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La crisi di governo italiana è stata decisa a livello dell’UE

Matteo Salvini e la Lega hanno formalmente sfiduciato il governo Conte, ma la crisi di governo italiana è stata in realtà provocata da decisioni prese a livello dell’UE. Già a metà luglio, quando i Cinquestelle permisero, con i loro voti decisivi, l’elezione di Ursula von der Leyen a presidente della Commissione, si subodorava l’accordo in fieri con il PD. L’accordo, secondo voci della City di Londra, è stato poi affinato con la visita di von der Leyen a Conte il 2 agosto. L’analista finanziario Mauro Bottarelli ha scritto su Business Insider: “Per molti inquilini delle sale trading londinesi, l’atto finale del governo giallo-verde si sarebbe compiuto il 2 agosto, quando Ursula von der Leyen ha fatto visita a Giuseppe Conte a Palazzo Chigi in seno al suo tour post-elezioni. Non a caso, la prima minaccia diretta ed esplicita alla tenuta dello stesso governo, il ministro Salvini l’ha avanzata due giorni dopo, il 4 agosto”.
Salvini ha dunque reagito a un biscotto che si stava confezionando alla luce del sole. Il cambiamento di regime a Roma prevederebbe un’alleanza tra le forze che votarono per la von der Leyen al Parlamento Europeo (quindi Cinquestelle, PD e Forza Italia). Una coalizione improbabile, ma gli sponsor della von der Leyen a Berlino, Parigi e Bruxelles sono disposti a tutto.
Ci riusciranno? Staremo a vedere che cosa accadrà dopo che Conte si sarà presentato al Parlamento il 20 agosto. Di fatto, la crisi tra i due partner di governo è motivata da una profonda divisione sulla politica europea, come hanno spiegato il portavoce per gli esteri della Lega Marco Zanni (nella foto ad una conferenza dello Schiller Institute) e il presidente della Commissione Bancaria al Senato Alberto Bagnai in un’intervista radiofonica il 9 agosto. Secondo Bagnai, Conte avrebbe deliberatamente tenuto il Parlamento e i membri leghisti del governo all’oscuro degli importantissimi negoziati sulla riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità.
Inoltre si sospetta che un elemento importante del complotto dell’UE sia la determinazione a evitare assolutamente che il Commissario dell’ UE promesso all’Italia vada a un leghista. In effetti, un commissario di peso potrebbe essere di grande intralcio all’agenda maltusiana radicale esposta dalla von der Leyen il giorno della sua investitura.
In un’intervista per la rivista americana EIR, l’economista italiano Nino Galloni ha spiegato che “Il movimento Cinquestelle ha sempre presentato, in economia, due anime contraddittorie: quella postkeynesiana (che nella mia rielaborazione è molto vicina alle idee di LaRouche e che si può definire della crescita responsabile); quella della decrescita e dell’ambientalismo main stream”. (vedi https://larouchepub.com/eiw/public/unlisted/2019/eirv46n32-20190816/kvieji0939WJSRPWUFh7/4632-italian_economist_good_finance.html).

La fine del sistema neoliberista: non è colpa della Cina!

Mentre si moltiplicano i segni di un’imminente “recessione globale”, il consenso quasi unanime sui media è che la causa principale della crisi sarebbe nella “guerra commerciale” tra Cina e Stati Uniti o, detto in altri termini, nella tendenza imperiale cinese rappresentata dalla Iniziativa Belt and Road (BRI), unita all'”incompetenza” e “impulsività” di Trump. Invece di riconoscere la natura sistemica della crisi, questa analisi punta a proteggere gli assiomi neoliberisti della politica economica esistente, anche se tali assiomi si sono dimostrati pericolosamente fallimentari e al contempo una minaccia all’esistenza stessa della società.
Dovremmo prima di tutto liberarci dalla falsa spiegazione secondo la quale la Cina sarebbe responsabile dell’aumento del debito e avrebbe teso una “trappola del debito” alle nazioni che hanno aderito alla BRI. Di fatto, il debito della Cina è principalmente nella forma di credito destinato ad attività economiche fisiche, con enfasi sugli avanzamenti scientifici che producono nuove tecnologie e sulla costruzione di una piattaforma moderna di infrastrutture che migliorino la produzione globale e il commercio. Per i Paesi dell’Asia e dell’Africa nei quali la Cina investe non si tratta di una “trappola del debito” ma dell’attesa infusione di crediti che li liberi dalla condizione coloniale imposta loro dall’attuale sistema finanziario. Ironicamente, coloro che promuovono il concetto di “trappola del debito” ignorano le migliaia di miliardi di dollari di debito creati dal Quantitative Easing e via dicendo, per salvare gli istituti finanziari falliti, sostenere il valore nominale di titoli privi di valore reale e la politica di austerità imposta dal FMI e dalle banche centrali, che impedisce che il credito venga destinato a settori produttivi, conducendo a problemi di debito sistemico (vedi per esempio il caso dell’Argentina).
Inoltre, il calo della produzione manifatturiera nelle economie transatlantiche, che è la causa della crescita vicina allo zero e perfino della contrazione economica, come in Germania nel secondo trimestre, è stato dettato dalla politica del “mercato” che ha promosso la delocalizzazione verso economie dominate da forza lavoro a basso costo e ha costretto le capacità industriali rimanenti a produrre per l’esportazione. Ciò ha prodotto livelli sempre inferiori di potere d’acquisto per coloro che hanno perso il posto di lavoro nell’industria. Il risultato è che le famiglie che prima avevano salari decenti ora sono costrette a vivere indebitandosi.
Questa realtà non è stata imposta dalla Cina, ma dagli interessi finanziari che ruotano intorno alla City di Londra, a Wall Street e Bruxelles, che usano crediti a basso costo o a costo zero dalle banche centrali per speculare in derivati e in altri strumenti di “innovazione finanziaria”, o consentono alle grosse società di acquistare le proprie azioni. La bolla speculativa che ne deriva non è certo un segno di prosperità, ma il frutto marcio che cade dall’albero malato.
La soluzione è porre fine all’attuale sistema liberista e imperiale e alle sue bolle speculative, e costruire l’economia reale. A questo fine la prospettiva di sviluppo della Cina è parte della soluzione, non il problema. (Nella foto Helga Zepp-LaRouche, presidente dello Schiller Institute, Liliana Gorini, presidente di MoviSol, Claudio Celani dell’EIR e il sottosegretario Michele Geraci al convegno sulla Nuova Via della Seta tenuto da Movisol e Regione Lombardia a Milano lo scorso marzo).

Il bazooka delle banche centrali e le destabilizzazioni non salveranno il sistema

Il rapporto della Camera dei Lord intitolato “Politica Estera Britannica in un Ordine Mondiale in Cambiamento”, pubblicato nel dicembre 2018 , prende di mira quattro nazioni per azioni di intervento e destabilizzazione: Cina, Russia, India e Stati Uniti d’America. Si tratta esattamente delle quattro potenze che Lyndon LaRouche identifico come le uniche che, se alleate, avrebbero il potenziale economico non soltanto per sopravvivere al collasso del sistema finanziario, ma anche per emergere da tale collasso a un livello superiore di produttività e di cultura.

In coerenza con la strategia imperiale britannica, questi quattro Paesi sono ora oggetto di tentativi di destabilizzazione: la Cina, con la rivolta in stile “rivoluzione colorata” a Hong Kong; l’India, con la trappola del Kashmir, boccone avvelenato lasciato dai coloni di Sua Maesta che potrebbe innescare una guerra tra India e Pakistan in una regione attraversata da un importante corridoio della Belt and Road; la Russia, dove il gruppo dell’oppositore di Putin Novalny, foraggiato dall’Occidente, ha inscenato manifestazioni non autorizzate con gli inevitabili arresti sbattuti in prima pagina sui media occidentali; infine gli Stati Uniti, dove la campagna per rovesciare Trump, fallito il tentativo del Russiagate, ora ha imbastito il tentativo di bollarlo come razzista nella speranza di impedirne la rielezione.

Lo sfondo di queste varie destabilizzazioni e il crollo accelerato del sistema finanziario in bancarotta. All’orizzonte si profila una crisi di liquidità generata da un debito globale che dev’essere rifinanziato a breve termine sullo sfondo di un’incipiente recessione globale. Le banche centrali si apprestano a riesumare gli unici attrezzi che hanno a disposizione, e cioè pompando denaro nel sistema mentre allo stesso tempo ne distruggono il valore con i tassi negativi. Ciò non farà che peggiorare il problema, colpendo non solo i risparmiatori e le imprese ma anche le stesse banche che si intende soccorrere.

Non funzionerà nemmeno il tentativo di creare una nuova, gigantesca bolla, incanalando gli investimenti nell'”Economia verde”. Esso va comunque fermato perché porterà alla deindustrializzazione.

L’anniversario della fine degli accordi di Bretton Woods, il 15 agosto 1971, ci fa riflettere sull’origine degli attuali problemi economici, come Lyndon LaRouche capì già quarantotto anni fa. Contrariamente a quanto sostengono alcuni, che lo confondono con il gold standard britannico, il sistema di Bretton Woods era fondamentalmente un sistema di credito in cui l’oro era il riferimento per le parità monetarie stabilite tra il dollaro e le altre valute mondiali, parità che potevano essere aggiustate per decisione sovrana sulla base di valori economici reali. Il sistema bancario era regolato e offriva protezione agli istituti emittenti credito per le imprese e per le famiglie, vietando alle banche di deposito di svolgere attività di trading. Anche le scommesse dei derivati erano vietate. La soppressione del sistema di Bretton Woods e, in seguito, della regolamentazione bancaria, ha permesso la privatizzazione del potere di creazione di denaro e di credito, togliendo sovranità economica ai governi e affidandola ai mercati finanziari. E giunta l’ora di disfare questo potere.

Xinhua cita lo Schiller Institute sul ruolo britannico nelle rivolte a Hong Kong

Un articolo dell’agenzia cinese Xinhua in lingua inglese, che cita anche altri esperti francesi, scrive: “Christine Bierre, direttrice del settimanale Nouvelle Solidarité ed esperta dello Schiller Institute in Francia, ritiene che quello che sta accadendo a Hong Kong sia chiaramente un tentativo di rivoluzione colorata sostenuto dai neoconservatori negli Stati Uniti. Ma svolge un ruolo anche il Regno Unito, una ex potenza coloniale (…) questa destabilizzazione avviene… proprio mentre gli Stati Uniti sono impegnati in un braccio di ferro con la Cina sul commercio e la politica monetaria”. (Nella foto Christine Bierre durante una recente missione di fact finding in Cina, al centro della foto).

Corbyn chiede un voto di sfiducia ed elezioni anticipate per fermare la Brexit senza accordo

Il leader laburista Jeremy Corbyn ha annunciato giovedì che intende chiedere un voto di sfiducia per il governo di Boris Johnson quanto rientrerà il Parlamento in settembre, al fine di impedire l’intenzione di Johnson di attuare la Brexit il 31 ottobre senza un accordo con l’UE che sostituisca la politica esistente su commercio, investimenti, viaggi ed altri rapporti tra il Regno Unito e i paesi dell’UE. Corbyn fa appello a tutti i parlamentari affinché sostengano un governo laburista ad interim che proroghi la scadenza del 31 ottobre per la Brexit, proponga un nuovo referendum e indica nuove elezioni.
La coalizione di Johnson ha solo un seggio di maggioranza, e molti Tories potrebbero votare contro Boris per fermare la Brexit senza accordo.
Non è chiaro se i laburisti vincerebbero alle elezioni politiche, anche se avrebbero vinto se il voto ci fosse stato durante l’odiato governo della May.

La crisi di governo manovrata dall’UE

La fine del governo italiano è stata decisa all’incontro tra Conte e la Commissaria UE Ursula von der Leyen il 2 agosto. Lo afferma l’analista finanziario Mauro Bottarelli, le cui fonti sono nella City di Londra, in un articolo su Business Insider: “Per molti inquilini delle sale trading londinesi, l’atto finale del governo giallo-verde si sarebbe compiuto il 2 agosto, quando Ursula von der Leyen ha fatto visita a Giuseppe Conte a Palazzo Chigi in seno al suo tour post-elezioni. Non a caso, la prima minaccia diretta ed esplicita alla tenuta dello stesso governo, il ministro Salvini l’ha avanzata due giorni dopo, il 4 agosto”.
In realtà l’accordo c’era già quando i Cinque Stelle hanno deciso di votare per la von der Leyen al Parlamento Europeo, un voto decisivo per la sua elezione. L’accordo col Partito Democratico si basava sull’agenda dell’UE sul clima. La von der Leyen è solo esecutrice di decisioni che erano state prese ai più alti livelli a Bruxelles, Parigi e Berlino.
Nell’ambito di questo scenario, il Senato ha votato il 13 agosto contro la proposta della Lega di discutere e votare la sfiducia a Conte il 14 agosto. La cosiddetta “maggioranza Ursula” ha stabilito invece che il 20 agosto Conte riferirà in Parlamento. E’ stato il segnale della nuova “alleanza contro natura” tra i grillini e il Partito Democratico.

La disperazione dell’oligarchia finanziaria anglo-americana dietro la spinta per cambiare i regimi e per l’ecoterrorismo

Mentre tutto indica che andiamo verso un nuovo crac finanziario, peggiore di quello del 2008, l’oligarchia finanziaria anglo-americana cerca di impedire i progressi della Nuova Via della Seta prendendo di mira Cina e Russia, e di utilizzare la frode dei cambiamenti climatici per convincere la gente ad accettare passivamente un’austerità radicale e la riduzione della popolazione. Nella consueta videoconferenza, Helga Zepp-LaRouche ci spiega che cosa si nasconde dietro le rivolte a Hong Kong. le tensioni tra India e Pakistan, le manifestazioni a Mosca e la mobilitazione sul clima che assume forme radicali di terrorismo e odio contro la società industriale.
Ma c’è un’alternativa, un accordo tra le quattro potenze, che includa la cooperazione nella ricerca spaziale, e l’adozione delle quattro leggi di LaRouche, a partire dal ripristino della legge Glass-Steagall.

L’oligarchia finanziaria ammette spudoratamente “l’ascesa dell’autoritarismo è inevitabile”

Questo è il titolo di un articolo su Liberation di Dennis Meadows, autore dell’omonimo rapporto del 1972 sui “pericoli della crescita”. Se qualcuno si chiede come sia possibile formare davvero in Italia l’ennesimo governo tecnico che imponga le misure di austerità draconiane volute dell’Unione Europea e dalla BCE, magari ricorrendo alla cosiddetta “maggioranza Ursula”, ovvero l’inciucio tra Partito Democratico e grillini che ha condotto alla nomina di Ursula von der Leyen, la risposta è in questo articolo. L’oligarchia finanziaria, ormai in bancarotta a causa della bolla speculativa che supera 12 volte il PIL mondiale, punta tutto sui “climate bonds” e sulla nuova bolla, quella creata dai fautori dell’isteria sul clima, finanziati da speculatori miliardari quali John Paul Getty, Warren Buffett, George Soros. Gli stessi che promuovono il “cambio di regime” in Russia, Cina e ora, a quanto pare, anche nel nostro paese, colpevole di aver votato chiaramente alle scorse europee contro i diktat dell’Unione Europea.
Così scrive Meadows su Liberation “dobbiamo ammettere che le democrazie non risolvono i problemi esistenziali del nostro tempo: perturbazioni climatiche, riduzione delle riserve energetiche, erosione del suolo, allargare il divario tra ricchi e poveri, ecc. Per questo dovremmo ridurre le libertà individuali? Questa domanda implica che la società ha la capacità di anticipare e apportare cambiamenti proattivi. Non vedo alcuna prova di ciò. Le libertà individuali sono già limitate e penso che questa tendenza continuerà inevitabilmente. Ciò non risolverà i problemi che causano il caos, ma aumenterà principalmente il potere politico a breve termine e la ricchezza finanziaria di coloro che sostengono misure autoritarie.”
La risposta a questa deriva autoritaria, nel nome del clima, resta quella proposta dall’economista LaRouche: le 4 leggi di LaRouche, prima tra tutte la legge Glass-Steagall, ovvero la netta separazione tra banche commerciali e banche d’affari, che mandi in bancarotta gli amici speculatori della von der Leyen e rilanci l’economia reale, tra cui i grandi progetti infrastrutturali della Nuova Via della Seta e la ricerca spaziale.

Liliana Gorini, presidente di MoviSol

https://www.liberation.fr/france/2019/07/29/dennis-meadows-scientifique-coauteur-du-rapport-meadows-1972-sur-les-dangers-de-la-croissance-la-mon_1742741

Antonella Banaudi canta un’aria di Verdi nel La verdiano (La=432 Hz)

Per Ferragosto, un dono speciale ai nostri lettori. La rinomata soprano Antonella Banaudi canta l’aria di Odabella, nell’Attila di Verdi, alla Casa Verdi (e non in Ticino come indicato dal video) nelle due accordature, quella alta odierna, e quella voluta da Giuseppe Verdi nel 1884, LA=432 Hz. La Banaudi collabora da molti anni con lo Schiller Institute, ha partecipato a sue conferenze sul La verdiano anche a Parigi e in Svizzera, dove ha dato lo stesso esempio per far sentire la differenza di timbro tra le due accordature, ha parlato a conferenze dello Schiller Institute in Germania (vedi foto) ed è stata più volte negli Stati Uniti per dare dei master class sull’opera, tra cui il Don Giovanni di Mozart, progetto fortemente voluto dal compianto economista e scienziato Lyndon LaRouche. Ecco di seguito il video dell’aria di Odabella:

Le rivolte a Hong Kong: l’ennesimo gioco di potere?

Il mondo è rimasto colpito dal livello di violenza raggiunto in quelle che inizialmente erano manifestazioni pacifiche contro il tentativo di introdurre a Hong Kong una legge sull’estradizione seguendo un progetto del Capo Esecutivo di Hong Kong Carrie Lam (foto), che ha deciso di imporle nonostante l’opposizione del mondo produttivo, sia locale sia sulla terraferma, timoroso della reazione pubblica. Il caso specifico riguardava una persona che aveva commesso un omicidio a Taiwan ed era fuggita a Hong Kong, dove la Lam voleva che tornasse a Taiwan per essere processata.

Nonostante che Pechino non c’entrasse affatto, ben presto vi sono state manifestazioni sulla spinta del timore che la nuova legge sarebbe stata usata dal governo cinese per estradare i dissidenti. Sotto l’egida di “un Paese, due sistemi” con cui la Cina governa Hong Kong, tali questioni giudiziarie sono esclusiva prerogativa delle autorità di Hong Kong.

Ma le proteste si sono presto trasformate in scontri violenti tra la polizia e alcuni piccoli gruppi di dimostranti, chiaramente predisposti. Alle manifestazioni si è cominciato a chiedere l’indipendenza di Hong Kong e sono spuntate bandiere americane. Negli scontri con le forze dell’ordine sono rimasti feriti sia poliziotti sia dimostranti. I dimostranti sono riusciti a introdursi nell’edificio del Parlamento, mettendolo a ferro e fuoco.

Il governo cinese inizialmente si è limitato a chiedere la fine delle violenze ed esprimere sostegno per Carrie Lam. Tuttavia, le dichiarazioni dell’allora Ministro degli Esteri britannico Jeremy Hunt, che criticava la condotta della polizia di Hong Kong, e del Segretario di Stato americano Mike Pompeo, che ha incontrato a Washington alcuni leader dell’opposizione, hanno ricevuto una dura risposta da parte di Pechino. A un normale briefing per la stampa il 31 luglio, la portavoce del Ministero degli Esteri cinese Hua Chunying ha definito le manifestazioni “tutte opera degli Stati Uniti”.

Il 2 agosto il consigliere di Stato Yang Jiechi è stato ancor più specifico, accusando gli Stati Uniti ed altri di fomentare le rivolte organizzando incontri con personalità ostili alla Cina e sostenendo il comportamento dei manifestanti estremisti e violenti. Yang Jiechi ha esortato i governi occidentali a rispettare “le norme di base dei rapporti internazionali” e “astenersi dall’interferire negli affari di Hong Kong”.

Sta di fatto che Hong Kong è stata per troppo tempo una colonia britannica e l’influsso di Londra rimane ancora una forza con cui bisogna fare i conti sull’isola. Il Presidente americano Trump, dal canto suo, ha chiesto ai funzionari della propria Amministrazione di non esercitare pressioni sulla Cina a proposito di Hong Kong, e il 1 agosto ha dichiarato ai giornalisti che i cinesi devono affrontare queste situazioni per conto proprio e “non hanno bisogno di consigli”. Alcuni giorni prima aveva dichiarato pubblicamente che il Presidente Xi ha sempre agito “molto responsabilmente” nell’affrontare le proteste. Tuttavia, i neoconservatori a Washington sono intenti a minare il possibile solido rapporto di lavoro tra Xi e Trump e questo potrebbe avvelenare i rapporti bilaterali ancora per qualche tempo.

Nino Galloni all’EIR sulla crisi di governo, isteria climatica e decrescita: “Salvini non aveva altra scelta”

In un’intervista che verrà pubblicata sul numero 32 del settimanale americano EIR che uscirà la prossima settimana (qui il link:  https://larouchepub.com/eiw/index.html ), Nino Galloni svolge alcune considerazioni sulla situazione politica, ritenendo che Salvini non abbia avuto altra scelta che aprire la crisi di governo. „Penso che Salvini abbia realizzato che non può fare la riforma fiscale senza tagli alla spesa pubblica che sarebbero deleteri“, ha dichiarato il noto economista. „Quindi preferisce capitalizzare adesso il consenso che ha piuttosto che rischiare di comprometterlo con la mancata promessa di qualcosa. Per salvare questa alleanza occorrerebbe che Salvini avesse garanzie di collaborazione da parte della componente moderata e tecnicoide del governo stesso… un po’ difficile…“

Nell’intervista, Galloni parla di politica di investimenti, isteria climatica e ambientalismo serio, rilevando che „il movimento 5Stelle ha sempre presentato, in economia, due anime contraddittorie: quella postkeynesiana (che nella mia rielaborazione è molto vicina alle idee di LaRouche e che si può definire della crescita responsabile); quella della decrescita e dell’ambientalismo main stream.“ Questa seconda anima è consona del nesso tra politiche malthusiane di riduzione della popolazione e della „finanza ultraspeculativa“. A questo disegno dei poteri forti transnazionali „occorre contrapporvi un progetto politico che metta l’umanità ed un suo riscoperto rapporto con la Natura al centro, abbandonando altresì il modello che vede la Natura al centro da sola“. Galloni definisce „non saggia“ la decisione del ministro dell’ambiente Costa di stringere un partenariato col governo britannico sull’agenda climatica.

(Nella foto Nino Galloni durante un suo intervento ad una conferenza dello Schiller Institute a Francoforte sul Meno).

Lo Schiller Institute visita lo Xinjiang

Guerre commerciali, il caso Huawei, disordini a Hong Kong e ora la repressione nello Xinjiang; la propaganda mediatica angloamericana usa ogni possibile fianco per cercare di bloccare l’ascesa della Cina a potenza mondiale. Riguardo all’ultima situazione, da mesi circolano fake news su presunti milioni di musulmani uiguri imprigionati e sottoposti a torture, lavaggio del cervello e persino espianto di organi nella provincia autonoma uigura dello Xinjiang (XUAR).

Per rispondere alla propaganda e far conoscere la politica cinese nei confronti delle minoranze etniche e la politica antiterroristica nella provincia, un gruppo di otto osservatori, tra cui Christine Bierre (al centro nella foto) in rappresentanza dello Schiller Institute francese, ha preso parte a una missione di fact-finding dal 7 al 14 luglio. Ai seminari organizzati per la delegazione a Pechino, Lanzhou e Urumqi, ci si è confrontati con la tradizione cinese di stato centralizzato, ma multietnico e multireligioso, che risale a cinquemila anni fa, nel quale le minoranze godono degli stessi diritti della maggioranza di etnia Han (92%). Le pratiche culturali e religiose sono protette dal governo nella misura in cui non fomentano il separatismo e l’estremismo. Solo nello Xinjiang sono presenti circa 25.000 moschee, mentre la Cina conta venti milioni di musulmani praticanti, cento milioni di buddisti e altrettanti cristiani.

 Xu JIanying, all’Isitituto delle Terre di Confine all’Accademia Cinese delle Scienze Sociali ha descritto “l’estremismo religioso, il separatismo e il terrorismo” come i principali problemi della Cina odierna, individuando nello “sviluppo economico” la soluzione alla radice dei problemi. In effetti, Christine Bierre ha potuto constatare un miglioramento significativo nell’infrastruttura dei trasporti sia nella provincia di Gansu sia in quella dello Xinjiang, parallelamente ai programmi di alleviamento della povertà messi in campo.

Contrariamente a quanto racconta la propaganda occidentale, le autorità dello Xinjiang non combattono i musulmani o gli uiguri, bensì il terrorismo che si infiltra nella provincia attraverso i suoi otto confini. Durante la guerra contro Bashar al Assad, dagli otto ai quindicimila uiguri si unirono all’ISIS e annunciarono l’intenzione di usare, al loro ritorno, l’esperienza fatta in Siria contro il governo di Pechino. Tra il 2012 e il 2016 vi sono stati 14000 attacchi sanguinosi nella provincia, ma quasi nessuno negli ultimi tre anni, secondo le autorità cinesi. Queste attribuiscono il successo all’offensiva preventiva contro il terrorismo, che comporta una stretta separazione tra le punizioni “severe” inflitte a chi ha compiuto gravi reati, e un approccio “indulgente” nei confronti di chi ne abbia commessi di meno gravi.

La radice del problema, secondo Bierre, “è il fatto che alla fine degli anni Novanta i Paesi occidentali decisero di scatenare l’estremismo wahabita contro i propri ‘nemici’ in Afghanistan, in Libia e in Siria, il che ha creato sacche di estremismo, che sono ora pronte a essere dispiegate contro gli avversari odierni, e cioè Cina e Russia. Non è un caso che i movimenti di liberazione dell’Uigur e del Tibet siano finanziati entrambi dal National Endowment for Democracy, risiedano allo stesso indirizzo di Washington e usino come megafono Radio Free Asia”.

Angela Merkel porta a compimento l’inverdimento del governo tedesco

La Cancelliera tedesca Angela Merkel ha dichiarato a una conferenza per la stampa a Berlino il 1 agosto che le manifestazioni per il clima del movimento dei venerdì per il futuro “hanno indubbiamente contribuito” all’agenda sulla tutela del clima del proprio governo. Le misure da prendere verranno decise dal “gabinetto sul clima” durante la sessione del 20 settembre, ha detto, e una delle misure che saranno prese è quella di stabilire un “prezzo dell’anidride carbonica” in modo che l’inquinamento dell’atmosfera non avvenga più gratis. Quanto al “gabinetto sul clima”, esso è composto dalla Cancelliera stessa, dai Ministri delle Finanze, dell’Ambiente, dei Trasporti, dell’Interno, dell’Industria e dell’Agricoltura, più il capo della Cancelleria e il portavoce del governo.

Inoltre il 3 agosto Christoph Schmidt, presidente del gruppo dei consiglieri economici della Merkel, ha dato sostegno ad alto livello al congresso nazionale di cinque giorni del movimento dei “venerdì per il futuro” (F4F) che ha riunito 1.400 attivisti del movimento a Dortmund. L’obiettivo principale delle osservazioni di Schmidt era quello di stabilire un “prezzo dell’anidride carbonica” con cui definire una tassa sulle emissioni di CO2. Oltre a ciò, il congresso ha discusso e deciso altre azioni di protesta verso la fine dell’estate, che culmineranno il 20 settembre, il giorno in cui dovrà essere varata la nuova legge del governo tedesco sulla tutela del clima.

Cogliendo la palla al balzo, il governatore della Baviera Markus Söder ha annunciato il 27 luglio che la sua amministrazione lancerà “la legge sulla tutela del clima più moderna della Germania”, togliendo ostacoli all’espansione delle “rinnovabili”. Tra le misure citate è un programma d’urto per nuove installazioni fotovoltaiche, una tassa speciale che rende più costoso guidare auto ad alte emissioni e la riorganizzazione dei progetti architettonici e della pianificazione urbanistica.

A Berlino, anche il presidente del Gruppo CDU presso Bundestag, Ralph Brinkhaus, ha dato il proprio sostegno alle politiche sul clima. Chiede che venga stabilito un “bilancio del futuro” di “svariate centinaia di miliardi di Euro nei prossimi 10 anni” presso uno dei ministeri economici, per fare passi avanti verso la riduzione delle emissioni di CO2 e altre. Brinkhaus sostiene che lo sviluppo di nuove tecnologie favorevoli al clima offrirà all’industria tedesca nuove opzioni per l’export e renderà il Paese resiliente a crisi future. Di fatto, tutta la politica sul clima punta alla deindustrializzazione delle nazioni ancora industriali e a impedire l’industrializzazione di quelle che sono ancora sottosviluppate.

L’industria finanziaria detta la politica dell’UE sul clima

Christian Thimann, ex manager di AXA e consulente della Commissione dell’UE e della BCE, ha rivelato che la politica europea sul clima è stata dettata dall’industria finanziaria. Parlando a una conferenza ospitata dalla House of Finance dell’Università “Goethe” di Francoforte il 7-8 giugno, Thimann ha dichiarato: “Se leggete l’accordo [COP21], improvvisamente all’articolo 2 viene citato il settore finanziario. Era una questione di disaccordo con ecologisti, industriali e scienziati. E improvvisamente nel 21esimo anno compare una frase degna di nota sulla finanza. Dice quanto segue: gli obiettivi sul clima verranno raggiunti solo se cominceremo a riorientare i flussi di capitale verso un modo a basse emissioni”.
“È questo il processo in corso, quando la Commissione Europea chiede agli esperti del settore privato: potete dirci come lo fareste? (…) ed è questo il programma cui la Commissione lavora da due anni, e che ora sta diventando legge”.
Thimann procede lodando i “venerdì per il futuro” e i movimenti come Extinction Rebellion, dicendo che “poi viene la lezione politica, poi vengono 12 milioni di giovani sulle strade e improvvisamente si parla di questo grande argomento” (vedi https://youtu.be/mxFrVyEdWiU).

Gli zombie del clima e la bolla speculativa della Finanza Verde

Il movimento Extinction Rebellion (XR) ha ottenuto il primo successo nel Regno Unito, dove il primo maggio la Camera dei Comuni ha adottato la sua richiesta di dichiarare una “Emergenza climatica”. XR ora blocca il traffico e deturpa i monumenti, ma ci si attende che, come il movimento di protesta anarchico nel 1968, la sua ideologia irrazionale darà vita a metastasi violente. L’ideologia psicotica è già presente: i membri di XR subiscono una sorta di lavaggio del cervello da parte di un esercito di psicologi comportamentali e vengono indotti a credere, come dichiara il loro manifesto, che i governi siano colpevoli “di non riconoscere che la crescita economica infinita su un pianeta con risorse finite non sia possibile”. Si tratta della teoria di Malthus (XIX secolo) contraddetta dai fatti negli ultimi due secoli.

Il cambiamento che XR si propone di imporre è la deindustrializzazione delle economie occidentali, attuando “politiche sul clima” radicali come quella annunciata recentemente dalla nuova presidente della Commissione dell’UE Ursula von der Leyen, con l’obiettivo di rendere il continente “neutro” in termine di produzione della CO2 (“CO2 neutral”, in inglese) entro il 2050.

Dato che questa politica significa ridurre in povertà la popolazione, sono in corso dei preparativi verso un sistema di stati di polizia, come quello che si avrebbe se fosse introdotto nelle carte costituzionali il “reato contro il clima” come è stato proposto in Germania.

La politica dell’Emergenza Climatica va vista nell’ambito delle decisioni prese recentemente dalle banche centrali, di riavviare il Quantitative Easing e continuare a espandere la liquidità ben oltre la soglia dei già assurdi tassi di interesse negativi. La nuova liquidità pomperà la nuova bolla finanziaria, chiamata Green Finance (Finanza Verde), che troverà una stampella anche in una tassa sulle emissioni di CO2.

A coordinare la creazione della nuova bolla è la City di Londra, tramite il Green Finance Institute (GFI), creato nel 2018 e lanciato ufficialmente durante la “settimana di azione sul clima” che si è tenuta lo scorso 1-8 luglio a Londra. Nel presentare il nuovo istituto, inizialmente finanziato dal Tesoro del Regno Unito e dalla City, l’ex banchiera della Barclays, ora manager del GFI, Rhian-Mari Thomas ha spiegato che la missione del nuovo istituto è “accelerare la transizione interna e globale verso un’economia a zero emissioni di carbonio e resiliente al clima mobilitando il capitale”. L’obiettivo principale del GFI è quello di costruire “capacità e prodotti finanziari per finanziare le infrastrutture resilienti [verdi]” a livello globale, e “indurre i principali istituti finanziari a co-creare le soluzioni redditizie per generare entrate, insieme a chi determina la politica”.

In altre parole, l’industria finanziaria produrrà nuovi titoli e strumenti derivati per attrarre la liquidità esistente e quella emessa dalle banche centrali. Parte di tali titoli sarà acquistata direttamente dalla BCE nel suo nuovo programma di acquisto di titoli.

Questo rende ancor più urgente una riforma del sistema finanziario internazionale a partire dal ripristino della Legge Glass-Steagall (netta separazione tra banche ordinarie e banche d’affari), per mettere in liquidazione la City di Londra e salvare il sistema produttivo (nella foto una manifestazione del LaRouchePAC a New York a favore del ripristino della legge Glass-Steagall).

Audizioni sul Russiagate: ma quali erano le competenze di Robert Mueller?

Il 24 luglio l’Inquirente speciale Robert Mueller ha testimoniato di fronte a due Commissioni congiunte della Camera dei Rappresentanti sui risultati di due anni di inchiesta sul Russiagate. I democratici che avevano fortemente voluto la testimonianza di Mueller, che invece era riluttante, perché erano sicuri che avrebbe aizzato la popolazione contro il Presidente Trump, sono stati colti di sorpresa. Quasi tutti i commentatori, dalla sinistra alla destra, concordano che Mueller è apparso fragile ed a tratti disorientato; che ha parlato “in modo zoppicante”, che si è contraddetto più volte, che ha evitato di rispondere alle domande difficili, ripetendo “Questo va al di là delle mie competenze”, e a tratti è parso perfino ignaro del contenuto del suo stesso rapporto. Alcuni sostenitori dell’impeachment di Trump hanno dovuto ammettere che le audizioni sono state “un disastro” e “penose” da vedere. Ciononostante, sembra che molti democratici al Congresso continueranno a promuovere il golpe, noto come Russiagate, benché sia emerso chiaramente che è stato avviato da elementi ad alto livello dell’intelligence britannico, utilizzando il finto dossier preparato da un “ex” agente dell’MI6, Christopher Steele, in combutta con elementi corrotti dell’intelligence americana.

La verità fondamentale sul rapporto di Mueller è che, benché l’inchiesta sia stata condotta compiendo numerosi abusi giudiziari, facendo ricorso a fughe di notizie da media compiacenti e numerose dichiarazioni false, l’esercito di inquirenti nel team di Robert Mueller non è stato capace di individuare un solo reato che possa giustificare l’impeachment, cosa che Mueller ha dovuto ammettere durante le audizioni.

Uno scambio tra Mueller e i deputati ha illustrato la truffa fondamentale della narrativa del Russiagate. Quando gli è stato chiesto di identificare la Fusion GPS, la società pagata dal Partito Democratico e dalla campagna di Hillary Clinton per fornire “sporcizia” su Trump, la stessa che ha assunto l’agente britannico Christopher Steele, Mueller ha risposto di non “avere familiarità” con la ditta! Ha aggiunto che le attività della ditta vanno oltre le sue “competenze”. Dato che per avviare l’inchiesta è stato utilizzato proprio il dossier di Steele, che ha funto da base per il mandato dell’FBI per sorvegliare la campagna di Trump, come può Mueller non avere familiarità con la Fusion GPS, sostenendo che le sue azioni non rientrino tra le sue competenze?

Come ha sottolineato il noto avvocato per le libertà civili Alan Dershowitz, a quanto pare non solo Mueller non ha scritto il rapporto, ma non sapeva nemmeno che cosa contenesse! Questo naturalmente solleva degli interrogativi: chi lo ha scritto? E chi ha condotto l’inchiesta fin dall’inizio?

Chiaramente, come abbiamo scritto fin dall’inizio, l’intera narrativa sul Russiagate è stata escogitata per impedire che Trump rompesse con la dottrina geopolitica dell’unilateralismo anglo-americano, come aveva promesso. L’incarico a Mueller serviva a coprire questo fatto. Ci si aspetta che le inchieste in corso sulle accuse contro Trump, sotto la direzione del ministro della Giustizia Barr, lo dimostreranno. Sarà illuminante vedere come gli anti—Trump cercheranno di ostacolarle.

