Author Archives: Liliana Gorini

La BCE ammette che si può uscire dall’Euro

In un’audizione al Parlamento Europeo il 9 aprile, il Vicepresidente della BCE Vitor Constancio (nellal foto) ha contraddetto il Presidente Mario Draghi e la sua isterica pretesa che l’euro sia “irreversibile”.

Constancio ha risposto a una domanda su Target2, che contabilizza gli acquisti di titoli, di stato e delle imprese, da parte della BCE. La domanda è stata sollevata da membri tedeschi e olandesi del Parlamento europeo, di riflesso rispetto a una campagna mediatica nei due Paesi che descrive gli squilibri contabili come prova che i Paesi “virtuosi” dell’Europa settentrionale sovvenzionano quelli “oziosi” del sud.

Constancio ha fatto notare che Target2 è un sistema di contabilità interno all’Eurosistema delle banche centrali e che, se le stesse banche centrali avessero un bilancio unico, non ve ne sarebbe nemmeno bisogno. Finché un Paese rimane nell’Eurozona non v’è bisogno di “saldare” i conti di Target2 tra i rispettivi Paesi membri. Ma, ha aggiunto Constancio, “se un Paese membro abbandonasse l’Euro, allora la banca centrale di quel Paese si assumerebbe la responsabilità” di saldare i conti. Ciò non è problematico, ha spiegato, perché “tutte le banche centrali dell’Eurozona hanno un bilancio in attivo e perciò hanno la capacità di eseguire pagamenti”. In altre parole: sì, è possibile uscire dall’euro pagando il conto che, comunque, le banche centrali sono perfettamente in grado di fare.

Sotto il sistema di Target2, gli acquisti della BCE sono contabilizzati tra le banche centrali dell’Eurosistema secondo la denominazione nazionale dei titoli. Così, per esempio, la Bundesbank presenta il più alto saldo positivo (934 miliardi a marzo) mentre l’Italia ha il maggiore saldo negativo (444 miliardi).

Saldare quasi mezzo trilione di euro sarebbe assai impegnativo anche per una nazione industriale come l’Italia, nel caso che il nostro Paese lasciasse l’Eurozona. Tuttavia, quel valore rappresenterebbe prevalentemente il valore dei titoli di stato ritirati dal mercato internazionale, che in quel momento il governo italiano potrebbe piazzare sul mercato interno a lunga scadenza e a un tasso remunerativo per i risparmiatori, minimizzando le perdite e consolidando il debito pubblico.

Caschi bianchi: la propaganda britannica ha finto un attacco chimico a Douma?

Giovedì 12 aprile il Ministro della Difesa americano James Mattis (nella foto) aveva detto al Congresso che il Pentagono non aveva ancora elementi certi sul presunto attacco con armi chimiche avvenuti cinque giorni prima a Douma. Gli ispettori dell’OPAC erano appena arrivati a Damasco e stavano per iniziare l’ispezione del sito quando le forze americane, britanniche e francesi hanno lanciato l’attacco missilistico contro tre strutture governative siriane nelle prime ore del 14 aprile.

Eppure ancor oggi non è ancora chiaro e verificato che cosa sia accaduto a Douma. I resoconti iniziali sono stati forniti esclusivamente dai Caschi Bianchi, un’organizzazione legata a vari gruppi di ribelli che spinge l’Occidente a intervenire per destituire il governo di Assad.

I Caschi Bianchi fanno parte dell’apparato di propaganda di guerra del governo britannico e vengono coordinati tramite il Foreign Office, il Commonwealth Office, l’Home Office, il Ministero della Difesa e l’Ufficio del Primo Ministro.

Stando ai siti del governo e a una serie di inchieste giornalistiche, l’ex ufficiale dell’esercito britannico James le Mesurier fondò il gruppo nel marzo 2013 e poi lanciò un’altra operazione di facciata britannica, Mayday Rescue, nel novembre 2014. Con sede a Istanbul e uffici nel Regno Unito e in Giordania, Mayday Rescue ha un bilancio annuale di 35 milioni di dollari per condurre operazioni di propaganda a sostegno dei gruppi ribelli che cercano di rovesciare il governo di Damasco.

È finanziata da USAID e dal Fondo per i Conflitti, la Sicurezza e la Stabilizzazione del Regno Unito. Nei suoi campi di addestramento in Turchia e Giordania, Mayday Rescue ha reclutato e addestrato almeno 3.000 siriani, poi dispiegati in 120 località, tutte nei territori controllati dai ribelli, inclusi territori occupati dal Fronte Al Nusra e dall’ISIS.

Anche la Società Medica Siriano Americana (SAMS), che sostiene di gestire gli ospedali nelle aree controllate dai jihadisti in Siria, è stata citata dai media sugli avvenimenti a Duma. Stando all’investigatore Max Blumenthal, la SAMS è finanziata quasi esclusivamente da USAID, un ente del Dipartimento di Stato. Il bilancio dell’organizzazione, stando alle sue stesse dichiarazioni, è salito dai 672.987 dollari del 2013 a quasi 6 milioni di dollari nel 2015.

Mayday Rescue e i Caschi Bianchi lavorano gomito a gomito con l’Aleppo Media Center, un altro ente di propaganda britannica, e con Incostrat (Innovative Communications and Strategy LLC), un’azienda di media e comunicazioni, fondata anche questa nel novembre 2014 da Paul Tilley, un altro veterano dei servizi segreti britannici. Tilley è stato direttore della Comunicazione Strategica del Ministero della Difesa britannico per il Medio Oriente e l’Africa. Durante la guerra in Libia, gestiva le comunicazioni col governo britannico da 10 Downing Street. Nel gennaio 2017 Tilley lanciò la nuova società, Innovation and Insight (iN2).

Sia Mayday Rescue, sia i Caschi Bianchi e Incostrat/iN2 lavorano in tandem con la 77esima brigata del Ministero della Difesa britannico, che prima si chiamava Security Assistance Group (SAG). La 77esima brigata è il principale gruppo di propaganda britannica, che decide “i metodi speciali per influenzare” stando al suo stesso sito. La 77esima brigata adotta “leve di ingaggio non militari e legittime per adattare il comportamento delle forze di opposizione e avversarie”; tra queste, ciò che chiama “IA&O” – Information Activity and Outreach. Il gruppo viene definito informalmente “le truppe di Twitter” e si vanta del fatto che “la 77esima brigata sia un agente di cambiamento”. In questo caso, si intende cambio di regime.

Montature, notizie false, tentativi di golpe a Washington, tutto made in London

Dal giorno dell’attacco in Siria, si moltiplicano le rivelazioni che indicano che le notizie false di un presunto attacco chimico a Douma, così come le notizie false su Trump, Putin, Xi Jinping e la Siria di Assad, sono tutte invenzioni di reti legate a Londra, il cui obiettivo è sabotare il potenziale di pace attraverso lo sviluppo, che è lo scopo del nuovo paradigma emerso con il programma della Nuova Via della Seta. Queste reti, che fanno capo alla City di Londra, ai servizi segreti britannici ed al governo May, hanno diffuso volutamente notizie false sull’avvelenamento di Skripal e il presunto attacco chimico in Siria. Lavorando con Macron in Francia, hanno spinto Trump a lanciare un attacco contro la Siria prima che iniziasse l’inchiesta ufficiale. Sono le stesse reti colluse coi servizi britannici e con l’amministrazione Obama per imporre un cambio di regime a Washington.

A causa delle loro montature, il mondo è andato molto vicino alla terza mondiale con l’attacco di venerdì scorso in Siria. Anche se l’attacco è stato circoscritto, grazie all’influsso di Trump, del ministro della Difesa americano Mattis e del Capo degli Stati Maggiori Riuniti Dunford (nella foto), ed anche grazie ai moniti provenienti da Mosca, queste reti non si fermeranno fino a quando non avranno attuato un cambio di regime a Washington e Damasco, ma anche a Mosca e Pechino.

