanciò la nuova società, Innovation and Insight (iN2).

Sia Mayday Rescue, sia i Caschi Bianchi e Incostrat/iN2 lavorano in tandem con la 77esima brigata del Ministero della Difesa britannico, che prima si chiamava Security Assistance Group (SAG). La 77esima brigata è il principale gruppo di propaganda britannica, che decide “i metodi speciali per influenzare” stando al suo stesso sito. La 77esima brigata adotta “leve di ingaggio non militari e legittime per adattare il comportamento delle forze di opposizione e avversarie”; tra queste, ciò che chiama “IA&O” – Information Activity and Outreach. Il gruppo viene definito informalmente “le truppe di Twitter” e si vanta del fatto che “la 77esima brigata sia un agente di cambiamento”. In questo caso, si intende cambio di regime.

Montature, notizie false, tentativi di golpe a Washington, tutto made in London

Dal giorno dell’attacco in Siria, si moltiplicano le rivelazioni che indicano che le notizie false di un presunto attacco chimico a Douma, così come le notizie false su Trump, Putin, Xi Jinping e la Siria di Assad, sono tutte invenzioni di reti legate a Londra, il cui obiettivo è sabotare il potenziale di pace attraverso lo sviluppo, che è lo scopo del nuovo paradigma emerso con il programma della Nuova Via della Seta. Queste reti, che fanno capo alla City di Londra, ai servizi segreti britannici ed al governo May, hanno diffuso volutamente notizie false sull’avvelenamento di Skripal e il presunto attacco chimico in Siria. Lavorando con Macron in Francia, hanno spinto Trump a lanciare un attacco contro la Siria prima che iniziasse l’inchiesta ufficiale. Sono le stesse reti colluse coi servizi britannici e con l’amministrazione Obama per imporre un cambio di regime a Washington.

A causa delle loro montature, il mondo è andato molto vicino alla terza mondiale con l’attacco di venerdì scorso in Siria. Anche se l’attacco è stato circoscritto, grazie all’influsso di Trump, del ministro della Difesa americano Mattis e del Capo degli Stati Maggiori Riuniti Dunford (nella foto), ed anche grazie ai moniti provenienti da Mosca, queste reti non si fermeranno fino a quando non avranno attuato un cambio di regime a Washington e Damasco, ma anche a Mosca e Pechino.

Lo Schiller Institute ha denunciato fin dall’inizio queste menzogne, spiegandone l’origine, Londra, ma anche la causa: questi ambienti rifiutano il Nuovo Paradigma di cooperazione economica e pace, in cui Helga Zepp-LaRouche svolge un ruolo di primo piano. La signora LaRouche ne parlerà giovedì, nella consueta videoconferenza che si terrà alle ore 18 sul sito newparadigm.schillerinstitute.com.

Siria: Trump con un piede nella trappola geopolitica

L’attacco missilistico condotto da Stati Uniti d’America, Francia e Gran Bretagna il 14 aprile come rappresaglia contro il presunto uso di armi chimiche a Douma non ha avuto alcun effetto sulla situazione militare, ma ha portato il mondo più vicino a uno scontro diretto tra le superpotenze. Il Presidente russo Vladimir Putin ha correttamente notato che attacchi come questo, compiuti in violazione della Carta dell’ONU, condurranno inevitabilmente al caos nei rapporti internazionali.

I governi occidentali sostengono di avere prove inconfutabili dell’avvenuto uso di armi chimiche e che il governo di Assad ne sia responsabile, ma non ne hanno esibita alcuna. I rappresentanti di tutti e tre i governi hanno ammesso che le loro informazioni fossero basate sui “social media” (e tutti sanno quanto questi siano attendibili) e fonti sul terreno che sono pagate da quelle stesse potenze e per questo non maggiormente affidabili, in particolare i caschi bianchi britannici che hanno messo in scena i falsi video finiti su tutti i media.

Il colmo del cinismo è stato lanciare l’attacco nello stesso giorno nel quale a Damasco era atteso un team di ispettori dell’OPAC, che si sarebbero recati a Douma. Il centro di ricerca colpito a Damasco era stato visitato dall’OPAC due volte nel corso del 2017, ed entrambe le volte non era stato trovato materiale sospetto.

Ciononostante, Theresa May ed Emmanuel Macron hanno esercitato forti pressioni su Donald Trump per convincerlo all’azione militare, solo alcuni giorni dopo che il Presidente americano aveva annunciato l’intenzione di ritirare le forze americane dalla Siria una volta sconfitto l’ISIS. Il partito della guerra negli Stati Uniti, forte anche nell’esecutivo, si è aggiunto alle pressioni. Molti vedono in questo l’ultimo tentativo disperato da parte dell’establishment transatlantico di imporsi sulla legge internazionale e stabilire il proprio ordine mondiale. Il 14 aprile, nel mezzo dell’isteria sul caso Skripal (che successivamente è stato screditato), il Daily Telegraph aveva esposto l’agenda in un articolo del direttore Allister Heath il quale, parlando a nome dell’impero, ha scritto che “la Gran Bretagna ha bisogno di un nuovo ruolo nel mondo”, quello di costruire una nuova alleanza mondiale per tenere testa al totalitarismo russo e cinese.

Inoltre, l’ex Primo ministro Tony Blair (nella foto) – che sfornò le note menzogne sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein – è stato tra i primi a sollecitare il governo americano a bombardare la Siria. Il 15 aprile Emmanuel Macron, che aspira a diventare simile a Giove, ha sostenuto di aver convinto Trump a non ritirarsi ma di restare a lungo in Siria. Ma la portavoce della Casa Bianca ha negato che Trump abbia cambiato posizione.

Benché stavolta si sia evitata un’escalation, l’azione militare anglo-franco-americana avrà altri effetti pericolosi: incoraggerà le forze terroristiche rimaste in Siria e in altri Paesi a inscenare attacchi chimici per provocare interventi stranieri contro le legittime autorità e agevolerà il loro raggruppamento. La Siria ha già vinto la guerra con l’aiuto russo e ora la sfida è vincere la pace. Ciò significa che devono procedere i colloqui per la riconciliazione cui partecipano tutte le forze non terroristiche e devono essere portati avanti i piani per la ricostruzione. Al di là della Siria, deve essere ristabilito il diritto internazionale, che da decenni ormai viene calpestato dagli Stati Uniti e dalla NATO. Ciò significa che deve essere dimostrata la colpevolezza prima di intraprendere un’iniziativa punitiva contro una parte e l’intervento militare a scopo di cambiamento di regime deve essere interdetto.

Fermiamo la terza guerra mondiale! L’Italia non sia complice di questa follia!

Dopo l’attacco di venerdì scorso contro la Siria, da parte di Stati Uniti, Francia e Regno Unito, e quello di stanotte, presumibilmente da parte di Israele, ripubblichiamo l’appello del LaRouchePAC contro la guerra. Da una settimana a questa parte il LaRouchePAC, il movimento dell’economista e statista americano Lyndon LaRouche, sta tempestando di email e telefonate il Congresso USA con la seguente dichiarazione, al fine di fermare la terza guerra mondiale. Ritengo che anche l’Italia debba prendere con urgenza posizione contro la follia di un intervento americano in Siria, in cui i britannici tentano di coinvolgerci, anche questa volta, come con le armi di distruzione di massa inventate da Blair. Questa volta la guerra viene provocata da una messinscena britannica, in particolare ordita dai caschi bianchi britannici, al fine di coinvolgere Trump e l’Europa nella folle politica guerrafondaia di Theresa May. L’Italia non sia complice di questa follia!

Liliana Gorini, presidente di Movisol, Milano

LaRouchePAC: Ne abbiamo abbastanza!

Il Congresso rimuova Robert Mueller e arresti la spinta bellica britannica

Gli Stati Uniti d’America si accingono ad attaccare la Siria,rischiando di provocare una reazione delle truppe russe dispiegate, in base ad una perfida menzogna britannica, che potrebbe scatenare un conflitto su scala planetaria. Nel frattempo il 9 aprile l’ufficio dell’avvocato personale del Presidente americano Donald Trump è stato oggetto di ispezioni richieste dall’inquirente speciale Robert Mueller (nella foto con Bush).

Il motivo sarebbe la necessità di indagare intorno alla relazione sessuale avvenuta anni or sono tra il Presidente e l’attrice pornografica Stormy Daniels. La cosa è ritenuta così seria da Mueller e dai suoi collaboratori corrotti dell’FBI da mettere da parte il sesto emendamento della Costituzione americana. Se non insorgeremo subito contro questa manipolazione, la nazione corre un grave pericolo. Il tentativo spudorato di legare le mani a questo Presidente inducendolo ad entrare nella guerra contro la quale è stato eletto ha assunto dimensioni indicibili.

Nel 2016 milioni di americani votarono affinché cessasse la strategia delle guerre permanenti, strategia necessaria alla sopravvivenza di un sistema anglo-americano ormai finanziariamente in bancarotta e risalente alla fine della seconda guerra mondiale. Tale sistema fa perno nella City di Londra ed a Wall Street; ha distrutto l’economia americana un tempo florida,cpme è diventato evidente a tutti con il crac del 2007-2008. Trump ha promesso rapporti migliori con la Cina, che si sta stagliando nel panorama mondiale come prima economia in termini di potenza produttiva, e con la Russia di Putin. È stata la determinazione di Trump nell’istituire frapporti di cooperazione con quei due Paesi a scatenare il tentato golpe contro di lui, maturato in casa britannica e presso gli utili idioti in loro pugno.

Quel tentato golpe, il cui manifesto è stato lo “sporco dossier” redatto dall’ex spia britannica Christopher Steele e comprato da Hillary Clinton, stava ormai per fallire del tutto, quando la Gran Bretagna ha iniziato l’offensiva attuale. I senatori Charles Grassley e Lindsay Graham hanno citato Steele rivolgendosi al Ministero della Giustizia affinché Trump venga perseguito; i veri patrioti in seno al Congresso hanno condotto un’iniziativa genuina per identificare e perseguire i responsabili di tale golpe. Il 4 marzo 2018 Sergej Skripal e sua figlia sono stati avvelenati a Salisbury.

La Premier Theresa May si è rivolta immediatamente al mondo attaccando la Russia, senza mai produrre prove dell’accusa. Il Presidente Trump è stato sollecitato da consiglieri traditori, tra i quali H. R. McMaster, che durante la sua carriera ha passato un lungo periodo di formazione/cattività presso il britannico Istituto Internazionale per gli Affari Strategici, a sostenere le pretese assolutamente infondate di Londra. Il messaggio pervenuto al Presidente da questi traditori è inequivocabile: unisciti a noi nella marcia verso la guerra e forse, forse, sospenderemo il golpe.

Infine l’esperto britannico di armi chimiche presso il laboratorio di Porton Downs si è rifiutato di avallare la tesi della fabbricazione russa del reagente impiegato contro Skripal: ha sconfessato Theresa May e il dissennato Ministro britannico degli Esteri Boris Johnson.

Già molti dubbi erano stati espressi da numerosi Paesi europei, che si sono astenuti dall’appoggiare la provocazione bellica britannica. Tra i fatti considerati si consideri che i gas nervini avrebbe ucciso immediatamente Skripal e figlia, ora usciti da una prognosi di criticità, e che non è stato precisato il luogo in cui questi gas sarebbero stati impiegati contro di loro. L’inventore di tali gas venefici, ora dissidente residente negli Stati Uniti, ha ampiamente pubblicizzata la formula di produzione. Ma nel frattempo tutta questa importanza del caso sembra aver esaurito i suoi effetti. Gli Skripal saranno affidati a un programma di protezione della CIA riservato a testimoni particolarmente scomodi, mentre la loro casa e il luogo del preteso delitto saranno distrutti, chiudendo il caso a ogni futura indagine.

Nonostante le voci che vorrebbero Trump sostenitore della May, il Presidente americano continua a mantenersi fedele a quanto promesso agli elettori quanto ai suoi rapporti con la Russia. Si è congratulato con Putin per la sua rielezione, lo ha invitato alla Casa Bianca e ha parlato preoccupato della corsa alle armi da parte dei due Paesi. I britannici e i loro amici americani si sono traditi, rispondendo a un Presidente che ora si permette di parlare di ritiro delle truppe dalla Siria e di ricostruzione degli Stati Uniti.

È di questi giorni la nuova fase di provocazione bellica britannica: questa volta i veleni sarebbero stati adoperati dalla Siria, dove russi, iraniani e siriani hanno assestato duri colpi ai terroristi dell’ISIS e ora stanno sistemando il problema costituito dai residui delle forze jihadiste in campo. Le operazioni militari finali hanno avuto luogo nel territorio del Ghouta. Raggiunta la vittoria, Assad avrebbe lanciato attacchi chimici per festeggiare, ben sapendo di attirarsi così gli strali di tutto l’Occidente. E’ quanto cercano di farci credere i media seminatori di guerra.

Le fotografie di bambini morenti cui un anno fa reagì emotivamente Trump, ordinando un bombardamento missilistico, sono state nuovamente esibite. Vi sono ragioni di sospettare che siano false. Russia e Siria avevano avvertito della possibilità di un attacco a base di cloro, già da un mese fa, con la liberazione di Ghouta. L’unica fonte su questi presunti attacchi è quella dei Caschi Bianchi, organizzazione britannica vicina ad Al-Quaeda e profondamente coinvolta nelle passate fraudolente accuse contro Assad per aver impiegato armi chimiche. Seymour Hersh ha documentato questa storia nella {London Review of Books}, scrivendo della falsa notizia sull’uso di sarin nell’agosto 2013 (vedi lrb.co.uk/v36/n08/seymour-m-hersh/the-red-line-and-the-rat-line). Ted Postal, del MIT, e altri autori hanno dimostrato che l’attacco con il sarin, cui rispose Trump militarmente un anno fa, fu una delle tante menzogne usate dai britannici (vedi https://consortiumnews.com/2017/09/07/a-new-hole-in-syria-sarin-certainty/ di Robert Perry e https://www.thenation.com/article/the-chemical-weapons-attack-in-syria-is-there-a-place-for-skepticism/ di James Carden).

I caschi bianchi sono finanziati da britannici e americani della comunità d'{intelligence} impegnata nel tentativo di un cambio di regime in Siria. Hanno ricevuto milioni di dollari a questo scopo. Sono fattori decisivi del fronte interventista e della politica estera di cambio di regime per fermare la quale fu eletto Trump. Nel 2013, quando Obama minacciò la guerra alla Russia a causa della Siria, il popolo americano intervenne, chiese l’intervento di Capitol Hill e impedì il peggio. Ora bisogna fare lo stesso. La Russia registra una guerra dell’informazione crescente, condotta dai britannici e dai loro subalterni negli Stati Uniti. Pensano molto correttamente che questi siano i primi passi verso la guerra. Dobbiamo invertire la rotta, immediatamente. Chiamate il vostro rappresentante al Congressoe e ditegli di arrestare questa deriva bellica e di rimuovere Robert Mueller.

E’ scoppiata una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina?

L’annuncio del Presidente Trump di potenziali dazi per 50 miliardi di dollari su prodotti cinesi, a cui ne ha aggiunti altri 100 in risposta alla contromossa cinese, ha fatto parlare di guerra commerciale inevitabile. Ma è così?

Ci sono due questioni da prendere in considerazione, che vengono generalmente ignorate dai difensori del sistema attuale in via di collasso, gli stessi che propongono di usare la guerra commerciale per punire la Cina dei suoi successi economici, e tra i liberisti anti-Trump che dipingono il Presidente americano come un folle inarrestabile.