L’ex astronauta Schmitt: gli insediamenti sulla luna sono solo l’inizio

Harrison Schmitt è stato l’ultimo essere umano a camminare sulla Luna e forse il portavoce più perspicace del programma spaziale. I suoi commenti al Daily Telegraph il ​​21 luglio mostrano perché i leader politici farebbero bene ad ascoltare gli astronauti piuttosto che gli ideologi e i collassologi.

“L’umanità si è sempre spostata verso l’esterno negli ultimi due o tre milioni di anni per trovare risorse e davvero per migliorare la propria esistenza, e penso che lo spazio ne faccia parte”, ha affermato. “Probabilmente è nel nostro DNA, è probabilmente una cosa evolutiva. Per sopravvivere, non puoi rimanere in un posto per sempre, che tu sia una famiglia, una tribù o un’intera civiltà. L’insediamento su Luna e Marte è estremamente importante per la diffusione della specie umana in tutto il sistema solare e possibilmente oltre.”

L’ex astronauta dell’Apollo 17 considera la colonizzazione della Luna come la parte facile, in quanto ci saranno i mezzi per produrre acqua, idrogeno e ossigeno come combustibili. “È anche molto fertile, quindi se si vuole, si può produrre cibo. Gli insediamenti sulla Luna saranno un gioco da ragazzi.”

La sua visione è che entro il centesimo anniversario dell’Apollo 11, nel 2069, “ci saranno insediamenti sulla Luna, persone che vivono lì permanentemente, sfruttandone le risorse. Questo non solo faciliterà una missione su Marte, ma permetterà l’estrazione di Elio3, che è un combustibile ideale per la generazione di energia elettrica perché non crea scorie radioattive e la domanda di energia elettrica non diminuirà, la civiltà dipende da essa e questa è una delle sue principali fonti potenziali a lungo termine.”

Non sorprende che, con la sua mentalità scientifica ottimistica, Harrison Schmitt sia stato schierato contro la truffa del cambiamento climatico provocato dall’uomo, non impressionato dal fuoco di sbarramento lanciato contro di lui dagli ideologi verdi. Si è unito a William Happer nella fondazione della “Coalizione CO2” e fa parte del suo consiglio di esperti. https://www.telegraph.co.uk/science/2019/07/21/mining-moon-could-help-save-humanity-says-last-apollo-astronaut/

La BCE riprenderà il QE benché sia clamorosamente fallito

Si profila una nuova ondata di espansione monetaria, dopo che Draghi (foto) ha annunciato che a settembre la BCE discuterà nuove modalità di Quantitative Easing (QE) e alla vigilia di una probabile riduzione dei tassi della Federal Reserve il 31 luglio.

Dunque, le banche centrali stanno ripetendo gli stessi errori di questi ultimi anni, commessi allo scopo dichiarato di stimolare la ripresa di un’economia ristagnante. Ma il vero scopo dell’espansione monetaria, come sanno gli addetti ai lavori e questa newsletter ha scritto ripetutamente, è di fornire dosi crescenti di droga (liquidità) ai tossicodipendenti (il sistema bancario).

Si prenda l’esempio di Deutsche Bank. Quello che era una volta il campione dell’Eurozona ha accusato 3,15 miliardi di perdite nel secondo trimestre, mentre perde un miliardo al giorno degli investitori (vedi sotto). La decisione di Deutsche Bank di uscire dal ramo investment sarebbe stata saggia se presa alcuni anni fa, ma ora giunge troppo tardi e in forma tale da sembrare un salto dall’aereo senza il paracadute.

Mentre l’istituto tedesco ha già messo 65 miliardi di titoli ponderati a rischio in una bad bank ed è riuscita a liberarsene di sette, il settore commerciale ristagna. Ciò è dovuto a due fattori: la mancanza di domanda di credito (investimenti) dal settore produttivo e la folle politica dei tassi negativi della BCE.

Il solo rimedio per il primo è che la domanda di investimenti venga dal settore pubblico, e cioè da un classico piano di investimenti infrastrutturali. Il governo cinese offre un modo eccellente per farlo unendosi al progetto della Belt and Road, ma Bruxelles e alcuni governi europei, compreso Berlino, si oppongono con motivazioni geopolitiche.

Il secondo fattore è legato alla situazione senza via d’uscita in cui si sono messe la BCE e le altre banche centrali. Per tenere in vita la bolla globale dei derivati, il denaro è diventato più che gratis: prendi uno e paghi 0,99. La BCE ha gonfiato il bilancio di cinque volte dall’introduzione dell’Euro, per acquistare titoli pubblici e privati dalle banche, sostenendone il valore. Questo, però, ha distrutto l’attività bancaria tradizionale, spingendo i risparmiatori e gli investitori istituzionali a investire nelle attività a rischio per ottenere un qualche rendimento sul capitale.

Al contempo, i tassi negativi hanno creato una situazione paradossale, pronta a esplodere. Attualmente oltre il 50% dei titoli del Tesoro europei (e oltre 13 mila miliardi di dollari di titoli nel mondo) hanno rendimento negativo. Il decennale tedesco è a -0.46%. Quando Draghi riprenderà il QE si troverà di fronte a un problema: non si trovano quasi più titoli tedeschi da acquistare sul mercato, perché Berlino non ha più fatto emissioni con la politica di “zero deficit”. Rastrellarne gli ultimi ne spingerà il tasso ancora più in zona negativa, tanto che una banca d’affari USA prevede un calo fino a -2%!

A un certo punto, gli investitori potrebbero decidere che non vale la pena subire perdite elevate e scaricare i titoli “no-risk” tedeschi. A quel punto, il valore del Bund crollerebbe trascinandosi tutti gli altri titoli dell’Eurozona. Ma prima di arrivare a questo scenario, l’Armageddon potrebbe essere scatenato da una catena di insolvenze nella bolla dei leveraged corporate bonds – o da una crisi rovinosa di Deutsche Bank.

E’ dunque ora di chiudere la bisca speculativa e varare una riforma del sistema bancario alla Glass-Steagall, separando le banche ordinarie da quelle d’affari e lasciando che Too Big To Fail diventi Too Big To Save.

La Deutsche Bank va verso il precipizio

La scorsa settimana, la Deutsche Bank ha pubblicato i dati del secondo trimestre, accusando una perdita netta di 3,15 miliardi di euro, di cui 2,94 solo nel settore investment. La banca ha annunciato 18.000 licenziamenti in tutto il mondo, equivalenti al 20% del personale. Benché il portafoglio derivati di DB sia di 48.000 miliardi di Euro, il più alto al mondo e 24 volte il debito pubblico tedesco, l’ala estrema degli azionisti del fondo speculativo Cerberus, che detiene solo il 3% delle azioni, sostiene che le perdite siano state causate da una attività troppo modesta nel settore derivati.

Si tratta di una trappola, come ha sottolineato il sito marketwatch il 26 luglio. Le parti di un contratto derivato fanno spesso scommesse multiple simultaneamente con una controparte particolare, secondo la cosiddetta strategia di compensazione, in cui le perdite su una posizione vengono compensate dai guadagni su un’altra. Tuttavia, come ha dichiarato al sito James Lovely, un consulente di hedge funds e controparti in contratti derivati, “questo presuppone che le controparti facciano quello che devono, che le camere di compensazioni facciano quello che devono e che il tuo collaterale sia adeguato… se mai, Dio non voglia, Deutsche Bank dovesse andare gambe all’aria, sarebbe come una barca adatta a un fondale di 3 metri, con uno tsunami di 300 metri”.

Ora, DB intende cedere a BNP Paribas 150 miliardi di Euro di attività legate agli hedge funds. Ma, come dicono in molti, la banca francese non sta molto meglio di quella tedesca. Stando all’economista francese Jean Pierre Chevallier, il rapporto tra capitale sociale e debito di Deutsche Bank è del 36%, mentre quello di BNP Paribas, che dovrebbe salvare la banca tedesca, è del 41%….

Deutsche Bank dovrà affrontare inoltre gravi problemi legali negli Stati Uniti. Il ruolo della sua filiale americana viene scrutinato e si parla di operazioni di riciclaggio del denaro fino a 230 miliardi di Euro in Estonia. Il Dipartimento della Giustizia americano indaga anche sul fatto che la Deutsche Bank possa aver violato le leggi anti-riciclaggio per attività svolte per conto del fondo statale 1Malaysia Development Berhad (1MDB). In questo caso gli inquirenti stanno indagando sul ruolo di Tan Boon-Kee, a capo del settore di DB per clienti e istituzioni finanziarie per l’Asia e il Pacifico, in contatto con il finanziere malese Jho Low, che ha svolto un ruolo centrale nello scandalo 1MDB.

Deutsche Bank è inoltre al centro di titoloni negativi per un altro scandalo. Jeffrey Epstein, il finanziere di Wall Street tristemente famoso per essere stato accusato di traffico e sesso con minori e di cospirazione, detiene decine di conti nella banca tedesca dal 2012 e potrebbe averli usati per finanziare un giro di prostituzione a livello internazionale. La banca ha promesso di cooperare con gli inquirenti americani.

La mancanza di conoscenza delle “bellissime opzioni che abbiamo” è il problema principale

La “febbre lunare”, scatenata a livello internazionale intorno alle celebrazioni del Cinquantenario dello sbarco sulla Luna, continua a diffondersi, insieme all’esaltazione per i vari progetti spaziali a cui lavorano molte nazioni.

* Il 22 luglio, l’India ha lanciato con successo la missione Chandrayaan-2 per cercare acqua sul Polo Sud della Luna.

* L’anno prossimo la Cina invierà un veicolo su Marte per indagare sulla terraformazione, mentre col programma Chang’e sulla faccia nascosta della Luna sta studiando come riportare l’elio-3 sulla terra per essere usato come combustibile per l’energia di fusione.

* Negli Stati Uniti, la NASA e il presidente Trump si impegnano a realizzare il programma Luna-Marte.

* Gli enti spaziali cinese, russo ed europeo hanno appena concordato, in una conferenza a Zhuhai, di sviluppare congiuntamente un piano per costruire una stazione di ricerca scientifica sulla Luna.

* E non dimentichiamo che il 20 luglio un lanciatore Soyuz è decollato da Baikonur, portando tre astronauti, un russo, un americano e un italiano, sulla Stazione Spaziale Internazionale.

Il senso di scoperta associato a questi sviluppi è lo spirito con cui possono essere risolti i problemi sulla Terra, sviluppando l’economia fisica in un modo veramente “ecologico” e instaurando relazioni reciprocamente proficue tra le nazioni, tra cui per l’esplorazione dello spazio.

Questo è il miglior antidoto al pessimismo schiacciante diffuso dal cosiddetto movimento ambientalista, che presenta l’uomo come nemico della natura e un pericolo per il pianeta. Quelli che sono ormai chiamati i “collassologi”, che hanno adottato la sfortunata Greta Thunberg come mascotte, lanciano un avvertimento apocalittico dopo l’altro sulla fine della civiltà entro i prossimi 12 anni, se non verrò fatto nulla per fermare l’industrializzazione sulla Terra – come se il nostro pianeta non facesse parte di un vasto universo in attesa di essere esplorato. L’effetto allarmante di tali previsioni “senza futuro” sulla gioventù nel mondo transatlantico è evidente.

La presidente della Schiller Institute Helga Zepp-LaRouche ha affrontato questo problema nella sua consueta videoconferenza settimanale del 28 luglio (vedi video sotto). Il pessimismo è dovuto in gran parte, ha detto, al fatto che le persone non sono consapevoli delle opzioni positive che esistono. Semplicemente i mass media non ne parlano e preferiscono fungere da “estensione del complesso militare-industriale e della fazione geopolitica dell’Impero britannico”. Ad esempio, lo spirito del Nuovo Paradigma, ovvero la cooperazione vantaggiosa per tutti nel quadro della Nuova Via della Seta viene sottovalutato o presentato solo come un pericolo per il modello europeo.

Fortunatamente, in occasione dell’anniversario dell’Apollo-11 quella “mancanza di conoscenza delle opzioni incredibilmente belle esistenti” è stata parzialmente interrotta. E questo crea un’apertura per pensare a “dove l’umanità può e dovrebbe essere tra cento anni”. Non solo la visione di Lyndon LaRouche, ma anche le sue proposte concrete forniscono la visione necessaria per questo.

La scelta è tra il monetarismo del FMI o la Nuova Via della Seta

O reinventeremo l’ordine monetario del dopoguerra (FMI, Banca Mondiale ecc) o il mondo transatlantico diventerà irrilevante e il paradigma della Nuova Via della Seta diventerà dominante.

Questo, in sintesi, è il messaggio dato dal Ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire (foto) a una manifestazione sul 75esimo anniversario della conferenza di Bretton Woods il 16 luglio. “L’ordine di Bretton Woods così come lo conosciamo è giunto al limite… se non saremo capaci di reinventare Bretton Woods, la Nuova Via della Seta diventerà il nuovo ordine mondiale… E gli standard cinesi (sugli aiuti statali, l’accesso a fondi pubblici o la proprietà intellettuale) potrebbero diventare i nuovi standard globali”.

Le Maire ha certamente ragione nel dire che il sistema attuale ha raggiunto il limite e che è in arrivo il prossimo crac finanziario, ma quella che ha presentato come una “reinvenzione” non farebbe che peggiorare le cose. Ha proposto, per esempio, che una riforma delle istituzioni di Bretton Woods si orienti ai cambiamenti climatici, o che faccia sì che il FMI abbia abbastanza risorse per affrontare la prossima crisi, il che significa altri salvataggi bancari e tagli al bilancio per tutti.

Le osservazioni di Le Maire riflettono le idee contenute nel suo ultimo libro, Le Nouvel Empire, che parla di un’Europa che diventa il nuovo impero e fa da contrappeso sia alla Cina sia agli Stati Uniti. In altre parole, la solita vecchia solfa geopolitica (l’ordine post-westfaliano) promossa dall’allora consigliere di Tony Blair, Robert Cooper. Fortunatamente, questa vecchia solfa è destinata a essere superata dall’opzione molto più attraente della cooperazione win-win.

La macchina Soros-UE dietro la trappola di Moscopoli

Mentre le accuse di collusione con la Russia vengono usate per negare la rappresentanza della Lega nelle istituzioni dell’UE, un’indagine preliminare mostra che il caso è il prodotto di una trappola orchestrata dalla macchina di intelligence associata a George Soros e all’UE.

I giornalisti Stefano Vergine e Giovanni Tizian hanno pubblicato l’articolo originario che ha fatto avviare l’indagine sui “Soldi russi alla Lega”, alias “Moscopoli”. Vergine lavora per organizzazioni finanziate da George Soros e scrive sia per opendemocracy.net sia per source-material.org, insieme a Leigh Baldwin, tra gli altri, che è il fondatore di quest’ultimo sito.

Secondo Wikipedia, Opendemocracy.net è stato finanziato dalla Charles Stewart Mott Foundation e da altri, tra cui la Open Society Foundation di Soros, il National Endowment for Democracy, la Ford Foundation e il Joseph Rowntree Charitable Trust. Lo stesso Soros ha pubblicato articoli sul sito, che promuove un programma di “Green New Deal” e si vanta che “il nostro più grande progetto investigativo ha scandagliato le forze ultra-conservatrici, di estrema destra e antidemocratiche che stavano cercando di influenzare il risultato delle elezioni del Parlamento Europeo del 2019”.

Diversi elementi indicano che l’operazione per intrappolare il leader della Lega Matteo Salvini fu organizzata prima della sua visita a Mosca nell’ottobre 2018. L’operazione produsse un audionastro (quello annunciato da BuzzFeed – lo stesso BuzzFeed che rilasciò il dossier fraudolento di Steele contro il Presidente americano Trump) che, tuttavia, non ha validità giuridica perché è stato ottenuto illegalmente.

16 ottobre 2018: Giovanni Tizian e Stefano Vergine erano a Mosca contemporaneamente a Salvini. Tizian ha raccontato che erano sulle tracce di “denaro russo per la Lega” e avevano ricevuto una soffiata da una fonte. I due raggiunsero l’Hotel Metropol un’ora prima dell’incontro tra l’amico di Salvini Savoini (Associazione Amicizia Lombardia-Russia), due italiani e due uomini d’affari russi. La coppia Tizian-Vergine ha scattato una foto come prova dell’incontro.

24 febbraio 2019: la stessa coppia pubblica in anteprima un capitolo del loro “Libro nero della Lega”, che riporta l’incontro del Metropol con citazioni attribuite al gruppo italo-russo su come finanziare la Lega con una tangente ricavata da un accordo petrolifero tra Rosneft e ENI. Tuttavia, la coppia Tizian-Vergine non ha esibito l’audionastro perché non ne era in possesso. Il duo ha anche riferito di un incontro segreto tra Salvini e Dmitry Kozak, definito l’uomo di Vladimir Putin per gli affari petroliferi. L’incontro sarebbe avvenuto nell’ufficio di Vladimir Pligin, un avvocato vicino a Kozak. Tuttavia, Tizian e Vergine non hanno detto di aver pedinato Salvini – quindi, chi diede loro l’informazione?

11 luglio 2019: Il corrispondente di BuzzFeed a Londra annuncia di essere in possesso del nastro della conversazione al Metropol e pubblica una trascrizione, ma di una piccola parte del nastro.

In altre parole, qualcuno che era a conoscenza dell’agenda di Salvini e Savoini a Mosca aveva informato in anticipo i due giornalisti italiani e intercettato la conversazione al Metropol, fornendone una trascrizione al duo Tizian-Vergine e infine la registrazione a BuzzFeed.

Parlando ai giornalisti a Bruxelles il 19 luglio, Salvini ha paragonato “Moscopoli” al Russiagate. “Sono due anni che stanno inseguendo anche Trump, senza dubbio molto più importante di me: gli stanno cercando soldi russi, legami russi, hacker russi, eppure non hanno trovato nulla. Come in casa Salvini e Lega, non troveranno nulla di russo. Le spie sono nei film di James Bond”. Gli inquirenti non troveranno nulla, tranne che “Putin è un grande leader”.

Prolifera in Europa il carrozzone dei cambiamenti climatici

La Task Force for Climate-related Disclosures (TFCD), creata dal Financial Stability Board quando scoppiò la crisi del 2008, è particolarmente interessante. Nel suo consiglio direttivo troviamo il direttore della Banca d’Inghilterra Mark Carney (foto), candidato a diventare il nuovo direttore del FMI col sostegno di Le Maire e dei Ministri delle Finanze della Germania e del Regno Unito. La TFCD si vanta di controllare proprietà fino a 118.000 miliardi di dollari.

Poi v’è la Climate Bonds Initiative, fondata tra gli altri dal Foreign & Commonwealth Office del Regno Unito, dalla Confederazione Svizzera, dalla Bank of America, dalla Hong Kong Shanghai Bank Corporation e dalla Fondazione Europea sul Clima. Questa iniziativa si propone di mobilitare il mercato globale delle obbligazioni, che vale 100.000 miliardi di dollari, facendone una fonte per progetti “sostenibili”.

Quanto all’Europa, Carney stesso ha dichiarato a un Forum economico-finanziario ad Aix-en-Provence in Francia il 15 luglio, che anche le banche centrali europee, che controllano 11.000 miliardi di sterline, potrebbero contribuire a spostare gli investimenti verso il clima.

Invece di investire migliaia di miliardi in fantasie costose e inefficienti, destinate a fallire, gli investimenti dovrebbero essere fatti nelle infrastrutture in Europa, che sono fatiscenti, per non parlare delle imprese orientate allo sviluppo scientifico e tecnologico, e al futuro.

UE: la von der Leyen presenta la sua agenda ambientalista radicale

La priorità assoluta nella politica dell’UE sarà “la tutela del clima”, come ha chiarito abbondantemente la nuova presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen nel suo discorso a Strasburgo il 16 luglio. Facendo eco alla linea dei “fondamentalisti del clima” ha dichiarato che “la nostra sfida più pressante è mantenere sano il nostro pianeta”, obiettivo da conseguire con una drastica riduzione delle emissioni di CO2 (benché venga ripetuta fino alla nausea, va ribadito qui che questa ipotesi non è mai stata provata). L’obiettivo attuale dell’UE di riduzione del 40% delle emissioni entro il 2030, dal suo punto di vista, “non è sufficiente. Dobbiamo andare oltre”. Entro il 2030 dovranno essere ridotte “del 50%, se non del 55%”. “Voglio che l’Europa diventi il primo continente ‘CO2 neutrale’ al mondo entro il 2050” (che cosa questo implichi per le economie avanzate e industrializzate ha convenientemente evitato di dirlo).

Da lì è partita in quarta: “Nei primi 100 giorni del mio mandato proporrò un Green Deal per l’Europa. Proporrò la prima Legge Europea sul Clima, che stabilirà l’obiettivo del 2050 per legge. Questo aumento delle ambizioni richiederà investimenti su vasta scala. Il denaro pubblico non sarà sufficiente” (un riferimento evidente a favore degli schemi della City di Londra e di altri mercati).

“Proporrò un Piano di Investimenti Sostenibili dell’Unione Europea e trasformerò parte della Banca Europea per gli Investimenti in una Banca del Clima. Questo libererà 1000 miliardi di euro di investimenti nel prossimo decennio. Tutti noi e ogni settore dovranno contribuire”. Questo significa anche i partner commerciali dell’UE… Come se non bastasse, la nuova presidente della Commissione ha inoltre promesso di “introdurre una tassa sul carbonio alla frontiera per evitare infiltrazioni di carbonio”.

Questo manifesto ambientalista radicale non è frutto della mente di Ursula von der Leyen: la Commissione Europea uscente lavora da mesi alla formulazione di questa agenda, in stretta consultazione con banche, fondi speculativi, ONG e centri studi “verdi” come la European Climate Foundation.

Esso implica nuove disposizioni di legge (Proposta di uno Standard per Obbligazioni Verdi) che costringerebbe (!) tutti gli istituti finanziari, incluse la Banca Centrale Europea, la Banca Europea per gli Investimenti e la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, a non concedere prestiti per progetti che non rispettino gli standard di “sostenibilità” più estremi. La scadenza originaria per adottare queste disposizioni, prima delle elezioni europee del 25 maggio, fortunatamente è saltata, ma l’UE è intenzionata a imporle entro la fine di quest’anno.

Questo approccio è diametralmente opposto alla dinamica della Nuova Via della Seta. Infatti, la von der Leyen ha criticato i Paesi che lavorano con l’Iniziativa Belt and Road della Cina, sostenendo che i cinesi “stanno costruendo il proprio influsso globale e creando dipendenze, investendo in porti e strade” e che altri si rivolgono a regimi autoritari. Ma che noi “seguiremo la strada europea”.

L’anniversario dell’allunaggio dà la sveglia per porre fine alla geopolitica e alla guerra

Le celebrazioni del cinquantenario del viaggio dell’Apollo 11 sulla Luna hanno portato un atteso slancio di ottimismo e ispirazione per il mondo. Esse hanno offerto un antidoto al pessimismo diffuso dal movimento sedicente ambientalista e alla sua ossessione sui presunti limiti delle risorse sulla Terra. Dopo una lunga pausa, l’industrializzazione della Luna e l’insediamento di una colonia su Marte sono tornati all’ordine del giorno. Alla gente è stato inoltre ricordato che i terrestri sono una specie di esseri spaziali, destinati ad andare oltre il nostro pianeta ed esplorare l’universo.

Un programma spaziale serio presuppone la necessità della cooperazione di tutto il genere umano, lasciando da parte manipolazioni e conflitti geopolitici tra le superpotenze, e smentisce anche la concezione di una “corsa allo spazio” che deve essere vinta da un Paese a scapito degli altri. Ciò è stato espresso da alcuni ex astronauti e partecipanti ai programmi originali della NASA che hanno sottolineato in più interviste, rilasciate per l’occasione, che lo sbarco sulla Luna fu un enorme risultato per tutta l’umanità e che sono necessari sforzi internazionali per affrontare le sfide a venire.

Solo per citare due dei membri della missione Apollo 11: Buzz Aldrin, il secondo uomo a camminare sulla Luna dopo Neil Armstrong, ha proposto che America, Russia, Cina, India, Giappone e l’Agenzia Spaziale Europea formino una “alleanza spaziale” per tornare sulla Luna, per sfruttarne le risorse e quindi inviare esseri umani su Marte. Alla domanda relativa a un sondaggio che mostra che il 56% dei bambini in Cina ha dichiarato di voler diventare astronauta, Aldrin ha commentato che è “un tributo all’immaginazione della gente in Cina”, immaginazione che l’America ha purtroppo perso, ma che le celebrazioni del cinquantenario fan sperare sia riaccesa.

Mike Collins, il comandante della capsula dell’Apollo 11, ha sottolineato che nel 1969 la reazione della gente in tutto il mondo all’incontro con gli astronauti non era espressa da un “l’America l’ha fatto”; ma “L’abbiamo fatto – noi esseri umani abbiamo lasciato la Terra e ci siamo avventurati nello spazio”. Collins ha anche auspicato l’invio di esseri umani su Marte, il che, ha detto, sarà molto più eccitante che mandare solo i rover. L’amministratore della NASA Jim Bridenstine è un entusiasta e instancabile difensore del Progetto Artemis per andare sulla Luna come base per il viaggio su Marte. Ha usato le celebrazioni per generare più sostegno per le missioni, in particolare tra i giovani.

Sean O’Keefe, l’ex amministratore della NASA dal 2001 al 2005, ha sottolineato, in un articolo su The Hill, l’importanza di un programma d’urto per le missioni spaziali, come nel caso del programma Apollo. Gli strumenti di precisione che la NASA aveva all’epoca erano l’equivalente di “mazze”, ha scritto, paragonati a quanto è disponibile oggi. Ciò che manca non è la tecnologia, ma la visione e la determinazione.

O’Keefe ha notato che la decisione del Presidente Kennedy nel 1961 di andare sulla Luna potrebbe essere stata motivata dal timore che i sovietici arrivassero per primi. Ma nel 1962, stava già mettendo l’accento sul “desiderio di assecondare la sete umana di conoscenza, descrivere le straordinarie capacità che svilupperemo e le incredibili possibilità che potremmo arrivare a comprendere a nostro grande vantaggio… Si trattava di fare cose straordinarie per realizzare aspirazioni più grandi di noi. La politica degli Stati Uniti fu trasformata in un’iniziativa di sviluppo economico per fornire capacità e prodezza tecnologica”.

Sabato 20 luglio in streaming: 50 anni dopo la missione Apollo, il futuro dovrà determinare il presente

50 anni fa, il 20 luglio 1969, l’Uomo camminò per la prima volta sulla Luna. Sabato 20 luglio onoriamo dunque l coraggio e la visione degli astronauti americani Neil Armstrong, Michael Collins e Buzz Aldrin. Per l’occasione lo Schiller Institute tiene una conferenza a New York che verrà trasmessa in live streaming per rispondere alla domanda: come saranno i prossimi 50 anni sulla Terra? Verranno presentati i progetti di conquista dello spazio e sviluppo economico elaborati dall’economista americano Lyndon LaRouche.

Ecco il video della conferenza a New York:

Dove andrà lo sviluppo spaziale nei prossimi 50 anni?

Mentre si avvicina il Cinquantenario dello sbarco sulla Luna, è alquanto ironico che il reale progresso nell’esplorazione e nel ritorno sulla Luna si stia facendo più nella regione Asia-Pacifico che negli Stati Uniti, dove i programmi spaziali ambiziosi sono stati quasi messi in naftalina per decenni. Ma questo potrebbe cambiare con la diffusione del nuovo paradigma, e se Donald Trump farà ciò che ha promesso.

Nel frattempo, il 27 giugno la Cina ha riattivato il suo rover Yutu 2 sulla faccia nascosta della Luna per un’altra missione esplorativa di 2 settimane – la settima da quando il modulo Chang’e 4 allunò a gennaio (nella foto il modulo Chang’e 3 sulla Luna). Procede nei tempi stabiliti anche la prossima sonda lunare Chang’e 5, che dovrà allunare verso la fine di quest’anno, raccogliere e portare sulla Terra campioni di materiali trovati sulla superficie della Luna.

La Cina ha anche annunciato che il prossimo anno invierà un primo Rover su Marte per cercare segni di vita. Il veicolo contribuirà a valutare se il pianeta possa essere “terraformato” per renderlo abitabile per gli esseri umani, misurando allo stesso tempo i dati atmosferici, topografici, geologici e magnetici come parte di uno studio per l’esplorazione futura e persino la colonizzazione di Marte.

L’India, altra potenza spaziale, prevede di lanciare presto la missione Chandrayaan 2, dopo un rinvio iniziale della data del 15 luglio per motivi tecnici. Se avrà successo, la missione piazzerà un lander sulla Luna il 6 settembre a circa 600 chilometri dal Polo Sud. Finora, nessun allunaggio morbido è stato fatto lì con un veicolo spaziale. Il rover Pragyan uscirà dal lander Vikram portando numerosi strumenti scientifici per raccogliere informazioni sulla topografia lunare, la mineralogia, l’esosfera lunare e tracce di gruppi idrossilici e di ghiaccio. Il rover Pragyan, 20 chilogrammi e sei ruote, è un robot semi-autonomo che ha il compito di studiare la composizione della regolite, la miscela di minuscole rocce e polvere sottile che ricopre la superficie della Luna e contiene in abbondanza Elio-3, una vera e propria sostanza rara sulla Terra che renderebbe molto efficiente la fusione termonucleare.

In contrasto con queste iniziative, gli annunci della NASA sui piani per il ritorno di una missione con equipaggio sulla Luna nel 2024 non sono stati sostenuti da una vera mobilitazione tecnologico-industriale sul terreno. Ciò rende piuttosto improbabile che possa essere mantenuto il programma stabilito dal presidente Trump e dal direttore della NASA Jim Bridenstine. L’economia americana a questo punto sembra ad anni luce di distanza da un programma d’urto che assomigli a quello che portò un astronauta sulla Luna cinquant’anni fa. In Europa, a parte il progetto per costruire una base lunare permanente in collaborazione con la Cina, chiamato “Moon Village”, non v’è un dibattito serio su come pianificare, finanziare e produrre le componenti di tale base e come trasportarle sul pianeta rosso.

Per il Cinquantenario dell’Apollo 11, pubblichiamo altri interventi al convegno sulla ricerca spaziale che Movisol tenne ad Ascoli Piceno nel luglio del 2009:

Ursula von der Leyen rappresenta il sistema in bancarotta che chiede lo spopolamento

Il discorso del 16 luglio di Ursula von der Leyen ha fatto accapponare la pelle perché rappresenta un rilancio dell’ambientalismo ideato dall’Impero britannico per attuare il sogno maltusiano di spopolamento globale.

La fondatrice e presidente dello Schiller Institute, Helga Zepp-LaRouche, ha lanciato l’allarme, ricordando la richiesta del 2011 del cavaliere dell’Impero Britannico Hans Joachim “John” Schellnhuber di riportare la popolazione a 1 miliardo di individui, valore ritenuto corretto (in realtà nel 2001 parlò di mezzo miliardo soltanto….)

La regia è naturalmente del sistema imperiale britannico, consapevole del proprio declino ma non rassegnato, pronto a diffondere il pessimismo, particolarmente tra i giovani (vedi il caso di Greta Thunberg). Ma il tentativo è disperato, poiché già più di centoventi nazioni hanno aderito alla Nuova Via della Seta, decise a rompere le regole dell’economia a “somma zero”.

L’Impero utilizza i propri strumenti ormai storici (Club di Roma, WWF, ecc.) per demoralizzare la popolazione e imporre lo spopolamento. Contrapposta a questo pessimismo cosmico, c’è l’ondata di ottimismo associata al cinquantenario dello sbarco sulla Luna, al rilancio del programma spaziale americano sotto il Presidente Trump ed al Nuovo Paradigma particolarmente evidente negli incontri ai margini del G20 di Osaka.

Siamo a un bivio: occorre rendere i popoli più consapevoli dell’ottimismo che stanno sperimentando: si tratta proprio della potenza associata al gesto di Prometeo, del potere della creatività sovrana individuale, condivisa dalla specie umana; possiamo progettare il futuro in accordo con alcuni imperativi, tra i quali il cosiddetto “imperativo extraterrestre”, secondo l’espressione del pioniere dell’astronautica Krafft Ehricke, e lo possiamo fare senza vincoli e restrizioni (foto di Ursula von der Leyen, fonte: il Parlamento Europeo).

Putin sollecita la cooperazione internazionale sull’energia di fusione, e denuncia l’oscurantismo

Del tutto ignorato dai media occidentali, il presidente russo Vladimir Putin ha lanciato un appello significativo per lo sviluppo dell’energia da fusione nell’aprire il Vertice Global Manufacturing and Industrialization (GMIS) a Ekaterinburg il 9 luglio (Http://en.kremlin.ru/events/president / news / 60961). Putin ha chiesto una “discussione dettagliata e significativa” su quale tipo di sviluppo sostenibile possa garantire “migliori condizioni di vita e occasioni per liberare il potenziale umano” nel futuro per tutta l’umanità. Ha suggerito che per ottenere “aria, acqua e cibo più puliti, che significa anche una migliore qualità di vita e longevità per miliardi di persone sul nostro pianeta, dobbiamo offrire tecnologie radicalmente nuove e impianti più efficienti ed ecologici”. Ciò significa energia di fusione nucleare, che ha descritto come una tecnologia “che riproduce processi e sistemi naturali secondo le leggi della natura” e potrebbe fornire una fonte di energia colossale, inesauribile e sicura.

Tuttavia, ha osservato, per sviluppare l’energia da fusione sono necessarie “un’ampia cooperazione e interazione internazionale” tra governo e imprese, nonché gli sforzi congiunti dei ricercatori di tutto il mondo. “Se lo sviluppo tecnologico diventa veramente globale, non sarà suddiviso o limitato dai tentativi di monopolizzare i progressi, limitare l’accesso all’istruzione e ostacolare il libero scambio di conoscenze e idee”. In tale contesto, Putin ha citato l’International Thermonuclear Experimental Reactor (ITER) come esempio di cooperazione di successo, di cui la Russia è parte attiva.

In altre parti del suo discorso, Vladimir Putin ha polemizzato contro coloro che propongono “oscurantismo” e rifiuto della tecnologia come soluzione. Ha condannato il “rifiuto totale dell’energia nucleare o degli idrocarburi” come “soluzioni appariscenti ma non efficaci” che creano problemi.

Gli appelli a rinunciare al progresso, ha detto, potrebbero significare benessere per pochi eletti, ma allo stesso tempo “milioni di persone dovranno accontentarsi di ciò che hanno oggi o, sarebbe più appropriato dire, non hanno oggi: accesso all’acqua pulita, cibo, istruzione e altre basi della civiltà”. Questo può solo portare a nuovi conflitti, ha aggiunto.

In un classico esempio del suo understatement, ha osservato: “Ovviamente non si può proibire ad alcuno di indossare pellicce animali o di vivere nelle caverne, ma è impossibile e inutile cercare di fermare il progresso umano”.

L’impero britannico anche dietro il Russiagate italiano?

Quando una persona o un ente è sospettato di un crimine, tende a coprirsi e ad adottare un basso profilo – in altre parole, tenta di allontanare i sospetti. Questo non è il caso di quel che chiamiamo “Impero Britannico”. Con la crescente esposizione del ruolo dell’intelligence britannico e del governo di sua maestà nel “Russiagate” e nella manipolazione della politica americana, l’Impero ha reagito con in modo ancor più provocatorio e manipolativo in tutto il mondo, nel tentativo di salvare il potere. Si considerino solo alcuni casi degli ultimi dieci giorni:

Provocazione n. 1 contro l’Iran: il 5 luglio, le forze britanniche hanno sequestrato una superpetroliera iraniana al largo di Gibilterra, con la scusa che si stava dirigendo verso la Siria, violando così le sanzioni contro Damasco. Teheran ha chiesto il rilascio immediato della nave e dell’equipaggio, sostenendo che il petrolio non doveva essere consegnato in Siria.

Provocazione n. 2 contro l’Iran: l’11 luglio il governo britannico ha affermato che un tentativo di tre navi iraniane di catturare una petroliera britannica nel Golfo Persico era stato neutralizzato dall’intervento di una nave da guerra britannica. Il Ministro degli Esteri iraniano ha negato un episodio del genere e ha accusato il governo britannico di cercare di suscitare tensioni. Stranamente, la petroliera, la British Heritage, aveva lasciato il Golfo Persico senza caricare petrolio, ed era scortata dall’HMS Montrose, unica nave da guerra britannica nel Golfo, ove di solito transitano dalle quindici alle trenta petroliere inglesi. Inoltre, la CNN riferisce che “il 10 luglio, la nave ha spento i transponder per almeno ventiquattr’ore”.