Lo Schiller Institute ha denunciato fin dall’inizio queste menzogne, spiegandone l’origine, Londra, ma anche la causa: questi ambienti rifiutano il Nuovo Paradigma di cooperazione economica e pace, in cui Helga Zepp-LaRouche svolge un ruolo di primo piano. La signora LaRouche ne parlerà giovedì, nella consueta videoconferenza che si terrà alle ore 18 sul sito newparadigm.schillerinstitute.com.

Siria: Trump con un piede nella trappola geopolitica

L’attacco missilistico condotto da Stati Uniti d’America, Francia e Gran Bretagna il 14 aprile come rappresaglia contro il presunto uso di armi chimiche a Douma non ha avuto alcun effetto sulla situazione militare, ma ha portato il mondo più vicino a uno scontro diretto tra le superpotenze. Il Presidente russo Vladimir Putin ha correttamente notato che attacchi come questo, compiuti in violazione della Carta dell’ONU, condurranno inevitabilmente al caos nei rapporti internazionali.

I governi occidentali sostengono di avere prove inconfutabili dell’avvenuto uso di armi chimiche e che il governo di Assad ne sia responsabile, ma non ne hanno esibita alcuna. I rappresentanti di tutti e tre i governi hanno ammesso che le loro informazioni fossero basate sui “social media” (e tutti sanno quanto questi siano attendibili) e fonti sul terreno che sono pagate da quelle stesse potenze e per questo non maggiormente affidabili, in particolare i caschi bianchi britannici che hanno messo in scena i falsi video finiti su tutti i media.

Il colmo del cinismo è stato lanciare l’attacco nello stesso giorno nel quale a Damasco era atteso un team di ispettori dell’OPAC, che si sarebbero recati a Douma. Il centro di ricerca colpito a Damasco era stato visitato dall’OPAC due volte nel corso del 2017, ed entrambe le volte non era stato trovato materiale sospetto.

Ciononostante, Theresa May ed Emmanuel Macron hanno esercitato forti pressioni su Donald Trump per convincerlo all’azione militare, solo alcuni giorni dopo che il Presidente americano aveva annunciato l’intenzione di ritirare le forze americane dalla Siria una volta sconfitto l’ISIS. Il partito della guerra negli Stati Uniti, forte anche nell’esecutivo, si è aggiunto alle pressioni. Molti vedono in questo l’ultimo tentativo disperato da parte dell’establishment transatlantico di imporsi sulla legge internazionale e stabilire il proprio ordine mondiale. Il 14 aprile, nel mezzo dell’isteria sul caso Skripal (che successivamente è stato screditato), il Daily Telegraph aveva esposto l’agenda in un articolo del direttore Allister Heath il quale, parlando a nome dell’impero, ha scritto che “la Gran Bretagna ha bisogno di un nuovo ruolo nel mondo”, quello di costruire una nuova alleanza mondiale per tenere testa al totalitarismo russo e cinese.

Inoltre, l’ex Primo ministro Tony Blair (nella foto) – che sfornò le note menzogne sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein – è stato tra i primi a sollecitare il governo americano a bombardare la Siria. Il 15 aprile Emmanuel Macron, che aspira a diventare simile a Giove, ha sostenuto di aver convinto Trump a non ritirarsi ma di restare a lungo in Siria. Ma la portavoce della Casa Bianca ha negato che Trump abbia cambiato posizione.

Benché stavolta si sia evitata un’escalation, l’azione militare anglo-franco-americana avrà altri effetti pericolosi: incoraggerà le forze terroristiche rimaste in Siria e in altri Paesi a inscenare attacchi chimici per provocare interventi stranieri contro le legittime autorità e agevolerà il loro raggruppamento. La Siria ha già vinto la guerra con l’aiuto russo e ora la sfida è vincere la pace. Ciò significa che devono procedere i colloqui per la riconciliazione cui partecipano tutte le forze non terroristiche e devono essere portati avanti i piani per la ricostruzione. Al di là della Siria, deve essere ristabilito il diritto internazionale, che da decenni ormai viene calpestato dagli Stati Uniti e dalla NATO. Ciò significa che deve essere dimostrata la colpevolezza prima di intraprendere un’iniziativa punitiva contro una parte e l’intervento militare a scopo di cambiamento di regime deve essere interdetto.

Fermiamo la terza guerra mondiale! L’Italia non sia complice di questa follia!

Dopo l’attacco di venerdì scorso contro la Siria, da parte di Stati Uniti, Francia e Regno Unito, e quello di stanotte, presumibilmente da parte di Israele, ripubblichiamo l’appello del LaRouchePAC contro la guerra. Da una settimana a questa parte il LaRouchePAC, il movimento dell’economista e statista americano Lyndon LaRouche, sta tempestando di email e telefonate il Congresso USA con la seguente dichiarazione, al fine di fermare la terza guerra mondiale. Ritengo che anche l’Italia debba prendere con urgenza posizione contro la follia di un intervento americano in Siria, in cui i britannici tentano di coinvolgerci, anche questa volta, come con le armi di distruzione di massa inventate da Blair. Questa volta la guerra viene provocata da una messinscena britannica, in particolare ordita dai caschi bianchi britannici, al fine di coinvolgere Trump e l’Europa nella folle politica guerrafondaia di Theresa May. L’Italia non sia complice di questa follia!

Liliana Gorini, presidente di Movisol, Milano

LaRouchePAC: Ne abbiamo abbastanza!

Il Congresso rimuova Robert Mueller e arresti la spinta bellica britannica

Gli Stati Uniti d’America si accingono ad attaccare la Siria,rischiando di provocare una reazione delle truppe russe dispiegate, in base ad una perfida menzogna britannica, che potrebbe scatenare un conflitto su scala planetaria. Nel frattempo il 9 aprile l’ufficio dell’avvocato personale del Presidente americano Donald Trump è stato oggetto di ispezioni richieste dall’inquirente speciale Robert Mueller (nella foto con Bush).

Il motivo sarebbe la necessità di indagare intorno alla relazione sessuale avvenuta anni or sono tra il Presidente e l’attrice pornografica Stormy Daniels. La cosa è ritenuta così seria da Mueller e dai suoi collaboratori corrotti dell’FBI da mettere da parte il sesto emendamento della Costituzione americana. Se non insorgeremo subito contro questa manipolazione, la nazione corre un grave pericolo. Il tentativo spudorato di legare le mani a questo Presidente inducendolo ad entrare nella guerra contro la quale è stato eletto ha assunto dimensioni indicibili.

Nel 2016 milioni di americani votarono affinché cessasse la strategia delle guerre permanenti, strategia necessaria alla sopravvivenza di un sistema anglo-americano ormai finanziariamente in bancarotta e risalente alla fine della seconda guerra mondiale. Tale sistema fa perno nella City di Londra ed a Wall Street; ha distrutto l’economia americana un tempo florida,cpme è diventato evidente a tutti con il crac del 2007-2008. Trump ha promesso rapporti migliori con la Cina, che si sta stagliando nel panorama mondiale come prima economia in termini di potenza produttiva, e con la Russia di Putin. È stata la determinazione di Trump nell’istituire frapporti di cooperazione con quei due Paesi a scatenare il tentato golpe contro di lui, maturato in casa britannica e presso gli utili idioti in loro pugno.