Punto numero uno: esiste un problema reale nel commercio tra Stati Uniti e Cina. Nel 2017, Washington aveva un deficit commerciale di 375 miliardi di dollari con Pechino. Trump ha criticato giustamente i Presidenti che lo hanno preceduto per la loro pessima politica commerciale, dalla quale la Cina ha tratto vantaggio. Tra le cause principali identificate da Trump sono la delocalizzazione verso Paesi con manodopera a basso costo e la politica di deindustrializzazione imposta alle imprese americane, che risale agli anni Settanta. Secondo il sistema americano di economia politica, che Trump ha sostenuto in passato, una politica protezionistica serve a stimolare la produzione americana contrastando il “dumping” di prodotti a basso costo. I dazi su acciaio e alluminio che ha imposto il 1 marzo servivano a tutelare le imprese americane, in modo che potessero riaprire gli impianti e riassumere forza lavoro.

Ma c’è una differenza tra tutelare l’industria nazionale e i posti di lavoro, e punire un concorrente. Aumentare il prezzo dei beni importati non servirà di per sé a riavviare industrie che hanno chiuso i battenti perché non erano più competitive. Quelle industrie hanno bisogno di credito per nuovi impianti, credito che richiede a sua volta una riorganizzazione del sistema bancario americano, a partire dal ripristino della separazione bancaria con la legge Glass-Steagall, per tutelare le banche commerciali che elargiscono crediti per espandere l’economia fisica, e adottando una politica creditizia hamiltoniana, che fornisca credito a bassi tassi di interesse per gli investimenti, finanziando anche la formazione della forza lavoro e ricerca e sviluppo per aumentare la produttività. La politica speculativa di “arricchirsi in fretta” e degli accordi multilaterali di libero scambio, iniziata negli anni Ottanta, ha distrutto la produttività americana, aprendo le porte alla Cina e ad altri Paesi, che si sono sostituiti con la loro produzione.

Punto numero due: Washington ha concesso a Pechino sessanta giorni per fare ricorso contro i dazi proposti, per la cui entrata in vigore non è stata fissata alcuna data. Questo lascia tempo ai negoziatori dei due Paesi per risolvere le differenze. E nonostante la dura retorica da ambo le parti, il dialogo procede. Ad esempio, il Premier cinese Li Keqiang, e molti altri, hanno proposto di aumentare gli scambi investendo per esempio in joint venture in Paesi terzi, tramite l’Iniziativa Belt and Road. C’è anche la possibilità di investimenti cinesi in America, discussa tra il Presidente Trump e quello cinese Xi Jinping, in particolare nelle infrastrutture, investimenti che creerebbero molti posti di lavoro produttivi.

Certo, c’è il rischio che emerga una guerra commerciale. Ma è anche possibile che la discussione conduca a un livello più alto di cooperazione bilaterale, auspicata sia dal Presidente Xi sia dal Presidente Trump, che sarebbe nell’interesse di entrambe le nazioni.

La bugia delle armi chimiche ha le gambe corte

I cosiddetti “caschi bianchi” sono notoriamente vicini ad Al-Qaida ma ciononostante i media occidentali li adottano quale fonte credibile sulla Siria, chiamandoli semplicemente “attivisti”. Come minimo, però, dovrebbero ingaggiare un regista migliore, perché le loro denunce dei “crimini di Assad” ripetono sempre lo stesso cliché, in modo che anche i ciechi intravedono la bufala. Il loro video sul presunto attacco con armi chimiche a Duma il 7 aprile mostra bambini che sarebbero stati colpiti dal gas, ma finora nessuna delle loro denunce è stata suffragata da prove.

Proprio due mesi fa, il 2 febbraio al Pentagono, il Ministro americano della Difesa, il gen. James Mattis, dichiarò: “Gli Stati Uniti non hanno prove che confermino i resoconti da gruppi umanitari e altri, secondo cui il governo siriano avrebbe usato gas nervino contro i propri cittadini. V’è gente sul campo di battaglia che sostiene che siano stati usati, ma non abbiamo le prove”.

Per questo il col. Pat Lang, ex funzionario dell’intelligence militare americano, si è chiesto come mai il Presidente Trump abbia bevuto le fake news “diffuse tramite l’MI6”, il servizio d’intelligence britannico (nella foto). “Gli passa mai per la mente di usare la linea sicura e chiamare i funzionari responsabili alla CIA, all’NSA o altrove, e chieder loro se pensino che le notizie siano corrette? Tutte queste informazioni che vanno ai MSM (mainstream media) e, per di lì, alle orecchie del Presidente sono prodotte dall’apparato di propaganda dei ribelli, la maggior parte dei quali è finanziata dal Ministro degli Esteri di Sua Maestà britannica, e diffuse dall’MI6. Che diavolo spinge il Regno Unito in questa canagliata? E poi, naturalmente v’è l’estremo pensiero di gruppo da parte dei MSM statunitensi ed europei nello scimmiottare queste accuse oggettivamente non dimostrate”. È fuor di ogni logica che le forze governative siriane abbiano usato armi chimiche a Duma, dove hanno quasi vinto la battaglia, scrive Lang.

E infatti, l’esercito siriano è stato in grado di avanzare e sconfiggere i terroristi a Duma in una brillante operazione notturna (vedi https://www.almasdarnews.com/article/watch-elite-syrian-army-forces-launch-daring-night-assault-against-rebels-in-douma/). È da poco tempo che le forze siriane dispongono di visori notturni, e l’attacco ha evidentemente sorpreso i terroristi di Jaish al Islam, rotto le loro linee di difesa e reso impossibile tenere le posizioni, spingendoli a chiedere il cessate il fuoco. Con questo, l’intero territorio del Gouta orientale può dirsi liberato.

Tra l’altro, ora si apre la possibilità di un’ispezione internazionale sui siti in cui sarebbe avvenuto il presunto attacco chimico il 7 aprile. In tal modo, l’attacco notturno potrebbe aver assunto un significato strategico mondiale, cambiando la situazione sul terreno così rapidamente da minare la mobilitazione per un attacco alla Siria e fermare la pericolosa escalation cercata dai britannici.

Fermiamo la terza guerra mondiale! L’Italia non sia complice di questa follia!

Nelle ultime 24 ore il LaRouchePAC, il movimento dell’economista e statista americano Lyndon LaRouche, sta tempestando di email e telefonate il Congresso USA con la seguente dichiarazione, al fine di fermare la terza guerra mondiale. Ritengo che anche l’Italia debba prendere con urgenza posizione contro la follia di un intervento americano in Siria, in cui i britannici tentano di coinvolgerci, anche questa volta, come con le armi di distruzione di massa inventate da Blair. Questa volta la guerra viene provocata da una messinscena britannica, in particolare ordita dai caschi bianchi britannici, al fine di coinvolgere Trump e l’Europa nella folle politica guerrafondaia di Theresa May. L’Italia non sia complice di questa follia!

Liliana Gorini, presidente di Movisol, Milano

LaRouchePAC: Ne abbiamo abbastanza!

Il Congresso rimuova Robert Mueller e arresti la spinta bellica britannica

Gli Stati Uniti d’America si accingono ad attaccare la Siria,rischiando di provocare una reazione delle truppe russe dispiegate, in base ad una perfida menzogna britannica, che potrebbe scatenare un conflitto su scala planetaria. Nel frattempo il 9 aprile l’ufficio dell’avvocato personale del Presidente americano Donald Trump è stato oggetto di ispezioni richieste dall’inquirente speciale Robert Mueller (nella foto con Bush).

Il motivo sarebbe la necessità di indagare intorno alla relazione sessuale avvenuta anni or sono tra il Presidente e l’attrice pornografica Stormy Daniels. La cosa è ritenuta così seria da Mueller e dai suoi collaboratori corrotti dell’FBI da mettere da parte il sesto emendamento della Costituzione americana. Se non insorgeremo subito contro questa manipolazione, la nazione corre un grave pericolo. Il tentativo spudorato di legare le mani a questo Presidente inducendolo ad entrare nella guerra contro la quale è stato eletto ha assunto dimensioni indicibili.

Nel 2016 milioni di americani votarono affinché cessasse la strategia delle guerre permanenti, strategia necessaria alla sopravvivenza di un sistema anglo-americano ormai finanziariamente in bancarotta e risalente alla fine della seconda guerra mondiale. Tale sistema fa perno nella City di Londra ed a Wall Street; ha distrutto l’economia americana un tempo florida,cpme è diventato evidente a tutti con il crac del 2007-2008. Trump ha promesso rapporti migliori con la Cina, che si sta stagliando nel panorama mondiale come prima economia in termini di potenza produttiva, e con la Russia di Putin. È stata la determinazione di Trump nell’istituire frapporti di cooperazione con quei due Paesi a scatenare il tentato golpe contro di lui, maturato in casa britannica e presso gli utili idioti in loro pugno.

Quel tentato golpe, il cui manifesto è stato lo “sporco dossier” redatto dall’ex spia britannica Christopher Steele e comprato da Hillary Clinton, stava ormai per fallire del tutto, quando la Gran Bretagna ha iniziato l’offensiva attuale. I senatori Charles Grassley e Lindsay Graham hanno citato Steele rivolgendosi al Ministero della Giustizia affinché Trump venga perseguito; i veri patrioti in seno al Congresso hanno condotto un’iniziativa genuina per identificare e perseguire i responsabili di tale golpe. Il 4 marzo 2018 Sergej Skripal e sua figlia sono stati avvelenati a Salisbury.

La Premier Theresa May si è rivolta immediatamente al mondo attaccando la Russia, senza mai produrre prove dell’accusa. Il Presidente Trump è stato sollecitato da consiglieri traditori, tra i quali H. R. McMaster, che durante la sua carriera ha passato un lungo periodo di formazione/cattività presso il britannico Istituto Internazionale per gli Affari Strategici, a sostenere le pretese assolutamente infondate di Londra. Il messaggio pervenuto al Presidente da questi traditori è inequivocabile: unisciti a noi nella marcia verso la guerra e forse, forse, sospenderemo il golpe.

Infine l’esperto britannico di armi chimiche presso il laboratorio di Porton Downs si è rifiutato di avallare la tesi della fabbricazione russa del reagente impiegato contro Skripal: ha sconfessato Theresa May e il dissennato Ministro britannico degli Esteri Boris Johnson.

Già molti dubbi erano stati espressi da numerosi Paesi europei, che si sono astenuti dall’appoggiare la provocazione bellica britannica. Tra i fatti considerati si consideri che i gas nervini avrebbe ucciso immediatamente Skripal e figlia, ora usciti da una prognosi di criticità, e che non è stato precisato il luogo in cui questi gas sarebbero stati impiegati contro di loro. L’inventore di tali gas venefici, ora dissidente residente negli Stati Uniti, ha ampiamente pubblicizzata la formula di produzione. Ma nel frattempo tutta questa importanza del caso sembra aver esaurito i suoi effetti. Gli Skripal saranno affidati a un programma di protezione della CIA riservato a testimoni particolarmente scomodi, mentre la loro casa e il luogo del preteso delitto saranno distrutti, chiudendo il caso a ogni futura indagine.

Nonostante le voci che vorrebbero Trump sostenitore della May, il Presidente americano continua a mantenersi fedele a quanto promesso agli elettori quanto ai suoi rapporti con la Russia. Si è congratulato con Putin per la sua rielezione, lo ha invitato alla Casa Bianca e ha parlato preoccupato della corsa alle armi da parte dei due Paesi. I britannici e i loro amici americani si sono traditi, rispondendo a un Presidente che ora si permette di parlare di ritiro delle truppe dalla Siria e di ricostruzione degli Stati Uniti.

È di questi giorni la nuova fase di provocazione bellica britannica: questa volta i veleni sarebbero stati adoperati dalla Siria, dove russi, iraniani e siriani hanno assestato duri colpi ai terroristi dell’ISIS e ora stanno sistemando il problema costituito dai residui delle forze jihadiste in campo. Le operazioni militari finali hanno avuto luogo nel territorio del Ghouta. Raggiunta la vittoria, Assad avrebbe lanciato attacchi chimici per festeggiare, ben sapendo di attirarsi così gli strali di tutto l’Occidente. E’ quanto cercano di farci credere i media seminatori di guerra.

Le fotografie di bambini morenti cui un anno fa reagì emotivamente Trump, ordinando un bombardamento missilistico, sono state nuovamente esibite. Vi sono ragioni di sospettare che siano false. Russia e Siria avevano avvertito della possibilità di un attacco a base di cloro, già da un mese fa, con la liberazione di Ghouta. L’unica fonte su questi presunti attacchi è quella dei Caschi Bianchi, organizzazione britannica vicina ad Al-Quaeda e profondamente coinvolta nelle passate fraudolente accuse contro Assad per aver impiegato armi chimiche. Seymour Hersh ha documentato questa storia nella {London Review of Books}, scrivendo della falsa notizia sull’uso di sarin nell’agosto 2013 (vedi lrb.co.uk/v36/n08/seymour-m-hersh/the-red-line-and-the-rat-line). Ted Postal, del MIT, e altri autori hanno dimostrato che l’attacco con il sarin, cui rispose Trump militarmente un anno fa, fu una delle tante menzogne usate dai britannici (vedi https://consortiumnews.com/2017/09/07/a-new-hole-in-syria-sarin-certainty/ di Robert Perry e https://www.thenation.com/article/the-chemical-weapons-attack-in-syria-is-there-a-place-for-skepticism/ di James Carden).

I caschi bianchi sono finanziati da britannici e americani della comunità d'{intelligence} impegnata nel tentativo di un cambio di regime in Siria. Hanno ricevuto milioni di dollari a questo scopo. Sono fattori decisivi del fronte interventista e della politica estera di cambio di regime per fermare la quale fu eletto Trump. Nel 2013, quando Obama minacciò la guerra alla Russia a causa della Siria, il popolo americano intervenne, chiese l’intervento di Capitol Hill e impedì il peggio. Ora bisogna fare lo stesso. La Russia registra una guerra dell’informazione crescente, condotta dai britannici e dai loro subalterni negli Stati Uniti. Pensano molto correttamente che questi siano i primi passi verso la guerra. Dobbiamo invertire la rotta, immediatamente. Chiamate il vostro rappresentante al Congressoe e ditegli di arrestare questa deriva bellica e di rimuovere Robert Mueller.

Le provocazioni britanniche rischiano di provocare una guerra nucleare

Mentre scriviamo questo annuncio, a mezzogiorno del 10 aprile sulla costa atlantica americana, si accende l’allarme rosso a causa della possibilità che scoppi la guerra generale nei prossimi giorni, a causa delle provocazioni belliche operate dalle alte sfere dell’Impero Britannico. Sfumato il tentativo di incolpare la Russia dell’avvelenamento degli Skripal, quando l’esperto di armi chimiche del laboratorio di Porton Down non ha confermato le accuse geopolitiche di May e Johnson, affermando di non poter certificare che la sostanza usata provenisse dalla Russia, sono stati messi in campo i Caschi Bianchi, un’altra risorsa di Londra, ad affermare che le forze governative siriane hanno usato armi chimiche a Ghouta. Questo sviluppo ha messo in agitazione il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, interessandolo ad azioni contro la Siria, ma anche contro l’Iran e la Russia. Il tutto è stato confezionato dai britannici, dai francesi e dai neoconservatori americani.

Il terzo sviluppo dell’operazione di destabilizzazione è stata l’ispezione dell’ufficio dell’avvocato personale del Presidente americano Trump, Michael Cohen, richiesta dal procuratore particolare Robert Mueller per indagare intorno alla relazione sessuale avvenuta anni or sono tra il Presidente e l’attrice pornografica Stormy Daniels. Tali sospetti, ovviamente, non hanno relazione con le ipotizzate collusioni con Putin per vincere le elezioni del 2016.