Libia: mentre una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che chiede un immediato cessate il fuoco nella guerra civile libica, riflette l’intesa tra Washington e Mosca sulla certezza che una continuazione del conflitto avrà conseguenze umanitarie devastanti, forze straniere stanno rifornendo entrambe le fazioni di armi, denaro e munizioni. I media arabi riferiscono che le forze del governo di Tripoli sono state in grado di riconquistare Gharyan, a Sud della capitale, grazie a una nuova fornitura di armi dalla Turchia. Questo spiega la reazione adirata del generale Khalifa Haftar, che ha vietato i voli turchi sul proprio territorio e ha ordinato la cattura di sei marinai turchi, che sono stati successivamente rilasciati.

Allo stesso tempo, le forze di Tripoli dichiarano di aver trovato a Gharyan missili fabbricati negli Stati Uniti e originariamente venduti alla Francia, a dimostrazione del fatto che le forze di Haftar ricevono aiuti stranieri. Il Ministero della Difesa francese ha ammesso che quei missili appartenevano a truppe speciali francesi dispiegate in Libia.

Se ci chiediamo chi tragga beneficio dalla continuazione della guerra (cui prodest?) il sospetto è evidente: l’Impero Britannico e i suoi alleati eredi dell’accordo “Sykes-Picot” per la spartizione dell’Africa settentrionale e dell’Asia Sudoccidentale.

Italia: L’operazione “Russiagate” contro la Lega è stata lanciata da Londra. Alberto Nardelli, a capo del desk europeo di BuzzFeed con sede a Londra e collaboratore del Guardian, ha scritto sull’esistenza di un’audioregistrazione che avrebbe rivelato un accordo che il capo dell’Associazione Amicizia Russia-Lombardia, il membro della Lega Gianluca Savoini, avrebbe concluso o stava concludendo con petrolieri russi vicini a Putin, da cui sarebbe derivato un beneficio economico per la Lega. Benché BuzzFeed non abbia fornito prove per le sue accuse, la procura di Milano ha formalmente aperto un’indagine mentre i media si sono gettati su quella che sembra proprio essere una bufala. Chiaramente, l’intenzione è di indebolire gli sforzi di Roma per cambiare la politica dell’UE sulla Russia, come affermato dal Primo Ministro Conte durante la visita di Vladimir Putin a Roma il 4 luglio (foto).

Nel cinquantenario dall’allunaggio è ora di porre fine all’ambientalismo irrazionale

Le celebrazioni del cinquantenario dalla storica missione Apollo 11 sulla Luna il 20 luglio 1969 offrono al mondo un’eccellente occasione per riflettere su come la ricerca spaziale e i viaggi nello spazio continuino a migliorare la nostra conoscenza dell’universo e per comprendere che è nella natura dell’Uomo scoprire le leggi dell’universo e la storia del nostro pianeta, nonché il fenomeno che definiamo vita. È quel che Krafft Ehricke, il grande pioniere tedesco-americano dello spazio, definiva “l’imperativo extraterrestre”. Se la accetteremo, questa sfida sarà motivo di grande ottimismo nella società.

Ciò che ci mostra l’esplorazione dello spazio è che la Terra non è un sistema chiuso, ma fa parte di un vasto universo di cui cominciamo solo ora a comprendere le leggi. Questo, a sua volta, rifiuta la nozione delle risorse finite, usata dal cosiddetto movimento ambientalista per giustificare i propri appelli per la crescita zero o addirittura negativa, e per una drastica riduzione della popolazione umana. Il suo vero scopo è quello di mantenere il potere di una oligarchia selezionata.

Un esempio di risorsa tra i molti, spesso citato da Lyndon LaRouche, è l’abbondanza di Elio 3 sulla Luna, che potrebbe essere estratto e portato sulla Terra per alimentare la seconda generazione di reattori a fusione e garantire energia abbondante e sicura per tutti. Già nel 1983 LaRouche scrisse un libro dal titolo There are no limits to growth (Non c’è limite alla crescita), che confuta dal punto di vista scientifico la tesi del Club di Roma e dei suoi mandanti oligarchici. Questi ciarlatani deliberatamente non prendono in considerazione il fatto che le nuove scoperte scientifiche compiute dall’uomo ridefiniscano il concetto stesso di risorsa.

Disgraziatamente la loro concezione dell’Uomo come un fardello sul pianeta e un fattore inquinante è diventata dominante nel mondo transatlantico, portando al prevalere del pessimismo e dell’irrazionalità. Particolarmente vulnerabili sono i giovani, come dimostrano le manifestazioni dei “venerdì per il futuro”, abilmente orchestrate, e le varie previsioni che “il mondo finirà” tra dodici anni, se non saranno drasticamente ridotte le emissioni di CO2. Non vi sono prove scientifiche di questo, ma solo asserzioni.

In un recente articolo Helga Zepp-LaRouche ricorda che l’attuale “isteria sul riscaldamento globale” non è la prima campagna per intimidire la popolazione con paure irrazionali. Nel 1983 in Germania fu diffusa la storia dell’imminente sparizione delle foreste, che Der Spiegel definì una “Hiroshima ecologica”. Poi fu il turno del “buco dell’ozono”, che avrebbe provocato la morte del pianeta, prima di essere confutato dai suoi stessi autori come “troppo apocalittico”.

Il vero pericolo non sono le catastrofi, spiega la signora LaRouche, ma l’ideologia degli ambientalisti e dei sedicenti “protettori” del clima, promossa dall’oligarchia finanziaria annunciando varie catastrofi. Il loro intento è, da una parte, “fare molti profitti per gli investitori che investono in ‘prodotti finanziari sostenibili’ e, dall’altra, mantenere la popolazione in uno stato di pessimismo che la renda piccola, spaventata e impotente”.

“Le due concezioni dell’umanità diametralmente opposte, rappresentate dalla ricerca spaziale e dall’eco-isteria, determineranno se le persone saranno consapevoli della propria creatività e quindi libere, o se verranno trasformate in persone ansiose e timorose che accettano gli assiomi dell’oligarchia neoliberista”.

Il caso LaRouche: la prima montatura giudiziaria di Robert Mueller

Abbiamo finalmente anche i sottotitoli italiani al documentario sul caso LaRouche, che chiediamo di divulgare il più possibile per ottenere la sua riabilitazione. Per attivarli andare sul riquadro in basso e poi sul simbolo dell’ingranaggio per scegliere l’italiano tra le 5 lingue possibili. Chiediamo inoltre di fare avere il video a giornalisti e TV indipendenti.

Rinnovabili e speculazione finanziaria minacciano la Germania di gravi black-out

In tre distinte giornate del mese scorso, il 6, 12 e 25 giugno, il carico base di energia elettrica prodotta in Germania ha subìto tali riduzioni che è stato impossibile mantenere la rete elettrica alla tensione di 50 hertz necessari per garantire una fornitura ininterrotta di elettricità. L’intera “sicurezza del sistema” era minacciata da un black-out totale, stando all’ente elettrico federale. Il black-out è stato evitato solo importando elettricità da Polonia, Repubblica Ceca e Francia.

L’acuta carenza di elettricità è arrivata a 7.000 megawatt, mentre le riserve, ovvero l'”energia di controllo” tenuta in riserva dai principali fornitori di energia elettrica in caso di emergenze, è di soli 3.000 megawatt. Questo ha avuto ripercussioni su tutta la rete elettrica europea, che collega gli Stati membri e li obbliga a subentrare se un membro ha carenze di elettricità.

Prima dell’era delle fonti rinnovabili, il carico base era garantito da una combinazione di nucleare, carbone e impianti a gas, con rarissime oscillazioni. Da quando l’enfasi è su solare e eolico, inaffidabili e imprevedibili, un carico base può essere garantito solo con massicce importazioni dai Paesi limitrofi alla Germania.

Ma non è l’unico problema. Dato che i prezzi dell’elettricità vengono stabiliti all’European Energy Exchange (EEX) di Lipsia, essi sono esposti alla speculazione. Ad esempio, durante il picco di carenza di fornitura sabato 29 giugno il prezzo è balzato a 37.856 Euro (!) per megawatt/ora per tutte le quattro ore tra le 12 e le 16. Domenica il prezzo era ancora 3.900 Euro e lunedì è sceso a “solo” 400. I fornitori di energia elettrica dovranno aumentare i prezzi al consumo per compensare la follia dei prezzi di sabato.

Questo è un buon esempio del fatto che il mercato energetico non è orientato ad assicurare il carico base ma a fare il massimo profitto. Quindi ci sono indicazioni che oltre ad attuare tagli fisici nel carico base, gli speculatori tramano carenze di energia per aumentare i propri profitti (basti ricordare il caso della speculazione criminale della ENRON negli Stati Uniti, per la quale molti dei responsabili finirono in galera).

Durante il 2018 la Germania ha sperimentato cento interruzioni di corrente. Anche se non gravi come quelle del mese scorso, esse hanno costretto numerose imprese, come gli impianti di alluminio e di acciaio, ad accendere i generatori autonomi per qualche tempo, in quanto i loro sistemi automatizzati di protezione spengono le macchine ogni volta che la tensione scende al di sotto dei 50 Hertz. Gli incidenti di giugno sono il risultato di vari fattori accumulati da tempo e ce ne saranno altri, a meno che Berlino non decida di sospendere l’uscita dal nucleare e dal carbone. Si spera che gli incidenti recenti diano la sveglia e inducano a discutere il ritorno all’energia nucleare (nella foto la centrale nucleare di Biblis).

Siamo alla resa dei conti tra Trump e l’impero britannico?

I colloqui che il presidente Trump ha tenuto con Vladimir Putin e Xi Jinping a Osaka dimostrano che si è liberato da alcuni dei vincoli impostigli dal Russiagate. Trump è anche ben consapevole (almeno in parte) del fatto che l’establishment e i servizi segreti britannici hanno avuto un ruolo di primo piano nel tentativo di cambio di regime contro di lui, nonché nei vari episodi che hanno sabotato precedenti potenziali vertici con i leader russi e cinesi. Il ruolo sporco di Londra è stato nuovamente evidenziato nella fuga di dispacci segreti inviati dall’ambasciatore britannico a Washington, Sir Kim Darroch (foto), che includeva molti commenti dispregiativi su Trump e la sua Amministrazione, nonché accenni all’uso di “operazioni di false flag”. L’ambasciatore britannico è stato costretto a dimettersi, e questo è un segnale positivo.

I dispacci pubblicati dal Daily Mail il 6 luglio mostrano anche come Sir Kim, un ufficiale di carriera nell’intelligence e diplomatico, raccomandava di piazzare pedine britanniche il più vicino possibile al Presidente Trump per “allagare la zona” dei consigli che riceve. Questo di per sé dovrebbe innescare un’indagine completa sulle interferenze straniere negli Stati Uniti.

Il discorso di Trump alla nazione il 4 luglio, festa dell’indipendenza, rifletteva anche un nuovo senso di fiducia e una comprensione del vero nemico dell’America. In uno dei numerosi riferimenti alla Rivoluzione Americana, ha ricordato che la repubblica fu forgiata nello scontro contro l’impero britannico. Dopo aver citato l’apertura della Dichiarazione di Indipendenza, Trump ha ricordato al pubblico che gli inglesi “volevano distruggere la rivoluzione nella culla”. Ha ricordato come i soldati del generale Washington “rovesciarono una statua di re Giorgio e ne fecero proiettili per la battaglia”.

Uno dei passaggi più rilevanti del discorso di Trump è stato il riferimento alla missione Apollo e a una prossima missione su Marte. La “bandiera americana piantata sulla superficie della Luna” mostrò che “per gli Americani niente è impossibile”. E ha aggiunto: “torneremo presto sulla Luna e un giorno pianteremo la bandiera americana su Marte”.

Donald Trump ha anche fatto delle osservazioni molto significative che mostrano il motivo per cui ha subìto l’ira del “partito della guerra” in un’intervista con Tucker Carlsson per Fox News, che ha ricevuto quasi nessuna eco presso i media europei.

Afghanistan: nell’intervista, fatta in Giappone ma non trasmessa fino al 1 luglio, Trump ha sottolineato che gli Stati Uniti sono lì da diciannove anni e non per vincere una guerra, ma sono diventati una forza di polizia. “Siamo il poliziotto di tutto il mondo” e non dovremmo stare lì. La Russia, ha detto, “non sorveglia il mondo… sorveglia la Russia”. La Cina non sorveglia e non “ha truppe ovunque. Hanno gente che estrae i minerali dal terreno. Non hanno truppe”.

Iraq: discutendo degli attacchi al World Trade Center, Trump ha detto in un inciso che l’Amministrazione di Bush “attaccò il Paese sbagliato”. I terroristi “non vennero dall’Iraq”. Quello che non ha menzionato è che quindici dei diciannove terroristi nell’attentato dell’11 settembre erano sauditi…

Decadenza delle città statunitensi: quando Carlson ha portato a esempio la pulizia delle città in Giappone, a differenza della sporcizia, dei graffiti e dei drogati per le strade di New York, San Francisco, ecc., Trump ha indicato che il governo federale potrebbe fare qualcosa per porre fine a una tale situazione “vergognosa”, che includerebbe il numero crescente di senzatetto. Lo ha incolpato sulla politica dei “santuari” avviata circa due anni fa dall'”establishment liberale”.

Far rivivere lo “spirito di Singapore” è la chiave per un ordine di pace

Le iniziative lanciate intorno al vertice del G20 del 28-29 giugno a Osaka continuano a riverberarsi, mentre il “nuovo paradigma” negli affari internazionali prende forma. Come abbiamo riferito la scorsa settimana, gli incontri bilaterali a margine di quel vertice hanno portato a significative aperture strategiche, in particolare le consultazioni tra Donald Trump, Vladimir Putin, Xi Jinping, Moon Jae-In e Shinzo Abe, che hanno ospitato il G20. Da allora, i principali negoziatori di Washington e Pechino hanno ripreso i negoziati commerciali e sia Trump sia Xi hanno espresso la certezza che sarà trovata una soluzione accettabile per entrambe le parti. Per quanto riguarda la Russia e gli Stati Uniti, saranno fatti sforzi anche per risolvere lo stallo nei negoziati per la riduzione delle armi. La settimana scorsa è stato annunciato che il Viceministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov e il Sottosegretario di Stato americano per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale Andrea Thompson terranno “colloqui a pieno formato” a Ginevra il 17-18 luglio sul tema, in particolare su un nuovo START (Trattato di riduzione delle armi strategiche).

Il risultato più spettacolare dei mesi di sforzi diplomatici dei capi di stato – sebbene sia stato molto minimizzato dai media occidentali – è stato l’incontro tra il Presidente della Corea del Nord Kim Jong-un e Donald Trump (foto) nella zona smilitarizzata al confine tra le due Coree dopo la conclusione del G20, che ha riavviato i colloqui sulla denuclearizzazione. Questo risultato è stato possibile anche grazie al ruolo svolto da Xi Jinping, da Vladimir Putin e dal Presidente della Corea del Sud Moon. Quest’ultimo, secondo quanto riferito, ha esortato il Presidente degli Stati Uniti ad allentare gradualmente le sanzioni a Pyongyang, piuttosto che insistere sulla piena conformità da parte della Corea del Nord prima di fare qualsiasi concessione.

Un punto caldo rimane l’Iran, dove la situazione potrebbe degenerare in un conflitto più ampio, se non altro per un errore di calcolo. Come reazione agli Stati Uniti, che uscirono dall’accordo nucleare JCPOA un anno fa, Teheran ha annunciato che non rispetterà più le disposizioni di tale accordo. Poi, il 4 luglio, in una mossa palesemente provocatoria, i Royal Marines hanno sequestrato una superpetroliera al largo della costa di Gibilterra, sospettata di trasportare petrolio iraniano in Siria in violazione delle sanzioni dell’UE. La Spagna ha protestato contro il sequestro (eseguito in stile hollywoodiano), poiché la petroliera era in acque territoriali spagnole.

Minacciosi sotto questo aspetto sono i commenti dell’ambasciatore britannico negli Stati Uniti, Sir Kim Darroch, che sono stati fatti trapelare il 6 luglio sul Daily Mail. In un dispaccio, Darroch ha scritto che Trump non era “pienamente convinto” di un attacco contro l’Iran, ma era circondato “da un gruppo di falchi” e quindi “un altro attacco iraniano nella regione potrebbe ancora innescare un’inversione di tendenza del Presidente americano”. In particolare, se esso comportasse la perdita di una sola vita americana, ha aggiunto l’ambasciatore. Pertanto, bisogna aspettarsi che il partito della guerra orchestri una nuova operazione “false flag” per incolpare l’Iran. Il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, un noto falco, ha immediatamente definito “ottime notizie” il sequestro della petroliera.

Se Donald Trump riuscirà nella sua dichiarata intenzione di “non fare il poliziotto del mondo”, riuscirà a far rivivere lo “spirito di Singapore” che ha animato il suo primo vertice con Kim Jong-un a Singapore. anno fa ed emarginare definitivamente il partito della guerra, noto anche come fazione dell’Impero britannico, su entrambe le sponde dell’Atlantico. Il modo più efficace e immediato per farlo è di procedere con la piena riabilitazione di Lyndon LaRouche.

Cooperazione eurasiatica e Libia all’ordine del giorno della visita di Putin a Roma

Con la visita del Presidente russo Vladimir Putin a Roma il 4 luglio Italia e Russia hanno compiuto un passo ulteriore verso il Nuovo Paradigma. Al centro dei colloqui, la crisi libica e la cooperazione economica. Sul primo tema, Putin e il premier Conte hanno chiesto un immediato cessate il fuoco e la ripresa del dialogo politico tra le fazioni, anticipando così il contenuto della risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approvata due giorni dopo. Durante la loro conferenza stampa congiunta, il Presidente russo ha affermato con enfasi che non sta appoggiando un leader di fazione contro l’altro e ha invitato “coloro che hanno creato il problema”, cioè la NATO, a impegnarsi nella ricostruzione delle istituzioni statali in Libia. La Russia non è seduta alla finestra, ma aiuterà nello sforzo.

Per quanto riguarda la cooperazione economica, il governo italiano ha ribadito la sua convinzione che le sanzioni non siano utili e si è impegnato a lavorare nei prossimi sei mesi per convincere i partner dell’UE a toglierle.

Benché in questa occasione non siano stati conclusi accordi specifici, le opinioni espresse dal sottosegretario allo Sviluppo Economico Michele Geraci (nella foto alla cena con Putin a Roma) sono indicative dell’importanza che Roma dà allo sviluppo delle relazioni economiche con la Russia nel quadro del progetto Belt and Road. Gli è stata rivolta una specifica domanda su ciò in un’intervista per Sputnik e Geraci – che è l’architetto della politica italiana in Cina e ha partecipato alla cena di lavoro con Putin – ha risposto: “La Belt and Road include tutti i nostri partner in Asia, tra cui la Russia e altri Paesi, quindi è un’opportunità per aumentare direttamente il commercio con la Cina, ma anche con qualsiasi altro Paese che si trova in mezzo, lungo la strada, compresa ovviamente la Russia”.

“Ora sto iniziando a estendere il mio modo di vedere l’Europa: quando parlo di partenariato commerciale, parlo sempre meno dell’Europa, e sempre di più della Nuova Eurasia, il blocco eurasiatico dei Paesi con cui possiamo avere una partnership. Facciamo questo con la Russia, lo facciamo con i Paesi dell’Asia centrale – lo sviluppo delle infrastrutture e l’energia e persino l’agricoltura in alcuni di essi – questo per noi è molto importante, e vogliamo svolgere un ruolo di primo piano come Italia nelle relazioni tra Europa ed Eurasia”.

Geraci ha anche detto che guiderà presto una missione economica in Russia. Nel frattempo, sarà a Washington la prossima settimana per i colloqui con il rappresentante commerciale Robert Lighthizer.

Geraci ha sollevato un altro tema controverso per l’UE sulla sua pagina di twitter.com, accompagnato da un video che lo riprende alla cena di lavoro con Putin, dialogando col Presidente russo: “Con il presidente #Putin discutendo sul perché il liberalismo in Occidente possa aver esaurito le sue forze. Mi ha confortato sentire che sembriamo d’accordo sul fatto che l’Occidente non è riuscito a capire la capacità della Cina di trasformarsi in una superpotenza economica e ad alta tecnologia, ora siamo in ritardo di un decennio”.

Michele Geraci risponde ai critici della Nuova Via della Seta

Sul podio del secondo convegno sulla Nuova Via della Seta organizzato da Xinhua e Class Editori nell’ex Borsa Italiana di Milano, il sottosegretario Geraci ha risposto a numerose critiche alla recente firma del Memorandum d’Intesa (MoU) con la Cina.

Essenzialmente, ha detto, chi vuole allarmare a proposito degli investimenti cinesi nei porti italiani dimentica o omette che questi investimenti si sono avuti in molti porti del Mediterraneo, e non solo.

Non ha senso dire, inoltre, che il rischio è che i porti siano venduti. I porti, al massimo, si danno in concessione.

Anche dal punto di vista della sicurezza nazionale, il MoU non rappresenta una minaccia, in quanto non potrebbe dominare su altri quadri normativi italiani o europei. Il MoU è un “accordo quadro, non legale”. Anche se vi fosse stato scritto “vendiamo i porti”, per esempio, non potremmo farlo. D’altra parte, le critiche espresse al MoU hanno alzato il livello di allerta del governo, a garanzia della sicurezza che tanto sembra preoccupare, anche se non allo stesso modo tutti i Paesi dell’Europa, anche quelli con maggiori rapporti commerciali con Pechino. Che dire, infatti, di controlli sul solo 1% delle merci in arrivo in uno dei massimi porti nordeuropei? L’Italia potrebbe fare di meglio.

Geraci ha anche cercato di indicare tante vie per perseguire le finalità pacifiche della Nuova Via della Seta, ricordando che molte critiche ai rapporti sino-italiani provengono da Paesi europei che prima dell’Italia entrarono nella Banca Asiatica per gli Investimenti Infrastrutturali o firmarono proprî MoU.

Tra le vie, importantissima è l’iniziativa per la quale Trump si è recato nella zona demilitarizzata al confine tra le due Coree, un “evento storico” e di scala asiatica, che avrebbe dovuto occupare le pagine dei giornali per più giorni.

In una intervista a Il Sole 24 Ore Radiocor Plus, il sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico, che è al lavoro per preparare una missione in Russia, ha aggiunto: “Sto cercando di realizzare una missione imprenditoriale in Russia per esplorare nuove opportunità. L’intenzione è di portare avanti i rapporti”, sottolineando che la visita di stato del presidente russo, Vladimir Putin, di giovedì 4 è avvenuta in un clima di grande cordialità. Il sottosegretario ha comunque sottolineato che l’Italia rispetta il framework di sanzioni internazionali nei confronti della Russia. “Ad ogni modo, l’export verso la Russia delle aziende italiane si è ripreso a piccoli passi. E va ricordato che gli investimenti delle aziende italiane in Russia generano circa 60mila posti di lavoro, una cifra non trascurabile”. Geraci ha anche detto che l’Italia è stata invitata alla conferenza economica a Vladivostock.

Trump e Xi decidono di rilanciare i negoziati commerciali

Durante il loro incontro a Osaka, i Presidenti Trump e Xi hanno deciso di interrompere lo stallo di sette settimane e riprendere i negoziati sul commercio. Trump ha accettato di non applicare ulteriori tariffe sulle esportazioni cinesi, mentre Xi ha accettato di aumentare gli acquisti cinesi di merci statunitensi per ridurre lo squilibrio commerciale, in particolare dei prodotti agricoli. Sfoderando il solito ottimismo, il Presidente americano ha definito l’incontro “molto meglio di quanto si aspettasse”.

Il problema del gigante cinese dell’alta tecnologia Huawei rimane un caso speciale. Dopo l’incontro Trump ha scritto su twitter.com di aver accettato di consentire ai fornitori statunitensi di high-tech di vendere i loro prodotti a Huawei, a patto che ciò non ponesse “grandi problemi di emergenza nazionale”. Questa decisione ha provocato immediatamente lo straccio delle vesti tra le fazioni anti-cinesi negli Stati Uniti, che hanno minacciato di legiferare in modo da impedire tali vendite, se necessario.

Il consulente economico della Casa Bianca Larry Kudlow ha tentato di rassicurarli chiarendo che questa non fosse una “amnistia generale”, ma solo il possibile allentamento di alcune restrizioni.

I cinesi hanno concordato dalla loro parte maggiori aperture per gli investitori stranieri. In tale contesto, l’ente di pianificazione statale, la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme (CNSR/NDRC), ha annunciato il 30 giugno di aver ridotto il numero di settori soggetti a restrizioni sugli investimenti esteri.

Il presidente Xi, nel suo intervento ufficiale al G20, ha sottolineato l’importanza dell’iniziativa Belt and Road nel promuovere la costruzione di infrastrutture di alta qualità per favorire lo “sviluppo inclusivo”. Ha ribadito che l’iniziativa è aperta a tutti i Paesi che desiderino aderire. (Nella foto Trump, Xi e consorti durante la visita di Trump in Cina nel 2017).

I democratici americani schierano venti nullità (meno una) contro Trump

La scorsa settimana, nel corso di due dibattiti serali, venti candidati democratici si sono affrontati in televisione (dieci alla volta) tentando di spiegare perché ognuno di loro creda di essere il miglior sfidante di Trump alle presidenziali del 2020. In realtà essi hanno dato una riprova del perché Trump vinse le elezioni nel 2016 e, se continuerà a seguire una politica di cooperazione pacifica con la Russia e la Cina come ha fatto al G20 di Osaka, nessuno di loro abbia una chance di batterlo.

Con una sola eccezione, i candidati democratici hanno evitato di affrontare i due temi più importanti per gli Stati Uniti: 1. il pericolo di guerra, che proviene dall’Impero Britannico e dai falchi neoconservatori presenti e attivi in entrambi i partiti, inclusi molti candidati sul palco, e all’interno dell’Amministrazione di Trump (per esempio John Bolton e Mike Pompeo), con il loro impegno a difendere un ordine mondiale geopolitico anglo-americano e unilaterale; e 2. la fragilità del sistema finanziario sovraccarico di titoli tossici oltre i livelli insostenibili del 2008, che è quindi diretto verso un nuovo crac. Invece hanno promosso tutti una dura linea avversa a Trump, insistendo sulla bufala delle ingerenze russe nonostante il Russiagate si sia rivelato una frode.

L’unica eccezione al rifiuto di affrontare il pericolo di guerra è stata la congressista delle Hawaii Tulsi Gabbard (foto), che ha parlato eloquentemente della necessità di porre fine alla politica di cambio di regime e delle guerre senza fine in Asia Sudoccidentale, che secondo lei hanno peggiorato la sicurezza nazionale e rischiano di condurre a una guerra nucleare. Per queste dichiarazioni è stata criticata duramente dai media e dai colleghi democratici, secondo i quali le reazioni positive all’intervento della Gabbard sono dovute a “robot russi” sui social media, visto che è la candidata favorita da Vladimir Putin!

Gli aspiranti candidati presidenziali hanno ribadito l’impegno a sconfiggere Trump per i soliti motivi: che è razzista, divisivo, impulsivo, troppo filo-russo, avido, misogino e via dicendo. Pur parlando del peggioramento delle condizioni economiche, nessuno di essi è stato capace di spiegare coerentemente per quale motivo l’economia peggiori e tanto meno di offrire una soluzione.

Ma la debolezza più evidente sta nel fatto che tutti gli aspiranti candidati ritengono che la chiave per la loro vittoria sia fare appello agli interessi particolari della “politica di identità”, che considera gli elettori americani ignoranti sulle questioni strategiche più importanti e interessati solo a ciò che riguarda il proprio gruppo di appartenenza. Tipico di questo atteggiamento è stata l’accusa di razzismo rivolta dalla Sen. Kamala Harris contro Joe Biden, nel tentativo di impedire che diventi l’inevitabile vincitore democratico. Ciascun candidato ha cercato di presentarsi come il campione degli elettori giovani, neri, ispanici, gay/lesbici/trans e via dicendo, come se nessuno in queste categorie fosse preoccupato per temi come la guerra e la pace, la prosperità economica o la depressione.

Che i media abbiano già deciso chi saranno i favoriti è indicato da un commento del Los Angeles Times, che proclama che “tutti hanno il diritto di candidarsi, ma non tutti hanno il diritto di essere presi sul serio”. In altre parole, i media, che rappresentano interessi finanziari, hanno il diritto di scegliere il candidato.

Crisi finanziaria: la BRI lancia di nuovo l’allarme

Nel suo rapporto economico annuale pubblicato il 30 giugno, la Banca dei Regolamenti Internazionali lancia l’allarme di una crisi finanziaria a causa del sovraindebitamento delle imprese nelle economie avanzate – un argomento che MoviSol ha trattato molte volte. Il mercato da 3,5 mila miliardi di dollari in quelli che sono chiamati “prestiti a leva” – prestiti a società già sovraindebitate che ora dominano interi settori economici come quello del petrolio/gas e quello del retail negli Stati Uniti – è fortemente “surriscaldato”, afferma il rapporto della BRI, e potrebbe portare a un panico bancario proprio come fece la bolla dei mutui subprime nel crollo finanziario globale del 2007-2008. (Vedi: https://www.bis.org/publ/arpdf/ar2019e.htm)

Presentando il rapporto durante l’incontro annuale della banca a Basilea, l’amministratore delegato Augustin Carstens ha avvertito che “a seguito di un’elevata crescita, il mercato dei prestiti a leva ora ha una dimensione di circa 3 migliaia di miliardi di dollari, paragonabile alle obbligazioni di debito collateralizzato che amplificarono la crisi dei subprime. I prodotti strutturati come le Collateralized Loan Obligation (CLO) sono aumentati. Gli standard di credito sono diminuiti mentre gli investitori hanno cercato il rendimento” a causa della politica monetaria dei tassi zero.. “Se il settore dei prestiti a leva si deteriora, l’impatto economico potrebbe essere amplificato attraverso il sistema bancario e altre parti del sistema finanziario che detengono prestiti a leva e CLO. Potrebbero esservi forti aggiustamenti dei prezzi e tensioni finanziarie. Questi rischi dovrebbero essere considerati nel più ampio contesto del deterioramento a lungo termine della qualità del credito e della leva finanziaria generalmente elevata in molte economie avanzate”. Tradotto dal gergo ovattato dei banchieri, ciò significa che se non si fa nulla per invertire le politiche monetarie ed economiche globali, un crac del sistema è sicuro quanto l'”amen” nella Chiesa, e sarà più devastante dello schianto del 2007-2008.

Il rapporto della BRI mette ulteriormente in guardia sul fatto che, anche se le maggiori banche sostengono di possedere solo le tranche più sicure dei CLO imbottiti di questi prestiti alle società sovra-indebitate, queste grandi banche rischiano di essere colpite da un gran numero di insolvenze in questi settori. Le insolvenze si avvicinano a causa della recessione globale in corso. Anche le grandi banche londinesi e di Wall Street pensavano di stare al sicuro con i titoli di debito collateralizzati (CDO) costituiti da titoli ipotecari subprime nel periodo 2004-2007, mantenendo solo le tranche AAA o AA di tali CDO. Quando la bolla dei subprime implose, Morgan Stanley inaugurò i botti perdendo improvvisamente 14 miliardi di dollari in quel modo.

Come MoviSol e il movimento di LaRouche negli Stati Uniti (LPAC) ripetono da anni, l’unica alternativa al crac finanziario sono le 4 leggi di LaRouche, prima tra tutte la separazione bancaria (Glass-Steagall).

Gli incontri bilaterali di Osaka prospettano nuove aperture strategiche

Lo scopo ufficiale del Gruppo delle 20 maggiori economie del mondo è quello di promuovere la stabilità finanziaria internazionale e deliberare sulla politica economica mondiale. Ma al suo incontro più recente, il 28 e 29 giugno in Giappone, quell’argomento è stato appena toccato, a giudicare dal comunicato finale.

Tuttavia, come Helga Zepp-LaRouche (foto) ha dichiarato all’EIR il 2 luglio, anche se nessuna soluzione all’imminente crisi finanziaria è stata discussa dal G20 in quanto tale, c’è “una valutazione abbastanza positiva di un certo numero di incontri bilaterali che si sono svolti ai margini”. In particolare gli incontri tra i Presidenti Trump e Putin, e tra Trump e il Presidente cinese Xi Jinping indicano “una direzione promettente nella situazione strategica”, ha detto, a cui potrebbe contribuire anche il Primo Ministro giapponese Abe (vedi sotto). In effetti, l’aspetto più significativo del G20 è forse che Donald Trump sia riuscito a tenere un vertice con il suo omologo russo, nonostante gli sforzi frenetici del partito della guerra anglo-americano per sabotare tali colloqui, come hanno fatto in passato. Il rinnovato decisionismo di Trump al riguardo riflette tra l’altro il crollo della cosiddetta inchiesta “Russiagate”.

I due leader apparentemente hanno concordato di proseguire i colloqui tra esperti sulla riduzione delle armi nucleari, che sono stati bloccati, e sulla stabilità strategica complessiva. È stato confermato che sono stati affrontati molti “problemi brucianti”, tra cui quelli dell’Iran, della Siria e dell’Ucraina, sebbene non siano ancora stati forniti dettagli. Trump ha inoltre esplicitamente sostenuto l’aumento degli scambi bilaterali, ma senza menzionare le sanzioni che gli Stati Uniti e l’Europa hanno imposto alla Russia. Inoltre, suscitando orrore negli ambienti anti-russi, Vladimir Putin ha invitato Trump a Mosca nel 2020 per partecipare al 75° anniversario della vittoria nella seconda guerra mondiale: l’americano apparentemente ha risposto positivamente.

Tuttavia, resta da vedere come si svilupperanno le relazioni. Pochi giorni prima del vertice di Osaka, la NATO ha iniziato le manovre in chiave anti-Russia sul fronte del Mar Baltico e del Mar Nero. Sul Mar Baltico, la Royal Navy britannica è ora impegnata nelle più grandi manovre da più di 100 anni, con quattromila marinai e quarantaquattro navi provenienti da nove nazioni. Inoltre, il 25 giugno, il segretario generale della NATO, Stoltenberg, ha lanciato un ultimatum alla Russia, minacciando Mosca di porre fine al trattato INF se la Russia non distruggerà tutti i suoi missili SSC-8 a corto raggio entro cinque settimane!

In questo contesto Helga Zepp-LaRouche ha sottolineato alla nostra newsletter che le discussioni al G20 tra Trump, Putin e Xi e anche con il Primo Ministro indiano Modi “non sono arrivate neanche un secondo troppo presto”, ricordando l’attacco militare all’Iran che è rientrato al proverbiale ultimo momento e i moniti lanciati dai leader cinesi e russi sul pericolo di guerra. Ha osservato che è necessaria, come Lyndon LaRouche sosteneva, una tale combinazione strategica per stabilire una solida base per la pace, la stabilità economica e la crescita.

La riabilitazione di LaRouche è essenziale per fermare il partito della guerra

Il 21 giugno lo Schiller Institute ha messo in rete un documentario di 80 minuti dal titolo “Il caso LaRouche, la prima montatura di Robert Mueller”, che ha dato il via a una campagna internazionale per chiedere la piena riabilitazione di Lyndon LaRouche. Il documentario dimostra che l’incarcerazione di LaRouche nel 1988 su accuse di frode sui prestiti e cospirazione per non pagare le tasse fu una delle più grosse montature giudiziarie del governo contro una personalità politica nella storia degli Stati Uniti.

Il lungometraggio mostra immagini dell’audizione indipendente del 1995 sulla corruzione del Ministero della Giustizia, in cui presero la parola Lyndon e Helga LaRouche, l’ex Ministro della Giustizia americano Ramsey Clark, l’avv. Odin Anderson, il noto attivista per i diritti civili J. L. Chestnut, l’ex congressista James Mann e altri. Emerge la profondità dell’ingiustizia commessa con l’incriminazione e l’incarcerazione di LaRouche nel tentativo di impedire la realizzazione delle sue idee e delle sue proposte.

Le implicazioni odierne sono enormi. Come indica il titolo del documentario, lo stesso apparato che condusse la montatura giudiziaria contro LaRouche negli anni Ottanta è oggi responsabile della caccia alle streghe contro il Presidente Trump. Esso include l’inquirente speciale Robert Mueller stesso, che era procuratore generale a Boston nella metà degli anni Ottanta e diede il via all’inchiesta contro LaRouche e il suo movimento politico, che stava riscuotendo una crescita di consensi elettorali. Sia la montatura giudiziaria sia l’inchiesta sul Russiagate implicano il coinvolgimento di enti di intelligence e forze dell’ordine negli Stati Uniti (note come il Deep State) per tacitare un oppositore politico.