Quel tentato golpe, il cui manifesto è stato lo “sporco dossier” redatto dall’ex spia britannica Christopher Steele e comprato da Hillary Clinton, stava ormai per fallire del tutto, quando la Gran Bretagna ha iniziato l’offensiva attuale. I senatori Charles Grassley e Lindsay Graham hanno citato Steele rivolgendosi al Ministero della Giustizia affinché Trump venga perseguito; i veri patrioti in seno al Congresso hanno condotto un’iniziativa genuina per identificare e perseguire i responsabili di tale golpe. Il 4 marzo 2018 Sergej Skripal e sua figlia sono stati avvelenati a Salisbury.

La Premier Theresa May si è rivolta immediatamente al mondo attaccando la Russia, senza mai produrre prove dell’accusa. Il Presidente Trump è stato sollecitato da consiglieri traditori, tra i quali H. R. McMaster, che durante la sua carriera ha passato un lungo periodo di formazione/cattività presso il britannico Istituto Internazionale per gli Affari Strategici, a sostenere le pretese assolutamente infondate di Londra. Il messaggio pervenuto al Presidente da questi traditori è inequivocabile: unisciti a noi nella marcia verso la guerra e forse, forse, sospenderemo il golpe.

Infine l’esperto britannico di armi chimiche presso il laboratorio di Porton Downs si è rifiutato di avallare la tesi della fabbricazione russa del reagente impiegato contro Skripal: ha sconfessato Theresa May e il dissennato Ministro britannico degli Esteri Boris Johnson.

Già molti dubbi erano stati espressi da numerosi Paesi europei, che si sono astenuti dall’appoggiare la provocazione bellica britannica. Tra i fatti considerati si consideri che i gas nervini avrebbe ucciso immediatamente Skripal e figlia, ora usciti da una prognosi di criticità, e che non è stato precisato il luogo in cui questi gas sarebbero stati impiegati contro di loro. L’inventore di tali gas venefici, ora dissidente residente negli Stati Uniti, ha ampiamente pubblicizzata la formula di produzione. Ma nel frattempo tutta questa importanza del caso sembra aver esaurito i suoi effetti. Gli Skripal saranno affidati a un programma di protezione della CIA riservato a testimoni particolarmente scomodi, mentre la loro casa e il luogo del preteso delitto saranno distrutti, chiudendo il caso a ogni futura indagine.

Nonostante le voci che vorrebbero Trump sostenitore della May, il Presidente americano continua a mantenersi fedele a quanto promesso agli elettori quanto ai suoi rapporti con la Russia. Si è congratulato con Putin per la sua rielezione, lo ha invitato alla Casa Bianca e ha parlato preoccupato della corsa alle armi da parte dei due Paesi. I britannici e i loro amici americani si sono traditi, rispondendo a un Presidente che ora si permette di parlare di ritiro delle truppe dalla Siria e di ricostruzione degli Stati Uniti.

È di questi giorni la nuova fase di provocazione bellica britannica: questa volta i veleni sarebbero stati adoperati dalla Siria, dove russi, iraniani e siriani hanno assestato duri colpi ai terroristi dell’ISIS e ora stanno sistemando il problema costituito dai residui delle forze jihadiste in campo. Le operazioni militari finali hanno avuto luogo nel territorio del Ghouta. Raggiunta la vittoria, Assad avrebbe lanciato attacchi chimici per festeggiare, ben sapendo di attirarsi così gli strali di tutto l’Occidente. E’ quanto cercano di farci credere i media seminatori di guerra.

Le fotografie di bambini morenti cui un anno fa reagì emotivamente Trump, ordinando un bombardamento missilistico, sono state nuovamente esibite. Vi sono ragioni di sospettare che siano false. Russia e Siria avevano avvertito della possibilità di un attacco a base di cloro, già da un mese fa, con la liberazione di Ghouta. L’unica fonte su questi presunti attacchi è quella dei Caschi Bianchi, organizzazione britannica vicina ad Al-Quaeda e profondamente coinvolta nelle passate fraudolente accuse contro Assad per aver impiegato armi chimiche. Seymour Hersh ha documentato questa storia nella {London Review of Books}, scrivendo della falsa notizia sull’uso di sarin nell’agosto 2013 (vedi lrb.co.uk/v36/n08/seymour-m-hersh/the-red-line-and-the-rat-line). Ted Postal, del MIT, e altri autori hanno dimostrato che l’attacco con il sarin, cui rispose Trump militarmente un anno fa, fu una delle tante menzogne usate dai britannici (vedi https://consortiumnews.com/2017/09/07/a-new-hole-in-syria-sarin-certainty/ di Robert Perry e https://www.thenation.com/article/the-chemical-weapons-attack-in-syria-is-there-a-place-for-skepticism/ di James Carden).

I caschi bianchi sono finanziati da britannici e americani della comunità d'{intelligence} impegnata nel tentativo di un cambio di regime in Siria. Hanno ricevuto milioni di dollari a questo scopo. Sono fattori decisivi del fronte interventista e della politica estera di cambio di regime per fermare la quale fu eletto Trump. Nel 2013, quando Obama minacciò la guerra alla Russia a causa della Siria, il popolo americano intervenne, chiese l’intervento di Capitol Hill e impedì il peggio. Ora bisogna fare lo stesso. La Russia registra una guerra dell’informazione crescente, condotta dai britannici e dai loro subalterni negli Stati Uniti. Pensano molto correttamente che questi siano i primi passi verso la guerra. Dobbiamo invertire la rotta, immediatamente. Chiamate il vostro rappresentante al Congressoe e ditegli di arrestare questa deriva bellica e di rimuovere Robert Mueller.

E’ scoppiata una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina?

L’annuncio del Presidente Trump di potenziali dazi per 50 miliardi di dollari su prodotti cinesi, a cui ne ha aggiunti altri 100 in risposta alla contromossa cinese, ha fatto parlare di guerra commerciale inevitabile. Ma è così?

Ci sono due questioni da prendere in considerazione, che vengono generalmente ignorate dai difensori del sistema attuale in via di collasso, gli stessi che propongono di usare la guerra commerciale per punire la Cina dei suoi successi economici, e tra i liberisti anti-Trump che dipingono il Presidente americano come un folle inarrestabile.

Punto numero uno: esiste un problema reale nel commercio tra Stati Uniti e Cina. Nel 2017, Washington aveva un deficit commerciale di 375 miliardi di dollari con Pechino. Trump ha criticato giustamente i Presidenti che lo hanno preceduto per la loro pessima politica commerciale, dalla quale la Cina ha tratto vantaggio. Tra le cause principali identificate da Trump sono la delocalizzazione verso Paesi con manodopera a basso costo e la politica di deindustrializzazione imposta alle imprese americane, che risale agli anni Settanta. Secondo il sistema americano di economia politica, che Trump ha sostenuto in passato, una politica protezionistica serve a stimolare la produzione americana contrastando il “dumping” di prodotti a basso costo. I dazi su acciaio e alluminio che ha imposto il 1 marzo servivano a tutelare le imprese americane, in modo che potessero riaprire gli impianti e riassumere forza lavoro.

Ma c’è una differenza tra tutelare l’industria nazionale e i posti di lavoro, e punire un concorrente. Aumentare il prezzo dei beni importati non servirà di per sé a riavviare industrie che hanno chiuso i battenti perché non erano più competitive. Quelle industrie hanno bisogno di credito per nuovi impianti, credito che richiede a sua volta una riorganizzazione del sistema bancario americano, a partire dal ripristino della separazione bancaria con la legge Glass-Steagall, per tutelare le banche commerciali che elargiscono crediti per espandere l’economia fisica, e adottando una politica creditizia hamiltoniana, che fornisca credito a bassi tassi di interesse per gli investimenti, finanziando anche la formazione della forza lavoro e ricerca e sviluppo per aumentare la produttività. La politica speculativa di “arricchirsi in fretta” e degli accordi multilaterali di libero scambio, iniziata negli anni Ottanta, ha distrutto la produttività americana, aprendo le porte alla Cina e ad altri Paesi, che si sono sostituiti con la loro produzione.