Il motivo è sempre lo stesso: le forze imperiali centrate nella City e i loro alleati neoconservatori a Wall Street vogliono impedire a Trump di mantenere le promesse elettorali di far cessare le guerre permanenti per il cambio di regime e di dare invece il via a buoni rapporti costruttivi con la Russia, oltreché con la Cina.

In una recente dichiarazione del LaRouche PAC si legge che l’ispezione è un “tentativo spudorato di legare le mani a questo Presidente per entrare in guerra, contro la quale è stato eletto”. Helga Zepp-LaRouche ha commentato che “siamo seduti su una polveriera”. Ne parlerà anche questo giovedì, nella consueta videoconferenza sul sito newparadigm.schillerinstitute.com, alle ore 18.

L’impero britannico ricorre alla frode per spingere verso la guerra

Proprio mentre la campagna anti-russa scatenata attorno al caso Skripal nel Regno Unito stava ritorcendosi contro gli autori, l'”Impero britannico” ha lanciato un’altra frode, stavolta su un presunto attacco chimico da parte dell’esercito siriano a Duma il 7 aprile. Benché la sola fonte di informazione fossero gli alleati di Al-Qaida, i media hanno sbattuto il mostro in prima pagina, che era finora stata occupata dalla narrativa sull’ex spia russa Sergej Skripal.

Come ha ribadito Helga Zepp-LaRouche, il tutto deve essere visto come parte di una propaganda pre-bellica tesa in particolare a indurre il Presidente Trump a rinunciare all’intenzione di stabilire buone relazioni con Russia e Cina, e aderire pienamente al partito della guerra. Sullo sfondo, l’incipiente collasso del sistema finanziario di Wall Street e Londra. Il ruolo del governo e dei servizi britannici nel caso Skripal è stato molto rapidamente messo a nudo, mentre era rimasto offuscato a lungo nel “Russiagate” contro Trump.

È allarmante la corsa dei principali Paesi europei e degli Stati Uniti in soccorso dell’impostura britannica nonostante l’assenza di prove, adottando una misura grave come l’espulsione dei diplomatici. Da allora sono stati rivelati molti strati di disinformazione. Scotland Yard, per esempio, ha affermato che vi sarebbero volute diverse settimane per i risultati dell’indagine sul “tentato omicidio”, ma il governo britannico ha impiegato solo un paio di giorni per trarre le conclusioni.

Il Ministro degli Esteri Boris Johnson aveva sostenuto che il laboratorio britannico di Porton Down avrebbe stabilito che il gas nervino usato a Salisbury “è stato prodotto in Russia”, per poi cancellare il tweet dopo che il direttore del laboratorio, Gary Aitkenhead, ha dichiarato il 3 aprile che fosse impossibile determinare la provenienza dell’agente chimico. Inoltre, il gas evidentemente non era così micidiale come sostenuto originalmente – per fortuna, perché la figlia di Skripal si è pienamente ristabilita e il padre è in via di guarigione. Oppure, è stata usata un’altra sostanza.

Theresa May forse sperava di evitare il naufragio del proprio governo lanciando una crociata contro la Russia, ma se ha guadagnato qualche consenso a breve termine, lo ha fatto a spese del discredito a lungo termine delle operazioni di intelligence britanniche.

L’organo della City di Londra, The Economist, è più preoccupato per Donald Trump. Il 30 marzo si è lamentato che il Presidente americano non avesse profferito parola sulla Russia o su Putin nei suoi tweet dopo il cosiddetto attacco chimico a Salisbury il 4 marzo. Benché Washington abbia espulso sessanta diplomatici su richiesta di Londra, è stato annunciato in seguito che essi avrebbero potuto essere sostituiti. Ancor peggiore agli occhi di Londra è il fatto che il 2 aprile Trump abbia reiterato la sua speranza di incontrare presto Putin. Come se non bastasse, egli ha anche annunciato – prima del presunto attacco chimico a Duma – che presto, quando l’Isis sarà stato sconfitto, gli Stati Uniti se ne andranno dalla Siria. Negli Stati Uniti il partito guerrafondaio, compresa l’ineffabile ambasciatrice all’ONU Nikki Haley, è determinato a incastrare il Presidente e a soffiare sulle fiamme di guerra.

La Cina denuncia l’unilateralismo delle minacce americane di dazi

Le dichiarazioni del governo cinese sono generalmente diplomatiche. Ma non la risposta il 6 aprile dei ministeri cinesi del Commercio e degli Esteri all’annuncio del Presidente Trump di aver dato istruzioni di considerare altri dazi contro la Cina per 100 miliardi di Euro, perché secondo lui la Cina non aveva il diritto di reagire all’appello iniziale di Trump per dazi di 50 miliardi.

La Cina non negozierà a queste condizioni di “atti unilaterali”, ha dichiarato il portavoce del ministero del Commercio Gao Feng. “E’ una battaglia tra unilateralismo e multilateralismo… L’America si sta comportando in modo arrogante. Hanno preso le iniziative sbagliate. Il risultato è che si faranno del male. Se decideranno altri 100 miliardi di dazi, la Cina è pronta… Reagiremo immediatamente, non abbiamo scelta” ha dichiarato. Gao ha aggiunto che “abbiamo notato che molti funzionari americani hanno indicato il fatto che sono in corso colloqui tra le parti, ma non è così”.

Anche il portavoce del Ministero degli Esteri Lu Kang ha parlato in termini simili. “Sembra che gli Stati Uniti abbiano sbagliato a valutare la situazione e preso le iniziative sbagliate. Nel farlo, gli Stati Uniti finiranno col danneggiare i propri interessi. La Cina è pronta, e risponderemo senza esitazione se gli Stati Uniti pubblicheranno una lista di prodotti per i dazi di 100 miliardi di dollari”.

La proposta cinese agli Stati Uniti per ovviare al deficit commerciale è invece quella di aderire all’Iniziativa Belt and Road della Cina partecipando a joint ventures per lo sviluppo del mondo.

Trump manterrà la promessa elettorale di ritirarsi dalla Siria

Dopo aver dichiarato ad un comizio in Ohio il 29 marzo che “lasceremo la Siria, molto presto” ponendo fine alle guerre volute da Obama, il 3 aprile il Presidente Trump ha incaricato il National Security Council di avviare la pianificazione militare per il ritiro, stando a numerosi resoconti sui media. Reuters riferisce che per il Presidente il ritiro dovrebbe essere completato nel giro di un anno. “Non tollererà che si attendano 6-7 anni” ha dichiarato un funzionario.

Trump avrebbe aggiunto che il nuovo consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton “lo sostiene” sulla Siria.

Corbyn: le accuse di Johnson alla Russia smentite dal laboratorio inglese

In un’intervista a Sky News il 4 aprile, il leader laburista inglese Jeremy Corbyn ha dichiarato che il ministro degli Esteri britannico Boris Johnson (nella foto) “dovrà rispondere seriamente a molte domande” dopo aver affermato alla TV tedesca due settimane fa che il laboratorio di Porton Down gli aveva assicurato “categoricamente” che il gas nervino Novichok usato per avvelenare gli Skripal provenisse dalla Russia. E’ stato smentito dal laboratorio di Porton Down. In un’intervista a Sky News il giorno prima, Gary Aitkenhead, capo del laboratorio di scienza della difesa e tecnologia (DSTL) a Porton Down, ha dichiarato infatti che il suo laboratorio non è stato in grado di provare che la Russia sia la fonte del Novichok.

Boris Johnson “ha fatto una pessima figura”. Corbyn aggiunge che all’inizio il Foreign Office aveva pubblicato un tweet a sostegno delle affermazioni di Johnson, ma quando Porton Down ha detto che “non è in grado di identificare il gas nervino, il Foreign Office ha cancellato quel tweet”. Quindi Johnson dovrà rispondere a molte domande, in quanto “ci sono evidenti incongruenze” nella sua versione.

Sono molti a chiedere le dimissioni del ministro britannico. Johnson accusa Corbyn “di stare dalla parte della propaganda russa” e di cercare di screditare il Regno Unito sull’attacco di Salisbury. Dal canto suo il Foreign Office, nel tentativo di spiegare la cancellazione del tweet che sosteneva le accuse di Johnson, ha dichiarato che era un “riassunto inaccurato” di osservazioni fatte dall’ambasciatrice britannica a Mosca, Laurie Bristow.

La Nuova Via della Seta determina la situazione strategica

Gli attacchi isterici contro la Russia provenienti dalla Gran Bretagna imperiale e dai suoi servizi segreti, tramite Theresa May e Boris BoJo Johnson, non ingannano nessuno. Anche se alcuni governi hanno accettato servilmente le pericolose provocazioni della May, altri, inclusi gli Stati Uniti, si sono limitati a gesti formali. Ad esempio gli Stati Uniti hanno espulso 60 diplomatici, per poi farne nominare altrettanti che li hanno sostituiti, e lo stesso ha fatto la Russia nei confronti dei diplomatici americani espulsi per rappresaglia.

Molte nazioni la pensano come il ministro degli Esteri russo Lavrov, che ha dichiarato che con le sue accuse infondate nel caso Skripal “è fin troppo ovvio che i nostri colleghi britannici hanno perso il senso della realtà”.

I leader che non hanno perso il senso della realtà sono impegnati in una serie di attività diplomatiche ed economiche, stringendo accordi per partecipare all’Iniziativa Belt and Road della Cina (la Nuova Via della Seta). Parallelamente a questi sforzi c’è l’iniziativa russa per portare la pace in Siria, collaborando coi vicini della Siria. I fautori della geopolitica britannica avranno notato che questa iniziativa fa passi avanti, e il Presidente Trump ha mantenuto la sua promessa elettorale di porre fine al coinvolgimento militare americano in Siria, annunciando un vertice con Putin nel prossimo futuro.

Dietro agli attacchi britannici contro Putin e la Russia c’è l’isteria per il Nuovo Paradigma nei rapporti internazionali, che sta sostituendo rapidamente il sistema fallito della City di Londra e di Wall Street. Se gli Stati Uniti coopereranno con Russia, Cina ed India, come Lyndon LaRouche aveva auspicato dopo il crac del 2008, sarà impossibile fermare tale Nuovo Paradigma.

Questi saranno i temi della consueta videoconferenza di Helga Zepp-LaRouche, in diretta giovedì 5 aprile sul sito newparadigm.schillerinstitute.com.

Lavrov punta il dito sul probabile ruolo dei servizi britannici nell’avvelenamento di Skripal

Viene sempre più alla luce la questione del coinvolgimento dei servizi segreti britannici nell’avvelenamento del doppio agente britannico Sergei Skripal e di sua figlia Julia.

Parlando ad una conferenza stampa a Mosca il 2 aprile, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha notato che l’intelligence britannica “o il governo britannico” sono chiaramente i beneficiari dell’avvelenamento di Skripal e sua figlia. Ci sono spiegazioni ben diverse di quelle strombettate da Londra e i suoi colleghi occidentali, ovvero, che i responsabili sarebbero i russi. Ha citato esperti che notano che il caso Skripal “va a vantaggio dei servizi speciali britannici, noti per la loro abilità di agire con licenza di uccidere”. Inoltre “va a beneficio del governo britannico che si trovava in una situazione difficile” in quanto non era riuscito a negoziare con l’Unione Europea termini favorevoli per la Brexit.

“I leader di molti paesi si pongono domande” ha aggiunto il ministro degli Esteri e “ritengo che la Gran Bretagna non potrà evitare di rispondere a queste domande. Sono troppo ovvie, ed è troppo ovvio il fatto che i nostri colleghi britannici abbiano perso il senso della realtà”.

Nel frattempo, a Londra, l’ambasciatore russo Alexander Jakovenko ha accusato Londra di essersi rifiutata di condividere informazioni sull’avvelenamento, cosa che ha indotto Mosca a “sospettare fortemente” che Londra fosse la vera responsabile del crimine. L’ambasciatore russo sottolinea anche che per poter ottenere sostegno dalla popolazione e dal Parlamento, Theresa May aveva bisogno di una “grave provocazione” e ne ha escogitata una particolarmente “selvaggia” per assumere un ruolo di guida nella campagna occidentale per “contenere” la Russia. Ma Mosca non permetterà a Londra di evitare le conseguenze legali delle proprie azioni, ha concluso Jakovenko. “Dovranno dare delle risposte”.

Ossenkopp a China.org: se Trump vuole rendere l’America grande ripristini la legge Glass-Steagall invece di porre dazi

Il sito cinese in lingua tedesca China.org ha intervistato il 30 marzo “l’esperto tedesco di Cina Stephan Ossenkopp” sulla politica americana dei dazi nei confronti della Cina. L’esponente dello Schiller Institute ha dichiarato che la crescita economica della Cina ha reso nervose le élite occidentali che non vogliono rinunciare alla propria egemonia nelle regole mondiali sul commercio. I dazi e il divieto agli investimenti non cambiano però questo trend storico, che si è affermato in particolare con la Nuova Via della Seta, o Iniziativa Belt and Road.

Sono finiti i tempi dei sistemi globali unilaterali, ha detto. L’enorme deficit commerciale degli Stati Uniti rispetto alla Cina è il risultato di un cambiamento paradigmatico nell’economia americana, che negli ultimi anni si è allontanata dagli investimenti nelle infrastrutture innovativi e nella produzione, investendo invece in prodotti finanziari speculativi.

Se Trump vuole davvero rendere l’America grande, dovrebbe ripristinare la legge Glass-Steagall, porre fine alla disastrosa speculazione a Wall Street ed attuare il suo programma per le infrastrutture e lo spazio concentrandosi sulla produzione industriale ad alta tecnologia. Trump, ha concluso Ossenkopp, dovrebbe aderire alla Nuova Via della Seta e riportare gli Stati Uniti sulla giusta via con gli investimenti nell’economia reale.

I francesi in piazza contro l’incubo sociale di Macron

Il 22 marzo oltre duecentomila dipendenti pubblici, lavoratori delle ferrovie, studenti, infermieri, insegnanti, controllori di traffico aereo e molti altri, sono scesi in piazza in Francia per protestare contro le riforme sociali ed economiche del governo. Solo a Parigi sono scesi in piazza 50.000 manifestanti, ma anche le altre manifestazioni in centottanta città hanno avuto un seguito maggiore di quello che ci si aspettava. La data del 22 marzo è stata scelta deliberatamente per ricordare l’avvio delle proteste nazionali del 1968, che portò agli scioperi più imponenti della storia francese e alle famose battaglie di strada tra polizia e studenti cinquant’anni fa.

Questa volta, per condurre le proteste senza paralizzare l’intera economia, a partire dal 2 aprile i sindacati lanceranno una serie di scioperi a scacchiera (2 giorni su 5), che continueranno fino al 28 giugno. Essi denunciano il fatto che il governo Macron-Philippe intende eliminare ciò che resta dei servizi pubblici e delle tutele sociali. La popolazione è divisa: la maggioranza ritiene che le riforme siano inevitabili e necessarie, anche se sostiene coloro che si oppongono ad esse.

Nello stesso modo con cui le riforme del lavoro sono state imposte per decreto il settembre scorso, la riforma del sistema ferroviario verrà imposta senza un vero dibattito in Parlamento. Sotto attacco è soprattutto il regime sociale dei dipendenti delle ferrovie. Nel corso degli anni, dopo lunghe battaglie sindacali, i dipendenti delle ferrovie sono riusciti a ottenere qualche tutela come compensazione per orari di lavoro durissimi, anche nei week-end e durante le feste, e pagati malissimo: non possono essere licenziati e viene loro consentito il prepensionamento, anche se non con la pensione piena.