Ma in ballo v’è molto di più, come ha dichiarato Helga Zepp-LaRouche durante una videoconferenza il 21 giugno. La riabilitazione del consorte, mancato nel febbraio di quest’anno, è il modo migliore per “disarmare e neutralizzare il partito della guerra negli Stati Uniti”. Anche se il collegamento non è ovvio per molti, ha spiegato, le reti che in questo momento cercano di provocare un conflitto militare con l’Iran, con la Corea del Nord e perfino con la Russia nel tentativo di salvare il proprio ordine mondiale morente sono le stesse che perseguitarono suo marito. Il caso LaRouche indica la coerenza tra “il partito della guerra oggi, l’apparato responsabile per l’insabbiamento dell’inchiesta sull’11 settembre (incluso Robert Mueller, allora direttore dell’FBI) e il Russiagate”.

Esortiamo i nostri lettori a guardare il documentario, in lingua inglese, e farlo circolare mandandolo a elenchi di posta elettronica, siti, blogger, condividendolo su facebook.com, twitter.com e altri media.

La Commissione UE tenta di ricattare anche la Svizzera

È pratica comune che leader di governo e di istituzioni uscenti si astengano dal prendere decisioni dalle gravi conseguenze a lungo termine. Ma la Commissione UE uscente fa esattamente l’opposto. Con l’Italia ha chiesto l’avvio di una procedura d’infrazione sul debito finora non mai applicata e che, se approvata, applicherebbe un meccanismo infernale di ispezioni e controlli trimestrali. Quindi se l’è presa anche con la Svizzera.

Il 19 giugno, il vicepresidente della Commissione Maroš Šefčovič ha minacciato il governo svizzero che, in mancanza di una ratifica dell’accordo quadro con l’UE, Bruxelles non rinnoverà il cosiddetto accordo di “equivalenza borsistica” in scadenza alla fine di giugno. Berna ha rinviato la ratifica e chiesto chiarimenti su tre questioni: protezione dei salari, aiuti di stato e diritti dei cittadini. I legislatori svizzeri sono preoccupati perché l’adeguamento alle regole dell’UE minaccia la fine del regime di alti salari che caratterizza la Federazione Elvetica, vogliono che sugli aiuti di stato si resti alle regole dell’Accordo di Libero Scambio e vuole mantenere il controllo delle frontiere. Nonostante la quota di stranieri residenti in Svizzera sia molto alta, immigrazione e residenza sono strettamente regolati e filtrati.

La minaccia della Commissione di non rinnovare l’accordo di “equivalenza” è stata vista dal governo svizzero come un inaccettabile ricatto. Essa ha avuto l’effetto contrario, quello cioè di vanificare le prospettive di accordo. La cosiddetta “equivalenza” stabilisce che le regole di borsa svizzere e dell’UE siano equivalenti, permettendo così ai trader europei di operare sul mercato azionario svizzero. La minaccia è comunque vuota. Il danno per l’economia svizzera risultante dalla fine dell’accordo è tollerabile – anzi, riducendo il volume degli scambi sgonfierebbe anche la bolla – soprattutto se soppesato con l’umiliazione politica di una capitolazione al ricatto. È anche evidente la discriminazione, perché Paesi terzi come gli Stati Uniti o l’Australia conclusero ai loro tempi accordi di equivalenza illimitati. Così, il 21 giugno il portavoce del governo svizzero Andrè Simonazzi ha dichiarato che Berna potrebbe rispondere vietando il trading di azioni svizzere sui mercati azionari dell’UE.

La Commissione ha commesso un grosso errore. Avrebbe potuto prolungare l’accordo per altri tre mesi, aspettando l’insediamento dei prossimi commissari, ma ha voluto darsi la zappa sui piedi.

Leader cinesi e nordcoreani discutono della denuclearizzazione della penisola

Il Presidente cinese Xi Jinping ha compiuto una visita di stato nella Corea del Nord il 20 e 21 giugno, la prima visita di un capo di stato e leader del Partito Comunista Cinese da quattordici anni. Anche se non sono stati resi noti i contenuti dell’incontro, il primo punto all’ordine del giorno era la denuclearizzazione della penisola coreana, ma Xi e il Presidente nordcoreano Kim Jong-un hanno discusso anche di aiuti cinesi allo sviluppo e forniture di cibo.

Il viaggio di Xi è stato annunciato solo pochi giorni prima, ovviamente in vista del vertice G20 a Osaka, in Giappone, e degli incontri bilaterali che Xi avrà col Presidente Trump. Il Presidente cinese ha svolto un ruolo positivo nel rendere possibili i due precedenti vertici tra il Presidente nordcoreano e i leader americani, e sostiene un terzo incontro tra Trump e Kim. Dal canto suo, Trump ha espresso più volte il proprio apprezzamento per l’aiuto di Xi.

Il vertice tra Kim e Trump in Vietnam lo scorso febbraio non si è concluso con un accordo perché il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton ha insistito su richieste considerate inaccettabili da Pyongyang.

Dopo il suo incontro con Xi il 20 giugno, Kim ha dichiarato che il proprio Paese attende una risposta positiva capace di sbloccare lo stallo nei colloqui sulla questione nucleare con gli Stati Uniti. “La Corea del Nord vorrebbe restare paziente, ma spera che la controparte si muova per incontrarsi a metà strada ed esplorare piani di risoluzione che rispondano alle preoccupazioni di ciascuno” ha detto, stando all’emittente di stato cinese CCTV.

Nel giro di pochi giorni, Donald Trump ha inviato una lettera personale a Kim Jong-un, definita da quest’ultimo “eccellente”, col commento che “prenderà seriamente in considerazione l’interessante contenuto”. Non è stata data alcuna informazione su tale contenuto. Dal canto suo Kim ha mandato all’inizio del mese una “bellissima” lettera personale a Trump.

Poco prima di lasciare Pyongyang, Xi Jinping si è augurato di “proseguire la nostra amicizia e scrivere un nuovo capitolo nei nostri rapporti”. Ha sottolineato che i due Paesi mantengono rapporti stretti da generazioni, pur non citando le tensioni sorte negli ultimi anni per il programma nucleare di Pyongyang.

Ha lodato il dialogo pacifico sulla penisola coreana, sottolineando che esso è “nell’interesse comune dei nostri popoli” e promuove “il nostro bisogno reciproco di sviluppo” per arrivare a un accordo politico e mantenere nella regione la pace e la stabilità.

Mentre questa era la prima visita di Xi nella Corea del Nord da quando ascese al potere, Kim Jong-un ha compiuto quattro visite in Cina negli ultimi quindici mesi nell’ambito del processo che ha portato ai negoziati. Kim ha indicato anche il suo interesse a seguire il modello di sviluppo di Pechino (“il socialismo con caratteristiche cinesi”).

Deutsche Bank: da Bad Bank a Lemming Brothers

Undici anni dopo il crac del 2008, la Deutsche Bank si rifiuta ancora di imparare la lezione. Si è concentrata sul mondo parallelo dei derivati invece di tornare a finanziare l’economia reale. Il risultato è che il valore delle sue azioni è piombato dai 107 Euro del 2008 al livello abissale di 6 Euro oggi. E se la sua capitalizzazione di mercato è di soli 18 miliardi di Euro, ha una gigantesca bolla speculativa di 43.000 miliardi di valore nominale di contratti derivati(!).

I banchieri di Deutsche Bank avrebbero potuto impedire la caduta libera se avessero studiato le raccomandazioni fatte da Lyndon LaRouche nell’aprile 2016 per una riforma strutturale della banca, a partire dalla netta separazione tra attività ordinarie e speculative. Il suo approccio includeva interventi dello stato per consolidare la creazione di una nuova banca dedita all’emissione di crediti per progetti nell’economia reale, separando e congelando gli aggregati monetari sui libri contabili della banca per consentire uno scrutinio attento del valore reale da parte di un team di esperti indipendenti.

Invece, una settimana fa Deutsche Bank ha annunciato di aver stilato piani per la creazione di una “bad bank” che accolga titoli tossici per 50 miliardi di Euro nella forma di derivati a lungo termine. Si tratta di una tattica per rinviare la bancarotta. In realtà, essa renderà il disastro ancora peggiore, se gli investitori cadranno nella trappola facendo risalire il prezzo delle azioni. Verrà perso altro tempo che potrebbe essere usato per una seria ristrutturazione.

Come ha sottolineato l’economista tedesco Marc Friedrich, se crolla Deutsche Bank, il crac di Lehman Brothers sembrerà un gioco da ragazzi.

A questo punto la banca è “troppo grande per non fallire”. Deve uscire dalla fantasia speculativa, invece di cercare una “revisione” del suo business di US equity, che include il prime brokerage e i derivati azionari, e affrontare necessari licenziamenti nel Regno Unito, dove Deutsche Bank ha 8.500 dipendenti, e negli Stati Uniti, dove ne ha 10.000.

La direzione che Deutsche Bank dovrebbe prendere sarebbe quella di espandere gli accordi commerciali del tipo di quelli che ha già avviato per 3 miliardi di Euro con la China Construction Bank per il finanziamento di progetti che rientrano nella Nuova Via della Seta. Se i dirigenti di Deutsche Bank si atterranno invece all’approccio della “bad bank”, quando renderanno noto il loro piano alla fine di luglio, la banca potrà essere tranquillamente rinominata “Lemming Brothers”.

A Washington regnano due poteri

Come abbiamo scritto la scorsa settimana, il vertice del G20 previsto per il 28-29 giugno a Osaka potrebbe costituire un punto di svolta nella situazione strategica globale, allontanando il pericolo di guerra e favorendo l’avanzata del nuovo paradigma. Tra i più importanti appuntamenti vi saranno gli incontri ai margini fra Trump e Xi Jinping e possibilmente fra Trump e Putin.

Nelle settimane scorse, il “partito della guerra” transatlantico ha lanciato una provocazione dietro l’altra contro Russia, Cina e Iran. Come ha sottolineato Helga Zepp-LaRouche nella videoconferenza del 21 giugno, chiunque “non apra gli occhi e capisca che siamo sull’orlo della terza guerra mondiale non è nel mondo reale. Siamo più vicini alla terza guerra mondiale come mai nell’intero dopoguerra”.

Donald Trump è intervenuto all’ultimo momento per impedire un attacco aereo all’Iran, ma se l’attacco fosse avvenuto, come volevano i suoi consiglieri, “ci saremmo potuti trovare già avviati verso la terza guerra mondiale, e questa non è un’esagerazione”, ha dichiarato la presidente dello Schiller Institute.

L’episodio mostra che Trump si trova a combattere contro il partito della guerra nella sua stessa Amministrazione, rappresentato da John Bolton, Mike Pompeo e Mike Pence, confermando le rivelazioni del New York Times sui piani di guerra cibernetica contro la Russia.

La pubblicazione di quell’articolo era ovviamente mirata ad avvelenare ulteriormente i rapporti con la Russia e a sabotare un possibile incontro tra Trump e Putin al G20 di Osaka. Gli apparati di intelligence angloamericani hanno una lunga storia di uso di tattiche simili.

Tuttavia, il Presidente russo è pienamente consapevole della battaglia in corso a Washington. In un’intervista per l’emittente russa NTV il 23 giugno, egli ha ripetuto che desidera incontrare Trump per discutere di temi strategici, ma che alcune forze a Washington stanno bloccando questa possibilità. “Vediamo che il sistema è tale che molte cose che egli [Trump] vuole fare non si possono fare”, ha affermato.

Il tema era già emerso il 20 giugno in un colloquio con i giornalisti, nel quale Putin ha notato che “anche se il Presidente [Trump] vuole in qualche modo incontrarci a metà strada, vuole parlare di qualcosa, v’è una miriade di restrizioni dovute all’azione di altre istituzioni di governo. Ciò è specialmente vero ora, che il Presidente in carica dovrà tenere d’occhio le istanze della campagna elettorale già iniziata”.

È su questo sfondo che il vertice del G20 potrebbe dimostrarsi decisivo. È già in programma un vertice trilaterale tra Xi, Putin e il Premier indiano Modi. Sarebbe l’ideale se essi invitassero Trump a unirsi, in una discussione a quattro su come neutralizzare il partito della guerra e assicurare la pace con lo sviluppo economico e con la cooperazione win-win. In quel caso sarebbe un G20 che entrerebbe nella storia.

L’ex ministro della Giustizia americano Ramsey Clark: LaRouche fu vittima di gravi abusi giudiziari

Pubblichiamo la lettera dell’ex Ministro della Giustizia Ramsey Clark al Ministro della Giustizia Janet Reno trasmessa il 26 aprile 1995, che dimostra come quello contro LaRouche fu un processo motivato politicamente.

Egregio Ministro della Giustizia Reno,

sono stato avvocato difensore in questo processo dall’indomani della sentenza del gennaio 1990 a carico degli imputati e nel processo di appello e nelle successive mozioni e appelli nel procedimento previsto dall’art. 28 della Costituzione degli Stati Uniti, par. 2255 e dal F.R.Cr.P. Rule 33. Mi rivolgo direttamente a Lei, poiché credo esso implichi un ampio ventaglio di condotte malevole e abusi di potere, deliberati e sistematici, esercitati per un periodo di tempo e con sforzi di distruzione di un movimento politico e della sua guida, più estesi che in qualunque altro processo federale di cui sono a conoscenza. Tre tribunali hanno già condannato la condotta del Ministero in questa campagna persecutoria. Il risultato sono stati abusi giudiziari che, al momento, possono essere corretti soltanto tramite una revisione obiettiva e un’azione coraggiosa da parte del Ministero della Giustizia.

Come Lei ricorderà, nell’agosto 1993, un collega avvocato ed io richiedemmo una revisione del processo e lo stralcio o l’emendamento della decisione n. 792 del Ministero di sottoporre gli imputati alla commissione per la libertà condizionata. Entrambe le richieste furono respinte all’epoca, da Laurence A. Urgenson, sottosegretario al Ministero della Giustizia, il quale sostenne che la questione era stata lasciata al giudizio della Corte d’Appello del Quarto Distretto e che qualunque revisione direttoriale non dovesse interferire con la revisione giuridica.

L’appello è stato rifiutato e nessun’altra azione giudiziaria è in esame o prevista. Tutte le azioni tramite le quali chiediamo la revisione ebbero luogo sotto la precedente Amministrazione e il Sig. LaRouche e i suoi co-imputati sono in libertà vigilata oppure hanno concluso il proprio periodo di detenzione. Una revisione completa rimane tuttavia vitale, per via della gravità delle violazioni, dei precedenti che esse potrebbero avere sulla futura condotta del Ministero se non fossero affrontate, del prezzo di questa manifestazione di ingiustizia e del fatto che altri imputati giudicati dallo Stato delle Virginia, nell’operazione congiunta statale e federale, sono in carcere e stanno scontando sentenze draconiane, per le quali nutrono scarse speranze di essere rilasciati, a meno che non vengano riconosciuti gli abusi giudiziario commessi nei loro confronti ai diversi livelli governativi.

A causa della decennale vendetta contro di lui, sono anche preoccupato, in ragione degli eventi recenti che potrebbero minacciare l’azione della commissione sulla libertà vigilata, che questo possa mettere in discussione la libertà vigilata di LaRouche.

L’inchiesta che portò all’incriminazione di LaRouche et al. fu resa pubblica alla fine dell’ottobre 1984, quando il Ministro [della Giustizia] del Massachussetts William Weld tenne una conferenza stampa per annunciarne l’inizio, riferendosi alle accuse trasmesse dalla NBC TV di Boston. Nei fatti la persecuzione e le inchieste dei federali erano iniziate anni prima di questa accusa pubblica.

Il 6 ottobre 1986 le imputazioni furono presentate a Boston contro alcuni dirigenti del partito politico del Sig. LaRouche. Simultaneamente, fu condotta una perquisizione di due giorni, che coinvolse quattrocento agenti della pubblica sicurezza, degli uffici di diverse società associate al movimento politico dai quali furono sequestrati due milioni di documenti. L’indagine continuò e il Sig. LaRouche stesso fu infine imputato una seconda volta nel luglio 1987; il 4 maggio 1988 il processo fu annullato per vizio di forma. Durante il periodo intercorso William Weld era sottosegretario per la sezione penale, dove sovraintese alla prosecuzione ministeriale di Lyndon LaRouche.

Dopo l’annullamento del processo di Boston, con una decisione sulla mozione riguardante la scorrettezza procedurale, il giudice Robert Keeton rilevò per la prima volta il comportamento oltraggioso del governo. Anche se negò la revisione del processo, dichiarò che fossero state commesse “scorrettezze procedurali e istituzionali”. In un giudizio successivo al processo il giudice Keeton rilevò che l’agente dell’FBI Richard Egan aveva distrutto dei documenti in modo improprio e in “piena violazione” del diritto ad un equo processo in tribunale.

Nonostante il fatto che il processo di Boston fosse previsto per il 3 gennaio 1989, il Ministero della Giustizia decise di trovare una sede e una teoria legale più favorevoli, dunque frettolosamente passò a un’imputazione presso il Distretto orientale della Virginia il 14 ottobre 1988. Cinque settimane dopo il processo cominciava nel “frettoloso tribunale” di Alexandria, il 21 novembre 1988. Quattro settimane dopo tutti gli imputati, il Sig. LaRouche compreso, furono incarcerati. Il tribunale del Quarto Distretto negò l’appello e altri rimedi giudiziari. Durante l’inchiesta federale di Boston, il governo aveva cercato di infliggere sanzioni contro le società associate al movimento politico. Le sanzioni, che superavano i 20 milioni di dollari, furono la base sulla quale l’ufficio del Ministro per il Distretto orientale della Virginia impose senza precedenti e in modo illegittimo la bancarotta della società sanzionate nel 1987. Il Ministero non intendeva raccogliere denaro, ma far tacere voci e distruggere un movimento. Il governo, ex parte, cercò e ricevette un ordine di effettiva chiusura delle società editoriali, tutte oggetto del primo emendamento costituzionale, impedendo in modo efficace l’ulteriore solvibilità dei loro debiti. Una piccola posizione debitoria costituì la base di tutte le imputazioni in Virginia. Il tribunale fallimentare aveva reso impossibile il ripagamento del debito verso pochi creditori che avrebbero potuto protestare presso il governo. Quando il tribunale fallimentare sentenziò in modo definitivo nel 1989, dopo che gli imputati erano già stati incarcerati ad Alexandria, archiviò il caso. Il tribunale giunse alla conclusione che il governo avesse operato in “obiettiva mala fede” e con una “frode costruttiva della corte” sottoponendo un procedimento involontario. Le attività editoriali non furono mai riavviate.

Così, il governo creò un bacino di creditori che non poterono, per via legale, essere ripagati dai debitori, e da questo bacino scelsero un piccolo gruppo di creditori presentati al processo come vittime, chiedendo loro se fossero stati rimborsati. Dovettero ricorrere a questo stratagemma perché se fosse stato provato che il debito veniva ripagato non avrebbe avuto alcun senso istruire un processo. I pagamenti erano stati fatti fino al momento della bancarotta forzata, ma furono resi impossibili successivamente, con la chiara intenzione di far procedere l’accusa penale, come in seguito dimostrarono i documenti resi pubblici grazie al Freedom of Information Act e dalle dichiarazioni rese dal sottosegretario John Markham.

Il 18 febbraio 1995 su rilevata la terza grave scorrettezza procedurale da parte del giudice della corte suprema di New York, che emise una sentenza sulle violazioni commesse da Brady e Rosario durante un processo correlato. Dopo una “udienza per indagare sui rapporti e l’estensione della cooperazione tra la pubblica accusa federale in Virginia e la pubblica accusa a New York…”, il tribunale rimandò a un nuovo processo, ritenendo che:

Tutte le dette circostanze suggeriscono uno sforzo meticoloso e calcolato dell’uso contro gli imputati di enormi quantità di informazioni che la pubblica accusa [federale] in Virginia aveva reso disponibili al Ministro della Giustizia di New York senza l’onere di rivelare prove scagionanti o altre informazioni pertinenti che la pubblica accusa di New York ha l’obbligo di mettere a disposizione della difesa. Queste circostanze fanno pensare a un’inferenza di congiura per colpire gli imputati a qualunque costo sia qui sia in Virginia.

Processo n. 8654/87, Popolo contro Robert Primack et al., della corte suprema di New York, Contea di New York, Parte 81/83, opinione di Crane, J., 2/16/95.

Il giudice di New York Crane giudicò anche la veridicità delle testimonianze dell’agente speciale dell’FBI Klund, un agente coinvolto nelle indagini su LaRouche:

… la corte respinge la spiegazione dell’agente Klund che la sua tabella fu distrutta dalla fotocopiatrice. La corte trova dolorosamente ovvio che… la sua speculazione sotto testimonianza mirava a proteggere il segreto di questi resoconti [delle dichiarazioni di 302 testimoni fatte all’FBI].

In connessione con la mozione 2255 degli imputati nel Distretto orientale della Virginia, sei volumi di nuove prove furono aggiunti in appendice. Questi materiali comprendevano 83 indizi, scoperti dopo il processo, relativi agli abusi giudiziari commessi dal governo. Questo materiale, che non è mai stato passato in serio esame, rivela una serie di scorrettezze procedurali, tre le quali:

* falsificazione di fatti materiali [eviolazioni di Brady da parte della pubblica accusa;

* occultamento alla pubblica accusa di materiale rilevante da parte dell’FBI per impedirne la scoperta;

* perquisizioni e sequestri illegittimi da parte degli agenti governativi;

* corruzione e condono dello spergiuro;

* manomissione di testimonianze; mancanza di rispetto di promesse, premi e inviti allo spergiuro nei confronti dei teste

* uso improprio di materie civili per portare avanti un processo penale;

* negazione dell’esistenza di un dossier dell’FBI su Lyndon LaRouche e mancata trasmissione ex ordine esecutivo 12333 del dossier stesso;

* creazione di una campagna mediatica avversa tramite fughe di notizie e commenti non attribuiti [ai responsabili].

In breve, ciò dimostra la presenza di una congiura pervasiva e di un’azione concertata atta a ottenere quel che il giudice Crane rilevò, “colpire gli imputati a qualunque costo”, e quindi di insabbiare le prove scagionanti. Il fatto della motivazione politica in questa congiura è dimostrato in particolare da ciò che rivela la collaborazione tra il governo e gli antagonisti dichiarati di LaRouche e del suo movimento.

Questi materiali, uniti alle prove precedentemente disponibili degli abusi giudiziari, alle scoperte più recenti, alle sentenze giudiziarie sulle scorrettezze procedurali ed alla strabordante manifestazione di ingiustizia rendono indispensabile una revisione del processo, non soltanto per gli imputati, ma anche per il Ministero della Giustizia e per il pubblico.

Poiché Lei conosce meglio di tutti quale ufficio del Ministero possa condurre una revisione efficace, credo [di poter indicare] che esso dovrebbe essere un ufficio con la piena autorità ministeriale e che la Sezione penale sia inappropriata per via del suo coinvolgimento nel processo in tutti questi anni.

Presento questo caso a Lei direttamente non soltanto quale avvocato dei miei clienti, che credo siano vittime di un rozzo abuso di potere giudiziario da parte del governo, ma anche nella convinzione che rimediare a tali storture sia essenziale per la giustizia e per la fiducia nella nostre istituzioni. Vorrei discutere della questione con Lei. In quel momento porterei a Lei e all’ufficio da Lei designato i documenti a sostegno delle affermazioni contenute in questa lettera. Chiamerò il Suo ufficio per un appuntamento.

In fede,

Ramsey Clark

(Foto: Ramsey Clark col Presidente Johnson)

Un documentario sulla riabilitazione di LaRouche e l’urgenza delle sue idee per uscire dalla crisi

In tutta la sua vita, l’economista americano Lyndon LaRouche si è battuto per un nuovo ordine economico mondiale più giusto, per combattere il sottosviluppo, per porre fine allo sfruttamento coloniale in Africa e nel terzo mondo, per combattere la degradazione economica e culturale. Le sue proposte in politica economica, tra cui il ripristino della legge Glass-Steagall, le 4 leggi di LaRouche e la Nuova Via della Seta, sono oggi al centro del dibattito in molti paesi, tra cui l’Italia. Per questo motivo nel 1986 fu incarcerato per le sue idee dagli stessi interessi finanziari anglo-americani che oggi tentano un golpe contro il Presidente degli Stati Uniti, tra cui l’inquirente speciale Robert Mueller.

Il documentario che pubblichiamo dimostra che si trattò di un processo politicamente motivato, e include le testimonianze dell’ex ministro della Giustizia americano Ramsey Clark, di sua moglie Helga Zepp-LaRouche e di altre personalità famose che nel 1995 chiesero la sua liberazione in tutto il mondo. Ti chiediamo di diffondere questo documentario per chiedere la riabilitazione di LaRouche.

Ti chiediamo inoltre di sottoscrivere le seguenti petizioni per la riabilitazione di LaRouche, la prima sul sito LPAC, la seconda è una lettera di Liliana Gorini, presidente di MoviSol, al Presidente Trump in cui si chiede la riabilitazione di LaRouche, e può essere sottoscritta inviando il seguente messaggio a movisol2@libero.it “sottoscrivo la petizione per la riabilitazione di LaRouche”.
Petizione per chiedere al Presidente Trump che LaRouche venga scagionato!
MoviSol scrive al Presidente Trump per chiedere la riabilitazione di LaRouche

Una pericolosa provocazione rischia di impedire il dialogo con l’Iran

Gli attacchi a due petroliere nel Golfo di Oman vicino allo stretto di Hormuz il 13 giugno, seguìti dagli attacchi contro quattro petroliere il 14 maggio, portano le impronte di una provocazione militare e di intelligence destinata a provocare una crisi e dare la colpa all’Iran. Forze navali britanniche, americane, saudite e degli emirati sono state dispiegate nell’area e sono capaci di mettere in scena una provocazione simile contro la Repubblica Islamica, che è stata privata delle vendite di petrolio. I leader iraniani e la Guardia Rivoluzionaria hanno minacciato che, in caso di embargo totale delle esportazioni di petrolio, a nessun altro verrà concesso di esportare petrolio dalla regione. Questa viene citata da ambienti neo-conservatori come una dichiarazione di intenti di attaccare le petroliere di altri Paesi.

Tuttavia, sembra che il Presidente Trump, fino a pochi minuti prima degli attacchi, avesse in mente qualcosa di diverso da una guerra. In effetti, il suo alleato, il Premier giapponese Shinzo Abe (nella foto con Putin), che aveva giocato a golf con Trump solo una settimana prima, si stava preparando proprio quella mattina del 13 giugno in cui si sono verificati gli attacchi a due petroliere, una delle quali giapponese, a incontrare la Guida Suprema iraniana Ayatollah Khamenei a Teheran per portargli un messaggio conciliatorio da Trump. Il tempismo degli attacchi indica chiaramente che si trattava di una provocazione.

Nel giro di poche ore il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha tenuto una conferenza per la stampa per afferma che è “valutazione del governo americano” che l’Iran sia responsabile degli attacchi. Questo, prima che venisse condotta un’inchiesta e mentre i marinai delle navi erano appena stati evacuati dalle petroliere. Il funzionario e veterano di intelligence, il colonnello in congedo Pat Lang, ha risposto a questa affermazione nel suo blog “Sic Semper Tyrannis” col titolo “Una valutazione del governo americano, non una valutazione di intelligence?”. Dopo l’imbroglio della “valutazione del governo” sul presunto attacco chimico dell’esercito siriano a Ghuta nel 2013, si chiede “quante agenzie della comunità di intelligence americana” abbiano contribuito a tale giudizio.

In effetti, così come non aveva alcun senso che il Presidente siriano Assad colpisse “col gas donne e bambini” a Ghuta mentre il mondo stava a guardare, anche Teheran non ha alcun interesse nel dimostrare al mondo (attaccando delle petroliere) che i neo-conservatori, Israele e i sauditi avevano ragione con le loro accuse sulla natura bellicosa e terrorista dell’Iran.

Helga Zepp-LaRouche alla CGTN: l’Italia ha indicato la strada all’UE

La fondatrice dello Schiller Institute, Helga Zepp-LaRouche (nella foto durante un recente convegno in Cina), e il direttore dell’EIR a Washington, William Jones, sono stati ospiti del noto giornalista Yang Rui per la puntata del 13 giugno della nota trasmissione “Dialogo” trasmessa in prima serata sul canale cinese in lingua inglese CGTN (China Global Television Network). L’intervista, durata 25 minuti, è andata in onda con il titolo “Occasioni e rischi della Belt and Road Initiative” (vedi intervista sotto).

La prima domanda di Yang rivolta a Zepp-LaRouche ha riguardato la decisione italiana di aderire alla BRI, potendo provocare un “effetto domino” tra gli altri membri dell’UE, analogamente a quanto accadde quando Londra aderì alla Banca per gli Investimenti Infrastrutturali in Asia (BAII/AIIB), seguita prontamente da tutti gli altri.

“Ritengo che il Memorandum d’intesa firmato da Italia e Cina possa essere il modello per i rapporti di tutti i Paesi europei con la Cina, non solo a livello bilaterale, ma anche, per esempio, in una missione congiunta per sviluppare il continente africano. L’Africa avrà 2,5 miliardi di abitanti nel 2050; o gli europei si uniscono alla Cina e ad altre nazioni per industrializzare il continente africano, o si sarà la più grande crisi migratoria della storia. Il governo italiano, per bocca del Primo ministro Conte, ha già affermato che l’Italia vuole assumere la leadership e condurre gli europei a cooperare con la BRI. La buona notizia è che, contrariamente a ciò che qualcuno pensa, Conte ha anche un buon rapporto con il Presidente Trump”.

“Perciò penso che la questione strategica numero uno sia come portare lo sviluppo a molte nazioni nel mondo, convincendo gli Stati Uniti ad aderire; perché, se non lo facciamo v’è il rischio della cosiddetta ‘trappola di Tucidide’. Ma penso che il governo italiano svolga un ruolo molto costruttivo su questi temi”.

A un certo punto, Yang ha chiesto a Jones se l’opposizione dell’UE alla BRI sia dovuta a una presunta mancanza di trasparenza. Jones ha risposto che la polemica è una “tempesta in un bicchiere. La BRI è trasparente verso coloro che ricevono gli investimenti e che ne traggono beneficio”. Tuttavia, la BRI “rappresenta una rottura con la politica dell’UE che vincola gli investimenti a precise condizioni”. La Cina è intenta a costruire infrastrutture senza imporre condizioni non necessarie e senza interferire con i sistemi politici degli altri Paesi. “L’obiettivo è migliorare la vita dei popoli e i popoli lo vedono sul terreno. Le obiezioni sollevate sulla cosiddetta ‘trasparenza’ sono a mio parere un tentativo di fermare l’abbrivio dell’iniziativa”.

Helga Zepp-LaRouche sul China Daily: gli Stati Uniti aderiscano alla Nuova Via della Seta

La fondatrice e presidente dello Schiller Institute esprime l’urgenza che “gli Stati Uniti si uniscano alla Belt and Road Initiative durante il Forum che ha illustrato i principî e gli scopi della proposta di sviluppo globale formulata dalla Cina”, riferiva ieri il China Daily.

Il quotidiano cinese in lingua inglese cita alcuni passi dal messaggio teletrasmesso di Helga Zepp-LaRouche al Forum di Glendale sul tema “La Belt and Road Initiative della Cina – Un’occasione storica per gli Stati Uniti”.

“Vogliamo cooperare con la Belt and Road Initiative, ed insistiamo con veemenza affinché gli Stati Uniti vi prendano parte”, ha dichiarato Helga Zepp-LaRouche ai partecipanti, tra i quali diplomatici cinesi, belgi e kenioti e rappresentanti di enti locali americani.

“Helga Zepp-LaRouche ha lodato gli sforzi della Cina”, ha aggiunto il China Daily, “di riforma e di apertura, che sostiene abbiano non soltanto trasformato la Cina dal punto di vista economico, ma anche permesso alla Cina di soccorrere altri Paesi nel superamento del sottosviluppo e della povertà. ‘L’Occidente non dovrebbe prendersela per questo, poiché avrebbe potuto fare altrettanto. Perché gli Stati Uniti e l’Europa non hanno sviluppato l’Africa, l’America Latina e gran parte dell’Asia?’, ha chiesto”.

Il quotidiano cinese riferisce inoltre che nella sua presentazione sulla BRI, il viceconsole generale cinese a Los Angeles, Shi Yuanqiang, ha affermato che, mentre gli Stati Uniti quest’anno non hanno inviato propri rappresentanti al secondo Forum della Belt and Road Initiative per la Cooperazione Internazionale, erano presenti i rappresentanti dell’ambasciata americana in Cina e, “infatti, gli Stati Uniti hanno avuto il più ampio gruppo di delegati, tra le nazioni presenti al secondo forum”.

Shi ha indicato con enfasi le innumerevoli occasioni che i progetti della BRI mettono a disposizione delle società americane.

Anche un sito americano in lingua cinese ha pubblicato un resoconto più esteso del forum di Los Angeles, includendo fotografie di relatori e pubblico.

Tra i venti crescenti di guerra

Il vertice del G20 che si terrà il 28-29 giugno in Giappone rappresenterà ancora una potenziale svolta, come risultato degli incontri tra Trump, Xi e Putin. In preparazione del vertice v’è stata una grande attività diplomatica in Asia, mirata a rafforzare la cooperazione economica e di sicurezza. A Bishkek, in Kirghizistan, si è tenuto il 12-13 giugno il vertice della Shanghai Cooperation Organization (SCO) a livello di capi di stato e di governo (Cina, India, Kazakistan, Kirghizistan, Pakistan, Russia, Tagikistan, Uzbekistan, con l’Iran come mero osservatore). Al vertice della SCO ha fatto séguito la Conferenza sull’Interazione e sulle Misure di Costruzione della Fiducia in Asia a Dushambe (Tagikistan) dal 14 al 15 giugno, alla quale hanno partecipato 27 stati membri in rappresentanza del 90% della popolazione asiatica.

Al vertice della SCO il Ministro indiano degli Esteri ha annunciato che a Osaka si avrà un incontro trilaterale tra Xi Jinping, Putin e Narendra Modi. Attorno a un tavolo siederanno i leader di tre delle quattro potenze la cui alleanza Lyndon LaRouche sempre auspicò. Mancheranno gli Stati Uniti, attraversati da uno scontro per il potere.

Alla complessa situazione negli Stati Uniti, cui si è riferito lo stesso Putin, a Bishkek, dichiarando solennemente di non poter dire alcunché di positivo “sui nostri rapporti con gli Stati Uniti. Essi infatti si stanno deteriorando, peggiorando di ora in ora”. I leader russi sono preoccupati del crescente pericolo di un conflitto e hanno espresso i loro timori in numerose dichiarazioni nelle scorse settimane.

È certamente vero che gli ambienti neo-conservatori angloamericani sono in piena mobilitazione per impedire il progresso nella cooperazione tra Cina, Russia, India e Stati Uniti. In questo contesto, il New York Times ha sostenuto in un articolo del 15 giugno che il Cyber Command del Pentagono avrebbe incrementato la capacità di attacchi cibernetici contro la rete elettrica e altre infrastrutture russe. L’articolo cita funzionari del governo americano secondo i quali Trump non sarebbe stato informato del potenziamento di tali capacità offensive. Trump ha reagito con dei tweet dichiarando che la notizia è falsa e accusando il New York Times di sovversione.

Inoltre, secondo quanto riferiscono il Guardian e la BBC, il Regno Unito pianifica di dispiegare nuovamente le proprie forze speciali in azioni mirate contro la Russia, per contrastare le presunte attività “ostili” di Mosca in Africa e altrove. Pronta la nuova dottrina giustificativa, accennata dal capo di stato maggiore britannico, Carleton-Smith, il quale ha dichiarato che non è più possibile distinguere chiaramente tra guerra e pace a causa delle possibilità offerte dalla cibernetica e dalla disinformazione.

Tutto ciò è ben lontano dal desiderio di cooperazione e dalla stabilità espressi all’ordine del giorno nelle conferenze asiatiche. Fortunatamente, però, i leader mondiali – in primo luogo quelli di Russia, Cina e India – distinguono tra le posizioni espresse da Trump personalmente e le provocazioni provenienti dagli altri membri della sua Amministrazione, e in particolare quelle del consigliere per la sicurezza John Bolton, del Segretario di Stato Mike Pompeo (nella foto con Putin) e del Vicepresidente Mike Pence.

Tuttavia, alla frase sopra riportata Putin ha aggiunto di sperare che “alla fine trionferà il buon senso” e sarà possibile “giungere al prossimo G20 a qualche soluzione costruttiva” con tutti i partner, compresi gli Stati Uniti.

Italia: i “minibot” non sono una moneta parallela, ma potrebbero diventarlo

Dietro l’ondata di isteria scatenata sui media europei, nelle cancellerie e nelle istituzioni dell’UE dalla proposta di emettere i “minibot” si cela il timore non tanto che l’Italia emetta moneta o debito (categorie aristoteliche che sembra tolgano il sonno a Mario Draghi), ma che il nostro Paese si attrezzi per parare eventuali ricatti della BCE.