Punto numero due: Washington ha concesso a Pechino sessanta giorni per fare ricorso contro i dazi proposti, per la cui entrata in vigore non è stata fissata alcuna data. Questo lascia tempo ai negoziatori dei due Paesi per risolvere le differenze. E nonostante la dura retorica da ambo le parti, il dialogo procede. Ad esempio, il Premier cinese Li Keqiang, e molti altri, hanno proposto di aumentare gli scambi investendo per esempio in joint venture in Paesi terzi, tramite l’Iniziativa Belt and Road. C’è anche la possibilità di investimenti cinesi in America, discussa tra il Presidente Trump e quello cinese Xi Jinping, in particolare nelle infrastrutture, investimenti che creerebbero molti posti di lavoro produttivi.

Certo, c’è il rischio che emerga una guerra commerciale. Ma è anche possibile che la discussione conduca a un livello più alto di cooperazione bilaterale, auspicata sia dal Presidente Xi sia dal Presidente Trump, che sarebbe nell’interesse di entrambe le nazioni.

La bugia delle armi chimiche ha le gambe corte

I cosiddetti “caschi bianchi” sono notoriamente vicini ad Al-Qaida ma ciononostante i media occidentali li adottano quale fonte credibile sulla Siria, chiamandoli semplicemente “attivisti”. Come minimo, però, dovrebbero ingaggiare un regista migliore, perché le loro denunce dei “crimini di Assad” ripetono sempre lo stesso cliché, in modo che anche i ciechi intravedono la bufala. Il loro video sul presunto attacco con armi chimiche a Duma il 7 aprile mostra bambini che sarebbero stati colpiti dal gas, ma finora nessuna delle loro denunce è stata suffragata da prove.

Proprio due mesi fa, il 2 febbraio al Pentagono, il Ministro americano della Difesa, il gen. James Mattis, dichiarò: “Gli Stati Uniti non hanno prove che confermino i resoconti da gruppi umanitari e altri, secondo cui il governo siriano avrebbe usato gas nervino contro i propri cittadini. V’è gente sul campo di battaglia che sostiene che siano stati usati, ma non abbiamo le prove”.

Per questo il col. Pat Lang, ex funzionario dell’intelligence militare americano, si è chiesto come mai il Presidente Trump abbia bevuto le fake news “diffuse tramite l’MI6”, il servizio d’intelligence britannico (nella foto). “Gli passa mai per la mente di usare la linea sicura e chiamare i funzionari responsabili alla CIA, all’NSA o altrove, e chieder loro se pensino che le notizie siano corrette? Tutte queste informazioni che vanno ai MSM (mainstream media) e, per di lì, alle orecchie del Presidente sono prodotte dall’apparato di propaganda dei ribelli, la maggior parte dei quali è finanziata dal Ministro degli Esteri di Sua Maestà britannica, e diffuse dall’MI6. Che diavolo spinge il Regno Unito in questa canagliata? E poi, naturalmente v’è l’estremo pensiero di gruppo da parte dei MSM statunitensi ed europei nello scimmiottare queste accuse oggettivamente non dimostrate”. È fuor di ogni logica che le forze governative siriane abbiano usato armi chimiche a Duma, dove hanno quasi vinto la battaglia, scrive Lang.

E infatti, l’esercito siriano è stato in grado di avanzare e sconfiggere i terroristi a Duma in una brillante operazione notturna (vedi https://www.almasdarnews.com/article/watch-elite-syrian-army-forces-launch-daring-night-assault-against-rebels-in-douma/). È da poco tempo che le forze siriane dispongono di visori notturni, e l’attacco ha evidentemente sorpreso i terroristi di Jaish al Islam, rotto le loro linee di difesa e reso impossibile tenere le posizioni, spingendoli a chiedere il cessate il fuoco. Con questo, l’intero territorio del Gouta orientale può dirsi liberato.

Tra l’altro, ora si apre la possibilità di un’ispezione internazionale sui siti in cui sarebbe avvenuto il presunto attacco chimico il 7 aprile. In tal modo, l’attacco notturno potrebbe aver assunto un significato strategico mondiale, cambiando la situazione sul terreno così rapidamente da minare la mobilitazione per un attacco alla Siria e fermare la pericolosa escalation cercata dai britannici.

Fermiamo la terza guerra mondiale! L’Italia non sia complice di questa follia!

Nelle ultime 24 ore il LaRouchePAC, il movimento dell’economista e statista americano Lyndon LaRouche, sta tempestando di email e telefonate il Congresso USA con la seguente dichiarazione, al fine di fermare la terza guerra mondiale. Ritengo che anche l’Italia debba prendere con urgenza posizione contro la follia di un intervento americano in Siria, in cui i britannici tentano di coinvolgerci, anche questa volta, come con le armi di distruzione di massa inventate da Blair. Questa volta la guerra viene provocata da una messinscena britannica, in particolare ordita dai caschi bianchi britannici, al fine di coinvolgere Trump e l’Europa nella folle politica guerrafondaia di Theresa May. L’Italia non sia complice di questa follia!

Liliana Gorini, presidente di Movisol, Milano

LaRouchePAC: Ne abbiamo abbastanza!

Il Congresso rimuova Robert Mueller e arresti la spinta bellica britannica

Gli Stati Uniti d’America si accingono ad attaccare la Siria,rischiando di provocare una reazione delle truppe russe dispiegate, in base ad una perfida menzogna britannica, che potrebbe scatenare un conflitto su scala planetaria. Nel frattempo il 9 aprile l’ufficio dell’avvocato personale del Presidente americano Donald Trump è stato oggetto di ispezioni richieste dall’inquirente speciale Robert Mueller (nella foto con Bush).

Il motivo sarebbe la necessità di indagare intorno alla relazione sessuale avvenuta anni or sono tra il Presidente e l’attrice pornografica Stormy Daniels. La cosa è ritenuta così seria da Mueller e dai suoi collaboratori corrotti dell’FBI da mettere da parte il sesto emendamento della Costituzione americana. Se non insorgeremo subito contro questa manipolazione, la nazione corre un grave pericolo. Il tentativo spudorato di legare le mani a questo Presidente inducendolo ad entrare nella guerra contro la quale è stato eletto ha assunto dimensioni indicibili.

Nel 2016 milioni di americani votarono affinché cessasse la strategia delle guerre permanenti, strategia necessaria alla sopravvivenza di un sistema anglo-americano ormai finanziariamente in bancarotta e risalente alla fine della seconda guerra mondiale. Tale sistema fa perno nella City di Londra ed a Wall Street; ha distrutto l’economia americana un tempo florida,cpme è diventato evidente a tutti con il crac del 2007-2008. Trump ha promesso rapporti migliori con la Cina, che si sta stagliando nel panorama mondiale come prima economia in termini di potenza produttiva, e con la Russia di Putin. È stata la determinazione di Trump nell’istituire frapporti di cooperazione con quei due Paesi a scatenare il tentato golpe contro di lui, maturato in casa britannica e presso gli utili idioti in loro pugno.

Quel tentato golpe, il cui manifesto è stato lo “sporco dossier” redatto dall’ex spia britannica Christopher Steele e comprato da Hillary Clinton, stava ormai per fallire del tutto, quando la Gran Bretagna ha iniziato l’offensiva attuale. I senatori Charles Grassley e Lindsay Graham hanno citato Steele rivolgendosi al Ministero della Giustizia affinché Trump venga perseguito; i veri patrioti in seno al Congresso hanno condotto un’iniziativa genuina per identificare e perseguire i responsabili di tale golpe. Il 4 marzo 2018 Sergej Skripal e sua figlia sono stati avvelenati a Salisbury.