Tuttavia, le privatizzazioni proposte dal governo non daranno gli effetti sperati. Un esperto di ferrovie, citato dal giornale francese Capital, ha rilevato che se tutti questi lavoratori venissero pagati in base agli standard del settore privato, i costi sarebbero molto più alti di oggi. Si noti anche il fatto che il miglior sistema ferroviario resta quello svizzero, gestito al 100% dallo Stato.

I prossimi a finire sul patibolo dopo il sistema ferroviario sono l’assegno di disoccupazione e il sistema pensionistico. L’ex candidato presidenziale Jacques Cheminade (nella foto) e una delegazione del suo partito, Solidarité et Progrès, hanno partecipato alla manifestazione di Parigi distribuendo volantini in cui denunciano le cosiddette riforme come una sottile maschera per le privatizzazioni dei servizi pubblici e l’abolizione degli ammortizzatori sociali. Il sistema sociale francese si basa sulla nozione di solidarietà. Tutti i francesi pagano contributi sociali proporzionali al proprio reddito e ricevono in cambio una rete di salvataggio sociale. Citando il preambolo della Costituzione francese, il volantino sottolinea che la politica di Macron è anticostituzionale. Cheminade ricorda anche che nel 2013 consigliò pubblicamente a Macron, allora consigliere del Presidente Hollande, di respingere le raccomandazioni di JP Morgan, che in una nota confidenziale invitava i Paesi dell’Eurozona a cambiare le Costituzioni adottate dopo la seconda guerra mondiale, che incorporano i diritti fondamentali dei cittadini. Oggi Macron deve scegliere: sarà il Presidente dei francesi o il Presidente delle banche?

Riflettori puntati sulle interferenze britanniche nel voto americano

Al di fuori dei media dominanti, numerosi osservatori politici hanno stigmatizzato il tentativo spudorato del governo britannico di alimentare una nuova ondata di russofobia, sottolineando l’inconsistenza della versione ufficiale del “caso Skripal”, a cominciare dalla mancanza di prove fornite e nell’assenza di ogni movente da parte dei russi.

Mentre il governo ha tratto conclusioni immediate sui colpevoli, la polizia metropolitana ha dichiarato che potrebbero volerci dei “mesi” per concludere l’inchiesta, e anche l’Organizzazione per la Prevenzione delle Armi Chimiche (OPAC), che è stata attivata solo oltre due settimane dopo l’incidente, impiegherà delle settimane per eseguire i propri test.

Tuttavia, il Ministro della Difesa britannico Gavin Williamson ha reagito alle proteste russe dichiarando che “la Russia dovrebbe stare zitta e andarsene”, mentre il Ministro degli Esteri Boris Johnson ha osato paragonare Putin e i mondiali di calcio a Mosca con Hitler alle olimpiadi del 1936 a Berlino.

L’atteggiamento britannico sembra riflettere la regola secondo la quale la migliore difesa è l’attacco. Infatti, i riflettori sono puntati su Londra per operazioni di intelligence la cui matrice britannica è venuta allo scoperto. La scorsa settimana si è venuti a conoscenza del fatto che Cambridge Analytica (nella foto il suo AD Alexander Nix), una ditta di estrazione di dati, ingaggiata dall’organizzazione elettorale di Trump, si procurò in modo improprio dati da facebook.com per influenzare le elezioni presidenziali del 2016. Immediatamente, una pioggia di attacchi è caduta su Trump e facebook.com.

Tuttavia, questi attacchi sono serviti a distogliere l’attenzione dai veri colpevoli, svelati da un articolo pubblicato il 20 marzo dal giornalista investigativo Liam O’Hare, intitolato “SCL, un colpo veramente britannico”. O’Hare ha ficcato il naso in una ditta parente di Cambridge Analytica, chiamata SCL (Strategic Communications Laboratories), il cui consiglio d’amministrazione è pieno “di una sfilza di Lord, finanziatori del partito conservatore, ex ufficiali dell’esercito e clienti della difesa” e le cui prestazioni come impresa privata consistono in operazioni psicologiche di qualità militare. Le due imprese, secondo The Observer, sono una stessa e identica cosa (vedi http://bellacaledonia.org.uk/2018/03/20/scl-a-very-british-coup/)

L’organizzazione si vanta di aver eseguito programmi di cambiamento del comportamento in oltre sessanta Paesi e di annoverare tra i suoi clienti il Ministero della Difesa britannico, il Dipartimento di Stato americano e la NATO. SCL ha un contratto con il Dipartimento di Stato americano per contrastare la propaganda terroristica e la disinformazione, e ha partecipato a “contrastare le operazioni di propaganda russa” per conto della NATO a sostegno dell’Ucraina.

Mark Turnbull, che guida SCL Elections, era solito guidare una campagna di pubbliche relazioni finanziata dal Pentagono nell’Iraq occupato, che comprendeva la produzione di falsi video di Al Qaeda. Il presidente di SCL è Sir Geoffrey Pattie, Ministro della Difesa sotto la Thatcher.

O’Hare conclude la sua inchiesta notando che “gli oscuri attori che usano sporchi trucchi per truccare le elezioni” non si trovano a Mosca ma sono “britannici, istruiti a Eton, con gli uffici nella City di Londra e legami stretti col governo di Sua Maestà”.

Il 21 marzo in Parlamento Ian Blackford del Partito Nazionale Scozzese ha chiesto a Theresa May del ruolo del Regno Unito nel “sovvertire il processo democratico in altri Paesi”, documentando numerosi legami tra Cambridge Analytica e il partito della May.

In aggiunta, il 22 marzo Julian Assange (Wikileaks) ha pubblicato una decina di messaggi su twitter.com sul ruolo britannico nel tentativo di golpe contro Donald Trump, nominando una serie di personaggi tra cui Christopher Steele, Claire Smith della Commissione Congiunta sull’Intelligence e Sir Andrew Wood, ex ambasciatore in Russia.

Come fermare la folle marcia di Theresa May verso la terza guerra mondiale

Che cosa può motivare l’autolesionismo collettivo occidentali di fronte alla escalation isterica dell’Impero Britannico contro la Russia, dopo il caso Skripal? Per quale motivo i governi europei, incluso il nostro, e la Casa Bianca hanno deciso l’espulsione di diplomatici russi, seguendo come lemming la May verso il baratro, anche se il governo inglese non ha fornito alcuna prova del coinvolgimento russo nel caso Skripal?

Come ha sottolineato Helga Zepp-LaRouche, v’è esclusivamente una spiegazione: le élite al potere sono in uno stato di disperata paura, poiché sono ormai contati i giorni del loro impero in bancarotta; una vasta parte dell’umanità sta cogliendo lo “spirito della Nuova Via della Seta” e volentieri si fa coinvolgere nel Nuovo Paradigma delle politiche di mutuo sviluppo (win-win) proposte dalla Cina, con l’Iniziativa ‘Una Cintura, Una Via’ (Belt and Road Initiative, BRI).

Anziché ammettere il fallimento del loro sistema, gli adepti alla dottrina della geopolitica tirano i fili di Theresa May e così facendo si apprestano a cadere nella “trappola di Tucidide”, preferendo porre a repentaglio l’intera umanità in ragione della possibilità di un conflitto nucleare, piuttosto che lasciar estinguere il loro sistema morente.

Come fermare questa folle marcia verso la terza guerra mondiale? Ne parlerà Helga Zepp-LaRouche nella consueta videoconferenza del giovedì, che si tiene alle ore 18 sul sito newparadigm.schillerinstitute.com.

Ex supervisore americano lancia l’allarme sul sistema finanziario

Una settimana prima del previsto rialzo dei tassi americani, in un’intervista per Barron’s l’ex presidente del Fondo di garanzia dei depositi americano (Federal Deposit Insurance Corporation) Sheila Bair ha lanciato un forte allarme sulla situazione precaria del sistema bancario americano e sull’esplosiva qualità delle bolle dei debiti societari e delle famiglie. Presentandola, la rivista ha ricordato il suo battibecco con Alan Greenspan tredici anni fa, quando ella mise in guardia da un crollo della bolla dei subprime.

Le banche centrali sono prigioniere del dilemma che se continuano il QE (Quantitative Easing), l’inflazione sfugga al controllo, ma se lo abbandonano anche gradualmente (il cosiddetto “tapering”) la bolla finanziaria scoppi e le megabanche saltino. Ciononostante, la Federal Reserve ha da tempo preso la sua decisione e iniziato il rialzo graduale dei tassi. Il 22 li ha portati dall’1,25 – 1,50 all’1,50 – 1,75, seguendo un ruolino di marcia che nel 2019 dovrebbe portarli al 3%.

Nessuno è in grado di prevedere quando esattamente la stretta monetaria innescherà un crollo finanziario. Tuttavia, la Bair ha notato che “un ramo di ricerca indipendente del Tesoro ha scoperto che il sistema finanziario si troverebbe nuovamente in grave pericolo se saltassero una o più megabanche”. L’ex capo della FDIC si riferisce all’Ufficio di Ricerca Finanziaria del Tesoro, che il Congresso cerca di abolire. C’è poi “il crescente debito societario con un collaterale sopravvalutato: prestiti che finanziano acquisizioni a leva e il debito delle imprese in generale. Ogni tipo di prestito cartolarizzato, il cui asset sottostante è sopravvalutato, dovrebbe suscitare preoccupazione. È quello che è avvenuto con l’immobiliare”.

A riprova della giustezza delle affermazioni della Bair, l’American Banker del 19 marzo ha scritto: “Sempre più lender non finanziari sfruttano il forte appetito per il debito a breve termine a tassi variabili per impacchettare i prestiti ponte in collaterale per veicoli chiamati obbligazioni di prestiti immobiliari commerciali collateralizzati, o CRE CLO (…) vanno come le brioche”.

E il 14 marzo Bloomberg News ha pubblicato uno studio della Thomson Reuters secondo il quale il debito delle società non finanziarie americane ha raggiunto i 19 mila miliardi di dollari, quasi uguale al PIL, per la prima volta da quando, durante la prima guerra mondiale, si cominciò a registrarlo.

La Bair conclude l’intervista con parole di apprezzamento per la Cina: “Sia le banche sia i regolatori in Cina sono sempre più preoccupati della gestione del rischio, della qualità del credito e delle sofferenze bancarie. Prudenza e crescita sostenibile stanno diventando parole d’ordine. Mi colpisce la differenza nel tono della leadership politica; con Xi ora si parla di deleveraging, bolle azionarie e sconvenienza di vantaggi a breve termine rispetto alla stabilità a lungo termine. È un bel contrasto con gli Stati Uniti, dove ci stiamo muovendo verso la deregulation e l’accresciuto indebitamento”.

Per impedire il nuovo crac finanziario, l’unica soluzione è il ripristino della legge Glass-Steagall, con la netta separazione tra attività bancarie ordinarie ed attività speculative.

Nel 1999 Trump sostenne l’Iniziativa di Difesa Strategica

In un’intervista con Wolf Blitzer per la CNN, il 28 novembre 1999 Donald Trump propose di rilanciare l’Iniziativa di Difesa Strategica di Ronald Reagan, cioè di Lyndon LaRouche.

“Se parliamo di nucleare, questa nazione, noi, abbiamo bisogno di uno scudo”, disse.

“Un’Iniziativa di Difesa Strategica?”, ribatté Blitzer.

“Poiché la Russia è instabile, abbiamo bisogno di un nuovo scudo antimissilistico. La gente criticava Reagan, ma ora è possibile svilupparlo. Abbiamo bisogno di uno scudo. […] Abbiamo bisogno di un cambiamento sul trattato ABM del 1972. Chi sapeva quale tecnologia si sarebbe sviluppata? Dobbiamo sederci al tavolo con i russi e molti altri”.

Il Russiagate era una bufala, ora sotto inchiesta è l’FBI

Il 13 marzo la Commissione sull’Intelligence della Camera dei Rappresentanti americana ha annunciato di aver chiuso la sua inchiesta, durata 14 mesi, sulla presunta “collusione o sul presunto coordinamento tra la campagna di Trump e la Russia per influenzare le elezioni presidenziali del 2016”, non avendo trovato alcuna prova a carico. La Commissione continuerà ad indagare invece sulla “collusione” di vari funzionari dell’Amministrazione di Obama nel tentativo di impedire l’elezione di Donald Trump e di minare la sua presidenza. Nell’occhio del ciclone sono ex leader di enti di intelligence, come James Clapper (DNI), James Comey (FBI, nella foto) e John Brennan (CIA), e i loro sottoposti, come il vicedirettore dell’FBI Andrew McCabe (ora licenziato) e l’ex esperto di counterintelligence dell’FBI Peter Strzok. La Commissione sull’Intelligence indaga anche sul ruolo svolto, tra gli altri, dalla consigliera di Obama per la sicurezza nazionale Susan Rice e dalla sua ambasciatrice presso l’ONU Samantha Powers, che hanno richiesto alla NSA intercettazioni telefoniche sulle conversazioni tra diplomatici stranieri e funzionari dell’organizzazione elettorale di Trump, i cui nomi sono stati dati alla stampa in flagrante violazione della legge americana.

Al contempo, prosegue l’inchiesta del Congresso sull’uso illegale del falso dossier contro Trump compilato dall’ex agente dell’MI6 Christopher Steele.

Allo stesso tempo, un gruppo di nostalgici dei giorni di Obama ha formato una nuova organizzazione che si chiama National Security Action (con l’ironico acronimo NSA), che ha dichiarato guerra all’Amministrazione di Trump. Secondo il loro manifesto, il principale crimine di Trump è stato quello di non aver arginato la minaccia agli interessi americani costituita da Russia e Cina. I sessantotto firmatari originali del manifesto sono tutti membri delle Amministrazioni di Obama o vicini ad esse, o che speravano di mantenere il proprio incarico al governo con Hillary Clinton.

I due presidenti della NSA sono Ben Rhodes (consigliere di Obama per la sicurezza nazionale) e Jake Sullivan (vice assistente di Obama e consigliere di Hillary Clinton); tra i membri spiccano Susan Rice, Samantha Power, Penny Pritzker (finanziatrice e in seguito Ministro del Commercio), Michele Flournoy e Tony Blinken. Samantha Power usò la propria posizione all’ONU per attaccare ripetutamente la Russia per l’intervento nella guerra civile siriana che ha contribuito a sconfiggere l’ISIS, mentre Susan Rice fu uno degli architetti della dottrina “Asian Pivot” di Obama contro la Cina.

Gli “azionisti” accusano Trump di “piegarsi di fronte a Mosca” e di essersi rifiutato di “affrontare la Cina”. Lo attaccano anche per aver “aumentato il rischio di un conflitto catastrofico con la Corea del Nord”, ma con loro grande imbarazzo, il loro manifesto è stato scritto prima dei successi diplomatici nel dialogo tra Trump e le due Coree.

Insomma, i sessantottini di Obama difendono lo stesso paradigma geopolitico che si è dimostrato fallimentare.

Jens Spahn: il lato oscuro del nuovo governo tedesco

Jens Spahn (nella foto), il Ministro della Sanità del nuovo governo di grande coalizione appena formato a Berlino, ha suscitato grosse polemiche pochi giorni prima del giuramento. Parlando della povertà in Germania, l’11 marzo, ha voluto essere provocatorio sostenendo che “nessuno nel nostro Paese patirà la fame, anche se non esistessero i Banchi Alimentari”. Ha anche ridicolizzato coloro che percepiscono gli assegni di disoccupazione previsti dalla legge Hartz IV (una sorta di reddito di cittadinanza alla tedesca) sostenendo che Hartz IV “fornisce a tutti ciò di cui hanno bisogno per vivere”.