I fautori dei “minibot”, tra cui Claudio Borghi, Antonio Maria Rinaldi (nella foto) e Nino Galloni, hanno esaurientemente spiegato che essi non sono né moneta né debito. Per essere moneta, dovrebbero avere corso forzoso, cosa che non hanno. Per essere debito, dovrebbero avere una rendita e una scadenza, cosa che non hanno. I “minibot” sarebbero offerti volontariamente ai creditori dello Stato. Come ha spiegato Antonio Maria Rinaldi in un’intervista con Luca Telese, “è molto semplice, è una partita di giro. Io ho un credito di 10 mila euro. Lo Stato mi dà un buono da 10 mila euro. E io con quello pago le tasse per 10 mila euro. È una cosa civile”.

Tuttavia, gli ideatori dei “minibot” sperano anche che una parte possa essere accettata dai commercianti, dando uno stimolo marginale ma importante alla domanda.

V’è però un altro aspetto di non secondaria importanza. Se il negoziato con la Commissione dell’UE dovesse prendere una brutta piega e si dovesse giungere a una crisi simile a quella del 2011, l’Italia disporrebbe di un potenziale strumento per disinnescare l’arma più temibile dell’avversario, e cioè il taglio della liquidità di emergenza della BCE alle banche. È quanto fece Draghi nel 2015 per spezzare le reni alla Grecia e costringerla ad accettare la Troika. Se guerra fosse, piuttosto che arrendersi l’Italia potrebbe convertire i “minibot” in una vera moneta parallela a corso forzoso e rifornirne le banche.

Al momento è difficile prevedere quale sarà l’esito del negoziato. La commissione uscente ha minacciato la procedura di infrazione, ma si tratta appunto di una commissione in scadenza. Nell’intervista summenzionata, Rinaldi ha spiegato con immagini colorite “che noi non polemizziamo con chi ha gli scatoloni di cartone in mano”. E ha aggiunto: “L’Italia ha bisogno di ripartire con la crescita, non di proseguire con l’austerity. Non importa l’entità del debito, conta il nostro rapporto con il PIL. E noi dobbiamo aumentare il PIL. Per farlo occorrono investimenti, e dunque spesa. Più facile di così!”

Rinaldi ha giustamente fatto notare che nel dibattito europeo aleggia un convitato di pietra: la prossima grande crisi finanziaria. “Quando scoppiò la bolla dei subprime”, ha fatto notare, “nel mondo c’erano 4.800 miliardi di titoli spazzatura”. Oggi “ce ne sono il doppio, 9.600. Questo è un indice reale del fallimento delle politiche comunitarie. Hanno messo la museruola agli Stati, ma la finanza fa quello che vuole”.

Gli stessi temi sono stati affrontati in una sede più solenne dal prof. Paolo Savona alla sua prima uscita da Presidente della Consob. In una lunga e dotta prolusione, Savona ha ricordato che, dopo la crisi del 2008, nulla è stato fatto per risolvere la crisi finanziaria e, in particolare, il problema del debito dei derivati, e ha polemizzato con chi considera il debito pubblico italiano insostenibile.

Citando l’esempio del Giappone, che ha oltre il 200% di debito sul PIL, Savona ha spiegato che non esiste una quota assoluta di insostenibilità, e che questa dipende esclusivamente dalla crescita o dalla mancata crescita del PIL. Al proposito, ha caldeggiato uno shock di investimenti pubblici per 20 miliardi per riavviare l’economia italiana.

Mentre aumenta il pericolo di guerra, le idee di Lyndon LaRouche sono più necessarie che mai

La commemorazione della vita creativa di LaRouche che si è tenuta a New York il 7 giugno ha avuto un forte impatto sui partecipanti, rendendo visibile a tutti l’enorme portata dei contributi dati dall’economista e scienziato americano mancato lo scorso febbraio. Come ha dichiarato Helga Zepp-LaRouche nella videoconferenza di questa settimana, la maggior parte delle persone vive la propria vita giorno dopo giorno, mentre LaRouche li sfidava a pensare ai prossimi 50 anni o 100 anni a venire. Il Nuovo Paradigma che sta emergendo fu proposto da LaRouche decenni fa, ed egli dedicò la sua vita a realizzare questa visione del futuro.

Oggi Putin ha parlato della crisi strategica in corso, e del fatto che i rapporti tra Russia e Stati Uniti stanno deteriorando, anche se per il Presidente Trump è ancora possibile sviluppare “ottimi rapporti” con Russia e Cina. Lo ha ribadito anche Putin parlando al Forum di San Pietroburgo ed a Bisket. Ma l’impero britannico continua la sua spinta per la guerra, come dimostrano le ultime false notizie sull’Iran.

La signora LaRouche invita i nostri lettori a seguire con attenzione il video della commemorazione (qui sotto), che include numerosi interventi di LaRouche e contributi musicali di grande valore artistico. Le soluzioni alla crisi esistono, a patto che vengano realizzate le proposte di LaRouche, tra cui le sue quattro leggi (prima tra tutte la legge Glass-Steagall).

Donald Trump e il suo rapporto “non tanto speciale” con i britannici

Col Presidente Trump che chiede un’inchiesta approfondita sugli istigatori del tentato golpe contro di lui, aumenta l’attenzione sul ruolo dei britannici nel lanciare il Russiagate. In questo contesto, non sorprende che sia stato intrapreso un immane sforzo di relazioni pubbliche, a cominciare dalla Regina d’Inghilterra, per convincere il Presidente americano che il cosiddetto “rapporto speciale” tra Stati Uniti e Regno Unito sia ancora molto forte. Questo spiega lo sfarzo, la pompa e il clima di circostanza che hanno caratterizzato la visita di Trump a Londra la scorsa settimana.

Ma non bisogna farsi trarre in inganno dai commenti dello stesso Trump, che ha lodato il “legame unico” tra l’America e la Gran Bretagna. Mentre esprimeva ammirazione per la regina e rispondeva con cautela a una lunga lezione del principe Carlo sul “riscaldamento globale”, la sua concentrazione sul ruolo britannico nel tentato golpe continuava a provocare grande nervosismo a Londra.

L’8 maggio Trump ha pubblicato un tweet sull’ex agente dell’MI6 (nella foto la sede dell’MI6 a Londra) che ha compilato l’ormai infame dossier antri-Trump: “Questa spia britannica, Christopher Steele, ha tentato in tutti i modi di rendere pubblico il suo falso dossier prima delle elezioni. Come mai?”. Il tweet si riferisce al memorandum di un’ex funzionaria del Dipartimento di Stato, Kathleen Kevelac, che scredita Steele e il suo dossier, e che è stato desegretato di recente. Il promemoria fu consegnato ad alti dirigenti dell’FBI dieci giorni prima che lo usassero per ottenere un mandato di intercettazione contro Trump dal tribunale apposito. Ciò non solo ha dimostrato l’intento criminale dell’ex direttore dell’FBI Comey, ma pone Steele al centro della congiura criminale per ribaltare l’esito delle elezioni presidenziali americane.

Il 5 giugno, durante la visita di Trump, il Times ha pubblicato un articolo intitolato “Christopher Steele: un agente dell’MI6 dovrà rispondere a domande sul dossier Trump-Russia”. L’articolo riferisce che Steele ha finalmente accettato di testimoniare, a certe condizioni, sul suo rapporto con l’FBI. Indica inoltre che il governo inglese ora disconosce il suo rapporto con l’ex agente dell’MI6, citando un “alto funzionario” che sostiene che il governo non sarebbe stato coinvolto nella decisione “in quanto essa riguarda questioni sorte molti anni dopo che aveva lasciato il suo impiego nel governo”.

Simili sofismi probabilmente non fermeranno la squadra del Ministro della Giustizia americano William Barr, che interrogherà Steele e che esaminerà altre piste, per esempio quella del coordinamento tra il GCHQ britannico (equivalente alla NSA americana) e l’ex direttore della CIA John Brennan, nel lanciare il Russiagate mesi prima che venisse diffuso il dossier di Steele; il ruolo del cosiddetto spionaggio “a cinque occhi” (UK, USA, Canada, Australia e Nuova Zelanda); il coordinamento tra l’MI6 e l’FBI nell’impiego di agenti congiunti, quali Josef Mifsud, Stephan Halper ed Alexander Downer, per mettere in moto la menzogna delle interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016.

Prima della partenza di Trump, il congressista repubblicano Nunes ha suggerito formalmente di chiedere alla Premier May se il governo britannico fosse consapevole di questo, e abbia partecipato all’attività di sorveglianza contro l’organizzazione elettorale di Trump. Non è dato sapere se Trump abbia dato seguito alla richiesta. Ma una indicazione che il Presidente americano non sia poi così convinto del “rapporto speciale” tanto citato da Winston Churchill, è stata la preghiera del Presidente Franklin Delano Roosevelt il giorno dello sbarco in Normandia, letta da Trump nell’occasione della commemorazione del D-Day. Tutti sanno che Roosevelt aveva un pessimo rapporto con Churchill, quando i due erano alleati durante la seconda guerra mondiale, e che ripeté più volte che gli Stati Uniti non avrebbero sostenuto il ripristino dell’Impero britannico dopo la guerra.

E’ pensabile un ritorno all’energia nucleare in Germania?

In Germania è iniziata una discussione sulla necessità del ritorno al nucleare, anche se dal punto di vista pragmatico e limitato al raggiungimento degli “obiettivi climatici” stabiliti. Ciononostante è stata rotta la censura, che dura da otto anni, sul dibattito nucleare, e giusto in tempo, visto che le centrali nucleari dovrebbero essere chiuse entro la fine del 2021.

La strategia energetica del governo è stata criticata da Wolfgang Reitzle, dirigente della società Linde, che produce gas industriali. In un’intervista dell’8 maggio, Reitzle ha dichiarato: “Qui, sotto l’impatto del danno causato dallo tsunami alla centrale nucleare di Fukushima, che era a 9000 chilometri di distanza, è stata presa una decisione epocale con uno schiocco di dita, senza alcuna analisi basata sui fatti o valutazione del contesto. In Germania sono andati a ruba i contatori Geiger, anche se a Tokio, vicina a Fukushima, non era stato registrato alcun aumento della radioattività”.

Oggi, in certi giorni, l’elettricità viene importata dai Paesi vicini, nota Reitzle, e la Germania è circondata da centrali nucleari che sono meno sicure di quelle teutoniche. La sicurezza della popolazione non è certo stata migliorata con questo. La sua conclusione: “Il nucleare dovrebbe rimanere una componente della nostra politica energetica, in quanto è l’unica fonte di energia che possa fornire il carico di base, costa poco e non produce CO2”.

Il 4 giugno il periodico Bild ha pubblicato un’intervista esclusiva all’84enne Reinhold Wuerth, eminenza grigia della cultura imprenditoriale tedesca, che fa osservazioni simili a quelle di Reitzle. Poi, nel contesto di numerosi congressi nazionali di associazioni imprenditoriali e industriali tenutisi a Berlino la scorsa settimana, lo stesso tabloid pubblica altri commenti favorevoli all’energia nucleare. L’AD di Volkswagen Herbert Diess chiede l’uscita dal carbone, ma non dal nucleare: “Se riteniamo importante la tutela del clima, le centrali nucleari dovrebbero restare operative per periodi più lunghi”, dice.

L’esperto di energia della CDU Klaus-Peter Willsch aggiunge: “Se si è per la riduzione delle emissioni di CO2, non si può fare a meno del nucleare. In termini di tutela del clima, l’energia nucleare è il modo più pulito per produrre energia. Perfino Greta l’ha capito, anche se poi è stata redarguita dalla manager della sua campagna”. Willsch si riferiva all’adolescente svedese Greta Thunberg, la nuova star delle proteste internazionali sul clima tra i giovanissimi, che alcune settimane fa scrisse che l’energia nucleare potrebbe contribuire alla tutela del clima.

Il dibattito in Germania è ancora alle fasi iniziali, ma potrebbe prendere vigore. Si dovrà affrontare il semplice fatto che anche se le sette centrali nucleari esistenti continuassero a operare oltre il 2021, l’uscita dal carbone renderebbe urgente la costruzione di altri impianti nucleari per soddisfare la domanda di energia. E per farlo occorre un programma d’urto, quasi impensabile nella Germania odierna, con le procedure burocratiche eccessive che proibiscono grossi progetti infrastrutturali per motivi ambientali o finanziari.

Il G20 e il potenziale di superare guerre commerciali e guerre fredde

Tra poco più di due settimane, i leader delle venti principali economie mondiali si riuniranno a Osaka per un G20 che potrebbe rivelarsi un punto di svolta decisivo verso il Nuovo Paradigma della cooperazione win-win nelle relazioni internazionali.

Molto dipenderà dalle politiche del Presidente statunitense, che ha già indicato che sfrutterà l’occasione per incontrare il Presidente cinese Xi Jinping e il Premier indiano Narendra Modi e, finalmente, anche il Presidente russo Vladimir Putin. Si tratta della combinazione delle “quattro potenze” che Lyndon LaRouche molti anni fa indicò come necessaria per superare la geopolitica e introdurre un nuovo ordine mondiale.

Tuttavia, i pericoli rimangono acuti, come ha sottolineato Putin il 6 giugno, parlando ai rappresentanti delle principali agenzie stampa del mondo. Riferendosi alla violazione del trattato INF da parte degli Stati Uniti, ha ammonito: “Pretendono tutti di essere sordi, ciechi o dislessici. Dobbiamo reagire a questo, non vi sembra?” Ciononostante Putin a chiesto dialogo e cooperazione tra le potenze nucleari, aggiungendo che “l’ultima conversazione che ho avuto col Presidente Trump, devo dire, ispira un cauto ottimismo, perché Donald mi ha detto che anche lui è preoccupato da ciò”.

Similmente, in Cina il governo tenta di spostare su un piano costruttivo il confronto con gli Stati Uniti su commercio ed economia, non rinunciando a sviluppare la propria capacità scientifica e tecnologica sovrana, che per Pechino “non è negoziabile”. Ma governo e vertici politici cinesi discutono apertamente anche di che cosa fare nella peggiore delle ipotesi e si preparano a questa eventualità.

Il 9 giugno il ministro del Tesoro americano Steven Mnuchin ha commentato in un’intervista per la CNBC che il futuro dei colloqui dipenderà in gran parte dall’esito di quello fra Trump e Xi ai margini del G20, poiché i due hanno sviluppato “un rapporto molto stretto”. Mnuchin ha anche indicato che i negoziati commerciali sono separati dalla disputa sulla società cinese Huawei, che è legata a temi di sicurezza nazionale. A suo parere, Trump potrebbe accettare un compromesso sulla Huawei se la Cina offrisse garanzie sufficienti. Ma per questo, aggiungiamo noi, dovrebbe affrontare duramente i neocon in patria.

Di fatto, le sanzioni sui componenti della Huawei non reggeranno, dati i vantaggi enormi della tecnologia G5 sviluppata dalla Cina. Il 6 giugno sono state concesse le prime licenze per uso commerciale a tre operatori cinesi delle telecomunicazioni. Durante la visita di Xi a Mosca, inoltre, il gigante high-tech cinese ha firmato un contratto con l’impresa di telecomunicazioni russa MTS per sviluppare una rete G5 in Russia. Alla fine di maggio la Huawei aveva firmato un accordo con l’Unione Africana sulle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni, sfoderando il 5G.

De Gasperis (OBOR) sull’effetto stabilizzante della Nuova Via della Seta

Il dott. Michele de Gasperis (foto), presidente dell’Istituto Italiano OBOR (One Belt One Road) ha sottolineato in un’intervista esclusiva all’EIR l’effetto strategico stabilizzatore della Belt and Road Initiative (Nuova Via della Seta) e ha confutato le accuse alla Cina di “diplomazia del debito”.

De Gasperis, che ha organizzato una riuscita Esposizione OBOR alla Fiera di Roma dal 15 al 17 maggio, sostiene tra l’altro che “Il concetto di ‘diplomazia del debito’ è generalmente esposto in maniera completamente distorta, o meglio è un argomento di quelle classi dirigenti senza competenza che vanno a sottoscrivere un debito, molto spesso, superiore alla propria effettiva capacità di restituzione, lasciando l’onere della restituzione stessa al governo che gli andrà a succedere. In questo scenario fatico a individuare la colpa del creditore, di chi concede il debito, ma vedo invece come detto l’incapacità gestionale di chi il debito lo sottoscrive. Si torna quindi al problema della conoscenza: il nostro Istituto ha un Centro Studi attivo proprio per fornire questi strumenti per le PMI, ma è a disposizione anche delle Istituzioni interessate”.

Alla domanda se fosse d’accordo con Helga Zepp-LaRouche, quando la presidente dello Schiller Institute sostiene che la BRI sia un fattore politicamente stabilizzante della situazione strategica, un “Nuovo Paradigma”, De Gesperis ha risposto: “Sono d’accordo, poiché a mio modo di vedere la BRI, prima ancora di essere un sistema di cooperazione economica, è un sistema di cooperazione culturale e di pacificazione tra i popoli. Personalmente ho partecipato a molti incontri con colleghi di altri Paesi coinvolti nel programma, e posso testimoniare che l’abbattimento delle barriere culturali e il favorire la reciproca conoscenza sono stati grandi facilitatori delle attività imprenditoriali. Come sempre accade i popoli anticipano le scelte dei Governi, e a prescindere dalle convenienze politiche del momento in realtà le persone, la cultura e l’economia già si sono mossi. Molte cose tra Italia e Cina si erano messe in moto ben prima – anche in maniera inconsapevole – della pubblicità che il programma ha avuto in Italia negli ultimi mesi, a ulteriore riprova dell’esigenza della promozione e di conoscere meglio il progetto”.

De Gasperis ha anche auspicato una collaborazione con iniziative filo-BRI in altri Paesi europei. “La nostra missione – afferma – è sostenere e salvaguardare il sistema produttivo nazionale italiano, ma sappiamo anche che è solamente unendo le forze con altri Paesi che possiamo avere delle ricadute positive in termini generali”. L’intervista completa è stata pubblicata sul numero 23 del settimanale in lingua inglese Executive Intelligence Review.



L’intervista in inglese sulla rivista Executive Intelligence Review

Si prepara lo scontro tra la Commissione UE e l’Italia

Come previsto, la Commissione UE ha rilevato che deficit e debito dell’Italia saranno superiori alle quote programmate per il 2019 e per il 2020 e ha richiesto una manovra immediata per evitare una procedura d’infrazione. La decisione della Commissione, annunciata da Moscovici (nella foto con il ministro Tria) e Dombrovski il 5 giugno, è stata accompagnata dai soliti articoli di biasimo sull’Italia dei media internazionali compiacenti.

Mentre diversi elementi del puzzle mancano ancora all’incastro (vi sarà da eleggere una nuova Commissione e un nuovo Presidente del Parlamento Europeo e potrebbe esservi un rimpasto a Roma), il governo italiano ha annunciato che, pur cercando il dialogo con la Commissione, non devierà della linea anti-austerità.

La posizione italiana è stata delineata dal presidente della Commissione Finanze e Tesoro del Senato Alberto Bagnai in un articolo sul Financial Times il 6 giugno. Bagnai ha auspicato “un cambiamento di rotta radicale” nella politica economica dell’UE e in particolare l’abolizione delle disastrose regole del Patto di Crescita e Stabilità (PCS). Crescita e occupazione, e non la stabilità dei prezzi, dovrebbero essere gli obiettivi della politica economica, secondo Bagnai.

Il PCS “ha reso le regole sempre più complicate, con un esagerato riferimento all’output potenziale. L’intenzione era lodevole: i leader UE cercavano di dare maggiore flessibilità fiscale a paesi in grave crisi perché l’output reale era inferiore al potenziale”.

“Il risultato è stato disastroso: nel tentativo di rendere le regole meno rigide le hanno rese più pro-cicliche. L’output potenziale non si può misurare perché non esiste: è un calcolo complicato basato sui risultati economici del passato. Se un paese entra in una recessione profonda, o esso viola immediatamente e fortemente la regola del 3% (come fece la Francia nel 2009), o ogni bilancio espansivo negli anni successivi viene respinto da Bruxelles perché inflazionistico, con la motivazione che farà salire la domanda al di sopra dell’outputpotenziale”.

L’esempio della Spagna mostra come “le attuali regole non solo costringono i paesi ad applicare l’austerità nei tempi cattivi, ma inducono anche alla prodigalità fiscale nei tempi buoni, aprendo la strada a crisi più gravi”.

“La conseguenza economica della prociclicità è un crescente divario tra i paesi membri dell’UE. Da un punto di vista politico, l’opacità e la variabilità pongono ulteriori problemi. Non può esserci uno scrutinio democratico di regole che persino economisti professionisti trovano di difficile comprensione e i cui risultati sono soggetti a profonde revisioni statistiche”.

“L’elettore ordinario non capisce ciò che percepisce come due pesi e due misure nell’applicazione delle regole e il perché al loro governo nazionale viene impedito di usare la spesa per stimolare la crescita quando l’inflazione è vicina all’un per cento. Questo provoca sfiducia nel progetto europeo”.

“Il governo italiano è deciso ad affrontare questo problema. Ciò richiede un cambiamento radicale di rotta della politica economica. In tempi di bassa inflazione, dobbiamo cessare di fare della stabilità dei prezzi la misura del successo. Crescita e occupazione devono (cautamente) sostituirla”.

“Inoltre, se vogliamo evitare la demagogia, deve essere ristabilita la trasparenza nel dibattito politico. È ora di abbandonare l’output potenziale come punto di riferimento principale e tornare a regole semplici e a un ruolo più forte dei parlamenti nazionali ed europeo”.

Bagnai chiede di tornare alle “semplici” regole di Maastricht del 3% di deficit sul GDP nominale. In aggiunta, “dovrebbe essere introdotta una ‘golden rule’ che gli investimenti di capitale, fisico e umano, non dovrebbero essere inclusi nella regola del deficit (entro le attuali regole contabili, gli investimenti in capitale umano sono assurdamente etichettati come spese del governo)”.

“Noi in Italia offriamo questo set minimo di proposte in uno spirito genuino di solidarietà europea. Il governo italiano ha saggiamente deciso di rispettare nel frattempo le regole esistenti. Si spera che alla responsabilità corrisponda un impegno egualmente responsabile dei suoi partner a [varare] un new deal europeo”.

In un’apparizione a Porta a Porta, Bagnai ha rimarcato che ciò che oggi chiede l’Italia, lo chiederanno tutti domani. Per questo, “ci saranno grati”. Bagnai ha anche smentito che l’Italia pianifichi di uscire dall’euro, rispondendo alle voci alimentate dai media in reazione alla mozione non vincolante della Camera dei Deputati che suggerisce l’adozione dei mini-BOT.

Le guerre commerciali geopolitiche devono fare posto alla cooperazione

Il contrasto tra l’ottimismo nel futuro in Asia e il pessimismo nel mondo transatlantico è diventato ancor più evidente per Helga Zepp-LaRouche durante la sua visita di dieci giorni in Cina (dal 15 al 24 maggio), soprattutto alla luce del risultato delle elezioni del Parlamento Europeo e dell’escalation della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina.

Alla Conferenza sul Dialogo tra le Civiltà Asiatiche, ha sottolineato, è risultato evidente che gli asiatici sono molto orgogliosi sia dei contributi passati sia di quelli a venire delle loro rispettive civiltà. Tutti i relatori, ha sottolineato durante una videoconferenza internazionale del 30 maggio, hanno sottolineato che non v’è conflitto così grande da non poter essere risolto col dialogo invece del conflitto.

Oltre a intervenire presso l’Istituto Chongyang per gli Studi di Finanza dell’Università Renmin di Pechino, la signora LaRouche ha avuto numerosi incontri privati con docenti e ricercatori di varie università e centri studi, molti dei quali conoscono lo Schiller Institute da anni. Desta grande preoccupazione nella Cina odierna l’atteggiamento del governo americano e ciò che questi si propone di ottenere con la cosiddetta guerra commerciale. Ciò ha condotto a una serie di discussioni sul pericolo di una “trappola di Tucidide”, nella quale la potenza dominante cerca di impedire l’emergere di un potenziale “concorrente” anche ricorrendo a mezzi militari. In quasi tutti i casi, nel passato ciò portò alla guerra.

La signora LaRouche e il corrispondente dell’EIR a Washington William Jones hanno spiegato ai loro interlocutori le varie correnti rivali nei centri del potere in Occidente. Alcuni di loro hanno scelto consapevolmente lo scontro con la Cina e la Russia, in quanto non vedono altri mezzi per mantenere la propria supremazia. Questa è la motivazione dietro la dottrina dello “scontro tra le civiltà” legata a Samuel Huntington, ma in realtà ideata da Bernard Lewis.

Tali ideologhi neoconservatori e neoimperialisti, hanno sottolineato la signora LaRouche e Jones, hanno un influsso determinante sulle decisioni politiche nel mondo occidentale, in particolare negli Stati Uniti. Mentre Donald Trump tende a favorire il dialogo e i “buoni rapporti con la Cina”, non sono dello stesso parere molti dei suoi consiglieri sui temi della sicurezza, militari e commerciali.

Mentre l’intenzione di Trump sembra essere di proteggere l’industria e i posti di lavoro americani, l’intento di altri nella sua Amministrazione, secondo la signora LaRouche, è quello di impedire alla Cina di raggiungere il vertice del potere tecnologico, come dimostra l’affare Huawei. Non si può spiegare altrimenti per quale motivo gli Stati Uniti pretendano che la Cina abbandoni il modello che ne ha assicurato il successo.

Nella videoconferenza del 30 maggio la presidente dello Schiller Institute ha definito questo “uno sforzo futile” anche se pericoloso. “Prima di tutto, non si può contenere un Paese di 1,4 miliardi di persone, il cui governo ha impostato la propria politica imprimendole la giusta direzione, perché senza di essa non avrebbe avuto i grandi successi che hanno avuto quarant’anni di riforme e aperture, in cui 800 milioni di persone sono state liberate dalla povertà”. Inoltre, un numero crescente di Paesi in via di sviluppo guarda “al modello cinese per superare il proprio sottosviluppo”. Dunque l’idea che si possa impedire l’ascesa di una nazione solo perché non è occidentale è assurda. Si tratta di una dinamica inarrestabile.

G20: occasione per una politica di pace e cooperazione economica con le 4 leggi di LaRouche

Il 6 giugno il Presidente Trump e sua moglie Melania sono stati in Francia per il 75esimo anniversario dello sbarco in Normandia. Alla cerimonia alla base navale di Portsmouth in Inghilterra (da cui partì lo sbarco) Trump ha letto alcuni brani della famosa preghiera del Presidente Franklin Delano Roosevelt il 6 giugno 1944: “Dio onnipotente, i nostri figli, orgoglio della nostra nazione, partono oggi per una possente impresa, una lotta per preservare la nostra repubblica, la nostra religione, la nostra civiltà e liberare un’umanità sofferente”.

Oggi a fornire una guida in questa stessa impresa per riportare gli Stati Uniti su un corso di sviluppo e di pace, il Nuovo Paradigma, c’è il retaggio lasciato dall’economista americano Lyndon LaRouche e le sue quattro leggi, prima tra tutte la legge Glass-Steagall, che dovranno ispirare il G20 che si terrà dal 26 al 28 giugno in Giappone, in cui ci saranno consultazioni tra i leader delle grandi potenze, il Presidente cinese Xi Jinping, il Presidente russo Vladimir Putin, Donald Trump ed altri.

Ieri a Mosca Putin e Xi Jinping hanno avuto un incontro privato prima di partecipare al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo. Hanno discusso come approfondire la partnership russo-cinese ma il Presidente cinese ha anche sottolineato che “tutta la comunità internazionale ha grandi aspettative. Siamo pronti ad espandere gli effetti positivi dei nostri rapporti ad alto livello”.

Nel frattempo in Gran Bretagna, da cui proviene la geopolitica e la politica monetarista che hanno portato al collasso, si è conclusa la visita di stato di tre giorni di Trump e della First Lady, proseguita in Irlanda. Trump ha ribadito il suo punto di vista che la Gran Bretagna starebbe meglio fuori dall’Unione Europea, pur non lesinando lodi alla famiglia reale.

E’ significativo che durante la visita dei coniugi Trump il Times di Londra abbia pubblicato un articolo sulle origini britanniche del Russiagate, col titolo “Christopher Steele: un agente dell’MI6 dovrà rispondere a domande sul dossier Trump Russia”. Il Times riferisce che Steele ha rinunciato alla sua opposizione a parlare col Ministero della Giustizia americano, e forse lo farà tra qualche settimana, a certe condizioni che ha posto, come limitare i colloqui ai suoi contatti con l’FBI. Questo potrebbe portare alla luce i veri responsabili delle interferenze durante le elezioni presidenziali americane, non i russi, ma i britannici. (Nella foto ufficiale della Casa Bianca, di Andrea Hanks, il Presidente Trump durante la lettura della preghiera di Roosevelt).

Lo scontro tra civiltà è una frode geopolitica

Il 15 maggio a Pechino si è tenuta la conferenza sul dialogo tra le civiltà asiatiche (CDAC). Anche se i media occidentali ne hanno parlato poco, la manifestazione ha riunito rappresentanti di 47 nazioni asiatiche e di altre 50 nazioni da tutto il mondo. La presidente dello Schiller Institute Helga Zepp-LaRouche (foto) era tra i relatori e ha parlato sul tema “il sommo ideale del genere umano è il potenziale per il futuro”.

Nel suo discorso di apertura, il Presidente cinese Xi Jinping ha sottolineato l’importanza della comprensione reciproca e degli scambi culturali come parte integrante della politica economica ed estera cinese e ha ricordato che l’Iniziativa Belt and Road, o Nuova Via della Seta, “insieme ai Due Corridoi, all’Unione Economica Eurasiatica e ad altre iniziative, ha ampliato enormemente gli scambi e l’apprendimento reciproco tra le civiltà. La cooperazione tra le nazioni in scienza, tecnologia, istruzione, cultura, sanità e scambi tra i popoli fioriscono come mai prima”. Il discorso integrale in inglese è reperibile qui: https://eng.yidaiyilu.gov.cn/qwyw/rdxw/90754.htm.

In questo contesto, il Presidente cinese si è pronunciato senza mezzi termini contro la tesi infame dello scontro tra le civiltà, sostenuta da molti leader occidentali. “Dobbiamo sostenere la bellezza di ciascuna civiltà e la diversità tra le civiltà nel mondo”, ha detto. “Le civiltà non devono scontrarsi l’una con l’altra; abbiamo bisogno di occhi che vedano la bellezza in tutte le civiltà. Dovremmo tenere le nostre civiltà dinamiche e creare le condizioni affinché ne fioriscano altre. Insieme possiamo rendere variopinto e vibrante il giardino delle civiltà mondiali”.

Xi ha sottolineato inoltre che “tutte le civiltà affondano le radici nel loro ambiente culturale unico. Ciascuna incarna la saggezza e la visione di un Paese o una nazione e ciascuna ha valore essendo unica nel suo genere. Nessuna civiltà è superiore alle altre”.

Questo riecheggia, come vedranno i nostri lettori, il tema di un articolo di Helga Zepp-LaRouche scritto poche settimane prima della CDAC. In effetti, lo Schiller Institute fu fondato proprio per promuovere il dialogo tra le culture sulla base del meglio che ciascuna di loro ha da offrire.

Xi Jinping, dal canto suo, stando a un recente articolo su Xinhua, si dedica da molto tempo agli scambi culturali e alla conoscenza reciproca. “Più di 40 anni fa [Xi], quando era adolescente, rimase affascinato dal Faust [di Goethe]…. Era la fine degli anni Sessanta, un periodo in cui scarseggiavano i libri da leggere, e Xi fu mandato da Pechino a fare il contadino in un villaggio povero nella provincia nordoccidentale dello Shaanxi. Avido lettore non solo di opere letterarie cinesi ma anche straniere, nei sette anni che trascorse in quel luogo, Xi lesse tutti i libri che riuscì a trovare, dai vecchi libri di testo cinesi alle opere teatrali di William Shakespeare. ‘Essere o non essere’; Xi ponderò su questo interrogativo sull’arido altopiano e decise di dedicare sé stesso al servizio del proprio Paese e del proprio popolo”.

Lo stesso articolo cita un discorso di Xi del 2014: “L’arte e la letteratura sono il modo migliore per far comprendere e comunicare nazioni e popoli diversi”. L’articolo nota che anche l’Iniziativa Belt and Road si basa su questa idea: “Una priorità nell’iniziativa che caratterizza l’operato di Xi è quella di costruire una strada che colleghi le diverse civiltà, in cui il rispetto reciproco sostituisca la discriminazione, gli scambi sostituiscano l’allontanamento, la conoscenza reciproca sostituisca gli scontri”.

Trump: desecretare l’intelligence sul Russiagate, per far emergere le interferenze britanniche!

Il Presidente Trump ha aperto la porta ad un’inchiesta approfondita su chi sta dietro il tentativo di golpe avviato da agenzie di intelligence britanniche ed americane. L’annuncio ufficiale è giunto dal segretario stampa Sanders: “Oggi, su richiesta e raccomandazione del ministro della Giustizia degli Stati Uniti, il Presidente Donald J. Trump ha dato mandato alla comunità di intelligence di cooperare pienamente con l’inchiesta del ministro della Giustizia sulle attività di sorveglianza durante le elezioni presidenziali del 2016. Al ministro della Giustizia è stato inoltre conferito il mandato e la piena autorità di desecretare informazioni relative a questa inchiesta…. L’azione odierna contribuirà a far sì che gli americani apprendano la verità sugli accadimenti delle scorse elezioni presidenziali, ristabilendo la fiducia nelle nostre istituzioni pubbliche.”

Questa misura giunge nel mezzo di sviluppi relativi alla promessa del ministro della Giustizia Barr di indagare su quello che durante un’audizione al Senato ha definito lo “spionaggio” contro la campagna di Trump. Centrali a questi sviluppi sono due elementi: il modo illegale in cui l’FBI ha usato il dossier scritto dall’ex spia dell’MI6 Christopher Steele per ottenere una mandato del tribunale FISA per sorvegliare la campagna, benché funzionari ad alto livello fossero stati informati del fatto che il dossier non era stato verificato e non era credibile; e nuove prove che emergono sull’operazione sotto copertura condotta contro il funzionario della campagna di Trump George Papadopoulos, in cui erano coinvolti due funzionari di intelligence inglesi-americani, Josef Mifsud e Stephan Halper.

Sia il dossier di Steele che le storie fabbricate sui contatti di Mifsud e Papadopoulos fornirono la scusa ufficiale per avviare l’inchiesta sul Russiagate, guidata dall’FBI. Sono emerse altre informazioni che mostrano che la storia delle “interferenze” russe era stata inventata nel 2015, ben prima che venisse avviata l’inchiesta dell’FBI nel luglio 2016.

ndicativa è una lettera inviata il 22 maggio dal congressista repupplicano Devin Nunes al Presidente Trump, che parla del coinvolgimento del governo britannico nel dossier di Steele, e come fu usato. Nunes fa riferimento ad un articolo del Daily Telegraph del 19 maggio, in cui si afferma che Steele informò personalmente funzionari di intelligence e di governo britannici sul suo dossier molto prima che Trump venisse informato delle accuse che conteneva. Se è vero, scrive, le affermazioni del Telegraph “sollevano questioni importanti sul potenziale ruolo che funzionari di governo stranieri possono aver svolto nel diffondere le false accuse del dossier….” Nunes pone domande anche sul rapporto tra Mifsud e l’intelligence britannica.

Questi sviluppi stanno seminando il panico tra coloro, come l’ex capo della CIA (John Brennan), della NSA (James Clapper) e dell’FBI (James Comey), che erano collaboratori americani chiave di Steele e dei suoi controllori britannici ai più alti livelli della comunità di intelligence, così come tra i democratici al Congresso, come Adam Schiff (nella foto in una caricatura) e Jerry Nadler.

La crisi del governo austriaco rientra in un piano più ampio di destabilizzazione

La pubblicazione di un video girato in segreto che mostra il vicecancelliere austriaco Heinz Christian Strache durante un incontro privato, con una bionda presumibilmente russa che si offre di investire denaro illegale in Austria, ha provocato il 18 maggio le dimissioni immediate del leader del Partito della Libertà dal governo. Rilanciato ampiamente da tutti i media dominanti, lo scandalo ha condotto alle dimissioni di altri Ministri del Partito della Libertà il 20 maggio, e l’annuncio di elezioni anticipate in settembre. Nonostante il fatto che il Cancelliere Sebastian Kurz (nella foto con Putin) abbia ottenuto il 34% dei voti, v’è stato un voto di sfiducia il giorno dopo le elezioni, e il Presidente Van der Bellen ha dato mandato al vicecancelliere Hartwig Loeger di formare un governo ad interim fino alle elezioni.