La Premier Theresa May si è rivolta immediatamente al mondo attaccando la Russia, senza mai produrre prove dell’accusa. Il Presidente Trump è stato sollecitato da consiglieri traditori, tra i quali H. R. McMaster, che durante la sua carriera ha passato un lungo periodo di formazione/cattività presso il britannico Istituto Internazionale per gli Affari Strategici, a sostenere le pretese assolutamente infondate di Londra. Il messaggio pervenuto al Presidente da questi traditori è inequivocabile: unisciti a noi nella marcia verso la guerra e forse, forse, sospenderemo il golpe.

Infine l’esperto britannico di armi chimiche presso il laboratorio di Porton Downs si è rifiutato di avallare la tesi della fabbricazione russa del reagente impiegato contro Skripal: ha sconfessato Theresa May e il dissennato Ministro britannico degli Esteri Boris Johnson.

Già molti dubbi erano stati espressi da numerosi Paesi europei, che si sono astenuti dall’appoggiare la provocazione bellica britannica. Tra i fatti considerati si consideri che i gas nervini avrebbe ucciso immediatamente Skripal e figlia, ora usciti da una prognosi di criticità, e che non è stato precisato il luogo in cui questi gas sarebbero stati impiegati contro di loro. L’inventore di tali gas venefici, ora dissidente residente negli Stati Uniti, ha ampiamente pubblicizzata la formula di produzione. Ma nel frattempo tutta questa importanza del caso sembra aver esaurito i suoi effetti. Gli Skripal saranno affidati a un programma di protezione della CIA riservato a testimoni particolarmente scomodi, mentre la loro casa e il luogo del preteso delitto saranno distrutti, chiudendo il caso a ogni futura indagine.

Nonostante le voci che vorrebbero Trump sostenitore della May, il Presidente americano continua a mantenersi fedele a quanto promesso agli elettori quanto ai suoi rapporti con la Russia. Si è congratulato con Putin per la sua rielezione, lo ha invitato alla Casa Bianca e ha parlato preoccupato della corsa alle armi da parte dei due Paesi. I britannici e i loro amici americani si sono traditi, rispondendo a un Presidente che ora si permette di parlare di ritiro delle truppe dalla Siria e di ricostruzione degli Stati Uniti.

È di questi giorni la nuova fase di provocazione bellica britannica: questa volta i veleni sarebbero stati adoperati dalla Siria, dove russi, iraniani e siriani hanno assestato duri colpi ai terroristi dell’ISIS e ora stanno sistemando il problema costituito dai residui delle forze jihadiste in campo. Le operazioni militari finali hanno avuto luogo nel territorio del Ghouta. Raggiunta la vittoria, Assad avrebbe lanciato attacchi chimici per festeggiare, ben sapendo di attirarsi così gli strali di tutto l’Occidente. E’ quanto cercano di farci credere i media seminatori di guerra.

Le fotografie di bambini morenti cui un anno fa reagì emotivamente Trump, ordinando un bombardamento missilistico, sono state nuovamente esibite. Vi sono ragioni di sospettare che siano false. Russia e Siria avevano avvertito della possibilità di un attacco a base di cloro, già da un mese fa, con la liberazione di Ghouta. L’unica fonte su questi presunti attacchi è quella dei Caschi Bianchi, organizzazione britannica vicina ad Al-Quaeda e profondamente coinvolta nelle passate fraudolente accuse contro Assad per aver impiegato armi chimiche. Seymour Hersh ha documentato questa storia nella {London Review of Books}, scrivendo della falsa notizia sull’uso di sarin nell’agosto 2013 (vedi lrb.co.uk/v36/n08/seymour-m-hersh/the-red-line-and-the-rat-line). Ted Postal, del MIT, e altri autori hanno dimostrato che l’attacco con il sarin, cui rispose Trump militarmente un anno fa, fu una delle tante menzogne usate dai britannici (vedi https://consortiumnews.com/2017/09/07/a-new-hole-in-syria-sarin-certainty/ di Robert Perry e https://www.thenation.com/article/the-chemical-weapons-attack-in-syria-is-there-a-place-for-skepticism/ di James Carden).

I caschi bianchi sono finanziati da britannici e americani della comunità d'{intelligence} impegnata nel tentativo di un cambio di regime in Siria. Hanno ricevuto milioni di dollari a questo scopo. Sono fattori decisivi del fronte interventista e della politica estera di cambio di regime per fermare la quale fu eletto Trump. Nel 2013, quando Obama minacciò la guerra alla Russia a causa della Siria, il popolo americano intervenne, chiese l’intervento di Capitol Hill e impedì il peggio. Ora bisogna fare lo stesso. La Russia registra una guerra dell’informazione crescente, condotta dai britannici e dai loro subalterni negli Stati Uniti. Pensano molto correttamente che questi siano i primi passi verso la guerra. Dobbiamo invertire la rotta, immediatamente. Chiamate il vostro rappresentante al Congressoe e ditegli di arrestare questa deriva bellica e di rimuovere Robert Mueller.

Le provocazioni britanniche rischiano di provocare una guerra nucleare

Mentre scriviamo questo annuncio, a mezzogiorno del 10 aprile sulla costa atlantica americana, si accende l’allarme rosso a causa della possibilità che scoppi la guerra generale nei prossimi giorni, a causa delle provocazioni belliche operate dalle alte sfere dell’Impero Britannico. Sfumato il tentativo di incolpare la Russia dell’avvelenamento degli Skripal, quando l’esperto di armi chimiche del laboratorio di Porton Down non ha confermato le accuse geopolitiche di May e Johnson, affermando di non poter certificare che la sostanza usata provenisse dalla Russia, sono stati messi in campo i Caschi Bianchi, un’altra risorsa di Londra, ad affermare che le forze governative siriane hanno usato armi chimiche a Ghouta. Questo sviluppo ha messo in agitazione il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, interessandolo ad azioni contro la Siria, ma anche contro l’Iran e la Russia. Il tutto è stato confezionato dai britannici, dai francesi e dai neoconservatori americani.

Il terzo sviluppo dell’operazione di destabilizzazione è stata l’ispezione dell’ufficio dell’avvocato personale del Presidente americano Trump, Michael Cohen, richiesta dal procuratore particolare Robert Mueller per indagare intorno alla relazione sessuale avvenuta anni or sono tra il Presidente e l’attrice pornografica Stormy Daniels. Tali sospetti, ovviamente, non hanno relazione con le ipotizzate collusioni con Putin per vincere le elezioni del 2016.

Il motivo è sempre lo stesso: le forze imperiali centrate nella City e i loro alleati neoconservatori a Wall Street vogliono impedire a Trump di mantenere le promesse elettorali di far cessare le guerre permanenti per il cambio di regime e di dare invece il via a buoni rapporti costruttivi con la Russia, oltreché con la Cina.

In una recente dichiarazione del LaRouche PAC si legge che l’ispezione è un “tentativo spudorato di legare le mani a questo Presidente per entrare in guerra, contro la quale è stato eletto”. Helga Zepp-LaRouche ha commentato che “siamo seduti su una polveriera”. Ne parlerà anche questo giovedì, nella consueta videoconferenza sul sito newparadigm.schillerinstitute.com, alle ore 18.

L’impero britannico ricorre alla frode per spingere verso la guerra

Proprio mentre la campagna anti-russa scatenata attorno al caso Skripal nel Regno Unito stava ritorcendosi contro gli autori, l'”Impero britannico” ha lanciato un’altra frode, stavolta su un presunto attacco chimico da parte dell’esercito siriano a Duma il 7 aprile. Benché la sola fonte di informazione fossero gli alleati di Al-Qaida, i media hanno sbattuto il mostro in prima pagina, che era finora stata occupata dalla narrativa sull’ex spia russa Sergej Skripal.