Queste dichiarazioni formulate da un politico della CDU hanno suscitato un’ondata di proteste della sinistra, dei sindacati e delle associazioni assistenziali, e hanno indotto coloro che ricevono l’assegno Hartz IV a lanciare una petizione on-line che ha raccolto oltre 130.000 firme in pochi giorni. La petizione accusa il nuovo Ministro della Sanità, noto critico da destra di Angela Merkel, di non sapere di che cosa parla e di vivere “in un mondo molto diverso da quello in cui vivono milioni di cittadini medi”. Le sue osservazioni arroganti gli hanno guadagnato il nomignolo di “Maria Antonietta” per la sua famosa frase “se non hanno più pane, che mangino brioche”.

Sahra Wagenknecht, capogruppo parlamentare del partito Linke, ha denunciato Spahn per le sue “lezioni arroganti”, ricordando che i genitori che ricevono l’assegno di Hartz IV “devono sfamare i propri figli con 2,70 euro al giorno… se politici che guadagnano bene come Spahn ritengono che questa non sia povertà, dovrebbero parlare con una madre costretta a crescere i figli in queste condizioni”.

Spahn è stato criticato anche all’interno del suo stesso partito, da Annegret Kramp-Karrenbauer, che ha dichiarato: “Ritengo che persone che hanno un buono stipendio, come lui o me, non dovrebbero cercare di spiegare come si sentono coloro che percepiscono l’assegno di Hartz IV”.

Ma c’è un metodo dietro la nota arroganza di Spahn, secondo alcune fonti. Durante i mesi di colloqui per formare il governo di coalizione, egli non ha mai nascosto la sua avversione per un governo di coalizione coi socialdemocratici. Essendo su posizioni rigoriste estreme, teme che il nuovo Ministro delle Finanze, Olaf Scholz, dell’SPD, si allontani dalla linea del pareggio di bilancio, secondo la quale tutti i surplus vengono usati per pagare i vecchi debiti e non per gli investimenti o per programmi di assistenza sociale. Si prevedono altri scontri tra la sua fazione nella CDU e l’SPD, che renderanno instabile il nuovo governo tedesco.

Molti sospettano che Spahn voglia far saltare la coalizione di governo al più presto, costringendo la Merkel a dimettersi per prenderne il posto. Spahn, un ex banchiere, gode del sostegno di ambienti internazionali che la pensano come lui, soprattutto a Londra, dove i media lo hanno dipinto più volte come “il prossimo leader della Germania” e il successore della Merkel.

Videoconferenza di Helga LaRouche: le élite imperiali britanniche sono alla disperazione

Cade la facciata impiegata per secoli dalle élite imperiali britanniche per camuffare i propri metodi prepotenti. Sul caso Skripal hanno fatto una tale montatura che anche coloro che non riconoscono l’esistenza sostanziale dell’impero britannico cominciano a vedere che Londra è decisa a fomentare apertamente la guerra. Negli ultimi giorni gli irrazionali proclami contro la Russia di Theresa May e Boris Johnson sono divenuti sempre più striduli, a dimostrazione del fatto che hanno paura di perdere la presa sulla situazione internazionale.

Il consolidamento della leadership in Russia e in Cina attorno alle figure dei rispettivi Presidenti, Vladimir Putin e Xi Jinping, è in netto contrasto con il collasso dei partiti politici dominanti nella regione transatlantica, a partire dall’uscita della Gran Bretagna dall’UE. Il fatto che il Presidente americano Trump abbia continuamente confermato l’interesse a cooperare con Russia e Cina, piuttosto che scontrarsi come vorrebbe la geopolitica, sta esacerbando l’isteria di Londra.

Come ha ripetutamente sottolineato Helga Zepp-LaRouche, presidente dello Schiller Institute, l’approccio al mutuo sviluppo (win-win) ed al Nuovo Paradigma incentrato sulla politica cinese della Nuova Via della Seta è ormai inarrestabile. La signora LaRouche parlerà di questi temi alla consueta videoconferenze del giovedì che si tiene alle ore 18 sul sito newparadigm.schillerinsitute.com.

I tagli alle tasse negli Stati Uniti gonfiano la bolla, ma non impediranno che scoppi

Lo scorso dicembre Jamie Dimon (nella foto), A.D. di JP Morgan Chase, ha definito il disegno di legge repubblicano per ridurre le tasse, appena approvato, un “QE4”, ovvero la quarta edizione della politica di Quantitative Easing delle banche centrali. A suo tempo avevamo avvertito che le grosse società americane avrebbero usato la riduzione delle tasse per riacquistare le proprie azioni, continuando a gonfiare la bolla finanziaria, invece di usare la liquidità così creata per gli investimenti e per creare posti di lavoro. I dati pubblicati il 7 marzo dalla società di ricerca e investimento Trim Tabs dimostrano che la nostra prognosi era corretta.

Da quando il Congresso ha adottato la riforma fiscale lo scorso dicembre, le grosse corporation americane hanno annunciato oltre 218 miliardi di dollari di riacquisto di azioni. Solo in febbraio, la cifra è balzata a 155 miliardi di dollari, un record mensile da quando vengono registrate queste voci. Il ritmo annuale del riacquisto di azioni va verso gli 800 miliardi di dollari, sempre secondo la stessa fonte, un altro record, e quasi equivalente a tutto il taglio delle imposte ottenuto dalle imprese con la riforma fiscale.

Nell’ultimo mese le grosse imprese farmaceutiche hanno annunciato 50 miliardi di dollari di riacquisto di azioni, usando i soldi derivanti dalle riduzioni fiscali. Dieci miliardi solo per la Pfizer, la stessa cifra per la Merck, e via dicendo.

Dal 2010 queste grosse società usano entrate e prestiti per acquistare le proprie azioni, e ora usano anche i tagli alle tasse per fare lo stesso. L’intento furtivo della “riforma fiscale” era evidentemente quello di impedire che scoppiasse la bolla del debito societario.

In realtà essa sta alimentando più rapidamente la bolla fino a quando non scoppierà, soprattutto perché le imprese usano il cosiddetto “margin debt” (denaro preso a prestito per comprare azioni) come leva per i propri acquisti. Il rapporto tra debito societario non finanziario e PIL negli Stati Uniti ora è più alto che al culmine della crisi finanziaria, avendo raggiunto il 45,4% nel terzo trimestre del 2017. Le emissioni di nuovo debito dal primo gennaio all’ottobre 2017 avevano superato la soglia dei 1000 miliardi.

L’8 marzo Daniel Pinto, che in gennaio ha affiancato Dimon alla presidenza di JP Morgan Chase, ha ammonito in un’intervista per Bloomberg TV: “Potrebbe esserci una correzione profonda [dei mercati azionari]. Potrebbe andare dal 20 al 40%, a seconda della valutazione”. Una “correzione” del 40% significa un crac che, a sua volta, ne provocherebbe altri, anche maggiori, sui mercati obbligazionari e dei derivati.

Non c’è modo di impedire che la bolla scoppi. Ma governi e parlamenti possono impedire che il crac esondi nell’economia reale e colpisca produttori e consumatori, introducendo per tempo la separazione bancaria (Glass-Steagall Act).

Il caso Skripal: una bufala britannica per provocare lo scontro con la Russia

Il governo britannico, nella foga di accusare la Russia del presunto attacco con gas nervino contro l’ex spia Sergej Skripal e sua figlia, ha ignorato gli elementi più rudimentali di un’inchiesta regolare. Le inconsistenze sono state messe in evidenza da numerosi esperti.

L’indizio principale citato dalla Premier britannica Theresa May è che la sostanza apparentemente usata, il Novičok, sarebbe stato “sviluppato dalla Russia” molti anni fa. Ma il governo britannico non ha consegnato all’OPAC (l’Organizzazione per la Prevenzione delle Armi Chimiche) un campione della sostanza, come è tenuto a fare dagli accordi, per un’analisi indipendente. Non ne ha dato uno nemmeno al governo russo, nonostante gli avesse concesso solo un giorno per fornire una spiegazione prima di adottare misure di ritorsione. Secondo le regole dell’OPAC, alla parte sospetta sono concessi dieci giorni per rispondere alle accuse.

Per quanto riguarda l’esistenza stessa del Novičok, l’ex ambasciatore britannico in Uzbekistan, Craig Murray, l’ha paragonata alla truffa delle presunte armi di distruzione di massa. Murray ha notato che il direttore dell’unico stabilimento britannico di armi chimiche, Robin Black, aveva spiegato in una prestigiosa rivista scientifica che le prove dell’esistenza del Novičok erano “scarse” e la sua composizione chimica “ignota”. “Perciņ, anche se fosse stato usato, gli esperti britannici non sarebbero stati in grado di identificarlo. Dato il carattere dubbio dell’esistenza del Novičok, l’OPAC ha deciso di non aggiungerlo alla lista dei reagenti proibiti”.

In aggiunta alla mancanza di prove sull’attacco stesso, c’è un altro aspetto sordido nello scoppio di un tale scandalo in questo momento, che ha a che fare con l'”ex” agente del MI6 Christopher Steele, che ha recentemente prodotto il famigerato dossier che collegherebbe Donald Trump ai russi. All’inizio degli anni Novanta, Steele lavorava all’ambasciata britannica a Mosca sotto copertura diplomatica quando Sergej Skripal, che lavorava per l’intelligence militare russa, fu reclutato dall’agente dell’MI6 Pablo Miller, in un’operazione coordinata dallo stesso Steele. E quando nel 2006 Skripal fu processato in Russia perché scoperto essere un doppio agente, Steele seguiva il caso perché dirigeva l’ufficio Russia dell’MI6 a Londra (nella foto la sede). Quando “lasciò” l’MI6 nel 2009, Steele fondò la ditta privata di sicurezza Orbis Business International, che si specializzò nel condurre operazioni di PR contro la Russia.

Il giurista e analista australiano James O’Neil si è occupato del caso in un articolo pubblicato il 13 marzo su Consortium News. O’Neil ritiene che probabilmente Skripal abbia fornito informazioni a Steele per il dossier contro Trump e fosse perciò “nella posizione di offrire informazioni potenzialmente dannose” sulla preparazione di quel dossier e sul suo uso da parte della comunità di intelligence americana, dell’FBI, del Democratic National Committee, dalla Casa Bianca di Obama e dall’organizzazione elettorale della Clinton.

Inoltre, anche Andrew Wood, ambasciatore britannico a Mosca proprio al tempo in cui Skripal veniva reclutato da Pablo Miller, ha lavorato per Orbis e ha contribuito a diffondere il dossier di Steele.

In altre parole, come ha sottolineato Helga Zepp-LaRouche in un articolo del 17 marzo, tutto ciò reca il marchio di un’altra operazione dei servizi britannici.

Il ruolo dell’impero britannico non è mai stato così chiaro

“È l’impero, stupido!” ricordavamo a tutti quattro anni fa.

Ricordate il dossier finto sulle armi di distruzione di massa che, secondo Tony Blair, erano in possesso di Saddam Hussein e che fu il pretesto con cui il patetico George W. Bush travolse tutta l’Asia Sudoccidentale, trasformandola in un inferno terrorista con l’aiuto del suo successore Barack Obama?

Ricordate Assad accusato di aver usato armi chimiche e come questo inganno spinse Trump ad autorizzare un attacco missilistico di un aeroporto siriano?

Ricordate il dossier finto dell’agente britannico Christopher Steele, il compendio di fiabe su Trump e la Russia confezionato per fomentare un’operazione di “cambio di regime” contro il governo degli Stati Uniti?

Ora è la volta di Theresa May, la quale, con la tipica britannica assenza di prove, dichiara che “non [ci sono] conclusioni alternative”: per lei è ovvia la responsabilità dello “stato russo” dell’uso di gas nervino a Salisbury, dell'”orribile uso della forza contro il Regno Unito”. Per la May e i suoi mandanti dovremmo tutti unirci contro i malvagi russi…

Si tratta di un’evidente assurdità, che prova soltanto la disperazione dell’impero britannico. Per cinquant’anni Lyndon LaRouche ne ha documentato l’odio politico, storicamente esercitato, per gli Stati Uniti d’America, mostrando come, dalla morte di Franklin D. Roosevelt e dall’assassinio di John F. Kennedy, la politica governativa americana sia controllato dai britannici, tramite Wall Street e altri enti. “L’impero britannico è morto”, sentiamo ripetere spesso. Poi aggiungere che l’unico impero rimasto sarebbe quello russo o quello americano, a seconda dell’ambiente politico controllato da Londra cui appartiene la bocca che profferisce simile scemenza.

Il trucchetto questa volta non funziona. Il Guardian di Londra ha dimostrato che l’impero britannico è vittima di un notevole attacco di panico: “Durante la giornata”, scriveva il 14 marzo, “il Regno Unito ha duramente lavorato a Washington per convincere Trump a accantonare il suo desiderio di dialogare con Putin, e a riconoscere che la Russia è l’unico Paese ad avere i mezzi o il movente per cercare di uccidere Skripal,” il doppio agente russo ucciso dal gas nervino insieme a sua figlia.Ma, si lamentano, “Trump ha accettato con grande riluttanza le motivazioni britanniche, senza attribuire direttamente la responsabilità alla Russia… sarebbe un duro colpo ai rapporti anglo-americani se Trump si rifiutasse di accettare la valutazione dell’intelligence britannico, ma dalla sua elezione si sente sotto assedio per le accuse di collusione con la Russia per ottenere la presidenza, e ritiene che ex funzionari dell’intelligence britannico abbiano alimentato tali accuse.” E’ proprio così, e il tentativo di usare menzogne fabbricata dall’MI6 per destituire il Presidente è stato denunciato dall’inchiesta del Congresso. Gli ex funzionari dell’amministrazione Obama che hanno usato le menzogne britanniche sono stati colti con le mani nel sacco nel condurre un attacco proditorio al governo americano, e potrebbero presto finire in galera.

Anche la Premier May non si sente molto forte nel Regno Unito. E’ sempre più probabile che il leader laburista Jeremy Corbyn vinca le prossime elezioni, e i Conservatori sono dietro al Partito Laburista nei sondaggi delle imminenti elezioni amministrative. Corbyn ha criticato al Parlamento le misure prese dalla May contro la Russia chiedendole come mai non abbia seguito le procedure previste dall’OPAC (Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche) e non abbia fornito alla Russia campioni del gas nervino aspettando i dieci giorni richiesti per la risposta. May ha blaterato di aver dato ai russi abbastanza tempo, e che c’era il consenso di tutti gli altri parlamentari, che Corbyn è fuori luogo, e che avrebbe espulso i 23 diplomatici russi. Con una mossa che sicuramente ha terrorizzato i russi, la May ha annunciato anche che la famiglia reale non sarà presente ai mondiali di calcio in Russia.

I timori degli oligarchi britannici sono giustificati. L’Impero non sopravviverà alla cooperazione tra Stati Uniti, Russia, Cina, Africa e America Latina, e perfino la popolazione europea e britannica, nel nuovo paradigma rappresentato dallo spirito della Nuova Via della Seta. Sono pronti a rischiare la guerra termonucleare pur di impedire tale nuovo paradigma, ma hanno poco tempo. E’ un momento di grande potenziale, se la specie umana saprà coglierlo.