Il video, girato in una villa di Ibiza il 24 luglio 2017 (sei mesi prima che Strache diventasse vicecancelliere) è trapelato sulla stampa tedesca, sul quotidiano Sueddeutsche Zeitung e sul settimanale Spiegel, una settimana prima delle elezioni europee. Il tempismo dello scandalo fa ipotizzare che l’intento fosse quello di screditare il Partito della Libertà e tutti i partiti euroscettici negli ultimi giorni della campagna elettorale. Non v’è alcun dubbio che i partiti filo-UE abbiano usato lo scandalo per denunciare i loro avversari “populisti”.

Tuttavia: il preludio al video, l’orchestrazione dei contatti originali tra un assistente di Strache e la presunta nipote di un oligarca russo alla fine del 2016, altri incontri avvenuti a Vienna e Monaco di Baviera, anche questi filmati in segreto, indicano un obiettivo che va oltre le elezioni europee. Il Presidente del Bundestag tedesco, Wolfgang Schäuble, a una domanda sulla crisi del governo austriaco, ha risposto il 21 maggio: “In qualche modo, sento puzza di servizi segreti”. Dopo tutto, la trappola video del 2017 richiedeva capacità logistiche e finanziarie notevoli, fa notare Schäuble, chiedendosi “perché ora? E chi l’ha fatto? E a quale scopo?”. Essendo della Germania un ex Ministro dell’Interno e capo dell’ufficio del Cancelliere (col compito di coordinare gli affari di intelligence), Schäuble potrebbe saperne di più del retroscena di questo scandalo di quanto ha rivelato finora.

Ma rendendo pubblico questo video di quasi due anni fa si tenta di screditare tutto il governo del Cancelliere Sebastian Kurz. Da quando ha assunto il mandato nel dicembre 2017, il suo governo ha promosso una politica di cooperazione con Russia e Cina, cui si oppone la Commissione Europea, e nonostante i costanti attacchi e intrighi di quest’ultima per impedirla. È stato il primo Paese europeo a includere l’impegno a cooperare con la Cina e la Nuova Via della Seta nel suo programma di governo.

Inoltre, la crisi di governo ha rimosso il ministro che imprenditori e imprese di logistica consideravano il proprio interlocutore principale sulla Nuova Via della Seta, ovvero il Ministro dei Trasporti Norbert Hofer del Partito della Libertà. D’altro canto, il Cancelliere Kurz vuole che il Ministro degli Esteri Karin Kneissl, un’ex diplomatica ad alto livello che è entrata a far parte del governo come indipendente scelta dal Partito della Libertà, e promuove apertamente una maggiore cooperazione con la Russia, resti al suo posto, ma non è detto che vi resterà.

Concerti nel La=432 in Cina col pianista italiano Sebastiano Brusco

“Pianista italiano suona ad un’accordatura più bassa in un concerto a Pechino”. Così titolava il quotidiano cinese China Daily il 9 maggio scorso, parlando del concerto eseguito alla UCAS University di Pechino dal pianista Sebastiano Brusco, fautore del La=432 Hz (ha appena pubblicato due CD di sonate di Mozart in questa accordatura). Ripetendo l’esperimento compiuto per la prima volta dal baritono Piero Cappuccilli nel 1988, durante la prima conferenza dello Schiller Institute sul “diapason scientifico” alla Casa Verdi, Brusco ha eseguito alcuni esempi di Mozart, Schubert e Chopin su due pianoforti, il primo accordato al La=440 e l’altro al La=432 per far notare al pubblico la differenza tra le due accordature. Ha quindi accompagnato il tenore cinese Zhang Minghiu in alcune canzoni italiane. Come riferisce il pianista,”La dimostrazione ha avuto sul pubblico l’effetto voluto, ovvero di incuriosire il pubblico e far notare la differenza che c’è tra le due diverse tensioni dell’accordatura, e soprattutto l’effetto che ha sulla musica e l’ascolto, ma anche l’esecuzione.”

Come scrive il China Daily “Il concerto faceva parte del festival “Suoni della primavera” dell’università. “Ci proponevamo di unire arte e scienza usando due piani accordati a due frequenze diverse, e presentando la storia di ciascun pezzo musicale, oltre a rispondere alle domande degli studenti” spiega Zhang. Pur concentrandosi su un’istruzione scientifica, l’università pone enfasi sull’avvicinare scienza ed arte, concetto promosso dal fisico ed ex docente universitario Tsung-dao Lee.”

Zhu Wei, direttore esecutivo e docente del Tsungdao Lee Science and Art Center all’interno dell’universita, spiega che “il concerto illustra l’uso della scienza nell’arte, La scienza può servire l’arte e costituire uno standard più alto nell’esecuzione. Dimostra anche come scienza ed arte siano profondamente legati”. Il legame tra arte e scienza fu alla base dell’iniziativa di Giuseppe Verdi per il ritorno al diapason scientifico nel 1884, che si rifaceva agli studi del fisico francese Sauveur. Nella sua famosa lettera del 1884 Verdi scrisse: “Per parte mia vorrei che un solo corista venisse adottato in tutto il mondo musicale. La lingua musicale è universale: perché dunque la nota che ha nome La a Parigi o a Milano dovrebbe diventare un Si bemolle a Roma?”.

Commemorazione di LaRouche a Sana’a, capitale dello Yemen

Ieri un gruppo di funzionari pubblici dello Yemen e di membri del BRICS Youth Cabinet presieduto da Fouad Al-Ghaffari, amico dello Schiller Institute, hanno tenuto una commemorazione del grande pensatore americano Lyndon LaRouche. La cerimonia ha avuto luogo nella sede dell’Ente per gli Investimenti Generali dello Yemen (YGIA) con l’introduzione del suo vicedirettore, l’ing. Khaled Sharafaddin, e di Shikh Saleh Sail, presidente del partito Al-Tahrir unionista e membro del Consiglio Consultivo Shura del Parlamento yemenita, oltreché dello stesso Al-Ghaffari.

È stato letto anche un messaggio di Hussein Askary, coordinatore per l’Asia Sudoccidentale dello Schiller Institute: “Quando il figlio di Adamo [un essere umano] muore, viene rotta la sua connessione con il mondo, a eccezione di tre legami: una carità continuata, un’utile conoscenza e una buona posterità che preghi per lui/lei” [dagli Hadith di Maometto]. Askary ha così descritto i legami dell’anima di LaRouche con questo mondo e il dominio dell’immortalità: in primo luogo, attraverso il suo movimento internazionale che opera per la costruzione di un mondo migliore; in secondo luogo, attraverso le sue idee scientifiche, economiche e filosofiche che tanto hanno rivoluzionato il mondo e offerto a esso la Nuova Via della Seta, che ora sta evolvendo in un ponte terrestre mondiale; in terzo luogo, attraverso i giovani di tutto il mondo (come quelli riuniti oggi a Sana’a) che LaRouche adottò quali suoi figli, per renderli una posterità che ora prega per lui.

Alcuni manifesti preparati ed esposti per l’occasione hanno illustrato i momenti salienti della vita e dell’opera di Lyndon LaRouche e di sua moglie Helga:

“Commemorazione di Lyndon H. LaRouche, Jr. e manifestazione di solidarietà”

Qui, nella Repubblica dello Yemen, in coerenza con il programma di coordinamento con i BRICS dell’Ente per gli Investimenti Generali dello Yemen, siamo riuniti per commemorare lo scomparso grande pensatore Lyndon LaRouche. Esprimiamo anche le nostre condoglianze alla signora Helga Zepp-LaRouche, presidente dello Schiller Institute, altrimenti nota come la ‘Signora della [Nuova] Via della Seta’. Siamo grati per l’azione di difesa dello Yemen dai triplici atti di aggressione, embargo economico e occupazione. Esprimiamo solidarietà con il movimento politico internazionale fondato da LaRouche in vista dell’esaudimento del suo sogno di costruzione di un ponte terrestre mondiale. Desideriamo il trionfo del suo animo, assieme all’attuazione dei suoi sogni, in molte parti della Terra, sulla base della scienza dell’economia fisica del quale egli è stato pioniere nel nostro tempo.

Desideriamo che la sua immagine sia per sempre associata alla “Operazione Felix per la Ricostruzione dello Yemen” in modo ispirare e vegliare sul suo esito. Lyndon LaRouche ci ha lasciati, ma le sue idee sono immortali”.

Dopo le elezioni europee: è ora di avviare una discussione seria sulla politica economica

Le elezioni europee sono finite. Sono state presentate come una gara tra le forze pro UE ed anti UE, tra europeisti e populisti, ma è mancato un dibattito sulla sostanza di quella che dovrebbe essere una politica dell’UE.

Facendo le somme, ci sarà un aumento delle forze populiste nel nuovo Parlamento Europeo, ma non c’è stata la vittoria schiacciante che i loro avversari presentavano come un disastro totale. I due blocchi principali, il PPE e i socialisti, probabilmente non avranno più la maggioranza che avevano da quando è nato il Parlamento Europeo. Eppure, in termine di potere, il Parlamento a Strasburgo ne ha molto poco. Può solo approvare o respingere proposte di legge stilate dalla Commissione Europea.

L’aspetto forse più inquietante del risultato generale è la vittoria dei partiti verdi nei principali paesi UE, soprattutto in Francia e in Germania, partiti che giocano su paure irrazionali. In Germania i verdi hanno superato i socialdemocratici diventando il secondo partito dopo la CDU, mentre in Francia Europe Ecologie Les Verts ha ottenuto il 13,5% dei consensi. Questo per via del barrage dei media sui pericoli dei presunti “cambiamenti climatici” e sulle manifestazioni giovanili in cui si afferma che “ci sarà la fine del mondo entro 12 anni se non riduciamo le emissioni di CO2”. Anche i partiti tradizionali hanno cominciato a scopiazzare queste tesi assurde, e in molti casi gli elettori hanno preferito scegliere l’originale invece della copia.

Il fallimento dell’UE è particolarmente evidente nel Regno Unito, dove per tre anni i conservatori della May sono stati incapaci di giungere ad un accordo con Bruxelles sulla Brexit, costringendo la May a dimettersi in lacrime. Come c’era da aspettarsi, il partito Brexit di Nigel Farage ha ottenuto il 31,7% dei voti, mentre i conservatori della May hanno avuto un tracollo al 9,1% e i laburisti solo il 14%.

Ovunque in Europa non c’è stato un serio dibattito sul crac finanziario imminente e la bancarotta del sistema finanziario, sull’urgenza della separazione bancaria (Glass-Steagall), nessuna discussione sull’adesione alla Nuova Via della Seta, nessuna visione di grandi progetti per sviluppare l’Europa, per non parlare dell’Africa.

Come ha sottolineato Helga Zepp-LaRouche il 27 maggio, ci sono due dinamiche al mondo oggi, una che favorisce la cooperazione win-win e la crescita, e l’altra che intende salvare un ordine transatlantico morente, e l’UE è chiaramente dalla parte sbagliata. Se non cambierà presto, l’Europa diventerà irrilevante.

Helga Zepp-LaRouche in visita in Cina, parla alla conferenza sulle civiltà asiatiche

Helga Zepp-LaRouche, fondatrice e presidente dello Schiller Institute, è appena tornata da una visita di 10 giorni in Cina, che includeva interventi pubblici, interviste e incontri privati. La visita è iniziata con la partecipazione alla Conferenza sul Dialogo tra le Civiltà Asiatiche, che si è tenuta il 15-16 maggio a Pechino ed è stata aperta da un discorso del Presidente Xi Jinping. La signora LaRouche ha riassunto in dieci minuti un testo dal titolo “Il più alto ideale del genere umano è il potenziale per il futuro” che è stato messo agli atti della conferenza e di cui parleremo la prossima settimana.

Ciò che risultava palpabile alla manifestazione, ha sottolineato la signora LaRouche, è che i partecipanti erano molto colpiti dalla crescita economica della Cina e dal suo successo fenomenale nel combattere la povertà e superare l’arretratezza economica.

Helga Zepp-LaRouche ha avuto incontri ad alto livello con esponenti di numerose istituzioni con i quali è in contatto dagli anni Novanta. Tali incontri sono avvenuti in un momento di gravi tensioni tra la Cina e gli Stati Uniti a seguito dell’interruzione dei negoziati commerciali, l’affare Huawei e altre questioni. Cresce in Cina la preoccupazione per gli attacchi contro Huawei, che vengono visti come un tentativo di impedire lo sviluppo ad alta tecnologia del Paese. Ma non solo della Cina, in quanto le misure punitive colpiscono anche altri Paesi in via di sviluppo che dipendono da Huawei, in particolare in Africa. Molti guardano al movimento internazionale di LaRouche in cerca di soluzioni a questi problemi, ha riferito.

La fondatrice dello Schiller Institute ha parlato anche all’Istituto Chongyang per gli Studi di Finanza della Università Renmin, a Pechino, e ha visitato Nanjing, dove ha incontrato l’editore dell’edizione in lingua cinese del primo volume dello studio dell’EIR “The New Silk Road Becomes the World Land-Bridge”, di cui è appena stata pubblicato la ristampa, in quanto viene considerato uno dei libri più importanti della casa editrice. Questa pubblicherà anche una traduzione del secondo volume dello studio.

Molti funzionari d’alto livello in Cina, ha sottolineato la signora LaRouche, sono ben consapevoli delle teorie economiche di Lyndon LaRouche e apprezzano molto il lavoro culturale dello Schiller Institute.

Le infrastrutture un tema decisivo nel voto italiano

Il voto italiano assume un significato particolare per varie ragioni. La Lega di Matteo Salvini ha stravinto con oltre il 34% dei voti, mentre il suo partner nella coalizione, il M5S, che era il primo partito alle politiche dell’anno scorso, è arrivato solo terzo, superato perfino dallo screditato Partito Democratico, con solo il 17% dei consensi. Gli osservatori concordano che a questa sconfitta abbia contribuito la sua opposizione ai grandi progetti infrastrutturali, a partire dalla TAV, e la politica di costi-benefici del ministro Toninelli, che dovrebbe dimettersi se continuerà ad opporsi al progetto. L’anno scorso la mancanza di investimenti nelle grandi opere ha provocato un aumento della disoccupazione, invece di creare i posti di lavoro che erano stati promessi.

Nella conferenza stampa dopo il voto, Matteo Salvini ha annunciato che non intende provocare una crisi di governo, invocata da Berlusconi, ma che Di Maio e i Cinque Stelle dovranno accettare non solo la TAV, ma anche altre grandi opere che sono bloccate da anni. “Questo voto italiano e francese permetterà all’Europa di investire ancora più soldi sulle grandi opere, come la TAV e altre infrastrutture stradali, portuali e aeroportuali. E’ un mandato chiaro: andate e fate”, ha detto Salvini. Per finanziare questi progetti infrastrutturali, portuali e ferroviari, non potremo fare affidamento sull’UE, e semmai sulla Cina e la Nuova Via della Seta, a cui l’Italia ha aderito a fine marzo.

Salvini ha anche annunciato che “ridiscuteremo i vecchi parametri economici” che da decenni bloccano la crescita. Commentando il voto in tutta Europa, alcuni osservatori hanno fatto notare che non solo l’Italia, ma anche la Spagna ed alcuni paesi europei mettono in discussione il “fiscal compact” e la politica draconiana di austerità imposta dall’UE.

La Lega ha inoltre condotto una campagna contro “l’Europa delle banche e della finanza”. Contrariamente al trend nell’UE, il Partito Verde ha ottenuto poco più del 2% dei voti, anche se il M5S promuove gli stessi temi, ed è stato punito per questo dall’elettorato, che vuole la ripresa economica.

Marco Zanni, l’europarlamentare che lo scorso novembre è stato a Washington a portare le 217 firme per Glass-Steagall raccolte da Movisol e da Massimo Richard Kolbe Massaron (nella foto con Zanni e la presidente di MoviSol Liliana Gorini al momento della consegna), è stato rieletto ed è a capo della politica estera della Lega. La sua candidatura ha ricevuto il sostegno di Movisol, che Zanni ha ringraziato ufficialmente sulla sua pagina FB.

Il LA verdiano e lo Schiller Institute protagonisti a Cesena

Il giorno 15 maggio 2019 si è svolto presso l’aula Magna “B. Bratti” della scuola secondaria statale “via Anna Frank”, sede di via T.M. Plauto a Cesena, un Seminario didattico condotto dal M° Daniele Mezzatesta dal titolo “Dal clavicembalo al Pianoforte “.

Daniele Mezzatesta, pluridiplomato in Pianoforte, Didattica della Musica ed Accordatura di Strumenti a Tastiera, è attualmente Docente di Pianoforte presso le Scuole Secondarie ad indirizzo musicale e Docente a contratto di “Fondamenti di Storia e Tecnologia del Pianoforte“ nel triennio accademico ordinamentale del Conservatorio “ G. B. Martini ” di Bologna.

Questo incontro è stato il punto di arrivo del secondo progetto didattico annuale denominato “A.M.I.C.O. Piano“ ed incentrato sulla Accordatura, la Manutenzione, l’Intonazione, la Costruzione e l’Organologia del Pianoforte Verticale ed a Coda.

Si è colta l’occasione, inoltre, per ricordare che nel 2019 cadono due anniversari che riguardano l’organologia del Pianoforte: partendo dal 180° anniversario del primo concerto a pagamento della storia, sostenuto da F. Liszt a Pisa (un anno prima di quello ufficialmente riconosciuto – Londra 1840), si è arrivati al 280° anniversario della nascita di Domenico Del Mela ( 1681-1755 ), sacerdote, organaro, cembalaro di Gagliano del Mugello (FI), inventore del primo pianoforte verticale della storia ( ed anche del primo prototipo di sassofono, ben un secolo prima di quello brevettato da Adolphe Sax).

Ci piace evidenziare la presentazione in formato digitale di un elaborato, tra gli altri proiettati sul maxi-schermo dai corsisti Federico Guidi e Lukas Magalotti, di Francesco Casalboni, dedicato al Diapason Verdiano ed ai pianoforti di Giuseppe Verdi.

Sono quindi stati citati e presentati alcuni degli strumenti che appartennero e/o che vennero suonati dal grande compositore: il pianoforte Eràrd del 1879 di “Villa Migone” a Genova (dove fu firmata la resa dei Tedeschi il 25 aprile 1945), il Pianoforte Joseph Danckh del 1852, suonato il 16 agosto 1857 dal compositore in occasione dell’inaugurazione del Teatro Nuovo di Rimini (ora Teatro Galli) e restaurato dal Laboratorio di Restauro dell’Accademia dei Musici di Fabriano (con la direzione di Claudio Veneri), il pianoforte “Carol Otto “ del 1869, il fortepiano “Mathias Sommer” del Museo del “Teatro alla Scala” di Milano ed il fortepiano “Anell ” donato da Antonio Barezzi nel 1832, sempre del Museo “Teatro alla Scala“.

La parte del Seminario riservata alla terminologia tecnica è stata sviluppata servendosi di modellini Renner del pianoforte verticale ed a coda: le relazioni verbali sono state accompagnate da tracce musicali specifiche e rare di storici strumenti a tastiera : le Sonate di Lodovico Giustini eseguite da Mieczysław Horszowski sul Cristofori restaurato del 1720 (MET di New York), le esecuzioni di Luigi Ferdinando Tagliavini eseguite al Clavicembalo – Pianoforte di Giovanni Ferrini (San Colombano – Bologna) e le Sonate, sempre di Giustini, ma eseguite da Andrea Coen su copia di Kerstin Schwarz del Cristofori 1726 conservato a Lipsia e registrate a Montecarotto (AN).

Una parte di rilievo è stata riservata allo “Schiller Institute” ed al Diapason Verdiano: a questo proposito, infatti, sono stati affrontati sia gli aspetti teorici (battimenti, parziali, ipertoni ed inarmonicità ), sia gli aspetti pratici, con l’utilizzo di vari diapason tarati sulle varie frequenze (256 HZ, 432 HZ, 440 HZ ed altri); per l’ascolto pratico degli armonici e dei parziali, così come abitualmente “sentiti” ed “utilizzati” dai tecnici accordatori, ci si è avvalsi del Pianoforte a coda Yamaha C3 presente sul palco.

L’argomento, solo in apparenza ostico, ha mosso la curiosità dei presenti, che alla fine si sono trattenuti con il Docente per domande e chiarimenti inerenti l’accordatura, i battimenti e l’ascolto pratico degli armonici al pianoforte.

Per chi volesse, appuntamento al 10 novembre 2019, in occasione del 260° anniversario della nascita di Johann Christoph Friedrich von Schiller.

Francesco Casalboni – Revisione Daniele Mezzatesta – il LA verdiano

Da Danzica le nuove prospettive per i trasporti est-ovest

Al centro del secondo vertice sui trasporti ferroviari, che si è tenuto dal 15 al 16 maggio a Danzica, in Polonia, è stato il potenziale di crescita rappresentato dal progetto della Nuova Via della Seta, assieme alle strozzature che attualmente ne impediscono lo sviluppo.

Il vertice è iniziato con una visita al Deepwater Container Terminal (DCT), uno dei porti a più rapida crescita nel mondo. Le infrastrutture e gli impianti del porto sono in continuo sviluppo. “Se foste venuti [anche] un anno fa, oggi potreste già riscontrare i cambiamenti intervenuti. E se tornerete tra un anno, vedrete che niente sarà più come oggi”, ha spiegato il direttore commerciale del porto, Dominik Landa.

Il trasporto ferroviario Est-Ovest passa oggi per undici potenziali punti d’ingresso in Europa, ma il 95% dei convogli transita per il confine polacco-bielorusso a Malaszewicze-Brest. È stato dunque accolto con grande applauso l’annuncio, dato da Jakub Kapturzak del Ministero delle Infrastrutture polacco, che i governi dei due Paesi hanno deciso di costruire un altro ponte per un nuovo collegamento ferroviario sul fiume Bug, che segna il confine tra Polonia e Bielorussia, accanto ai due già esistenti, ma vecchi.

Una volta completato nel 2026, il nuovo ponte permetterà di aumentare la capacità di smistare cinquanta treni al giorno, contro i dodici di oggi. A causa della differenza di scartamento al confine orientale polacco (da 1435 a 1520 mm), dovranno essere adattati altri punti di transito e altre aree di smistamento, come pure la rete ferroviaria in generale.

Per i viaggi in Estremo Oriente, oltre che da Danzica, si parte da altri porti sul Baltico, come Klaipeda e Kaliningrad. I collegamenti Nord-Sud verso Capodistria (Slovenia) e verso il Pireo (Grecia) stanno crescendo di importanza e pongono l’urgenza di ammodernare e allargare i punti di transito al confine con la Repubblica Ceca e con la Slovacchia.

Sul futuro dei trasporti ferroviari pesa l’evoluzione dei sussidi cinesi, che attualmente contano per 2000 Euro per container nelle due direzioni. Ma i sussidi sono già stati tolti ai container vuoti e potrebbero in futuro essere cancellati del tutto. Se aumenteranno i costi per gli spedizionieri, qualcuno potrebbe tornare al trasporto marittimo. Un altro motivo di preoccupazione è dato dall’aumento dei costi dell’energia.

Tutti i relatori hanno sottolineato che le strozzature sono nella parte europea e non in quella orientale. Senza forti investimenti pubblici nell’infrastruttura ferroviaria di tutta l’Europa e senza migliorare la comunicazione tra tutte le parti coinvolte, vi saranno grossi problemi in futuro. Un aspetto importante è la separazione dei binari per il traffico dei passeggeri da quelli per il traffico commerciale.

Anche se al vertice non se ne è parlato, le soluzioni per le sfide future sono nelle innovazioni come il trasporto mercantile su treni a lievitazione magnetica all’interno di tubi sotterranei (https://www.railfreight.com/beltandroad/2019/05/15/railfreight-summit-2019-liveblog-day-1/).(Nella foto uno dei relatori dalla Finlandia, Lukas Mani).

Leader iraniani e americani respingono le opzioni militari

Mentre l’escalation di tensioni tra Stati Uniti e Iran viene amplificata dai media, che si gettano sulle dichiarazioni incendiarie di John Bolton e Mike Pompeo, i leader dei due Paesi cercano di sdrammatizzare il pericolo. Il 15 maggio Donald Trump ha pubblicato un altro tweet in cui esprime la propria disponibilità a discutere coi leader iraniani. Il giorno prima aveva denunciato a chiare lettere come “fake news” un articolo pubblicato il 13 maggio dal New York Times, nel quale si era affermato che il Pentagono ha nuovi piani di guerra per il dispiegamento di 120.000 truppe nella regione del Golfo Persico.

Il 14 maggio il leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei (nella foto col Presidente russo Putin) ha dichiarato, come ha riferito la TV di stato iraniana: “Non si tratta di un conflitto militare, perché non vi sarà alcuna guerra”, aggiungendo che “né noi né essi vogliamo la guerra; sanno che non ci guadagnerebbero”. Dal canto suo, il 18 maggio il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha dichiarato all’agenzia stampa di stato Irna che Donald Trump “non vuole la guerra, ma vi sono persone intorno a lui che lo spingono verso il conflitto, col pretesto di rafforzare l’America contro l’Iran”.

Nel frattempo, anche il New York Times ha deciso di cambiare tono, pubblicando il 16 maggio un’analisi col titolo “Trump dice al capo del Pentagono che non vuole la guerra con l’Iran”. Gli autori sostengono che, a un meeting sulla sicurezza tenutosi il giorno prima, il sottosegretario alla Difesa Patrick Shanahan e altri hanno presentato al Presidente una serie di opzioni militari. Ma numerosi funzionari hanno dichiarato al Times che Trump “è rimasto fermo nel dire che non vuole un conflitto militare con gli iraniani” ed è fiducioso che l’Iran “vorrà presto avviare colloqui”. Di conseguenza, stando alle varie fonti del quotidiano, i funzionari americani hanno cominciato a cercare modi per arrivare a una soluzione diplomatica.

Inoltre, sempre secondo questa fonte, il 15 maggio il Segretario di Stato Mike Pompeo avrebbe telefonato al Sultano dell’Oman Qabus bin Said al Said per discutere iniziative diplomatiche relative alla minaccia iraniana, dopo aver chiesto ad alcuni colleghi europei di spingere Teheran verso una “de-escalation” delle tensioni sorte quando gli iraniani ebbero armato di missili alcuni barchini nel Golfo Persico.

La capogruppo della maggioranza presso la Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi, ha commentato positivamente il rifiuto di opzioni militari da parte di Trump, dichiarando al Washington Examiner che “questa è una delle cose su cui sono d’accordo col Presidente”. Inoltre, sul falco John Bolton sono piovute critiche anche da alleati di Trump.

La dirigenza russa ha svolto un ruolo cruciale nel promuovere una soluzione diplomatica all’abbandono dell’accordo sul nucleare con l’Iran (P5+1), dal quale gli Stati Uniti uscirono un anno fa. È uno dei temi discussi durante la conversazione telefonica tra Putin e Trump alcune settimane fa. La scorsa settimana, Putin ha chiesto all’Iran di non uscire dall’accordo, come Teheran aveva minacciato di fare, anche se sono stati gli Stati Uniti a volere la rottura e a imporre sanzioni.

Il nuovo tema del Russiagate è “indagare sugli inquirenti”

La banda che ha dato origine al fallito Russiagate ha molti scheletri nell’armadio e altrettanti motivi per essere preoccupata. Non si aspettava di finire essa stessa sotto inchiesta, confidando sul potere di controllare la narrativa dei media specializzati in “fake news”, e presumeva che il Presidente Trump si sarebbe piegato e abbandonato l’idea di rompere con la geopolitica imperiale britannica e le sue guerre perpetue.

Il mantra delle interferenze russe nella “democrazia” americana è sempre più sotto attacco, anche grazie alla persistenza di alcuni veri investigatori, guidati da Bill Binney (foto) e dai suoi alleati nei Veteran Intelligence Professionals for Sanity (VIPS), da taluni congressisti, come Jim Jordan e Devin Nunes e da giornalisti quali Andy McCarthy, Sara Carter e John Solomon, che hanno approfittato dell’orientamento strategico del movimento di LaRouche, che sin dall’inizio sostenne la che furono delle reti dell’intelligence britannica a dare il via al tentativo di golpe contro Donald Trump.

* Il Ministro della Giustizia William Barr ha annunciato la propria intenzione di esaminare le origini dell’inchiesta sul Russiagate. La scorsa settimana ha nominato un Procuratore del Connecticut, John Durham, per indagare su come “sia stato usato il potere del governo per spiare i cittadini americani”. Barr ha aggiunto che cercava “qualcuno che fosse tenace, abituato a esaminare materiale sensibile sulle attività del governo, che avesse la reputazione di essere equo e imparziale”. La scelta di Durham eviterà accuse di essere di parte, perché in passato il magistrato inquirente è stato lodato più volte dai democratici, inclusi due senatori del suo Stato, che durante l’audizione per confermarne la nomina a Procuratore distrettuale nel 2018 lo descrissero come “un inquirente equo, deciso e non incline alle stupidaggini”, che “ha dimostrato in più occasioni le sua capacità in alcuni dei casi più difficili e delicati”.

* Un altro filone d’indagine è stato aperto dal congressista Devin Nunes, che chiede che siano rivelati i rapporti tra i servizi di intelligence occidentali e il provocatore Josef Mifsud, che tentò d’incastrare il volontario dell’organizzazione elettorale di Trump George Papadopoulos. Mifsud, secondo il rapporto di Mueller un “agente russo”, in realtà ha legami profondi con l’intelligence britannica ed è servito per fabbricare la falsa storia degli “hacker russi”. Inoltre, il giornalista Andy McCarthy in un articolo del 6 maggio parla dell’operazione dell’FBI “Crossfire Hurricane”, puntando i riflettori sull’agente Alexander Downer, la cui versione dell’incontro con Papadopoulos fornì a FBI e CIA il pretesto per avviare l’inchiesta sul Russiagate. Al pari di Nunes, McCarthy aveva inizialmente abboccato alla linea “sono stati i russi”; entrambi ora indagano sul ruolo delle reti di intelligence britannica nel fabbricare questa linea di propaganda.

* Ora che la giustizia rivolge la propria attenzione sugli aspiranti golpisti, tra questi ultimi è scattato lo scaricabarile. Ad esempio, l’ex direttore dell’FBI James Comey e i suoi ex complici James Clapper (NSA) e John Brennan (CIA), stanno litigando su chi tra loro sia responsabile di aver usato lo screditato dossier dell’ex agente dell’MI6 Christopher Steele per chiedere un mandato di intercettazione da parte del tribunale del FISA, che portò alle intercettazioni dell’assistente di Trump Carter Page. Il mandato aprì le porte alla sorveglianza della campagna elettorale, che Barr ha definito “spionaggio” durante la sua audizione al Senato. In alcuni commenti di questa settimana, Comey dà la colpa a Clapper e Brennan per aver usato il dossier di Steele, mentre questi ultimi accusano invece Comey di aver averlo fatto.

Questo litigio avviene mentre è stato desecretato un promemoria della funzionaria ad alto livello del Dipartimento di Stato Kathleen Kavalec, nel quale si rivela che la Kavalec informò l’FBI di aver scoperto che si era tenuto un incontro con Steele un mese prima delle elezioni, che il suo dossier non era attendibile e che tuttavia egli stava cercando disperatamente di usarlo per sconfiggere Trump alle elezioni. Nonostante quella comunicazione, Comey approvò l’uso del dossier di Steele per ottenere il mandato del FISA, sostenendo che l’FBI avesse confermato che fosse attendibile e senza citare il fatto che Steele fosse sulla busta paga sia dell’organizzazione elettorale di Hillary Clinton e sia della stessa FBI.

Si parla di più tra Stati Uniti, Cina e Russia

Tra le superpotenze si registra una maggiore cooperazione, anche se chi segue i soliti media non se n’è accorto. Esaminiamo il risultato del viaggio a Soci del “falco” Segretario di Stato Mike Pompeo il 14 maggio, che ha sorpreso più di un osservatore. Pompeo ha detto ai giornalisti: “Il Presidente Trump ha chiarito che si aspetta un miglioramento dei rapporti tra i due Paesi [Russia e Stati Uniti]. Ciò arrecherà benefici per entrambi i popoli e penso che oggi i nostri colloqui siano stati un passo nella giusta direzione”.

Con ciò, il capo della diplomazia statunitense ha voluto far capire che egli stava rappresentando il Presidente e non sé stesso, come abbiamo indicato la scorsa settimana. Non si può dire che Pompeo e il consigliere per la Sicurezza John Bolton abbiano sempre fatto così; anzi. Pompeo ha inoltre dichiarato di ritenere “che vi siano interessi convergenti da cui partire e la cosa più importante è che il Presidente Trump vuole ardentemente farlo”. Dal canto suo, Putin ha sottolineato che la Russia è pronta a ripristinare “rapporti a tutto campo” con gli Stati Uniti, come lo stesso Trump ha spesso indicato di desiderare. Il Ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha confermato che egli e Pompeo hanno tenuto “una franca conversazione su molti temi”, tra cui il disarmo nucleare, l’Iran, la Corea del Nord, l’Afghanistan e il Venezuela. Lavrov ha anche dichiarato che se Trump chiederà un incontro ufficiale con Putin da tenersi al G20 in Giappone, “risponderemo positivamente”.

Lavrov si riferiva alle dichiarazioni nelle quali Trump, il giorno prima, aveva detto che avrebbe incontrato Xi e Putin, facendo capire che l’occasione sarebbe stata il G20. Una simile prospettiva di cooperazione strategica rimane l’incubo del partito della guerra transatlantico.

Ovviamente, la Cina fa parte della configurazione strategica necessaria per superare la geopolitica e sostituirla con la cooperazione “win-win”. Il giorno prima della visita di Pompeo, a Soci era arrivato il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi, che avrebbe incontrato Putin e Lavrov per preparare la visita di stato del Presidente Xi Jinping. In quella occasione, Vladimir Putin ha elogiato lo stato dei rapporti tra Russia e Cina, rimarcando che la Belt and Road Initiative è “molto produttiva, interessante e significativa” e coerente con l’Unione Economica Eurasiatica.

Wang Yi ha non solo sottolineato gli eccellenti rapporti bilaterali tra Russia e Cina, ma anche l’importanza di inserire gli Stati Uniti in quella dinamica. Proponendo una cooperazione rafforzata “con altri Paesi, compresi gli Stati Uniti, sulla base del rispetto reciproco”, ha anche suggerito, secondo Xinhua, che Cina, Russia e America aumentino la cooperazione e contribuiscano assieme alla stabilità e allo sviluppo globali.

Londra: la stampa denuncia le operazioni dell’MI6 contro Trump alla vigilia della sua visita

Ad appena due settimane dalla visita di stato del Presidente americano Trump nel Regno Unito, molti quotidiani londinesi hanno deciso di puntare i riflettori sul ruolo dell’intelligence britannico, di enti e di singoli funzionari, nel tentato golpe contro di lui, noto come “Russiagate”.

“I capi delle spie britannici furono informati di un dossier sui legami tra Trump e la Russia, contenente accuse sui rapporti tra il Presidente e delle prostitute, molti mesi prima che egli venisse a conoscenza della sua esistenza”, titola il Daily Mail. “Le spie britanniche ottennero sporchi memorandum su Trump”, titola il Daily Telegraph, che continua: “gli uomini dell’intelligence di Theresa May furono informati in modo segreto di un dossier contenente affermazioni sui legami tra Donald Trump e la Russia prima ancora che il Presidente degli Stati Uniti fosse informato della sua esistenza. […] I capi dell’MI5 e dell’MI6 e uno dei più fidati consiglieri della signora May in tema di sicurezza furono informati sui memorandum dall’ex funzionario dell’intelligence Christopher Steele sulla campagna di Trump nelle settimane successive alla sua elezione nel novembre 2016”.

In realtà le invenzioni di Steele cominciarono a circolare addirittura un anno prima delle elezioni presidenziali americane.

I nomi sulle pagine dei quotidiani londinesi sono: Alex Younger e Sir Richard Dearlove, rispettivamente capo ed ex capo dell’MI6; Andrew Marker, direttore generale dell’MI5; il defunto Sir Andrew Farr, ex presidente del Joint Intelligence Committee, del quale si parla per la prima volta. È stato anche scritto che Christopher Steele aveva diretto l’ufficio dell’MI6 sulla Russia. Il Daily Mail, in particolare, riferisce che è stato dimostrato che i memorandum di Steele erano falsi e non sono stati inclusi nel resoconto dell’inchiesta di Mueller.

Non sappiamo il perché di questa decisione da parte della stampa britannica a due settimane dall’incontro di Trump con la regina Elisabetta e Theresa May.