Come ha ribadito Helga Zepp-LaRouche, il tutto deve essere visto come parte di una propaganda pre-bellica tesa in particolare a indurre il Presidente Trump a rinunciare all’intenzione di stabilire buone relazioni con Russia e Cina, e aderire pienamente al partito della guerra. Sullo sfondo, l’incipiente collasso del sistema finanziario di Wall Street e Londra. Il ruolo del governo e dei servizi britannici nel caso Skripal è stato molto rapidamente messo a nudo, mentre era rimasto offuscato a lungo nel “Russiagate” contro Trump.

È allarmante la corsa dei principali Paesi europei e degli Stati Uniti in soccorso dell’impostura britannica nonostante l’assenza di prove, adottando una misura grave come l’espulsione dei diplomatici. Da allora sono stati rivelati molti strati di disinformazione. Scotland Yard, per esempio, ha affermato che vi sarebbero volute diverse settimane per i risultati dell’indagine sul “tentato omicidio”, ma il governo britannico ha impiegato solo un paio di giorni per trarre le conclusioni.

Il Ministro degli Esteri Boris Johnson aveva sostenuto che il laboratorio britannico di Porton Down avrebbe stabilito che il gas nervino usato a Salisbury “è stato prodotto in Russia”, per poi cancellare il tweet dopo che il direttore del laboratorio, Gary Aitkenhead, ha dichiarato il 3 aprile che fosse impossibile determinare la provenienza dell’agente chimico. Inoltre, il gas evidentemente non era così micidiale come sostenuto originalmente – per fortuna, perché la figlia di Skripal si è pienamente ristabilita e il padre è in via di guarigione. Oppure, è stata usata un’altra sostanza.

Theresa May forse sperava di evitare il naufragio del proprio governo lanciando una crociata contro la Russia, ma se ha guadagnato qualche consenso a breve termine, lo ha fatto a spese del discredito a lungo termine delle operazioni di intelligence britanniche.

L’organo della City di Londra, The Economist, è più preoccupato per Donald Trump. Il 30 marzo si è lamentato che il Presidente americano non avesse profferito parola sulla Russia o su Putin nei suoi tweet dopo il cosiddetto attacco chimico a Salisbury il 4 marzo. Benché Washington abbia espulso sessanta diplomatici su richiesta di Londra, è stato annunciato in seguito che essi avrebbero potuto essere sostituiti. Ancor peggiore agli occhi di Londra è il fatto che il 2 aprile Trump abbia reiterato la sua speranza di incontrare presto Putin. Come se non bastasse, egli ha anche annunciato – prima del presunto attacco chimico a Duma – che presto, quando l’Isis sarà stato sconfitto, gli Stati Uniti se ne andranno dalla Siria. Negli Stati Uniti il partito guerrafondaio, compresa l’ineffabile ambasciatrice all’ONU Nikki Haley, è determinato a incastrare il Presidente e a soffiare sulle fiamme di guerra.

La Cina denuncia l’unilateralismo delle minacce americane di dazi

Le dichiarazioni del governo cinese sono generalmente diplomatiche. Ma non la risposta il 6 aprile dei ministeri cinesi del Commercio e degli Esteri all’annuncio del Presidente Trump di aver dato istruzioni di considerare altri dazi contro la Cina per 100 miliardi di Euro, perché secondo lui la Cina non aveva il diritto di reagire all’appello iniziale di Trump per dazi di 50 miliardi.

La Cina non negozierà a queste condizioni di “atti unilaterali”, ha dichiarato il portavoce del ministero del Commercio Gao Feng. “E’ una battaglia tra unilateralismo e multilateralismo… L’America si sta comportando in modo arrogante. Hanno preso le iniziative sbagliate. Il risultato è che si faranno del male. Se decideranno altri 100 miliardi di dazi, la Cina è pronta… Reagiremo immediatamente, non abbiamo scelta” ha dichiarato. Gao ha aggiunto che “abbiamo notato che molti funzionari americani hanno indicato il fatto che sono in corso colloqui tra le parti, ma non è così”.

Anche il portavoce del Ministero degli Esteri Lu Kang ha parlato in termini simili. “Sembra che gli Stati Uniti abbiano sbagliato a valutare la situazione e preso le iniziative sbagliate. Nel farlo, gli Stati Uniti finiranno col danneggiare i propri interessi. La Cina è pronta, e risponderemo senza esitazione se gli Stati Uniti pubblicheranno una lista di prodotti per i dazi di 100 miliardi di dollari”.

La proposta cinese agli Stati Uniti per ovviare al deficit commerciale è invece quella di aderire all’Iniziativa Belt and Road della Cina partecipando a joint ventures per lo sviluppo del mondo.

Trump manterrà la promessa elettorale di ritirarsi dalla Siria

Dopo aver dichiarato ad un comizio in Ohio il 29 marzo che “lasceremo la Siria, molto presto” ponendo fine alle guerre volute da Obama, il 3 aprile il Presidente Trump ha incaricato il National Security Council di avviare la pianificazione militare per il ritiro, stando a numerosi resoconti sui media. Reuters riferisce che per il Presidente il ritiro dovrebbe essere completato nel giro di un anno. “Non tollererà che si attendano 6-7 anni” ha dichiarato un funzionario.

Trump avrebbe aggiunto che il nuovo consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton “lo sostiene” sulla Siria.

Corbyn: le accuse di Johnson alla Russia smentite dal laboratorio inglese

In un’intervista a Sky News il 4 aprile, il leader laburista inglese Jeremy Corbyn ha dichiarato che il ministro degli Esteri britannico Boris Johnson (nella foto) “dovrà rispondere seriamente a molte domande” dopo aver affermato alla TV tedesca due settimane fa che il laboratorio di Porton Down gli aveva assicurato “categoricamente” che il gas nervino Novichok usato per avvelenare gli Skripal provenisse dalla Russia. E’ stato smentito dal laboratorio di Porton Down. In un’intervista a Sky News il giorno prima, Gary Aitkenhead, capo del laboratorio di scienza della difesa e tecnologia (DSTL) a Porton Down, ha dichiarato infatti che il suo laboratorio non è stato in grado di provare che la Russia sia la fonte del Novichok.

Boris Johnson “ha fatto una pessima figura”. Corbyn aggiunge che all’inizio il Foreign Office aveva pubblicato un tweet a sostegno delle affermazioni di Johnson, ma quando Porton Down ha detto che “non è in grado di identificare il gas nervino, il Foreign Office ha cancellato quel tweet”. Quindi Johnson dovrà rispondere a molte domande, in quanto “ci sono evidenti incongruenze” nella sua versione.

Sono molti a chiedere le dimissioni del ministro britannico. Johnson accusa Corbyn “di stare dalla parte della propaganda russa” e di cercare di screditare il Regno Unito sull’attacco di Salisbury. Dal canto suo il Foreign Office, nel tentativo di spiegare la cancellazione del tweet che sosteneva le accuse di Johnson, ha dichiarato che era un “riassunto inaccurato” di osservazioni fatte dall’ambasciatrice britannica a Mosca, Laurie Bristow.

La Nuova Via della Seta determina la situazione strategica

Gli attacchi isterici contro la Russia provenienti dalla Gran Bretagna imperiale e dai suoi servizi segreti, tramite Theresa May e Boris BoJo Johnson, non ingannano nessuno. Anche se alcuni governi hanno accettato servilmente le pericolose provocazioni della May, altri, inclusi gli Stati Uniti, si sono limitati a gesti formali. Ad esempio gli Stati Uniti hanno espulso 60 diplomatici, per poi farne nominare altrettanti che li hanno sostituiti, e lo stesso ha fatto la Russia nei confronti dei diplomatici americani espulsi per rappresaglia.