Rilanciare la proposta di LaRouche di cooperazione con la Russia sulla difesa strategica

Nella sua videoconferenza del 9 marzo, Helga Zepp-LaRouche ha discusso l’annuncio dei nuovi sistemi d’arma strategici russi, che comprendono quelli basati sui nuovi principii della fisica. Ella ha sollecitato gli ascoltatori a leggere un documento scritto nel 1984 dal consorte Lyndon LaRouche (nella foto con REAgan), intitolato Bozza di Memorandum di Accordo tra gli Stati Uniti e l’URSS e ripubblicato sull’EIR del 9 febbraio.

Uscito un anno dopo il lancio da parte di Reagan di ciò che divenne nota come Iniziativa di Difesa Strategica (SDI), il memorandum di LaRouche chiese agli Stati Uniti e all’Unione Sovietica di collaborare “nello sviluppo di armi basate sui nuovi principii della fisica” e di applicare le stesse tecnologie al settore civile per provocare un volano scientifico. Ciò avrebbe portato, egli scrisse, a un aumento della produttività in entrambe le nazioni, ma specialmente nell’URSS, e a trasferimenti di tecnologia ai Paesi in via di sviluppo che non sarebbero più stati usati in guerre per procura tra le superpotenze. Su quella base avrebbe potuto aver luogo una cooperazione tra veri stati nazionali sovrani tale da offrire occasioni illimitate di partecipare ai benefici del progresso tecnologico a vantaggio di tutti.

Per la signora LaRouche, lo spirito di quella proposta è oggi riflesso nella cooperazione win-win della Cina e nel nuovo modello di relazioni tra le grandi potenze. È giunta l’ora, ha affermato il 9 marzo, di “un completo cambiamento nell’allineamento strategico” e di optare per una nuova architettura di sicurezza facendo “ciò che mio marito propose per la SDI, e cioè rendere le armi nucleari tecnologicamente obsolete”.

Questo punto di vista è condiviso da altri, compresi coloro che lavorarono al programma originale dell’SDI. Peter Prey, che fece parte di diverse commissioni parlamentari, ha dichiarato all’EIR di ritenere che i sistemi descritti da Putin nel discorso del 1 marzo “siano tutti in via di sviluppo e probabilmente quasi pronti per il dispiegamento”. Ma l’aspetto più importante è che ciò offre la possibilità di un consenso trasversale sulla difesa strategica, per cui egli ritiene che i sistemi a intercettori lanciati da terra debbano essere abbandonati perché inefficaci e obsoleti, dando la priorità a sensori fluttuanti nello spazio e a energia direzionata. “La nostra miglior risposta è di riavviare la SDI (…). Un semplice obiettivo di partenza sarebbe di corazzare la rete elettrica contro gli EMP provenienti da qualsiasi fonte”, ha proposto.

In un articolo pubblicato il 5 marzo su NewsMax, Pry ha suggerito che il Presidente Trump “ordini un nuovo Progetto Manhattan centrato sulla difesa strategica, che possa diventare la base per un consenso politicamente sostenibile tra democratici e repubblicani”. I sistemi difensivi localizzati nello spazio potrebbero rendere obsolete le crescenti minacce nucleari di potenziali avversari, ha spiegato.

Lo Schiller Institute all’ONU di Ginevra denuncia il genocidio nello Yemen

Durante la sessione del Consiglio dell’ONU sui Diritti Umani, in corso a Ginevra, il 13 marzo scorso la rappresentante dello Schiller Institute Elke Fimmen ha parlato a un seminario dal titolo “Diritti umani in Yemen: sanzioni”, organizzato dall’Organizzazione per la Difesa delle Vittime della Violenza (ODVV) e l’INSAN per i Diritti Umani e la Pace.

Il seminario, durato un’ora e mezza, è stato presieduto e moderato dal dott. Hassan Fartousi, ricercatore in diritto internazionale presso l’Università di Ginevra. Gli altri relatori presenti erano Mohammad Abo Taleb e Abdullah Alkebsi (INSAN), che hanno mostrato gli effetti orribili delle sanzioni illegali imposte dalla coalizione a guida saudita, che tra l’altro impediscono di cercare all’estero le necessarie cure mediche. Andrew Feinstein, direttore esecutivo di Corruption Watch UK, ha chiesto la fine delle forniture illegali di armi da parte del Regno Unito (BAE System, ecc.) , degli Stati Uniti, ecc.

Elke Fimmen, presentata quale rappresentante del Movimento di LaRouche in Germania, ha parlato del genocidio e delle sanzioni, imposte facendo leva sulla Risoluzione 2216 approvata dall’ONU nel 2015 relativamente all’embargo sulle armi mirato su alcuni individui, usata come pretesto per scatenare un conflitto aperto di aggressione e bloccare gli aeroporti (Sana’a, ecc.) e i porti (Houdeidah, ecc.) che prima garantivano gli approvvigionamenti di derrate alimentari, carburanti e altri cruciali beni d’importazione dai quali lo Yemen dipende completamente. La garanzia di una piena assistenza umanitaria e di sicurezza degli individui richiesta dalla Risoluzione è stata assolutamente disattesa.

Centinaia di migliaia di yemeniti hanno pagato con la vita una triennale guerra di aggressione guidata dai sauditi, dai britannici e dagli americani. Se il conflitto non cesserà al più presto, ne conseguirà una completa catastrofe, come afferma anche l’ONU, nel suo UN-Report 2018 sul piano di risposta umanitaria delle Nazioni Unite in Yemen, pubblicato nel mese di gennaio scorso.

Questo documento fornisce i particolari sconvolgenti della situazione in via di deterioramento per ogni settore della vita nazionale e conclude che la carenza di beni fondamentali, in particolare di carburante, porterà a “una crisi di dimensioni che supereranno la capacità di risposta della comunità umanitaria”, se i porti non saranno riaperti ai traffici. Così, nessuno potrà dire “non sapevo”.

Le sanzioni e le uccisioni di yemeniti sono diventati una parte integrante delle operazioni militari dell’aggressore e vengono impiegate come tattica bellica che sfrutta lo stato di indigenza e di epidemie. Distruggere deliberatamente il passato di quel popolo, ma anche il suo presente e futuro, negandone l’esistenza nella storia dell’umanità, rientra nella definizione di genocidio data dalla Convenzione sulla Prevenzione e la Repressione del Crimine del Genocidio.

Elke Fimmen ha citato la risoluzione dello Schiller Institute, approvata alla fine di novembre 2017 a Bad Soden, in Germania, che chiese: (a) l’immediata cessazione delle ostilità nello Yemen, l’eliminiazione dei blocchi e il ritorno al processo e al dialogo di riconciliazione nazionale per ricercare una soluzione politica libera da interferenze di forze esterne grazie alla protezione dell’ONU e al sostegno di Russia, Cina e Stati Uniti; (b) l’assistenza allo Yemen in “un processo di ricostruzione rapida e a larga scala, incentrato su progetti infrastrutturali atti a riconquistare la vitalità della nazione e l’integrazione dello Yemen nell’Iniziativa Belt and Road” per la creazione del futuro.

Il seminario è stato seguito da circa quaranta persone e trasmesso in diretta nello Yemen.

Nella stessa mattina, un altro seminario ha affrontato la situazione dei giornalisti nello Yemen e ha discusso di un altro effetto dei blocchi commerciali: viene impedito a qualunque giornalista straniero, invitato a raggiungere lo Yemen, di recarsi nel paese e riferire la verità sul genocidio in corso. Oggi è in programma un altro incontro sulla situazione yemenita, che concluderà il ciclo di tre settimane di interventi a Ginevra.

Skrypal ucciso dai servizi segreti britannici?

Se lo chiede l’agenzia stampa Sputnik, citando due fonti europee, Marcello Ferrada de Noli, fondatore della rivista The Indicter pubblicata dai Medici Svedesi per i Diritti Umani, ed Helga Zepp-LaRouche, presidente dello Schiller Institute. Dopo le accuse rivolte dalla Premier britannica May (nella foto con Putin) ai russi per l’assassinio dell’ex spia russa a Londra, Sputnik ha intervistato la signora LaRouche: “l’attentato potrebbe essere uno sporco trucco delle agenzie di intelligence britanniche mirante a screditare la Russia, afferma la leader del Movimento Solidarietà tedesco. Stando ad Helga Zepp-LaRouche, questo incidente ricorda il modo in cui i servizi britannici “fabbricano un altro caso Litvinenko come pretesto per un’altra escalation contro la Russia”.

Sputnik cita anche Marcello Ferrada de Noli, fondatore della rivista The Indicter pubblicata dai Medici Svedesi per i Diritti Umani, che afferma: “la spia britannica Skrypal era ormai uscita allo scoperto, era stata graziata e le era stato consentito di andare all’estero, quindi non costituiva più alcun pericolo per la sicurezza nazionale russa. Anche supponendo, tanto per argomentare, che sia corretto il presupposto della May che la Russia volesse liberarsi della spia britannica Skrypal, sembra assurdo che la Russia abbia preferito mandare dei killer in Inghilterra rischiando un incidente internazionale invece di punirlo tranquillamente quando era ancora sotto custodia in territorio russo”.

Della crisi provocata dalla May parlerà oggi Helga Zepp-LaRouche, nella tradizionale videoconferenza del giovedì, alle ore 18 sul sito www.newparadigm.schillerinstitute.com.

Ai dazi americani l’Europa dovrebbe rispondere “tacendo” invece di minacciare la guerra commerciale

L’annuncio dei dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio ha provocato le proteste della Commissione dell’UE e degli economisti che gridano al “protezionismo” e si prestano a vacue minacce di “rappresaglia”. Un economista tedesco, tuttavia, ha espresso un punto di vista differente: Heiner Flassbeck (nella foto), l’ex economista capo dell’UNCTAD (dal 2003 a tutto il 2012) ha esposto il suo pensiero in numerose interviste per i media teutonici. Il 3 marzo a Deutschlandfunk Flassbeck ha notato che “quando una nazione ha un deficit persistente, a un certo punto è giustificata nell’assumere contromisure”. Nel caso in esame, gli Stati Uniti mantengono un deficit da trent’anni, mentre l’Europa ha “surplus giganteschi”, perlopiù dovuti alle esportazioni tedesche. I Presidenti americani precedenti, Obama incluso, si sono lamentati del surplus tedesco, ha dichiarato, ma Trump è il primo ad agire concretamente per modificarlo.

Così, Flassbeck ha messo in ridicolo i dirigenti politici dell’Unione Europea, come Juncker, il quale ha cominciato a comportarsi in modo assai inconsulto, minacciando una guerra commerciale di “contrasto” degli Stati Uniti, benché le misure annunciate da Trump siano soltanto “punture di spillo”, “piccole sino al ridicolo”. Ha loro consigliato, invece, di “tenere la bocca chiusa per un po’ e vedere se la situazione peggiorerà [o no]”. Ciò che gli è chiaro è che “nel caso di guerra commerciale, il Paese con un surplus risulterà perdente, e quello con il deficit tenderà a vincere”.

In merito alla Germania, Flassbeck ha affermato che essa è stata in grado di generare nel corso di trent’anni un grande surplus commerciale nei confronti di tutti gli altri partner, in ragione di due sottovalutazioni imposte che hanno reso le proprie esportazioni ipercompetitive: una deliberata politica di bassi salari e un cambio basso dell’euro rispetto al dollaro.

A causa della politica interna di austerità e del “dumping dei salari”, ha detto, la Germania esporta beni di qualità a prezzi inferiori del venti percento. “La Germania è troppo a buon mercato, in rapporto alla propria produttività e al tasso di cambio nei confronti del resto del mondo”. È anche indubitabile, per Flassbeck, che un partner, come l’UE e specialmente la Germania, con un grande surplus commerciale, “crea occupazione a spese delle altre nazioni del mondo”. Flassbeck propone, di conseguenza, che Berlino non perda tempo a discutere di “contromisure” rispetto alle tariffe americane, ma dica a Donald Trump che è pronta a “ridurre il surplus commerciale il più presto possibile”.

Per questo economista tedesco, un tempo sottosegretario alle Finanze (nel 1989/99 sotto l’allora ministro Oskar Lafontaine), la questione chiave delle relazioni tra UE e Stati Uniti sta nella decisione o meno dell’Europa di adottare un modello economico che si concentri sullo sviluppo del mercato interno, come stanno facendo gli Stati Uniti, invece di insistere che tutta l’Europa debba diventare “più competitiva”, come Angela Merkel va dicendo ogni giorno.

I dinosauri della geopolitica occidentale non sanno come gestire l’evoluzione

Il discorso al Parlamento del Presidente russo Vladimir Putin il 1 marzo è stato un vero e proprio choc per le élite transatlantiche. Come abbiamo riferito la scorsa settimana, Putin ha presentato le nuove armi che la Russia ha sviluppato per adeguarsi ai sistemi di difesa missilistica installati dagli Stati Uniti e dalla NATO, e renderli addirittura obsoleti. Il suo annuncio ha posto bruscamente fine all’illusione che l’Occidente sia in grado di lanciare un primo attacco nucleare contro la Russia senza tema di rappresaglia.

Esso ha anche costretto gli esperti a prendere atto che Mosca li ha colti di sorpresa e ha spinto quattro senatori americani a scrivere al Segretario di Stato Rex Tillerson, sollecitando l’Amministrazione di Trump ad aprire senza indugio un nuovo round di colloqui strategici con Mosca. I quattro – i democratici Markey, Merkley e Feinstein e l’indipendente Bernie Sanders – riconoscono la necessità di un canale di comunicazione per evitare errori di calcolo.

Un secondo choc per la cricca geopolitica si è avuto l’8 marzo, con l’annuncio che il leader coreano Kim aveva invitato Donald Trump a un incontro da tenersi entro maggio e che il Presidente americano aveva accettato l’invito. Ciò ha spiazzato i critici di Trump, che lo accusano di aver provocato Pyongyang con le minacce di lanciare un attacco nucleare sulla Corea del Nord. Gli oppositori di Trump hanno dovuto ammettere di malavoglia che si trattava di una svolta.

Dietro questo successo diplomatico c’è il buon rapporto creatosi tra Trump e il Presidente cinese Xi Jinping, che si è aggiunto ai tenaci sforzi del Presidente sudcoreano Moon di mantenere il dialogo con il Nord. Il giorno dopo l’annuncio, Trump ha nuovamente parlato con Xi ed entrambi hanno concordato che la prospettiva di un incontro con Kim fosse uno sviluppo positivo e hanno rafforzato l’impegno comune alla piena denuclearizzazione della penisola coreana. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha mostrato un cauto ottimismo all’annuncio, definendolo “un passo nella giusta direzione”.

Il riallineamento strategico ora in corso mostra quanto rapidamente il “mondo unipolare” sia destinato a scomparire, nonostante la resistenza dei dinosauri, rappresentati in Europa dai varî Juncker, Draghi, ecc. Il mondo ha bisogno di una nuova architettura di sicurezza che garantisca le grandi e le piccole nazioni.

Le dimissioni di Cohn potrebbero rilanciare la legge Glass-Steagall che era stata promessa da Trump

L’8 marzo il Presidente Trump ha confermato la sua politica di dazi verso le importazioni di acciaio e alluminio. Circondato da operai del settore siderurgico, Trump ha mantenuto una delle sue promesse elettorali, quella di ribaltare la politica commerciale liberista per rilanciare il settore industriale americano e creare posti di lavoro. Anche se i dettagli devono ancora essere definiti, e sono probabili deroghe, ad esempio sulle importazioni da Canada e Messico, i dazi del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio hanno gettato nella disperazione molti fautori del liberismo sfrenato, anche nel suo partito.

Gary Cohn (nella foto), capo dei consiglieri economici ed ex numero due di Goldman Sachs, nonché liberista sfrenato, ha dato le dimissioni il 6 marzo, quando Trump ha respinto il suo tentativo di ridurre i dazi. Il settimanale Politico scrive che con le dimissioni di Cohn “Wall Street perde il suo uomo alla Casa Bianca”.