La fondatrice e presidente dello Schiller Institute Helga Zepp-LaRouche ha suggerito che la Casa Bianca chieda pubbliche scuse per il tentato golpe condotto con i servizi britannici di intelligence, come è stato “luridamente” spiattellato sui periodici di Londra. (nella foto la sede dell’MI6 a Londra).

LaRouche e l’Italia, Verdi e la scienza, presentazione di Gorini a New York

Liliana Gorini, presidente di MoviSol, e John Sigerson, direttore dell’orchestra e coro dello Schiller Institute a New York, hanno tenuto ieri il quarto corso del LaRouche PAC sull’importanza e l’influsso delle idee dell’economista Lyndon LaRouche, mancato lo scorso febbraio (vedi sotto il video in inglese). Gorini ha esordito ricordando le parole di Helga Zepp-LaRouche, presidente dello Schiller Institute, che ha paragonato l’importanza degli scritti di LaRouche a quelli di Platone al Concilio di Firenze del 1439, che diede via al Rinascimento. Come Dante, Leonardo da Vinci, di cui celebriamo quest’anno il cinquecentenario, Petrarca, o Giuseppe Verdi, anche LaRouche unì nei suoi scritti poesia, musica, scienza ed arte dello stato, e come loro fu attaccato e incarcerato per le sue idee. “Anche Leonardo da Vinci fu incarcerato, per il suo trattato De Vocie, e gli esperimenti che aveva fatto sulle corde vocali, paragonando la voce umana alla propagazione della luce o delle onde nell’acqua, Dante fu esiliato, e Petrarca e Verdi svolsero anche un ruolo politico importante” ha detto la presidente di MoviSol, ricordando che dall’Italia sono giunte le firme più importanti alla petizione per la riabilitazione di LaRouche, incarcerato durante la presidenza Bush e liberato da Clinton.

Nel corso della sua presentazione Gorini ha mostrato foto delle audizioni tenute da LaRouche al Parlamento italiano nel 2007 e nel 2009 (nella foto è al Senato insieme alla Sen. Lidia Menapace e Gorini), e la conferenza del 2007 all’Hotel Nazionale con Giulio Tremonti, che lo scorso marzo, in un’intervista al Corriere della Sera, ha definito LaRouche un “visionario” che parlava di Nuova Via della Seta già negli anni Novanta. Ha quindi mostrato un’intervista di LaRouche sul La verdiano (La=432 Hz) in cui LaRouche ricorda che i cantanti più famosi hanno sostenuto la campagna dello Schiller Institute per il ritorno all’accordatura scientifica.

Nella seconda parte del corso, John Sigerson ha parlato di LaRouche e di Wilhelm Furtwaengler, facendo ascoltare alcune registrazioni in cui LaRouche parla in particolare delle Vier Ernste Gesaenge (le quattro canzoni sacre) di Brahms, e come la musica rifletta bene il concetto di “agape” in greco o “caritas” in latino, ovvero l’amore per il prossimo. Il corso si è concluso con l’esecuzione delle quattro canzoni sacre da parte di Gertrude Pitzinger, la famosa contralto tedesca che collaborò con lo Schiller Institute negli anni Novanta.

Sono giunte molte domande, sia dal pubblico presente a New York che online, sul La verdiano, sulla cupola di Brunelleschi, e un attivista dello Schiller Institute di origine italiana ha ringraziato Gorini per aver ricordato l’importanza dell’Italia nel rendere possibile il Nuovo Paradigma, auspicando che di musica classica si parli anche nelle scuole elementari e medie. Gorini ha ricordato a questo proposito che proprio pochi giorni fa, il 15 maggio, studenti delle medie guidati dal Mo. Mezzatesta, hanno tenuto a Cesena un seminario sul La verdiano, sul pianoforte e sullo Schiller Institute. “Se gli studenti delle medie studiano Verdi e Schiller c’è speranza per il futuro” ha concluso Gorini.

Crollano altri capisaldi del Russiagate

Conviene ignorare gli schiamazzi dei democratici e dei media, i quali tentano invano di spiegare che cosa sia veramente contenuto nel rapporto Mueller. Le accuse di oltraggio alla corte rivolte al Ministro della Giustizia Barr, le minacce di costringere funzionari dell’Amministrazione di Trump a deporre in tribunale e rendere pubblici dei documenti, per non parlare della proposta che deponga lo stesso Inquirente Speciale Robert Mueller (nella foto con Buah), sono un diversivo per distogliere l’attenzione dalla vera storia, che emerge sempre più ogni giorno: il Russiagate è un tentativo di golpe, avviato dall’intelligence britannica e condotto da funzionari di enti di intelligence americani sotto il Presidente Obama per ribaltare l’elezione di Donald Trump nel 2016, cosa che il nostro bollettino va ripetendo sin dal primo giorno.

Ecco alcuni sviluppi recenti, che secondo Kevin Brock, ex vicedirettore dell’intelligence dell’FBI, provocheranno “vertigini di 360 gradi” a Washington (leggi “James Comey è nei guai e lo sa”, The Hill, 7 maggio).

* Chiesti in tribunale i documenti che scagionano la Russia. Venerdì 10 maggio i legali di Roger Stone hanno presentato una mozione che mette in dubbio la bufala al cuore del Russiagate, ovvero il fatto che non furono russi gli hacker dei computer del Democratic National Committee (DNC) responsabili di aver “interferito” con le elezioni presidenziali del 2016 a vantaggio di Trump. Stone ha chiesto copie non censurate dei rapporti forensi di CrowdStrike da cui dipende tutta la narrativa del tipo “la Russia ha piratato il DNC e Podesta” (CrowdStrike è il fornitore privato del DNC ed è l’unico ente ad aver esaminato i computer che avrebbero subìto un attacco di hacker). La mozione include una dichiarazione giurata dell’ex consulente tecnico della NSA Bill Binney, che è pronto a deporre sulle sue valutazioni forensi che dimostrano che non vi fu alcun attacco di hacker dall’esterno. Per promuovere la frode della pirateria informatica russa, Mueller non ha mai interrogato Binney, affidandosi unicamente ai rapporti fraudolenti di CrowdStrike, che era stata pagata dall’organizzazione elettorale di Hillary Clinton, e alle assurde incriminazioni di funzionari del GRU russo, contando sul fatto che non si presenteranno mai in un tribunale americano.

* L’FBI sapeva che il dossier di Steele era politicamente motivato. L’accesso, in base alla legge FOIA sulla libertà di informazione, agli appunti della vicesegretaria di Stato Kathleen Kavalec, su un incontro dell’11 ottobre 2016 che ebbe con l’ex agente dell’MI6 Christopher Steele, dieci giorni prima che l’FBI usasse il suo dossier per giustificare l’autorizzazione a spiare l’assistente della campagna di Trump Carter Page. La Kavalec scrisse che Steele stava esercitando pressioni sul Dipartimento di Stato per rendere pubblico il proprio dossier al fine di influire sul risultato delle elezioni presidenziali. Ella passò il suo rapporto all’FBI ed altri. Come riferisce John Solomon su The Hill, ciò avrà “conseguenze epocali” in quanto dimostra che l’FBI era al corrente del fatto che alla base dell’autorizzazione del tribunale del FISA “v’era una motivazione politica e la scadenza per renderlo pubblico era entro il giorno delle elezioni”, eppure il Bureau usò ugualmente il dossier di Steele.

* Operazioni sporche dell’intelligence angloamericana. L’ex analista della CIA Larry Johnson ha studiato a fondo l’affare Russiagate e ne ha parlato ampiamente per il LaRouchePAC: tra le altre cose ha scoperto che l’allora direttore della CIA John Brennan collaborò con l’intelligence britannico, a cominciare dall’estate del 2015, per raccogliere informazioni e intercettazioni su tutti i candidati repubblicani e sul democratico Bernie Sanders, rivale di Hillary. Nel dicembre di quell’anno la campagna della Clinton iniziò ad accusare Trump di essere un burattino della Russia. In un articolo su Consortium News del 7 maggio, Johnson scrive che lo scandalo sulla collusione russa “era una deliberata invenzione di organizzazioni di intelligence e delle forze dell’ordine negli Stati Uniti e nel Regno Unito, e di organizzazioni vicine all’organizzazione elettorale della Clinton”. Johnson definisce questa “un’azione elaborata ad ampio raggio mirante a tendere una trappola [a Trump] e ai membri del suo team per poterli accusare di essere agenti della Russia” (vedi https://consortiumnews.com/2019/05/07/how-us-and-foreign-intelligence-agencies-interfered-in-a-us-election/).

L’articolo di Johnson coincide con molti altri che identificano la collaborazione tra l’intelligence britannica, la CIA e l’FBI nel condividere agenti, come Joseph Mifsud e Stefan Halper, che hanno condotto operazioni per incastrare, tra gli altri, George Papadopoulos (un attivista della campagna di Trump) e Carter Page per giustificare la storia degli “hacker russi”.

Il Presidente Trump ha preso nota di questi sviluppi e mette a fuoco il ruolo britannico, come ha fatto in un tweet dell’8 maggio sulla storia della Kavalec: “La spia britannica Christopher Steele ha cercato in tutti i modi di rendere pubblico il proprio falso dossier prima delle elezioni. Come mai?” Questo, ventiquattrore dopo aver accettato un invito della regina Elisabetta a visitare il Regno Unito dal 3 al 5 giugno.

Ci saranno altre rivelazioni, in quanto il Ministro della Giustizia Barr intende dare una risposta all’interrogativo, affinché sia iniziata l’inchiesta del Russiagate, e sono attesi rapporti dagli ispettori generali del Ministero della Giustizia Horowitz e John Huber, e dai PM dell’Utah che stanno indagando su svariate accuse di condotta illecita da parte dei funzionari del Ministero e dell’FBI nell’inchiesta contro Trump. I nemici di Trump strilleranno ancora più forte quando saranno fatte queste nuove rivelazioni.

GBTimes pubblica una video-intervista con Helga Zepp-LaRouche sulla Nuova Via della Seta

GBTimes, un sito multimediale cinese con sede in Finlandia, promotore del dialogo tra Cina ed Europa, ha pubblicato in prima pagina una video-intervista di 42 minuti con Helga Zepp-LaRouche, registrata subito dopo il Forum Belt and Road tenutosi a Pechino il 25-27 aprile (vedi sotto).

L’introduzione al video è la seguente: “Si è concluso a Pechino, alla fine di aprile, tra critiche internazionali crescenti, un forum di tre giorni che promuove l’Iniziativa Belt and Road, la politica distintiva del Presidente cinese Xi Jinping descritta dai suoi sostenitori come ‘il progetto del secolo'”.

“Il piano ambizioso della Cina è di collegarsi all’Europa e all’Africa tramite le antiche vie commerciali della Via della Seta sviluppando gli scambi e impegnandosi in massicci investimenti in ferrovie, porti, centrali elettriche e altre infrastrutture. Tuttavia, i critici l’hanno etichettata come uno strumento geopolitico che vincolerebbe finanziariamente alcuni Paesi a Pechino con la ‘diplomazia della trappola del debito'”.

“Benché l’iniziativa abbia ricevuto un’accoglienza mista in Europa, lo Schiller Institute, un organismo con sede in Germania, è un attivo sostenitore di questa politica da molti anni”.

“Helga Zepp-LaRouche, fondatrice e presidente dell’Istituto, ha parlato con gbtimes.com del recente forum, delle crescenti critiche e dell’importanza del fatto che Italia e Svizzera abbiano aderito all’Iniziativa Belt and Road [https://gbtimes.com/interview-with-helga-zepp-larouche- on-chinas-new-silk-road-and-europe]”.

All’inizio di maggio la valutazione dell’EIR sul Forum Belt and Road è stata al centro anche di un servizio dell’emittente cinese CCTV-13. William Jones, dell’ufficio dell’EIR di Washington, ha dichiarato alla TV che il forum dimostra i progressi fatti da questa iniziativa, con molti più leader e partecipanti rispetto ala prima edizione, ed è arrivato a uno stadio in cui gran parte della popolazione mondiale ha espresso in un modo o nell’altro il proprio sostegno all’iniziativa.

Più specificamente, ha detto sulla BRI: “Il treno è partito, ma tutti possono salirvi, a una delle tante fermate che farà lungo la strada”. Secondo lui, il forum rappresenta uno spartiacque e dimostra che la Cina svolgerà un ruolo maggiore nel determinare il corso che prenderà il mondo, permettendo a tutti i Paesi di partecipare alla definizione delle “regole” finora imposte da un singolo Paese o da un gruppo di nazioni. Ha concluso dicendo che dobbiamo andare verso un sistema di governance in cui non venga imposto ai Paesi un singolo modello, ma in cui tutti i Paesi, con le loro diverse culture e sistemi di governo, devono imparare a collaborare. L’intervista è stata ripresa dall’edizione cinese del China Daily e da chinanews.com.

L’ex ambasciatore greco Chrysanthoupoulos inchioda la Commissione UE sull’austerità

Il 12 gennaio scorso, l’ex ambasciatore greco Leonidas Chrysanthopoulos inviò una lettera alla Commissione Europea esigendo il risarcimento dei danni per il taglio del 60% della pensione, come conseguenza della politica di austerità imposta dall’UE alla Grecia. La Commissione ha risposto solo l’8 maggio, quattro mesi dopo, quando Chrysanthopoulos ha pubblicato la propria lettera sui media internazionali, denunciando il fatto che non aveva ottenuto risposta. Secondo alcuni osservatori, la Commissione avrebbe reagito in particolare alla versione italiana, pubblicata sul sito movisol.org, stilando una lunga lettera e inviandola a Chrysanthopoulos lo stesso giorno.

L’ex ambasciatore greco ha accusato la Commissione di aver violato l’art. 2 del Trattato sull’Unione Europea e l’art. 1 della Carta dei Diritti Fondamentali che riguarda il diritto alla dignità umana e ha invocato l’art. 41.3 della stessa Carta, che recita: “Ogni individuo ha diritto al risarcimento da parte della Comunità dei danni cagionati dalle sue istituzioni o dai suoi agenti nell’esercizio delle loro funzioni conformemente ai principî generali comuni agli ordinamenti degli Stati membri”.

Nella risposta a scoppio ritardato, Paul Kutos, a nome del Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, ha difeso la politica di austerità, affermando che “la Grecia ha completato con successo il programma ESM nell’agosto 2018 e sta tornando alla crescita economica”. La Commissione non avrebbe agito d’arbitrio ma avrebbe applicato le regole e “dissente con la Sua affermazione secondo cui la riduzione della Sua pensione violerebbe l’art. 2 TEU e l’art. 1 della Carta”.

Il portavoce di Juncker sottace il fatto che i tagli sociali sono serviti a salvare le grandi banche internazionali, ma sostiene che “la decisione di riformare il sistema pensionistico greco e renderlo sostenibile serve uno scopo di interesse generale”.

La risposta della Commissione ignora completamente le prove della responsabilità di Bruxelles addotte dall’ambasciatore, tra cui le dichiarazioni del Commissario Moscovici e dell’ex presidente dell’Eurogruppo J. Disselbloem, che ammise che la riforma pensionistica fu un errore e che la Commissione dell’UE ne reca la responsabilità.

Rispondendo il 10 maggio a Juncker, l’ambasciatore greco gli ricorda che “solo il 20% dei fondi destinati alla Grecia sono arrivati al nostro paese, il restante 80% è andato direttamente ai prestatori.

In particolare, Chrysanthopoulos aveva fatto riferimento a quanto scritto dallo stesso Moscovici il 20 agosto 2018 sul suo blog: “L’impianto dei tre programmi di assistenza consecutivi [per la Grecia] era imperfetto” e certe posizioni “hanno portato l’Eurogruppo ad adottare riforme, in particolare quelle sulle pensioni che sarebbero entrate in vigore nel 2019, che secondo me erano troppo dure. Otto anni di crisi è un periodo troppo lungo. I politici hanno qualche responsabilità e io accetto la mia parte di essa… dobbiamo riconoscere che le misure adottate erano talvolta intrusive e che questi funzionari hanno avuto una grande influenza sul processo”. Moscovici ha persino ammesso che “fu l’Eurogruppo a prendere la decisione finale, senza alcun controllo democratico”.

La storia non finisce qui. L’ambasciatore Chrysanthopoulos ha sottolineato che non è tanto il danno finanziario – anche se si tratta di cinquantamila euro – ma la questione di principio che gli sta a cuore, e ha annunciato una dura risposta alla lettera della Commissione.

I dipendenti milionari di Deutsche Bank e l’urgenza della separazione bancaria

Mentre le azioni di Deutsche Bank sono scese al di sotto dei 7 euro e le soluzioni “di mercato” per il salvataggio falliscono, emerge che la megabanca tedesca è l’istituto finanziario europeo col più alto numero di dipendenti con redditi che superano ciascuno il milione di euro.

Secondo un’inchiesta del quotidiano economico francese Les Echos del 7 maggio, Deutsche Bank guida la classifica delle banche europee con 643 dipendenti milionari. Al secondo posto è Barclays, con 542, e al terzo Hong Kong Shanghai Banking Corporation, con 399. Al quarto posto è la francese Paribas, con 181, mentre il gigante svizzero Crédit Suisse è sesto; la prima banca italiana, Intesa Sanpaolo, è dodicesima, con solo 33 milionari. Così, risulta che le banche con più milionari sono anche quelle col maggiore volume di derivati! (vedi https://www.lesechos.fr/finance-marches/banque-assurances/deutsche-bank-en-tete-du-palmares-des-banquiers-millionnaires-1016659).

Il sistema funziona così: i più pagati sono i manager che assumono i rischi più alti – e cioè portano la banca alla rovina. Nel caso di Deutsche Bank, che ha il record di derivati in bilancio, con oltre 40 mila miliardi, il dipendente più pagato è il capo del settore investment banking, Garth Ritchie, che ha guadagnato 8,6 milioni nel 2018, dopo aver staccato un assegno di 3,25 milioni l’anno precedente. Nel frattempo, Deutsche Bank ha perso oltre la metà del capitale azionario e pagato multe per circa trenta miliardi dal 2008, per reati compiuti proprio dal settore investment.

Deutsche Bank era una volta il fiero campione del cosiddetto “capitalismo renano”, un sistema in cui le banche perseguivano come una missione la garanzia del credito a piccole e grandi imprese industriale vita natural durante. Oggi essa è diventata “un buco nero con un hedge fund intorno”, nella descrizione popolare. Nel tentativo disperato di evitare una liquidazione con rispettiva strage di titolari di obbligazioni e di correntisti (bail-in), il governo tedesco ha promosso il tentativo di fusione con Commerzbank, una telenovela che per mesi ha tenuto le redazioni mediatiche col fiato sospeso, per poi giungere all’inevitabile conclusione che la fusione non fosse possibile. Solo l’integrazione dei sistemi IT delle due banche avrebbe richiesto due-tre anni, laddove è richiesto un ritorno alla redditività a breve termine.

Quando esplose la crisi di Deutsche Bank alcuni anni fa, Lyndon LaRouche propose una ricapitalizzazione pubblica a condizione che la banca tornasse alla tradizione dell’ex presidente Alfred Herrhausen. Mentre questa soluzione è ancora valida, sono maturi i tempi per una commissione d’inchiesta, simile alla famosa “Commissione Pecora” che scoprì le malefatte dei “bankster” americani e aprì la strada alle riforme di Franklin Roosevelt nel 1933, prima fra tutte la separazione tra banche commerciali e banche d’affari (Glass-Steagall Act).

Russia e Stati Uniti devono raffreddare i punti caldi

Molti si saranno chiesti come mai il Presidente Trump abbia deciso di inviare il Segretario di Stato Mike Pompeo a incontrare il Presidente russo Vladimir Putin e il Ministro degli Esteri Sergei Lavrov il 14 maggio, dati gli attacchi quotidiani sferrati a Mosca dal Dipartimento di Stato. Apparentemente, Trump si fida che Pompeo rappresenterà il suo punto di vista – e non il proprio – in quegli incontri. Un briefing del Dipartimento di Stato sull’imminente viaggio di Pompeo a Soci aveva esplicitamente asserito: “Una parte della nostra politica verso la Russia dice che è nostro interesse avere un rapporto migliore con la Russia”. Il funzionario, che ha parlato “on background”, cioè mantenendo l’anonimato, ha citato Trump: “Un dialogo produttivo è buono non solo per gli Stati Uniti e per la Russia, ma anche per il mondo… Se vogliamo risolvere molti dei problemi che affliggono il mondo, dovremo trovare il modo di cooperare per perseguire interessi comuni”.

È un fatto che il governo russo si è dimostrato essenziale nel risolvere numerose crisi nel mondo: da quella in Venezuela a quella in Iran, dalla crisi in Corea del Nord a quelle in Siria e in Afghanistan. Ognuna di queste crisi potrebbe esplodere in una guerra in piena regola e minacciare un conflitto mondiale. Di questo hanno discusso Putin e Trump nell’inaspettata telefonata di un’ora e mezzo del 3 maggio (cfr. SAS 19/19). Poi Trump ha spedito il suo rappresentante speciale per la Corea del Nord, Stephen Biegun, e l’inviato in Afghanistan, Zalmay Khalilzad, a Mosca.

Tuttavia, numerosi neocon sia interni sia esterni all’Amministrazione, tra cui lo stesso Mike Pompeo, il consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton e il Vicepresidente Mike Pence, soffiano sul fuoco, perlomeno verbalmente, di quei punti caldi, sapendo bene che essi sono conflitti surrogati contro Russia e Cina.

Anche le tensioni verbali tra Washington e Teheran sono aumentate nelle scorse settimane, comprendendo minacce di nuove sanzioni e dispiegamenti militari. Tuttavia, secondo il New York Times e altre fonti, i vertici militari sono contrari a un’escalation. I leader di Teheran sono ben consci dell’influenza del partito della guerra e dei neocon a Washington. Parlando per CBS News il 5 maggio, il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ha dichiarato: “Non crediamo che il Presidente Trump voglia lo scontro. Ma sappiamo che v’è gente che lo va cercando”. Trump, dal canto suo, parlando ai media il 10 maggio ha chiesto ai dirigenti iraniani di “chiamarlo” e negoziare un accordo equo, a patto che accettino di non sviluppare armi nucleari.

Nello stesso briefing, Trump ha risposto a chi gli chiedeva quali consigli ricevesse da Bolton, in particolare dopo il fiasco del fallito golpe in Venezuela, in un modo che ha fatto capire di essere lui, e non Bolton, a fare la politica. “John ha delle forti opinioni sulle cose, ma va bene”, ha detto, aggiungendo: “In realtà, io lo modero, cosa che sorprende, vero? Vi sono altri che sono ancora [di] più [come] falchi, ma alla fine sono io a prendere le decisioni”.

Per quanto riguarda i negoziati commerciali con la Cina, non è stato raggiunto alcun accordo, ma sia Trump sia il negoziatore cinese Liu He sostengono che sono stati fatti passi in avanti e che i colloqui continueranno. Trump ha auspicato un vertice con Xi Jinping una volta raggiunto un accordo.

Commemorazione di Lyndon LaRouche

Lo Schiller Institute ha annunciato che sabato 8 giugno, coloro che hanno conosciuto, ammirato e rispettato Lyndon LaRouche si raccoglieranno in diverse parti degli Stati Uniti per cerimonie di commemorazione. LaRouche è mancato il 12 febbraio di quest’anno e il necrologio ufficiale si trova qui: https://larouchepub.com/other/2019/ lyndon_h_larouche_jr_obituary.html.

I voluminosi scritti di LaRouche ne attestano la produttività e la multidisciplinarità: dall’economia alla fisica e alla musica e molte altre discipline. Sfortunatamente, essi non sono conosciuti e diffusi abbastanza in America e altrove a causa della caccia alle streghe e della campagna di vilipendio condotta contro di lui dalla stessa fazione imperiale che egli ha sempre denunciato e combattuto.

Il 4 maggio, inaugurando un ciclo di conferenze, la vedova di LaRouche Helga ha dichiarato che la cosa che le sta più a cuore è “fare appassionatamente il meglio e farlo al massimo delle nostre capacità per mantenere in vita le magnifiche idee di mio marito. Penso che nelle sue opere siano presenti tali tesori, perle incredibili (…) che vanno dalla musica alla poesia, dal teatro a profonde concezioni sull’universo fisico, che esse siano essenziali per ricreare la capacità degli Stati Uniti di riprendersi e tornare a essere nuovamente una repubblica, un faro di speranza con cui tutti i popoli del mondo vogliono essere amici e cooperare”.

La nuova ondata di terrorismo prende di mira la Nuova Via della Seta

Nella storia moderna, l’impero britannico è sempre stato la madre del terrorismo come forma di guerra irregolare. Oggi ci sono buoni motivi per ritenere che il bersaglio strategico di questa nuova ondata di terrorismo sia l’Iniziativa Belt and Road della Cina.

Pochi giorni dopo gli attacchi terroristici di Pasqua nello Sri Lanka, il presunto leader dell’ISIS Abubakr al-Baghdadi è apparso in un video lodando la strage e sostenendo che fosse una vendetta per la sconfitta del califfato dell’ISIS in Siria. Ha ringraziato i kamikaze per la loro fedeltà all’ISIS, senza però rivendicare un ruolo diretto nell’orchestrare gli attacchi. Ha detto che la loro battaglia oggi è una guerra d’attrito per danneggiare il nemico, il quale deve sapere che la jihad continuerà fino al giorno del giudizio, in quella che ha definito una guerra lunga e sanguinosa.

In realtà non è nemmeno certo che Baghdadi controlli l’ISIS. Né è certo che quello nel video sia proprio lui, che non è stato visto da cinque anni e si ritiene sia stato ucciso qualche anno fa. Tuttavia, ora che l’ISIS è stato sconfitto in Siria e in Iraq, lo scopo del video era quello di pubblicizzare il trasferimento delle operazioni terroristiche in Asia ed Africa, in cui sono più attive le politiche della Belt and Road.

Il Ministro della Difesa russo Sergei Shoigu, parlando a Bishkek, nel Kirghizistan, il 29 aprile, ha ammonito che l’Afghanistan sta diventando una testa di ponte per la diffusione dello Stato Islamico nell’Asia Centrale, altra regione cruciale per la Nuova Via della Seta, ed anche nell’Asia Sudoccidentale.

In Africa, il gruppo terrorista islamico detto Forze Democratiche Alleate (ADF) ha colpito due volte nelle ultime tre settimane nella regione orientale della Repubblica Democratica del Congo. L’ADF è composto da musulmani ugandesi che si ribellano al governo dell’Uganda dal 1995, che a sua volta ha forti legami storici con l’Arabia Saudita. Dopo essere stato espulso dall’Uganda, il gruppo si è stabilito nella Repubblica Democratica del Congo da alcuni anni, conducendo periodicamente attacchi brutali. Negli ultimi mesi si è autodefinito membro dello Stato Islamico. I due attacchi più recenti sono avvenuti il 18 aprile, uccidendo tre soldati della Repubblica Democratica del Congo, e il 1 maggio, uccidendo sei civili congolesi. Entrambi gli attacchi sono stati condotti nel nome dell’ISIS.

Il pericolo è che l’ADF diventi il nucleo di un’operazione terroristica più grande sotto la copertura dell’ISIS e che inizi a destabilizzare l’Africa orientale e centrale, in cui si stanno sviluppando rapidamente le attività della Belt and Road. Già ora, stando all’Indice sul Terrorismo Globale (GTI) pubblicato l’anno scorso, la Repubblica Centro Africana, il Mali e il Kenya sono tra i dieci Paesi in cui aumenta più velocemente il terrorismo. (Nella foto il Presidente russo Putin al recente Forum Belt and Road a Pechino).

Per partecipare alla Nuova Via della Seta, l’Europa deve migliorare le proprie infrastrutture

Per gli europei, aderire alla Nuova Via della Seta (BRI, Belt and Road Initiative) non basta: occorre mettere le proprie infrastrutture in condizione di approfittarne. È questo che si comincia finalmente a chiedere in Germania e Italia.

Il 30 aprile si è tenuta la seconda riunione pubblica della Task Force Cina, presieduta dal sottosegretario Michele Geraci (nella foto durante il convegno “l’Italia sulla Nuova Via della Seta” tenuto da MoviSol e Regione Lombardia il 13 marzo a Milano). Mentre Geraci ha affrontato il tema del commercio, quello delle infrastrutture è stato discusso da Daniele Rossi, presidente di Assoporti.

Rossi ha elencato tre fattori che fanno dell’Italia il terminale naturale della Via della Seta Marittima: la posizione geografica, che la investe di ben quattro TEN-T, i corridori trans-europei; la possibilità di fare affidamento su infrastrutture integrate di trasporto su strada, ferrovia, aereo e portuali; e una certa familiarità con il sistema e la mentalità cinesi.

Nessun altro Paese può vantare tutti e tre questi fattori, ha sottolineato Rossi. Tuttavia, le infrastrutture terrestri vanno completate e benché l’Italia abbia almeno quindici porti di rilevanza, “nessun porto italiano è oggi in grado di ricevere la Via della Seta”, è stato l’allarme lanciato da Rossi. La Via della Seta non è questione di qualche migliaio di container in più, ha spiegato, ma è ciò che dovrebbe portare nei nostri porti le mega-navi con dieci-dodicimila container ognuna. I porti italiani oggi non sono in grado di accoglierle regolarmente, ogni uno o due giorni. Perciò è urgente adeguare le infrastrutture e mettere i porti in rete (ad esempio Trieste con Venezia e Ravenna nell’alto Adriatico.

In Baviera, uno studio commissionato dalla Camera di Commercio della Baviera all’istituto di ricerca economica IFO è giunto alla conclusione che, oltre al commercio con la Cina, la Nuova Via della Seta offre grandi occasioni di crescita alle esportazioni bavaresi in Ucraina, Bielorussia e Kazakistan come pure, specificamente per prodotti farmaceutici, in Mongolia e Uzbekistan. In direzione opposta, possono svilupparsi le importazioni da Kazakistan, Ucraina, Azerbaigian, Armenia, Uzbekistan e Kirghizistan. I vantaggi proverranno dal miglioramento delle infrastrutture da questi Paesi ma anche da investimenti al di fuori della Via della Seta.

Tuttavia, “per permettere alle imprese di trarre benefici da questi cambiamenti, i decisori politici devono creare le necessarie infrastrutture di trasporto in Baviera e in Europa. Senza un collegamento fisico con i corridoi della Via della Seta, l’Europa e la Baviera perdono il contatto con quegli sviluppi”. Lo studio non può fare a meno di ripetere il solito mantra che le imprese europee non debbano essere “discriminate” sulla Via della Seta.

L’ambasciatore Chrysantopoulos: come l’UE viola i trattati e ignora i suoi cittadini

L’ambasciatore Leonidas Chrysantopoulos, ex segretario generale dell’Organizzazione di Cooperazione Economica del Mar Nero, ha deciso di rendere pubblico un suo ricorso alla Commissione Europea per risarcimento danni a seguito del taglio del 60% della pensione come parte della politica di austerità imposta dalla Troika alla Grecia.

Come ha spiegato a Movisol, per Chrysantopoulos si tratta non tanto del valore monetario, in sé pur notevole, ma di una questione di principio, perché la Commissione non si è nemmeno degnata di rispondergli. Ecco il testo della dichiarazione dell’ambasciatore, pubblicata contemporaneamente su diverse testate europee.

“Il 12 gennaio 2019 ho invocato l’articolo 41.3 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE. Quest’articolo recita: “Ogni individuo ha diritto al risarcimento da parte della Comunità dei danni cagionati dalle sue istituzioni o dai suoi agenti nell’esercizio delle loro funzioni conformemente ai principi generali comuni agli ordinamenti degli Stati membri.” La mia supplica era allegata ad una lettera indirizzata al Presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker, la cui ricezione è stata confermata dalla Commissione il 17 gennaio.

Il 23 febbraio ho spedito un’e-mail a Michael Shotter, membro dello staff del Presidente e responsabile per la Carta dei Diritti Fondamentali, con la corrispondenza indirizzata al signor Juncker, chiedendo una risposta. Fino ad oggi non ne ho ricevuto alcuna. Va ricordato che l’Art. 17 del Trattato UE afferma che la Commissione deve assicurare l’applicazione dei Trattati. Qui l’UE impedisce a un cittadino UE di esercitare i diritti sanciti dal Trattati semplicemente ignorandolo.

E’ una vergogna che la Commissione non risponde a lettere ufficiali spedite da cittadini EU e viola i Trattati che essa stessa è tenuta ad applicare. Perciò l’ascesa del populismo nell’UE è principalmente il risultato della violazione dei Trattati dalla stessa UE.

(…)

Leonidas Chrysantopoulos

La telefonata tra Trump e Putin che allunga la vita (la nostra)

Bisognava aspettare il fallimento del Russiagate, perché finalmente Trump potesse chiamare Putin al telefono e conversare con lui un’ora e mezza il 3 maggio. Entrambi hanno definito la discussione molto produttiva. L’ultima volta si erano parlati durante uno scambio informale, il 1 dicembre 2018, durante il G20 di Buenos Aires, dopo che era stato annullato il loro vertice a seguito di forti pressioni su Trump (perfino accusato di essere un “traditore” e un “fantoccio di Putin”).

Dopo la telefonata, Trump ha pubblicato il seguente tweet: “Ho fatto una lunga e ottima conversazione col Presidente russo Putin. Come ho sempre detto, molto prima che iniziasse la caccia alle streghe, andare d’accordo con la Russia, la Cina e tutti gli altri è una buona cosa, non una cattiva cosa. Abbiamo discusso di commercio, Venezuela, Ucraina, Corea del Nord, controllo delle armi nucleari e perfino della ‘bufala russa’”.

La dichiarazione rilasciata dal Cremlino nota che sono stati discussi i rapporti bilaterali e, in particolare, la cooperazione economica, oltre alla necessità di sviluppare “rapporti commerciali e di investimento che vadano a beneficio di entrambi”. Entrambi si sono impegnati ad aumentare il dialogo bilaterale su un certo numero di temi. Putin ha informato Trump dei risultati principali del suo incontro a Vladivostok con il Presidente nordcoreano Kim Jong-un. Sul Venezuela, Putin si è pronunciato fermamente contro “le interferenze esterne negli affari interni del Paese e i tentativi di cambiare il governo di Caracas con la forza”.

Uno degli argomenti discussi sono le prospettive di avviare colloqui sul disarmo tra Stati Uniti, Russia e Cina. Parlando ai giornalisti alla Casa Bianca, Trump ha detto che si tratta di produrre meno attrezzature militari, eventualmente riducendo “la tremenda potenza di fuoco che abbiamo attualmente”. Ha aggiunto che Pechino “vorrebbe fare parte dell’accordo” e di aver sollevato la questione nel corso dei colloqui commerciali in corso con la Cina.

Stando alla portavoce per la stampa della Casa Bianca Sarah Sanders, il tema del disarmo riguarda il rinnovo e l’estensione del trattato START, che scade nel 2021. I due leader, ha detto “hanno discusso un accordo nucleare, sia nuovo che allargato, e la possibilità di includere la Cina”.

Su una nota più leggera, a Trump è stato chiesto se abbia sgridato il Presidente russo per le interferenze nelle elezioni americane, e Trump ha risposto che se ne è parlato di sfuggita e che Putin “ha sorriso quando ha detto la vicenda è iniziata come una montagna ed è finita come un topolino. Ma se lo aspettava, perché sapeva che non v’è stata alcuna collusione”.

Ora che si è tornati alla possibilità di una discussione aperta tra Donald Trump e Vladimir Putin e v’è la prospettiva di includere la Cina in questo processo, la situazione offre l’occasione di una cooperazione tra le principali potenze, per contrastare la corsa imperiale alla guerra e costruire il nuovo paradigma.

Lo Schiller Institute parla all’ONU delle origini britanniche del Russiagate

Il 30 aprile la delegazione russa presso le Nazioni Unite ha presentato con il titolo “Media per la democrazia: giornalismo e democrazia in tempi di disinformazione nella regione euro-atlantica” un evento all’interno dell’edificio principale sede dell’organizzazione internazionale. L’invito annunciava tra l’altro la discussione sul fatto che “… i cittadini cominciano a considerare i media come uno strumento di manipolazione di massa e una piattaforma per la diffusione di disinformazione e di notizie false”.

Tra i relatori presenti: Maria Sakharova, portavoce del Ministero russo degli Esteri; il giornalista esperto di ONU per CBS-TV; un corrispondente da Washington di Sputnik News; funzionari delle Nazioni Unite. Richard Black, dello Schiller Institute, ha moderato la sessione dedicata alle persone incaricate di rispondere ai discorsi inaugurali. La Sakharova ha esaminato gli abusi registrati in Occidente ai danni di giornalisti russi e la politica ufficiale occidentale che parte dal presupposto che la Russia sia “estranea alla società civile”, quindi il rifiuto di consentire alla stampa di raccontare i veri sviluppi della questione della Crimea, per fare uno dei tanti esempi. La Sakharova ha denunciato come i giornalisti europei ed americani si rifiutino di visitare la Crimea per verificare di persona quel che accade e, di pari passo, il rifiuto delle nazioni occidentali di concedere permessi di soggiorno ai giornalisti della Crimea desiderosi di testimoniare davanti alle popolazioni occidentali. Sakharova ha trattato molti altri esempi di simili abusi.