Molte nazioni la pensano come il ministro degli Esteri russo Lavrov, che ha dichiarato che con le sue accuse infondate nel caso Skripal “è fin troppo ovvio che i nostri colleghi britannici hanno perso il senso della realtà”.

I leader che non hanno perso il senso della realtà sono impegnati in una serie di attività diplomatiche ed economiche, stringendo accordi per partecipare all’Iniziativa Belt and Road della Cina (la Nuova Via della Seta). Parallelamente a questi sforzi c’è l’iniziativa russa per portare la pace in Siria, collaborando coi vicini della Siria. I fautori della geopolitica britannica avranno notato che questa iniziativa fa passi avanti, e il Presidente Trump ha mantenuto la sua promessa elettorale di porre fine al coinvolgimento militare americano in Siria, annunciando un vertice con Putin nel prossimo futuro.

Dietro agli attacchi britannici contro Putin e la Russia c’è l’isteria per il Nuovo Paradigma nei rapporti internazionali, che sta sostituendo rapidamente il sistema fallito della City di Londra e di Wall Street. Se gli Stati Uniti coopereranno con Russia, Cina ed India, come Lyndon LaRouche aveva auspicato dopo il crac del 2008, sarà impossibile fermare tale Nuovo Paradigma.

Questi saranno i temi della consueta videoconferenza di Helga Zepp-LaRouche, in diretta giovedì 5 aprile sul sito newparadigm.schillerinstitute.com.

Lavrov punta il dito sul probabile ruolo dei servizi britannici nell’avvelenamento di Skripal

Viene sempre più alla luce la questione del coinvolgimento dei servizi segreti britannici nell’avvelenamento del doppio agente britannico Sergei Skripal e di sua figlia Julia.

Parlando ad una conferenza stampa a Mosca il 2 aprile, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha notato che l’intelligence britannica “o il governo britannico” sono chiaramente i beneficiari dell’avvelenamento di Skripal e sua figlia. Ci sono spiegazioni ben diverse di quelle strombettate da Londra e i suoi colleghi occidentali, ovvero, che i responsabili sarebbero i russi. Ha citato esperti che notano che il caso Skripal “va a vantaggio dei servizi speciali britannici, noti per la loro abilità di agire con licenza di uccidere”. Inoltre “va a beneficio del governo britannico che si trovava in una situazione difficile” in quanto non era riuscito a negoziare con l’Unione Europea termini favorevoli per la Brexit.

“I leader di molti paesi si pongono domande” ha aggiunto il ministro degli Esteri e “ritengo che la Gran Bretagna non potrà evitare di rispondere a queste domande. Sono troppo ovvie, ed è troppo ovvio il fatto che i nostri colleghi britannici abbiano perso il senso della realtà”.

Nel frattempo, a Londra, l’ambasciatore russo Alexander Jakovenko ha accusato Londra di essersi rifiutata di condividere informazioni sull’avvelenamento, cosa che ha indotto Mosca a “sospettare fortemente” che Londra fosse la vera responsabile del crimine. L’ambasciatore russo sottolinea anche che per poter ottenere sostegno dalla popolazione e dal Parlamento, Theresa May aveva bisogno di una “grave provocazione” e ne ha escogitata una particolarmente “selvaggia” per assumere un ruolo di guida nella campagna occidentale per “contenere” la Russia. Ma Mosca non permetterà a Londra di evitare le conseguenze legali delle proprie azioni, ha concluso Jakovenko. “Dovranno dare delle risposte”.

Ossenkopp a China.org: se Trump vuole rendere l’America grande ripristini la legge Glass-Steagall invece di porre dazi

Il sito cinese in lingua tedesca China.org ha intervistato il 30 marzo “l’esperto tedesco di Cina Stephan Ossenkopp” sulla politica americana dei dazi nei confronti della Cina. L’esponente dello Schiller Institute ha dichiarato che la crescita economica della Cina ha reso nervose le élite occidentali che non vogliono rinunciare alla propria egemonia nelle regole mondiali sul commercio. I dazi e il divieto agli investimenti non cambiano però questo trend storico, che si è affermato in particolare con la Nuova Via della Seta, o Iniziativa Belt and Road.

Sono finiti i tempi dei sistemi globali unilaterali, ha detto. L’enorme deficit commerciale degli Stati Uniti rispetto alla Cina è il risultato di un cambiamento paradigmatico nell’economia americana, che negli ultimi anni si è allontanata dagli investimenti nelle infrastrutture innovativi e nella produzione, investendo invece in prodotti finanziari speculativi.

Se Trump vuole davvero rendere l’America grande, dovrebbe ripristinare la legge Glass-Steagall, porre fine alla disastrosa speculazione a Wall Street ed attuare il suo programma per le infrastrutture e lo spazio concentrandosi sulla produzione industriale ad alta tecnologia. Trump, ha concluso Ossenkopp, dovrebbe aderire alla Nuova Via della Seta e riportare gli Stati Uniti sulla giusta via con gli investimenti nell’economia reale.

I francesi in piazza contro l’incubo sociale di Macron

Il 22 marzo oltre duecentomila dipendenti pubblici, lavoratori delle ferrovie, studenti, infermieri, insegnanti, controllori di traffico aereo e molti altri, sono scesi in piazza in Francia per protestare contro le riforme sociali ed economiche del governo. Solo a Parigi sono scesi in piazza 50.000 manifestanti, ma anche le altre manifestazioni in centottanta città hanno avuto un seguito maggiore di quello che ci si aspettava. La data del 22 marzo è stata scelta deliberatamente per ricordare l’avvio delle proteste nazionali del 1968, che portò agli scioperi più imponenti della storia francese e alle famose battaglie di strada tra polizia e studenti cinquant’anni fa.

Questa volta, per condurre le proteste senza paralizzare l’intera economia, a partire dal 2 aprile i sindacati lanceranno una serie di scioperi a scacchiera (2 giorni su 5), che continueranno fino al 28 giugno. Essi denunciano il fatto che il governo Macron-Philippe intende eliminare ciò che resta dei servizi pubblici e delle tutele sociali. La popolazione è divisa: la maggioranza ritiene che le riforme siano inevitabili e necessarie, anche se sostiene coloro che si oppongono ad esse.

Nello stesso modo con cui le riforme del lavoro sono state imposte per decreto il settembre scorso, la riforma del sistema ferroviario verrà imposta senza un vero dibattito in Parlamento. Sotto attacco è soprattutto il regime sociale dei dipendenti delle ferrovie. Nel corso degli anni, dopo lunghe battaglie sindacali, i dipendenti delle ferrovie sono riusciti a ottenere qualche tutela come compensazione per orari di lavoro durissimi, anche nei week-end e durante le feste, e pagati malissimo: non possono essere licenziati e viene loro consentito il prepensionamento, anche se non con la pensione piena.

Tuttavia, le privatizzazioni proposte dal governo non daranno gli effetti sperati. Un esperto di ferrovie, citato dal giornale francese Capital, ha rilevato che se tutti questi lavoratori venissero pagati in base agli standard del settore privato, i costi sarebbero molto più alti di oggi. Si noti anche il fatto che il miglior sistema ferroviario resta quello svizzero, gestito al 100% dallo Stato.