Il principale timore dei sostenitori del liberismo è che Trump torni all’orientamento anti Wall Street che aveva caratterizzato la sua campagna elettorale. Allora, aveva denunciato il libero scambio e la politica speculativa di Wall Street che ha provocato il crac del 2008, promettendo il ripristino della legge Glass-Steagall, ovvero la netta separazione tra banche d’affari e banche commerciali.

Le dimissioni di Cohn rimuovono uno dei principali oppositori della sua promessa elettorale su Glass-Steagall, ed anche un nemico dei suoi progetti infrastrutturali. Cohn ha sabotato il piano infrastrutturale di Trump imponendo un disegno di legge che invece di garantire fondi dello stato, promuove la partnership tra pubblico e privato (PPP), che non piace a Trump, e prevede che l’80% dei fondi venga dagli enti locali, cosa che non avverrà perché non hanno fondi a sufficienza.

E’ evidente che i dazi, da soli, non rilanceranno l’industria, solo con la legge Glass-Steagall e una politica creditizia stile Alexander Hamilton sarà possibile liberare risorse per l’economia reale. Ma con le dimissioni di Cohn, Trump potrebbe tornare alle idee del Sistema Americano di Economia Politica che furono una parte centrale del suo programma come candidato, mettendo fine alla politica liberista e post-industriale che ha arricchito solo gli speculatori, col pieno sostegno delle amministrazioni Bush e Obama, e rilanciando invece la capacità industriale e la produttività.

Questo è il motivo del panico a Wall Street ed alla City di Londra per le decisioni di Trump.

I socialdemocratici tedeschi danno l’OK al governo di coalizione coi democristiani

Il referendum tenuto dall’SPD tra i suoi 460.000 iscritti al partito ha assegnato un maggioranza del 66% a favore della nuova Grande Coalizione con CDU-CSU. Il dato sembrerà imponente, ma non è stata ancora data risposta alla domanda: come intende il partito rafforzare il proprio profilo rispetto al partner di coalizione e come il suo comportamento in questa nuova coalizione sarà diverso dalla coalizione precedente?

Naturalmente potremmo fornire dei buoni consigli (che valgono anche per il PD in Italia). Prima di tutto, l’SPD dovrebbe opporsi alla prosecuzione della politica di austerità è pareggio di bilancio (nota come zero nero), promuovere i cambiamenti necessari per mettere a disposizione miliardi di Euro per investimenti urgenti nelle infrastrutture pubbliche (energia, risorse idriche, trasporti, scuole, ospedali e via dicendo), porre fine alle privatizzazioni e agli interessi accumulati sul debito pubblico dei Paesi dell’UE, in particolare della Grecia. Al contempo, l’SPD dovrebbe riesumare l’Ostpolitik che la caratterizzava anni fa, ovvero una politica di solida cooperazione con la Russia, che includa la fine delle sanzioni dell’UE contro i russi. Infine, l’SPD dovrebbe aderire alla dinamica economica e politica della Nuova Via della Seta, invece della geopolitica dell’UE attuale.

Se l’SPD svilupperà questo profilo, avrà una possibilità di ribaltare il continuo declino di un partito che ha ottenuto solo il 21,5% alle elezioni nazionali del settembre 2017 e, da allora, ha continuato a scendere nei sondaggi arrivando al 15-16% alla fine di febbraio. In questo contesto si parla di un “fattore Corbyn”, il che significa che l’SPD potrebbe seguire l’esempio del presidente del Partito Laburista inglese Jeremy Corbyn, il quale ha rinnovato il partito ponendo fine alla posizione neo liberista e geopolitica di Tony Blair e reclutando 300.000 nuovi iscritti nel giro di un anno. Kevin Kühnert, presidente dei Giovani Socialisti dell’SPD, che guidava l’opposizione a un’altra grande coalizione, è un fan di Corbyn, e cerca di replicarne la strategia con una campagna di tesseramento che ha già fruttato 25.000 nuovi iscritti dall’inizio dell’anno.

Nel frattempo la Germania continuerà a essere governata dalla Cancelliera Angela Merkel, come negli ultimi 12 anni, e il programma di governo approvato dai leader dell’SPD non indica cambiamenti sostanziali di politica. Visto che all’SPD sono stati affidati due ministeri importanti, Esteri e Finanze, il partito avrebbe l’opportunità di adottare dei cambiamenti, anche se questo implicherà lo scontrarsi con la Merkel…

Si prospettano progressi nei colloqui tra le due Coree

Sulla scia della partecipazione comune ai Giochi Olimpici e della visita di due delegazioni nordcoreane ad alto livello in Corea del Sud per l’occasione, il Presidente sudcoreano Moon Jae-in (nella foto) ha detto al Presidente americano Trump che manderà una delegazione a Pyongyang per proseguire i colloqui. Durante la conversazione telefonica di mezz’ora tra Trump e Moon Jae-in il 1 marzo, i due leader hanno discusso il fatto che la Corea del Nord abbia indicato la propria disponibilità a ristabilire comunicazioni dirette con Washington.

Il Presidente Moon ha riferito di aver detto ai visitatori dalla Corea del Nord che non vi saranno progressi su questioni di sicurezza nella penisola fino a quando Pyongyang e Washington non saranno parlate direttamente. Un portavoce della Casa Bianca ha chiarito, dopo la telefonata, che il Presidente americano è “molto interessato” alla prospettiva di una denuclearizzazione della penisola coreana. Trump stesso ha ribadito più volte che gli Stati Uniti sono pronti a parlare con la Corea del Nord “alle giuste condizioni”.

Dopo aver partecipato alla cerimonia di chiusura dei Giochi olimpici invernali, Kim Yong Chol, vice presidente del Partito Laburista ed ex capo dell’intelligence militare nordcoreano, ha consegnato un messaggio formale a Moon nel quale afferma che Pyongyang è disposta a mettersi al tavolo dei negoziati con rappresentanti americani. Poche ore dopo l’annuncio del Presidente sudcoreano il 25 febbraio, i portavoce dei Ministri degli Esteri cinese e russo hanno pienamente sostenuto l’idea che si tengano tali colloqui.

Anche Ivanka Trump, figlia e assistente speciale del Presidente americano, ha partecipato alla cerimonia di chiusura e ha incontrato in privato il Presidente Moon, ribadendo la disponibilità americana a parlare con la Corea del Nord, ma anche indicando che dovrebbero aumentare le pressioni.

Il 23 febbraio il Ministro del Tesoro americano Steven Mnuchin ha annunciato sanzioni contro ventotto navi da sette Paesi, accusandole di effettuare consegne di forniture di energia alla Corea del Nord, violando le restrizioni vigenti. Washington pianifica di chiedere alla Cina e ad altri Paesi che bandiera battessero tali navi e il permesso di eseguire perquisizioni in mare aperto. Questo sarebbe un passo verso un vero e proprio blocco della Corea del Nord.

I media britannici hanno cercato di aumentare le tensioni tra Stati Uniti e Corea del Nord, facendo trapelare sulla BBC un rapporto di una commissione di esperti dell’ONU che accusa la Corea del Nord di aver fornito di nascosto armi chimiche alla Siria. La BBC sostiene che un non meglio precisato “ente di intelligence occidentale” avrebbe fornito dettagli degli accordi segreti, che coinvolgerebbero anche una società cinese, la Cheng Tong Trading Company.

L’Amministrazione di Trump, dal canto suo, ha ribadito il proprio impegno a cercare una soluzione diplomatica alla disputa coreana, il che è molto più promettente dell’atteggiamento delle due presidenze precedenti, ma il Presidente Trump ha anche chiarito di essere pronto a passare alla “fase due” se fallissero gli sforzi diplomatici.

Un ingegnere di PowerChina dichiara: potrebbero bastare meno di dodici anni per costruire Transaqua

Huang Ziping, vice ingegnere capo di PowerChina, società che costruì la grandiosa Diga delle Tre Gole, ha dichiarato durante un’intervista per l’emittente televisiva cinese CGTN Africa che la costruzione di Transaqua potrebbe richiedere meno di dodici anni. Per spiegare i tempi del progetto di trasferimento idrico verso il bacino del Lago Ciad, Huang ha ricordato il caso del canale centrale di 1400 km nel Progetto di Trasferimento Idrico Sud-Nord in Cina, che è stato costruito da PowerChina proprio in dodici anni. Il canale attraversa soltanto un Paese, mentre Transaqua ne interesserebbe diversi, ha affermato Huang; pertanto, i tempi potrebbero essere più incerti, ma l’esperienza maturata nel tempo da PowerChina e la sua perizia tecnologica potrebbero farli addirittura abbreviare.

La giornalista di CGTN, pur essendo stata presente alla conferenza di Abuja sul Lago Ciad, ha fatto confusione tra il Progetto Transaqua e il minore progetto riguardante il fiume Ubangi [pronuncia: Ubanghi], preferito dalla Commissione del Bacino del Lago Ciad quando Transaqua era ritenuto “faraonico”, ma poi respinto anche se la società canadese CIMA ne avesse dimostrato la fattibilità.

Come Mohammed Bila, esperto della Commissione, ha spiegato ad Abuja, l’acqua presa dal fiume Ubangi dovrebbe essere pompata verso l’alto e costituirebbe soltanto un decimo dell’acqua messa a disposizione dal Progetto Transaqua, cioè una quantità insufficiente a ripristinare il Lago Ciad.

Il progetto riguardante l’Ubangi sarebbe piuttosto un’opera di consumo energetico e non renderebbe alcunché in cambio dell’acqua raccolta dall’affluente del fiume Congo. Transaqua, invece, trasferirebbe dieci volte tanto d’acqua, produrrebbe elettricità (sono previste quasi trenta dighe!) e costituirebbe una via fluviale artificiale di trasporti lunga 2400 km. Il progetto dell’Ubangi è promosso in modo doloso dagli oppositori del progetto Transaqua, per alimentare la campagna geopolitica che in Congo si traduce con lo slogan “vogliono rubare la nostra acqua!”.

Huang ha risposto in modo corretto ma difficile da capire, da parte del telespettatore, sostenendo che il progetto Ubangi fu studiato dalla società CIMA, ma il susseguirsi del botta e risposta ha lasciato intendere che PowerChina sarebbe pronta a investire nel progettino maldestinato sul fiume Ubangi, che è stato definitivamente respinto dalla Conferenza Internazionale di Abuja, che invece ha deliberato di esplorare la fattibilità di Transaqua.

Movisol: un accordo di governo è possibile solo su Glass-Steagall

di Liliana Gorini, presidente di MoviSol

L’esito del voto è l’ennesimo terremoto politico che dimostra che il vecchio paradigma, e l’establishment che lo promuove, sono finiti, e la popolazione italiana chiede un nuovo paradigma. I vincitori delle elezioni sono Di Maio e Salvini, che ha sorpassato Berlusconi, assumendo la leadership della coalizione di destra. Nonostante gli attacchi di Jean-Claude Juncker e dell’Unione Europea, o forse proprio per via di questi attacchi, il voto della Lega e del M5S ha superato ogni aspettativa.

Gli sconfitti sono Matteo Renzi, l’uomo delle banche, e Silvio Berlusconi, i cui pellegrinaggi a Bruxelles per garantire all’Unione Europea la sua fedeltà al trattato di Maastricht sicuramente lo hanno reso impopolare. Pur avendo dimezzato il voto del Partito Democratico, Renzi ha avuto anche questa volta l’arroganza di dettare l’agenda del dopo voto, ignorando 11 milioni di elettori, la metà dei quali provengono dal suo partito, e dichiarando impossibile un accordo di governo con quelli che ha definito gli “estremisti”, ovvero Lega e Cinque Stelle. Il suo atteggiamento suicida è stato denunciato dal governatore della Puglia Emiliano, che invece è a favore di un accordo di governo con Di Maio. Renzi, e i suoi sostenitori nel PD, continuano a non comprendere che il motivo della loro sconfitta è la loro arroganza, e la loro totale mancanza di empatia per una popolazione italiana sempre più colpita dalla crisi economica, e che rischia di perdere tutti i risparmi grazie al loro decreto “salva banche”. Non è escluso che, come Hillary Clinton, finiscano col dare la colpa della loro sconfitta ai russi, pur di non ammettere gli errori madornali che hanno commesso negli ultimi anni, e che hanno portato a questo voto di protesta.

Dal canto suo, la coalizione di destra non ha una maggioranza di governo. Come uscire da questo impasse? Durante la campagna elettorale, Movisol ha proposto il suo programma, le quattro leggi di LaRouche, prima tra tutte la legge Glass-Steagall, ovvero la netta separazione tra attività speculative e attività di credito per tutelare i risparmi e rilanciare il credito all’economia reale, e l’adesione dell’Italia alla Nuova Via della Seta, nonché un piano Marshall per lo sviluppo dell’Africa, unica alternativa alle migrazioni di massa, a partire dal piano Transaqua per il lago Ciad, su cui l’Italia collabora con la Cina.

E’ significativo che i due partiti vincenti, Lega e Cinque Stelle, abbiano in comune 2 punti programmatici ripresi dalle 4 leggi di LaRouche: il ripristino della legge Glass-Steagall e una banca nazionale.

Solo da questo si può ripartire per arrivare ad un accordo di governo, scongiurando l’attacco ai nostri titoli di stato ed alla nostra economia da parte degli speculatori ipotizzato da molti osservatori come “vendetta” dei mercati per l’esito del voto. Certo, si tratta di mettere d’accordo partiti molto diversi, ma il dialogo è possibile solo intorno ad un programma concreto per rilanciare l’economia italiana, l’occupazione e superare la povertà, non con il reddito di cittadinanza, non con la “flat tax”, ma togliendo ogni garanzia dello stato agli speculatori, che hanno mandato in rovina la nostra economia e quella mondiale dal 2008, e rilanciando il credito a grandi progetti infrastrutturali, a partire dalla ricostruzione delle aree terremotate.

Tuttavia, se il M5S vuole essere una forza di governo credibile, dovrà abbandonare la propria opposizione ai grandi progetti infrastrutturali. Di fatto, solo con un piano di progetti infrastrutturali per il Mezzogiorno, che includa il ponte di Messina tra Calabria e Sicilia, il miglioramento della rete ferroviaria con l’adozione dei treni veloci, il miglioramento dei porti, e forme di produzione di energia ad alta intensità di flusso energetico, sarà possibile creare posti di lavoro altamente qualificati e l’aumento della produttività. Il Glass-Steagall Act di Roosevelt, che il M5S include nel proprio programma, era parte del New Deal basato precisamente su questo tipo di progetti infrastrutturali a cui finora il M5S si è opposto. Ad esempio, il Golden Gate, la cui costruzione fu promossa dal sindaco italiano di San Francisco, era uno dei tanti progetti infrastrutturali del New Deal equivalente al ponte di Messina odierno.

Movisol si impegna a favorire il dialogo tra tutti i partiti sui seguenti 5 punti programmatici. Solo così sarà possibile formare un governo stabile, spiazzando Juncker e l’oligarchia finanziaria che scommette, letteralmente, sull’instabilità del nostro paese.

Ecco quindi i 5 punti del programma che Movisol propone per il nuovo governo:

1. Ripristino immediato del Glass-Steagall Act, che toglierà ogni garanzia dello stato agli speculatori liberando risorse per l’economia reale, come fece Roosevelt nel 1933. L’unica tutela per i nostri risparmi sta nella separazione bancaria.

2. Una banca nazionale, come quella originariamente creata da Alexander Hamilton ai tempo di Washington. La crescita è possibile solo con la creazione del credito.