Parlando per primo, Richard Black ha documentato l’origine britannica, dell’intelligence britannica, del controllo sui media euro-atlantici. Ha citato l’esempio di come i media non abbiano parlato della denuncia da parte del Presidente Trump del tentato golpe in corso, del suo appello per il disarmo nucleare, le sue lodi all’aiuto dato da russi e cinesi nei negoziati col Presidente nord-coreano Kim. Ha quindi denunciato il ruolo dell’Institute for Statecraft, finanziato dal governo britannico, e da altri enti della propaganda neoconservatrice, come l’Atlantic Council. Ha concluso assicurando ai diplomatici e giornalisti presenti che la popolazione americana non sostiene il tentativo di golpe contro il Presidente e vuole la pace con Russia e Cina. (Nella foto una manifestazione del LaRouchePAC a New York contro il tentato golpe).

Ecco il video dell’intervento di Richard Black:

I media cinesi riconoscono il ruolo dello Schiller Institute nella Nuova Via della Seta

Alla vigilia del secondo Belt and Road Forum, vari media cinesi hanno dato risalto al contributo dello Schiller Institute nel promuovere la cooperazione con la BRI. Tra questi:

* Il Beijing Review ha pubblicato il 17 aprile un articolo di Helga Zepp-LaRouche intitolato “Vie verso l’Occidente – Messinscene geopolitiche rendono impossibile vedere le soluzioni”. L’autrice scrive che “Negli ultimi anni, i media occidentali e i politici tradizionali hanno scelto di ignorare in gran parte l’Iniziativa Belt and Road proposta dal Presidente Xi nel 2013. Questa, consistente nella Cintura Economica della Via della Seta e nella Via della Seta Marittima, affronta efficientemente i bisogni infrastrutturali dei Paesi in via di sviluppo, che l’Occidente ha preteso non esistessero.

“Ma a un certo punto l’establishment occidentale si è accorto che la Cina non solo stava costruendo un sacco di linee ferroviarie, porti, ponti, centrali energetiche e parchi industriali in Asia, Africa e persino in alcune parti d’Europa, ma che la prospettiva dell’alleviamento della povertà offerta dalla Cina instillava uno spirito ottimistico senza precedenti”.

La fondatrice dello Schiller Institute conclude che l’Europa, che ora è così divisa, ha bisogno di unirsi attorno alla cooperazione win-win con la Cina e allo sviluppo congiunto di mercati terzi, ma anche “introducendo la ricca eredità della cultura classica europea nel concerto delle nazioni. Se le nazioni d’Europa si ricollegano alle loro tradizioni culturali, non dovranno temere la Cina. Invece, avremo un dialogo tra il meglio che l’umanità abbia prodotto”.

* CCTV-13, il principale canale televisivo in lingua cinese, ha ritrasmesso stralci di un’intervista con Helga Zepp-LaRouche girata nel febbraio scorso, mandandoli in onda appena prima della diretta del discorso di apertura di Xi Jinping al Belt and Road Forum. CCTV-13 ha trasmesso anche un breve estratto di una dichiarazione di Jason Ross che ridicolizza le accuse di “diplomazia del debito” cinese in Africa (vedi http://tv.cntv.cn/video/C10598/3cc0a617f77946f9b86c5a759b6d5617 e http://tv.cntv.cn/video/C10598/526d5198db104dfcb10242a85daacc5b).

* Il China Daily ha intervistato il vicedirettore dello Schiller Institute americano Brian Lantz sull’impatto internazionale della BRI. Nell’intervista, pubblicata il 24 aprile, Lantz sottolinea in particolare le prospettive di cooperazione internazionale e l’importanza della recente adesione dell’Italia.

* Anche Le Figaro e Le Monde hanno pubblicato il 26 aprile un supplemento sulla Belt and Road Initiative, pagato dal Quotidiano del Popolo, contenente tre articoli, uno dei quali sul nuovo studio in lingua francese dello Schiller Institute sul “Ponte terrestre mondiale”. “Il 6 novembre dello scorso anno”, scrive l’autore, “lo Schiller Institute, un pensatoio internazionale, ha pubblicato la versione francese del dossier ‘La Nuova Via della Seta, un Ponte Terrestre Mondiale per porre fine alla Geopolitica’. Alla presentazione, che si è tenuta presso il municipio del Quinto Arrondissement, è stato raccomandato che i Paesi aderiscano alla Belt and Road Initiative. Contrariamente agli analisti sull’altra sponda dell’Atlantico, spesso prigionieri del software ‘geopolitico’ in cui vi sono sempre un vincitore e un perdente, qui si cerca di mostrare che un paradigma win-win non solo è possibile, ma è indispensabile. Laddove le Nuove Vie della Seta devono essere conosciute in virtù delle grandi occasioni che offrono per gli scambi internazionali, esse devono essere note soprattutto – spiega il dossier – come alternativa alla globalizzazione finanziaria e come vera e propria leva per far ripartire la crescita e per favorire la pace. Helga Zepp-LaRouche, presidente e fondatrice dell’istituto, afferma che dal 2013, anno del suo lancio, la BRI ha plasmato il mondo. L’iniziativa cinese avrà una crescente influenza su sempre più Paesi e migliorerà il futuro”.

(Nella foto Helga Zepp-LaRouche e il sottosegretario Michele Geraci al convegno “L’Italia sulla Nuova Via della Seta” tenuto da MoviSol e Regione Lombardia a Milano il 13 marzo scorso).

Lago Ciad: l’ONU aiuterà nella raccolta fondi per attuare il progetto Transaqua

Il Presidente nigeriano Muhammadu Buhari ha convinto il Segretatio Generale dell’ONU Antonio Guterres a partecipare allo sforzo per raccogliere i 50 miliardi di dollari necessari per finanziare il Progetto Transaqua per il Lago Ciad. Questa cifra è stata proposta alla conferenza internazionale sul Lago Ciad che si tenne nel febbraio 2018 e nella quale fu approvato il piano integrato per il trasferimento idrico e multi-infrastrutturale noto come Transaqua, quale unica soluzione fattibile per riempire il lago.

Il progetto prevede il trasferimento da 40 a 100 miliardi di metri cubi di acqua all’anno dal bacino del Congo al Lago Ciad, con un sistema di dighe, bacini artificiali e canali che intercettino gli affluenti di destra del fiume Congo, sottraendone il 5-8% di acqua. Il termine tecnico del piano è “trasferimento idrico tra bacini”. Il governo italiano co-finanzia lo studio di fattibilità del progetto.

Il Presidente Buhari ha rivelato tramite il proprio portavoce per la stampa il 24 aprile che il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres ha accettato di co-presiedere un incontro particolare di donatori per raccogliere i 50 miliardi necessari. Stando ai media nigeriani, Buhari ha proposto a Guterres di co-presiedere spiegando che è necessario organizzare un forum particolare perché gli ingenti capitali necessari per il progetto superano le capacità finanziarie dei Paesi del Bacino del Lago Ciad.

Il prosciugamento del Lago Ciad, che oggi è al 10% dell’estensione precedente, ha provocato carestie mettendo in pericolo la vita economica dei 30 milioni di abitanti nell’area. Ha avuto un impatto sulla sicurezza internazionale incoraggiando le migrazioni clandestine verso l’Europa e alimentando il reclutamento di gruppi terroristici come lo Stato Islamico dell’Africa Occidentale (ISWA) e Boko Haram, che hanno costruito la propria roccaforte nella regione.

Il Presidente Buhari ha chiesto anche al Qatar di unirsi allo sforzo finanziario per il Lago Ciad. In un incontro ad Abuja il 23 aprile con l’emiro Tamim bin Hamad Al-thani, Buhari ha dichiarato: “Abbiamo bisogno di aiuto per ripristinare il Lago Ciad e non si tratta di un progetto che i Paesi coinvolti possano affrontare da soli”, aggiungendo: “Ripristinare il lago farà rifiorire la pesca, l’agricoltura, l’allevamento e i giovani non verranno più attirati da rivolte o dall’immigrazione clandestina. Chiediamo al Qatar di partecipare per via della natura umanitaria di questa impresa”. Era la prima visita di un emiro del Qatar in Nigeria. I due capi di stato hanno discusso anche di investimenti in petrolio, energia, aviazione, agricoltura, ferrovie e altri settori.

Elezioni in Ucraina: allontanandosi dal disastro

L’attore e comico Volodymyr Zelensky ha stravinto il ballottaggio del 21 aprile sul Presidente ucraino uscente Petro Poroshenko, ottendo quasi tre quarti (73.22%) dei voti, con un’affluenza alle urne del 62%. Il divario tra i due sarebbe stato ancor maggiore se non fossero stati esclusi dagli 8 ai 10 milioni di elettori. Gli elettori delle province più a Oriente, Lugansk e Donetsk, non hanno potuto votare perché risiedono in aree che hanno dichiarato la loro indipendenza dopo il golpe del febbraio 2014 a Kiev, o perché sono profughi da aree di guerra che vivono altrove in Ucraina. Almeno 2,5 milioni di ucraini si sono trasferiti in Russia dopo la guerra civile nel Donbass, ma il regime di Kiev non ha offerto nemmeno un seggio elettorale al consolato. Per gli oltre 1,2 milioni di emigrati ucraini in Polonia sono stati aperti solo pochissimi seggi elettorali. Al Partito Comunista non è stato consentito di presentare un candidato; anche Natalia Vitrenko (foto), leader del Partito Socialista Progressista Ucraino, due volte candidata alle presidenziali (11% dei voti raccolti nel 1999), è stata bandita dalle elezioni con l’ostruzionismo illegale del Ministero della Giustizia, che ha impedito la registrazione ufficiale del PSPU.

Ciononostante, le elezioni sono state un rifiuto sonante delle “riforme” economiche attuate da Poroshenko nei cinque anni del suo mandato per adeguarsi alle condizioni di austerità del Fondo Monetario Internazionale. Il reddito delle famiglie aveva raggiunto un picco nel 2013, e dal golpe a Kiev è crollato del 22%. L’Ucraina è oggi il Paese più povero d’Europa!

Il risultato rappresenta anche un rifiuto della guerra nel Donbass in cui sono morte 13.000 persone. Zelensky ha promesso di riavviare un tentativo di attuare gli accordi di Minsk II del 2015 tra Russia, Ucraina e i leader insorgenti del Donbass, accordi parallelamente sostenuti da Francia e Germania. Ha promesso di aprire un dialogo con la popolazione del Donbass e portare aiuti umanitari; a parte i frequenti bombardamenti dell’esercito ucraino nelle aree residenziali, vi sono molti cittadini del Donbass che sono rimasti senza servizi essenziali, poiché anziani.

Alcuni commentatori occidentali, avvezzi a usare l’Ucraina come uno strumento per provocare militarmente la Russia, si sono uniti a Poroshenko nel definitre Zelensky “filorusso” o sulla busta paga dell’ex governatore di Dnepropetrovsk Igor Kolomoysky. Altri lo dipingono come un peso piuma poiché è un comico. La società di produzione televisiva per cui lavorava, Kvartal 95, si è distinta in numerosi concorsi di comicità che si chiamano KVN (Club delle Persone Allegre e Inventive), caratterizzati da battute sagaci in politica.

In una videodichiarazione precedente le elezioni, Natalia Vitrenko ammonì che l’Ucraina non sarebbe sopravvissuta a una vittoria di Poroshenko e invitò gli elettori a votare per Zelensky, augurandosi che il candidato si attenesse al principio da cui ha preso il nome il suo partito, “servitore del popolo”. Dopo le elezioni, Vitrenko si è offerta di aiutare, in qualità di economista, il nuovo Presidente, stilando alcune proposte politiche alternative a quelle del Fondo Monetario Internazionale, per mettere fine al saccheggio delle risorse ucraine a favore dei conti bancari offshore dei proprietari di industrie privatizzate e per generare credito in Ucraina con una riforma bancaria che includa la separazione tra banche ordinarie e banche d’affari, sul modello della legge Glass-Steagall.

Dato che la politica del nuovo Presidente non è ancora stata annunciata, vi sarà una battaglia per influenzarlo. E sarà difficile che Zelensky possa fare qualcosa in tempi brevi, in quanto la Suprema Rada (il Parlamento) è dominata dai nazionalisti radicali eletti nel 2014. Il Presidente del Parlamento Andrij Parubij, comandante delle sommosse di piazza coinvolto nelle sparatorie dei cecchini del 20 febbraio 2014, ha fatto in modo che il 25 aprile venisse approvata una nuova legge di estensione del divieto di uso di altre lingue differenti dall’ucraino (e cioè almeno russo, ungherese e rumeno) a molte più località rispetto al passato. Il Parlamento ha diritto di approvazione o veto anche sulle nomine di alcuni ministri chiave e non può essere sciolto dal nuovo Presidente fino alla sua inaugurazione, data che viene fissata dalla Rada e in nessun caso nei sei mesi che precedono le elezioni politiche del 27 novembre.

Col secondo Forum Belt and Road entriamo in una nuova dimensione dell’economia mondiale

Nel definire “un grande successo” il secondo Forum Belt and Road che si è tenuto a Pechino, Helga Zepp-LaRouche descrive in questa videoconferenza (vedi sotto) il ruolo attivo di alcuni leader europei come “molto interessante” e cita un discorso di LaRouche del 1997 in cui esortava gli Stati Uniti ad aderire alla Nuova Via della Seta, definendolo profetico.

Ora che Trump ha denunciato il Russiagate come un tentato golpe, emergerà il ruolo britannico nell’orchestrarlo, ed anche nel tentare di fermare la Belt and Road. Si tratta delle stesse reti che diffamarono LaRouche, e per questo motivo è cruciale ottenere la sua riabilitazione.

Così come le opere di Platone furono cruciali nel dar vita al Rinascimento italiano, le opere scientifiche e filosofiche di LaRouche sono determinanti per garantire il successo del Nuovo Paradigma. Ecco la videoconferenza:

Grande successo del secondo Forum Belt and Road a Pechino

Il secondo Belt and Road Forum per la Cooperazione Internazionale tenutosi a Pechino dal 25 al 27 aprile ha consolidato quella che è diventata la maggiore iniziativa per le infrastrutture e la connettività nella storia moderna. Circa centocinquanta Paesi, tra cui 37 capi di stato e di governo, e novanta organizzazioni internazionali hanno partecipato all’evento, oltre a migliaia di imprese. Oltre alla cifra politica del Forum, sono stati conclusi accordi per un valore di 64 miliardi di dollari e sono stati avviati numerosi progetti futuri in una atmosfera di ottimismo.

Nel discorso di apertura, il Presidente cinese Xi Jinping ha auspicato “un futuro ancor più brillante” di cooperazione nella cornice della Belt and Road. Lo scopo, ha detto, è di affrontare assieme le sfide e i rischi che confrontano l’umanità e ottenere “risultati win-win e sviluppo comune”.

Xi ha presentato anche una lista di importanti passi che la Cina ha deciso di intraprendere come parte della strategia di apertura, che assomiglia molto ad alcuni aspetti dell’accordo commerciale che sta negoziando con Trump e che sembra essere sulla dirittura d’arrivo. Essi riflettono anche gli elementi discussi a Roma col Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte.

Al termine della tavola rotonda con i 37 capi di stato e di governo è stato emesso un comunicato che include una lista di progetti e corridoi di sviluppo in via di costruzione nella Belt and Road Initiative. Uno di essi è il “Nuovo Ponte Eurasiatico”, progetto portato avanti da almeno trent’anni da Lyndon e Helga LaRouche. Il Presidente russo Vladimir Putin è stato l’ospite d’onore al Forum, seduto accanto a Xi nel corso della Tavola Rotonda. Putin ha appoggiato completamente i progetti cinesi a lungo termine, i quali, come ha detto, corrispondono “assolutamente” agli interessi russi, e auspicato una maggiore cooperazione tra l’Unione Economica Eurasiatica e la Belt and Road Initiative.

Xi Jinping ha colto l’occasione per ribadire l’appello di adesione alla Nuova Via della Seta ai Paesi che non l’hanno ancora fatto, sottolineandone l’assenza di condizioni ideologiche o geopolitiche.

Gorini intervistata a Trinidad e Tobago: l’Italia può convincere gli Stati Uniti ad aderire alla Nuova Via della Seta

Il 25 aprile Liliana Gorini, presidente di MoviSol (nella foto con Lyndon LaRouche) è stata intervistata da Kirk Meighoo, ex senatore di Trinidad e Tobago, per il suo programma in lingua inglese “Independant Thought & Freedom” (pensiero indipendente e libertà), sul ruolo di guida che l’Italia svolge in questo momento, dopo l’adesione alla Nuova Via della Seta, e al Forum Belt and Road che si è aperto il 25 a Pechino, per convincere anche altri paesi a sostenere questa politica di pace e cooperazione economica con Cina e Russia, inclusi gli Stati Uniti, ed opporsi alla politica di provocazioni di guerra dell’oligarchia britannica esemplificata dal Russiagate. Nel presentare Gorini, Meighoo ha fatto a MoviSol le congratulazioni per il convegno “L’Italia sulla Nuova Via della Seta” che si è tenuto a Milano il 13 marzo, pochi giorni prima della visita del Presidente Xi Jinping a Roma, ed in cui i relatori principali erano Helga Zepp-LaRouche, presidente dello Schiller Institute, e “nota in Cina come la signora della Nuova Via della Seta”, e Michele Geraci, sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico ed a capo della Task Force Cina del ministero.

Nel corso della lunga intervista di oltre un’ora, disponibile a fondo pagina, sono stati affrontati molti temi di attualità: il ruolo di Lyndon LaRouche nel promuovere la Nuova Via della Seta, fin dagli anni Novanta, come ha sottolineato l’ex ministro dell’Economia Tremonti in un’intervista al Corriere della Sera, l’importanza della sua riabilitazione, chiesta da centinaia di personalità in tutto il mondo, tra cui due senatori italiani, per liberare Trump dalla morsa dei neoconservatori e dei filo-britannici che hanno dato il via al Russiagate, e che cercano di impedire le sue iniziative di pace, ad esempio con la Corea del Nord, le 217 firme per Glass-Steagall raccolte da Massimo Kolbe Massaron per Movisol e portate dall’europarlamentare Marco Zanni al Congresso a Washington lo scorso novembre, la questione dell’UE e del governo italiano, spesso sotto attacco dalla stampa britannica e da Macron come “fascista”, mentre in realtà la vera politica fascista è quella di austerità imposta dalla Troika e dall’UE alla Grecia, a Spagna, Portogallo e Italia, che anche per questo motivo hanno preferito aderire alla Nuova Via della Seta, seguite a ruota anche dalla Svizzera.p>

L’assenza di Francia e Germania al Forum Belt and Road a Pechino è indicativa del fatto che “non esiste una politica europea”, e che l’UE “si sta dissolvendo da sola” ha detto la presidente di MoviSol. “Come ha detto Helga Zepp-LaRouche al convegno di Milano, occorre tornare all’Europa delle patrie di De Gaulle, Adenauer” e De Gasperi, e porre fine ai diktat dell’Unione Europea, che per sua stessa ammissione hanno solo peggiorato il debito impoverendo la popolazione. Quanto alla questione dei migranti, che crea tante polemiche, “L’Italia è stata lasciata sola ad affrontarlo, e la soluzione al problema sta nel piano Marshall per lo sviluppo dell’Africa che è stato presentato al nostro convegno di Milano, anche nell’intervento del Sen. Tony Iwobi e dell’Ing. Bocchetto, di Bonifica, sul piano Transaqua per riempire il Lago Ciad, un progetto in cui Bonifica coopera con PowerChina”.

Ecco l’intervista integrale in lingua inglese

L’ex ministro della Giustizia americano Ramsey Clark ricorda LaRouche

Ramsey Clark, l’ex Ministro della Giustizia degli Stati Uniti d’America che curò la difesa di Lyndon LaRouche nei processi d’appello, ha scritto il seguente messaggio sulla dipartita di Lyndon LaRouche:

Sono profondamente rattristato per la perdita di Lyndon LaRouche. Eventi del genere avvengono nel proprio momento. La morte di chiunque ci impoverisce e LaRouche troverà certamente il proprio posto nella storia. Nella sua vita fu trattato malamente a causa della sua visione e della sua opera. Il suo coraggio fu particolarmente evidente di fronte a una propaganda pervasiva e malevola. Il tempo sanerà la questione, nel rispetto della sua memoria. La verità emergerà.

Trump denuncia il ruolo dei servizi britannici nel Russiagate

Meno di 24 ore dopo l’annuncio che il Presidente Trump aveva accettato l’invito della regina d’Inghilterra a una visita di stato nel Regno Unito, il Presidente americano Trump ha mandato all’aria i frenetici tentativi di esaltare un “rapporto speciale” tra Stati Uniti e Regno Unito, pubblicando il seguente tweet il 24 aprile: “L’ex analista della CIA Larry Johnson accusa i servizi di intelligence del Regno Unito di aver aiutato l’amministrazione Obama a spiare la campagna presidenziale di Trump nel 2016. Wow! E’ solo questione di tempo prima che venga fuori la verità, e quando verrà fuori, sarà una meraviglia!”. Trump si riferiva all’intervista di Johnson alla One America News Network (OANN) in cui denunciava il ruolo dei servizi di intelligence britannici nel creare ad arte il Russiagate.

Il tweet di Trump ha gettato nel panico la stampa inglese ed anche il servizio segreto britannico GCHQ, corrispettivo inglese della NSA americana, secondo il quale la denuncia di Trump “deve essere ignorata”. Il GCHQ diede lo stesso ordine nel marzo 2017, quando l’allora portavoce stampa della Casa Bianca Sean Spicer parlò del ruolo del Regno Unito nello spionaggio illegale della campagna presidenziale di Trump.

Il LaRouchePAC non si attenne a questo ordine e denuncia da allora il ruolo britannico nel Russiagate, col suo pamphlet “Robert Mueller, Amoral Legal Assassin,” pubblicato nel settembre 2017, seguito da un dossier del gennaio 2019 dal titolo “British Role in the Plot Against the President Is Now Exposed. Will You Act Now To Save the Nation?” (svelato il ruolo britannico nel complotto contro il Presidente. Agirai ora per salvare la nazione?).

LaRouche aveva ragione sulle manifatture, gli economisti avevano torto

Nel numero di maggio, la pubblicazione economica Quartz smonta le tesi miracolistiche degli economisti moderni riguardo all’automazione e al settore IT. L’articolo, firmato da Gwynn Guilford e intitolato “L’errore epico sulle manifatture che è costato milioni di posti di lavoro” discute di produttività, competizione estera e perdita di posti manifatturieri nell’economia americana dagli anni Novanta. La conclusione è: “Si scopre che la storia del declino delle manifatture raccontata da Trump è molto più vicina alla verità di quella sulla storia del progresso tecnologico raccontata a Washington, New York e Cambridge”.

Quasi tutti gli economisti e i media economici – Quartz incluso, ammette l’autore – sostengono che l’America ha oggi molti meno posti di lavoro produttivi di quarant’anni fa a causa dei progressi nell’automazione che hanno aumentato la produttività e dei benefici del libero scambio.

L’economista Lyndon LaRouche (foto) confutò sistematicamente questa tesi, sostenendo che gli Stati Uniti d’America hanno bisogno di mantenere e proteggere un robusto settore manifatturiero. E Donald Trump, durante la campagna elettorale, ha sostenuto che il libero scambio fosse responsabile del declino dell’occupazione industriale negli Stati Uniti.

“Grazie a un’accurata analisi da parte di un pugno di economisti”, scrive Quartz, “è diventato chiaro che i dati alla base della versione dominante – o più precisamente, il modo in cui gli economisti interpretano i dati – sono molto fuori strada. La concorrenza estera, e non l’automazione, sta dietro la drammatica perdita di posti industriali. Ciò significa inoltre che il settore manifatturiero americano è in cattiva forma, molto peggio di quanto si accorgano i media, i politici e persino la maggior parte degli economisti”.

Gli Stati Uniti hanno perso più posti di lavoro manifatturieri tra il 2000 e il 2015 che, in proporzione, nelle spire della Grande Depressione: circa sei milioni ovvero un terzo del totale. La spiegazione che va per la maggiore è che è dovuto all’aumento della produttività trainato dal settore delle tecnologie dell’informazione, da cui proviene presumibilmente l’automazione industriale.

Tuttavia, la squadra di economisti guidati da Susan Housman dell’Upjohn Institute, ha “scoperto” che questo apparente aumento della produttività è il risultato di enormi “aggiustamenti qualitativi” dei dati, applicati selettivamente dagli economisti e dagli enti governativi al settore dell’alta tecnologia e delle tecnologie dell’informazione. Una volta corretti quegli “aggiustamenti qualitativi”, fatti alla scrivania invece che nei capannoni, rimane ben poco degli aumenti di produttività dagli anni Novanta. La perdita dei posti di lavoro è dovuta alla concorrenza estera e al commercio.

Naturalmente, questa “scoperta” era stata fatta e spiegata ripetutamente dall’EIR almeno dal 1984! Vedi comunque qui: https://qz.com/1269172/the-epic-mistake-about-manufacturing-thats-cost-americans-millions-of-jobs/.

Mentre si avvicinano le elezioni europee, la propaganda russofoba diventa uno sport popolare in Germania

In occasione del 70esimo anniversario della NATO celebrato il 4 aprile a Washington, la propaganda contro la Russia, in particolare contro Vladimir Putin, è giunta al culmine nei media dominanti e negli ambienti politici in Germania.

La sera stessa Claus Kleber, conduttore del magazine informativo heute journal sulla rete televisiva ZDF, la seconda rete pubblica, ha annunciato che la NATO aveva appena lanciato un’offensiva contro la Russia in Estonia, per “sconfiggere le forze russe che l’hanno invasa, come in Crimea qualche anno fa”. Pochi secondi dopo ha chiarito che questa era solo un’immaginazione, ma una’”immaginazione realistica” poiché se ciò dovesse accadere la NATO dovrebbe rispondere all’attacco contro uno dei suoi Stati membri, anche se piccoli come l’Estonia. “Se si mette in dubbio questo, crollerà il deterrente che ha assicurato la pace in Europa negli ultimi 70 anni. Oggi il problema è che questa alleanza, nel giorno del suo 70esimo compleanno, sembra più volatile che mai nella storia”. Il giorno dopo, durante lo stesso TG, Kleber è tornato alla carica: “Buona sera, dobbiamo parlare di guerra. V’è una guerra, ma voi non ve ne rendete conto. Le guerre moderne non hanno più bisogno idealmente di carri armati e bombe. Sono capaci di sovvertire la società, la discussione pubblica e i processi decisionali di altre potenze in modo tale che questi cedono”.

Le fake news di Kleber sono state accompagnate pochi giorni dopo da un documentario in tre parti sul canale in lingua tedesca ARTE, dal titolo KGB: lo scudo e la spada, sulla storia del servizio segreto russo fino ai giorni nostri. Il documentario si proponeva di dare credito a varie narrative occidentali: quella di operazioni di guerra cibernetica russa contro la NATO e quella della manipolazione da parte della Russia delle elezioni negli Stati Uniti e in Europa; storie ripetute continuamente dai media dominanti, ma sulle quali non è mai stato fornito uno straccio di prova.

Poi v’è stata la reazione isterica alle affermazioni del Ministro della Giustizia tedesco Katarina Barley, capolista delle candidature dell’SPD alle elezioni europee. Parlando ai giornalisti stranieri a Berlino l’11 aprile, costei ha dichiarato che un principio della politica tedesca è “avere rapporti stretti con la Russia per ragioni giustificate…la Russia è sempre stata il nostro partner e resterà tale”. Questa sua dichiarazione è stata sufficiente per scatenare i russofobi che l’hanno accusata di “accoltellare alle spalle la NATO”.

Sull’obiettivo della NATO di destinare il 2% del PIL alla spesa per la difesa, la Barley ha dichiarato che si tratta di cifre di più di due miliardi di Euro “difficilmente accettabili dalla nostra popolazione nella situazione attuale”. Questo ha provocato una dura denuncia, il giorno dopo, da parte della leader della CDU Annegret Kramp-Karrenbauer (AKK, nella foto), che indubbiamente era alla ricerca di voti. AKK ha accusato l’SPD di usare “la retorica populista di sinistra” quando dice che vuole “spendere più per le pensioni e meno per le armi”.

Smascherare il ruolo britannico nel Russiagate

Dopo due anni, l’inchiesta condotta da Robert Mueller (nella foto con Bush) sulle presunte collusioni di Donald Trump con la Russia si è conclusa con un pugno di mosche. Ora è venuto il momento di smantellare l’apparato che ha imbastito la bufala criminale: sia Trump sia il Ministro della Giustizia William Barr hanno segnalato di essere pronti a farlo. Il 9 aprile, nel corso dell’audizione di una Commissione del Senato, Barr ha sganciato una bomba: “Penso che sia stato spionaggio. La questione è se vi fossero fondati motivi. Non sto affermando che non vi fossero, ma v’è bisogno di capirlo… E non parlo solo dell’FBI, ma degli enti di intelligence in generale”. In un ovvio understatement, Barr ha aggiunto: “Penso che spiare una campagna [elettorale] sia una cosa grossa”.

Due giorni dopo, commentando quella dichiarazione di fronte alla stampa, lo stesso Trump ha dichiarato:

“Certamente hanno spiato la mia campagna. Dirò di più: secondo me hanno spiato illegalmente, qualcosa che non ha precedenti e non dovrà mai più essere permesso nel nostro Paese”. Trump ha aggiunto che sarebbe “tradimento” e un “disservizio per il Paese” se non si investigasse sulle origini dell’inchiesta contro di lui.

Per questo, è cruciale smascherare il ruolo dell’intelligence britannico, come ha documentato il LaRouche Political Action Committee negli Stati Uniti d’America (https://larouchepac.com/20190408/british-role-russiagate-about-be-fully-exposed), a maggior ragione perché il rapporto di Mueller, pur non trovando prove di collusione, perpetua la finzione che sia stata la Russia a introdursi nei calcolatori del Comitato Nazionale Democratico e ad aver passato i dati a Julian Assange. Questa era la base dell’intera bufala del Russiagate ed è una menzogna. Vi sono tre persone che possono testimoniarlo, e vanno ascoltate.

Primo, l’ex direttore tecnico della NSA William Binney che, assieme a colleghi del Veterans Intelligence Professionals for Sanity (VIPS), ha raccolto le prove forensi che i calcolatori del DNC non furono “hackerati”, ma i dati furono scaricati su una chiavetta USB o anologo supporto di memoria esterno. In una nuova intervista per il LaRouchePAC dell’11 aprile, Binney ha di nuovo chiesto di essere ascoltato da un giudice.

La seconda persona è l’ex ambasciatore britannico Craig Murray, il quale ha dichiarato di aver incontrato segretamente la persona che trafugò le e-mail del DNC e che si tratta di un insider, certamente non russo.

Il terzo è lo stesso Julian Assange, che ha dichiarato di possedere “la prova fisica che i russi non me l’hanno date” (le e-mail del DNC) e che la fonte non fosse un dipendente dello Stato. Nessuna di queste tre persone è stata mai ascoltata dagli inquirenti o dal Congresso. Sia Binney sia Murray hanno reagito all’arresto di Assange, avvenuto l’11 aprile a Londra, dichiarando che si tratta di una spudorata violazione della libertà di stampa. Assange ora è minacciato di estradizione negli Stati Uniti, dove lo aspetta un processo farsa. Egli ha però la chance di fare rivelazioni esplosive che smascherino ulteriormente la cricca angloamericana dietro il tentativo di rovesciare Trump e impedirgli di stabilire rapporti costruttivi con Russia e Cina.

Al riguardo, durante una conferenza per la stampa con il Presidente sudcoreano Moon jae-In il 12 aprile a Washington, Trump ha voluto ringraziare sia la Russia sia la Cina per l’aiuto nei colloqui tra Pyongyang e Washington.

MoviSol appoggia la candidatura di Marco Zanni al Parlamento Europeo

Movisol appoggia la candidatura di Marco Zanni al Parlamento Europeo e invita tutti i suoi soci e sostenitori nella circoscrizione Nord-Ovest a votarlo.

Nel mandato che ha già svolto a Strasburgo, Marco Zanni si è battuto con coerenza per politiche alternative all’austerità, alla speculazione finanziaria e alla spoliazione della sovranità nazionale e popolare. In particolare, Zanni ha condotto la battaglia per la separazione bancaria, riuscendo a bloccare il tentativo di riforma liberista e recandosi due volte a Washington per coordinare la battaglia con membri del Congresso USA.

Nella sua seconda visita, avvenuta nel dicembre scorso, Zanni ha recato con sé oltre duecento firme di rappresentanti eletti italiani, raccolte da Movisol, a favore della separazione bancaria. Zanni è anche fautore di una politica di cooperazione con Russia e Cina, nel superamento della logica geopolitica dei blocchi, e di un ruolo attivo dell’Italia nella strategia della Belt and Road (Nuova Via della Seta) per investimenti in Italia e in Africa. Grazie alla sua competenza e al lavoro svolto in questi anni è stato promosso responsabile di politica estera della Lega.

La Nuova Via della Seta progredisce in Europa e altrove

L’Iniziativa Belt and Road (BRI, o Nuova Via della Seta) ha fatto progressi nelle ultime due settimane con i viaggi del Premier cinese Li Keqiang in Europa, che hanno fatto séguito al viaggio del Presidente Xi Jinping in Italia, Francia e Monaco una settimana fa. In quell’occasione, come abbiamo riferito, il governo italiano firmò un Memorandum d’Intesa sulla cooperazione con la BRI nonostante le forti pressioni da parte dell’Unione Europea a non farlo.

Quando l’Italia ha rotto i ranghi con Bruxelles, anche gli altri Paesi europei hanno adottato verso la Cina un atteggiamento diverso. Per esempio anche il Lussemburgo, il paradiso fiscale di Jean-Claude Juncker, ha firmato un Memorandum d’Intesa sulla Belt and Road.

Il vertice Cina-UE dell’8 aprile ha prodotto una dichiarazione congiunta che non ha riservato sorprese. Su ventiquattro punti che toccano tutti i temi cari a Bruxelles, dall'”ordine basato sulle regole” al Mar Cinese Meridionale, solo uno tocca di sfuggita la BRI. Il vero vertice si è tenuto successivamente, in Croazia, dove Li ha partecipato all’incontro del gruppo 16+1 (i sedici Paesi dell’Europa Centrale e Orientale più la Cina), che per l’occasione è diventato 17+1 grazie all’adesione della Grecia.

Al vertice è stata consolidata la cooperazione tra i Paesi membri, molti dei quali hanno aderito alla BRI. La Cina ha stretti legami coi Paesi dell’Europa orientale, sviluppati durante la guerra fredda, quando molti di loro appartenevano al Patto di Varsavia.

In Croazia, la Cina si è aggiudicata l’appalto per costruire un’importante infrastruttura, il ponte di Peljesac che collegherà la terra ferma croata con la penisola su cui si trova Dubrovnik, consentendo ai croati di evitare la striscia di terra che passa per la Bosnia-Erzegovina per arrivare al sito croato sull’Adriatico che è patrimonio dell’umanità.

In Asia, la Malesia ha firmato un accordo con la Cina per costruire la ferrovia finora contestata tra Kuala Lumpur e la Tailandia. Il Premier malese Mahatir era preoccupato dei costi di questa costruzione e stava considerando di annullare il progetto che era stato approvato dal suo predecessore, il che ha portato i critici a parlare di “trappola del debito” con la Belt and Road. Le due parti sono giunte a un accordo che ridurrà i costi; quindi il progetto procede.

Il fronte più importante, tuttavia, resta lo sviluppo dei rapporti tra Stati Uniti e Cina, in particolare sulla questione del commercio. Il 13 aprile il Ministro del Tesoro americano Steven Mnuchin ha indicato che i due Paesi stanno arrivando alla fase finale dei negoziati commerciali, prima di procedere in quello che ha definito il più grosso cambiamento nei rapporti economici tra i due Paesi da quarant’anni. Anche il Presidente Trump ha espresso ottimismo negli ultimi giorni.

A pochi giorni dal secondo Forum sull’Iniziativa Belt and Road che si terrà il 25 aprile, la Cina può ben dirsi soddisfatta dei risultati di questa iniziativa. Rappresentanti di oltre cento Paesi e quaranta capi di stato e di governo parteciperanno al Forum di quest’anno, superando le adesioni al pur riuscito primo Forum sulla Belt and Road che si tenne nel maggio 2017.

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