3. Credito statale per l’alta tecnologia e l’occupazione altamente produttiva, inclusa la ricostruzione delle nostre infrastrutture, a partire dalle zone terremotate.

4. Un programma d’urto per lo sviluppo della fusione nucleare e per la ricerca spaziale, che fungerà da volano per l’economia reale.

5. Adesione alla Iniziativa Belt and Road proposta dalla Cina, ed ai grandi progetti della Nuova Via della Seta marittima che potrebbero rilanciare i nostri porti e il Mezzogiorno

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Videoconferenza di Helga Zepp-LaRouche sulla Nuova Via della Seta

In una dichiarazione della scorsa settimana, Helga Zepp-LaRouche si è occupata di ciò che ha definito il “nuovo choc alla Sputinik” impartito dalla Russia di Vladimir Putin, scrivendo: “In un contesto su scala transatlantica di opposizione isterica alla Russia e alla Cina concepibile soltanto come propaganda probellica, il Presidente russo Putin ha sganciato una metaforica bomba durante il suo discorso sullo stato dell’unione, ridefinendo l’equilibrio strategico planetario. Ha annunciato il possesso da parte delle forze armate russo di armamenti fondati su nuovi principii fisici, tra i quali missili intercontinentali capaci di viaggiare venti volte più velocemente del suono, con una grande manovrabilità…. Questi sistemi, che includono missili cruise a propulsione nucleare, droni acquatici e armi a raggio laser, sono la risposta della Russia alla disdetta unilaterale del Trattato ABM da parte degli Stati Uniti, avvenuta nell’anno 2002 e al varo del sistema antimissilistico americano a livello globale. Da allora, ogni negoziato si è arrestato davanti al ‘peggior sordo’. ‘Non ci hanno ascoltati. Ora ci ascolteranno!, ha sottolineato Putin”.

Helga Zepp-LaRouche ha continuato: “La risposta dei media e dei politici occidentali ha assunto i vari colori di uno spettro che va dai tentativi di ridicolizzare il nuovo arsenale russo in quanto impossibili tecnicamente o in quanto dichiarazione pre-elettorale, alla preoccupazione per la corsa al riarmo, come se questo non fosse già in atto da tempo, a causa dell’espansione della NATO verso Oriente.

“Queste risposte riflettono ancora una volta il fatto che i settari del dogma neoliberista riescono a vedere il mondo soltanto attraverso i loro occhiali geopolitici e sottostimano, ovviamente, le capacità militari e scientifiche della Russia, così come per anni hanno sottostimato la dinamica della Nuova Via della Seta innescata dalla Cina”.

Come sostiene Helga Zepp-LaRouche, la situazione strategica sta mutando rapidamente, con la concreta prospettiva di sviluppare buoni rapporti a livello internazionale, se avranno successo gli sforzi di liberarsi dal dogma geopolitico britannico e di dotarsi invece di un quadro di relazioni vocate al mutuo sviluppo (win-win) secondo quanto proposto dal Presidente cinese Xi Jinping con la Nuova Via della Seta (iniziativa Belt and Road). Un esempio sorprendente di questo potenziale è stato annunciato lo scorso martedì da alcuni funzionari sudcoreani dopo i colloqui con la controparte nordocoreana: la Corea del Nord offre il blocco del proprio programma nucleare e apertura a colloqui con gli Stati Uniti, uno sviluppo che, se ben perseguito, dimostra come la dinamica del Nuovo Paradigma si sta sostituendo all’approccio conflittuale degli occidentali del pensiero unico.

Seguite Helga Zepp-LaRouche questo giovedì alle ore 18 sul sito www.newparadigm.schillerinstitute.com per il consueto appuntamento sullo spirito della Nuova Via della Seta.

Il nuovo choc alla Sputnik di Putin cambia gli equilibri strategici

Rispondendo alla crescente isteria contro la Russia e la Cina nel mondo transatlantico, il Presidente russo Vladimir Putin, nel suo discorso sullo stato dell’unione del 1 marzo, ha spiazzato tutti coloro che invocano la guerra con la Russia ricordando la realtà dei fatti. Con grande calma ha annunciato che le forze armate russe hanno ora a disposizione nuovi sistemi d’arma, alcuni basati su nuovi principii della fisica, capaci di sfuggire a tutti i sistemi di difesa antimissilistica esistenti, inclusi quelli che volano a velocità supersoniche. Questo, di per sé, invalida la dottrina di guerra nucleare “limitata”, una guerra che potrebbe essere vinta lanciando un primo attacco, magari con una “mini-bomba nucleare” come quella che sta sviluppando il Pentagono.

Tuttavia, Putin ha sottolineato che la Russia ha deciso di sviluppare tali armi a seguito del ritiro degli Stati Uniti dal trattato ABM nel 2002 e dopo che le precedenti proposte russe per una collaborazione su sistemi congiunti antimissilistici erano cadute nel nulla a Washington. “Nessuno ha ascoltato la Russia prima che creassimo nuovi sistemi d’arma, ascolteranno la Russia ora”, ha ammonito.

La reazioni delle élite e dei media occidentali confermano la loro incapacità di pensare al di fuori degli schemi della geopolitica classica. Come ha commentato Helga Zepp-LaRouche il 2 marzo, essi sottovalutano il potenziale scientifico e di difesa della Russia, esattamente come da anni sottovalutano anche la dinamica messa in moto dalla Cina con la Nuova Via della Seta.

Il modo di pensare geopolitico tende a proiettare sui presunti nemici le proprie intenzioni e le proprie politiche. Da qui il gran parlare di un presunto intento russo di sovvertire la democrazia nel mondo occidentale e interferire nelle elezioni degli Stati Uniti e altrove, anche se tutti sanno che in realtà da decenni sono gli Stati Uniti a interferire nelle elezioni in tutto il mondo, ad esempio finanziando il golpe in Ucraina nel 2014. E si sostiene che la Cina cerca di imporre la propria egemonia nel mondo e che l’Iniziativa Belt and Road sia solo uno strumento furbo per ingannare le nazioni e ottenere tale egemonia.

Questo tema è stato affrontato da Guo Xiaobing sul Global Times del 25 febbraio, in un articolo introspettivo dal titolo “Gli Stati Uniti hanno paura della loro immagine riflessa nello specchio”. Citando un recente studio del CSIS, che presenta uno scenario in cui la Cina attaccherebbe gli Stati Uniti con missili Cruise per cacciarli dall’area del Pacifico o addirittura eliminerebbe fisicamente leader americani, Guo sottolinea che gli autori ignorano le differenze fondamentali nel pensiero strategico dei due Paesi. Per esempio, gli attacchi preventivi non sono un’opzione politica nella dottrina cinese, così come non lo è “la decapitazione della leadership di un altro Paese”.

Il problema è che gli ideologi occidentali non riescono a comprendere che il nuovo paradigma si sta ormai imponendo in tutto il mondo, promuovendo “gli obiettivi comuni del genere umano”, come da anni chiede lo Schiller Institute e come è riflesso nella cooperazione win-win proposta dalla Cina. L’attuale isteria contro Russia e Cina, in particolare, rappresenta l’ultimo sospiro di un sistema oligarchico ormai morente.

Come ha proposto Helga Zepp-LaRouche, “dovremmo utilizzare questo nuovo choc alla Sputnik e accettare ciò che ha proposto Putin nel suo discorso: ‘Sediamoci al tavolo dei negoziati e sviluppiamo insieme un nuovo sistema di sicurezza internazionale e sviluppo sostenibile per la civiltà umana’”.

Per approfondimenti

“Nuovi armamenti russi”, corto documentario di Sputnik News del 29 maggio 2018

La caccia alle streghe del Russiagate aumenta il pericolo di guerra

La mancanza di prove concrete a sostegno delle accuse di interferenza nelle elezioni americane o “collusione” del team di Trump con i russi non ha impedito all’inquirente speciale Robert Mueller di escogitare nuove teorie del complotto nel tentativo di destituire Donald Trump. Negli ultimi giorni Mueller ha incriminato tredici cittadini e tre società russi che, secondo lui, avrebbero lavorato per l’elezione di Trump, ha estorto una dichiarazione di colpevolezza al vicepresidente della campagna di questi, Rick Gates, collaboratore di lunga data dell’ex presidente della campagna Paul Manafort (nella foto) e ha formulato nuove accuse contro Manafort stesso, nella speranza di piegarlo e indurlo a testimoniare contro il team di Trump.

Anche se le incriminazioni legate alla presunta “fabbrica dei troll” hanno ricevuto grande copertura sui media alla vigilia della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, per alimentare l’atmosfera anti-russa dell’evento, questa mossa punta i riflettori sul fatto che dopo otto mesi e milioni di dollari spesi, Mueller non ha ancora uno straccio di prova! Le azioni di Mueller sono state denunciate con forza da ex uomini dell’intelligence, inclusi l’ormai famoso Publius Tacitus sul blog di Pat Lang Sic Semper Tyrannis, che il 20 febbraio ha pubblicato un articolo dal titolo “L’America di Robert Mueller: una farsa avvolta dall’ipocrisia”, e l’ex funzionario della CIA Philip Giraldi, che ammonisce che gli attacchi contro Gates e Manafort implicano che, in futuro, tutti i critici della politica del governo americano potrebbero essere incriminati. Si noti il fatto che nessuna delle accuse contro Manafort o Gates ha niente a che fare con Donald Trump e le elezioni.

Nel frattempo, il congressista Devin Nunes e il Sen. Grassley, rispettivamente a capo della Commissione sull’Intelligence e della Commissione sulla Giustizia, stanno indagando sul ruolo di funzionari del Dipartimento di Stato nel promuovere la “credibilità” dell’agente britannico Steele: tra questi il direttore della CIA Brennan, il direttore della National Intelligence Clapper, e la consigliera per la Sicurezza Nazionale Susan Rice.

Manafort insiste sulla propria innocenza e continuerà a difendersi, anche se i costi per la difesa arrivano a

milioni di dollari. È una tattica dell’accusa, usata spietatamente da Mueller, quella di far lievitare le spese legali delle vittime fino a quando non si dichiarano colpevoli per risparmiare la propria famiglia. Mueller è stato aiutato in questo dalla stampa e dai media, che riprendono senza sosta le false accuse sin dall’inizio. Nel dichiararsi colpevole, Gates lo ha ammesso. Ha detto: “Nonostante il mio desiderio iniziale di difendermi vigorosamente, ho dovuto cambiare idea. La realtà dei tempi lunghi di questo processo, i costi e l’atmosfera da circo di un possibile processo sono troppo. Per il bene della mia famiglia mi conviene uscire da questo tunnel”. La perversione della giustizia del Russiagate è superata solo dal pericolo che deriva dalla propaganda anti-russa che abbassa la soglia di una possibile guerra nucleare con la Russia.

Un esperto spiega il segreto della grande capacità infrastrutturale del Giappone: la banca nazionale

Daisuke Kotegawa, ex direttore del FMI per il Giappone e già direttore generale del Ministero delle Finanze di quel Paese, ha scritto per l’Executive Intelligence Review un articolo su come il Giappone abbia generato il credito per i suoi famosi treni ad alta velocità, i cosiddetti “bullet trains”, i Mag-lev (treni a levitazione magnetica) e altre infrastrutture, a partire dalla seconda guerra mondiale. Egli attribuisce il successo del Giappone all’applicazione dei metodi di banca nazionale del Sistema Americano enunciati dal primo ministro del Tesoro Alexander Hamilton. Il dott. Kotegawa concentra in particolare il suo racconto su quello che in Giappone si chiama il “secondo bilancio federale”, il Fiscal Investment and Loan Program (FILP), che ricorda la Reconstruction Finance Corporation creata dal Presidente Franklin Roosevelt.

“Negli Stati Uniti è in corso un intenso dibattito sul tema delle infrastrutture”, scrive Kotegawa. “Avendo appreso l’approccio hamiltoniano al credito nazionale dalle forze di occupazione americane dopo la seconda guerra mondiale, il Giappone diede vita al Fiscal Investment and Loan Program (programma di investimenti fiscali e prestiti), che svolse un ruolo di punta nella ricostruzione della disastrata economia giapponese.

Il Giappone, che non era incluso nel Piano Marshall, concentrò tre principali fonti di credito nazionale sotto il controllo del Ministero delle Finanze: i risparmi postali, i fondi pensionistici del governo e le entrate fiscali – queste ultime appartenenti al bilancio primario. Kotegawa ha gestì il FILP, il “secondo bilancio”, che gestiva le due prime fonti sopracitate, dalla fine degli anni Ottanta fino all’inizio degli anni Novanta. Questo programma emetteva obbligazioni garantite dal Tesoro, vendute ai clienti del banco postale e ai fondi pensionistici (altre fonti furono aggiunte in seguito), obbligazioni destinate a finanziare progetti infrastrutturali e altri investimenti. Questo aumentò la capacità del governo di investire in progetti non considerati validi commercialmente, ovvero che non generavano un profitto a breve, e quindi non adatti a investimenti privati. Ma avevano una resa economica, in particolare l’aumento della produttività generale a lungo termine.

Usando il credito nazionale per tali progetti, scrive Kotegawa “una leadership politica efficace deve basarsi sull’impegno per il benessere generale dei contribuenti, sul fatto che gli investimenti dei contribuenti nelle infrastrutture generano benefici economici e migliorano le condizioni di vita”.

Oggi gli Stati Uniti “non hanno l’equivalente dei fondi previdenziali statali e del vasto settore dei fondi pensionistici, ma questo non preclude degli sforzi sul modello del programma giapponese di Investimenti Fiscali e Prestiti, che ha avuto successo. Una banca nazionale per le infrastrutture, autorizzata ad emettere obbligazioni per le infrastrutture garantite dal governo centrale, potrebbe attrarre gli investimenti della previdenza sociale, dei fondi comuni e dei programmi pensionistici del settore privato. Sarebbero interessanti anche per gli investitori stranieri, parimenti ai buoni del Tesoro americani… [e consentirebbero agli investitori stranieri] un minor effetto leva rispetto alla proprietà di infrastrutture critiche”.

L’ambasciatore italiano in Nigeria: l’Italia crede nel progetto Transaqua

Di fronte ai capi di stato e di governo e dei ministri di sette paesi africani, l’ambasciatore italiano in Nigeria Stefano Pontesilli ha annunciato che l’Italia crede nel progetto Transaqua e ha deciso di co-finanziarne a titolo gratuito la fattibilità con 1,5 milioni di Euro. Al di là dell’importo della donazione, l’atto ha grande importanza politica in quanto significa che l’Italia crede nella validità di un’idea che potrebbe cambiare il volto dell’Africa.

Il diplomatico italiano è intervenuto nella sessione conclusiva della conferenza internazionale sul Lago Ciad, tenutasi ad Abuja e durata quattro giorni, che ha riscontrato un grande supporto da parte dei cinque paesi del bacino del Lago Ciad all’idea italiana, che risale agli anni settanta e che finora è stata scartata perché considerata, a torto, “faraonica”. Invece, gli studi presentati alla conferenza hanno dimostrato che 1. non c’è alternativa al trasferimento idrico per salvare il Lago Ciad e 2. l’unica soluzione per il trasferimento è Transaqua.

Unico paese dell’UE presente ai lavori, l’Italia ha appoggiato la cooperazione strategica tra l’impresa italiana Bonifica e quella cinese Powerchina, lanciando, come è stato sottolineato nel corso dei lavori e come hanno notato alcuni media internazionali, un potenziale nuovo modello di cooperazione win-win tra Africa, Cina e Europa.

IL PASSO SUCCESSIVO

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