I prossimi a finire sul patibolo dopo il sistema ferroviario sono l’assegno di disoccupazione e il sistema pensionistico. L’ex candidato presidenziale Jacques Cheminade (nella foto) e una delegazione del suo partito, Solidarité et Progrès, hanno partecipato alla manifestazione di Parigi distribuendo volantini in cui denunciano le cosiddette riforme come una sottile maschera per le privatizzazioni dei servizi pubblici e l’abolizione degli ammortizzatori sociali. Il sistema sociale francese si basa sulla nozione di solidarietà. Tutti i francesi pagano contributi sociali proporzionali al proprio reddito e ricevono in cambio una rete di salvataggio sociale. Citando il preambolo della Costituzione francese, il volantino sottolinea che la politica di Macron è anticostituzionale. Cheminade ricorda anche che nel 2013 consigliò pubblicamente a Macron, allora consigliere del Presidente Hollande, di respingere le raccomandazioni di JP Morgan, che in una nota confidenziale invitava i Paesi dell’Eurozona a cambiare le Costituzioni adottate dopo la seconda guerra mondiale, che incorporano i diritti fondamentali dei cittadini. Oggi Macron deve scegliere: sarà il Presidente dei francesi o il Presidente delle banche?

Riflettori puntati sulle interferenze britanniche nel voto americano

Al di fuori dei media dominanti, numerosi osservatori politici hanno stigmatizzato il tentativo spudorato del governo britannico di alimentare una nuova ondata di russofobia, sottolineando l’inconsistenza della versione ufficiale del “caso Skripal”, a cominciare dalla mancanza di prove fornite e nell’assenza di ogni movente da parte dei russi.

Mentre il governo ha tratto conclusioni immediate sui colpevoli, la polizia metropolitana ha dichiarato che potrebbero volerci dei “mesi” per concludere l’inchiesta, e anche l’Organizzazione per la Prevenzione delle Armi Chimiche (OPAC), che è stata attivata solo oltre due settimane dopo l’incidente, impiegherà delle settimane per eseguire i propri test.

Tuttavia, il Ministro della Difesa britannico Gavin Williamson ha reagito alle proteste russe dichiarando che “la Russia dovrebbe stare zitta e andarsene”, mentre il Ministro degli Esteri Boris Johnson ha osato paragonare Putin e i mondiali di calcio a Mosca con Hitler alle olimpiadi del 1936 a Berlino.

L’atteggiamento britannico sembra riflettere la regola secondo la quale la migliore difesa è l’attacco. Infatti, i riflettori sono puntati su Londra per operazioni di intelligence la cui matrice britannica è venuta allo scoperto. La scorsa settimana si è venuti a conoscenza del fatto che Cambridge Analytica (nella foto il suo AD Alexander Nix), una ditta di estrazione di dati, ingaggiata dall’organizzazione elettorale di Trump, si procurò in modo improprio dati da facebook.com per influenzare le elezioni presidenziali del 2016. Immediatamente, una pioggia di attacchi è caduta su Trump e facebook.com.

Tuttavia, questi attacchi sono serviti a distogliere l’attenzione dai veri colpevoli, svelati da un articolo pubblicato il 20 marzo dal giornalista investigativo Liam O’Hare, intitolato “SCL, un colpo veramente britannico”. O’Hare ha ficcato il naso in una ditta parente di Cambridge Analytica, chiamata SCL (Strategic Communications Laboratories), il cui consiglio d’amministrazione è pieno “di una sfilza di Lord, finanziatori del partito conservatore, ex ufficiali dell’esercito e clienti della difesa” e le cui prestazioni come impresa privata consistono in operazioni psicologiche di qualità militare. Le due imprese, secondo The Observer, sono una stessa e identica cosa (vedi http://bellacaledonia.org.uk/2018/03/20/scl-a-very-british-coup/)

L’organizzazione si vanta di aver eseguito programmi di cambiamento del comportamento in oltre sessanta Paesi e di annoverare tra i suoi clienti il Ministero della Difesa britannico, il Dipartimento di Stato americano e la NATO. SCL ha un contratto con il Dipartimento di Stato americano per contrastare la propaganda terroristica e la disinformazione, e ha partecipato a “contrastare le operazioni di propaganda russa” per conto della NATO a sostegno dell’Ucraina.

Mark Turnbull, che guida SCL Elections, era solito guidare una campagna di pubbliche relazioni finanziata dal Pentagono nell’Iraq occupato, che comprendeva la produzione di falsi video di Al Qaeda. Il presidente di SCL è Sir Geoffrey Pattie, Ministro della Difesa sotto la Thatcher.

O’Hare conclude la sua inchiesta notando che “gli oscuri attori che usano sporchi trucchi per truccare le elezioni” non si trovano a Mosca ma sono “britannici, istruiti a Eton, con gli uffici nella City di Londra e legami stretti col governo di Sua Maestà”.

Il 21 marzo in Parlamento Ian Blackford del Partito Nazionale Scozzese ha chiesto a Theresa May del ruolo del Regno Unito nel “sovvertire il processo democratico in altri Paesi”, documentando numerosi legami tra Cambridge Analytica e il partito della May.

In aggiunta, il 22 marzo Julian Assange (Wikileaks) ha pubblicato una decina di messaggi su twitter.com sul ruolo britannico nel tentativo di golpe contro Donald Trump, nominando una serie di personaggi tra cui Christopher Steele, Claire Smith della Commissione Congiunta sull’Intelligence e Sir Andrew Wood, ex ambasciatore in Russia.

Come fermare la folle marcia di Theresa May verso la terza guerra mondiale

Che cosa può motivare l’autolesionismo collettivo occidentali di fronte alla escalation isterica dell’Impero Britannico contro la Russia, dopo il caso Skripal? Per quale motivo i governi europei, incluso il nostro, e la Casa Bianca hanno deciso l’espulsione di diplomatici russi, seguendo come lemming la May verso il baratro, anche se il governo inglese non ha fornito alcuna prova del coinvolgimento russo nel caso Skripal?

Come ha sottolineato Helga Zepp-LaRouche, v’è esclusivamente una spiegazione: le élite al potere sono in uno stato di disperata paura, poiché sono ormai contati i giorni del loro impero in bancarotta; una vasta parte dell’umanità sta cogliendo lo “spirito della Nuova Via della Seta” e volentieri si fa coinvolgere nel Nuovo Paradigma delle politiche di mutuo sviluppo (win-win) proposte dalla Cina, con l’Iniziativa ‘Una Cintura, Una Via’ (Belt and Road Initiative, BRI).

Anziché ammettere il fallimento del loro sistema, gli adepti alla dottrina della geopolitica tirano i fili di Theresa May e così facendo si apprestano a cadere nella “trappola di Tucidide”, preferendo porre a repentaglio l’intera umanità in ragione della possibilità di un conflitto nucleare, piuttosto che lasciar estinguere il loro sistema morente.

Come fermare questa folle marcia verso la terza guerra mondiale? Ne parlerà Helga Zepp-LaRouche nella consueta videoconferenza del giovedì, che si tiene alle ore 18 sul sito newparadigm.schillerinstitute.com.

Ex supervisore americano lancia l’allarme sul sistema finanziario

Una settimana prima del previsto rialzo dei tassi americani, in un’intervista per Barron’s l’ex presidente del Fondo di garanzia dei depositi americano (Federal Deposit Insurance Corporation) Sheila Bair ha lanciato un forte allarme sulla situazione precaria del sistema bancario americano e sull’esplosiva qualità delle bolle dei debiti societari e delle famiglie. Presentandola, la rivista ha ricordato il suo battibecco con Alan Greenspan tredici anni fa, quando ella mise in guardia da un crollo della bolla dei subprime.

Le banche centrali sono prigioniere del dilemma che se continuano il QE (Quantitative Easing), l’inflazione sfugga al controllo, ma se lo abbandonano anche gradualmente (il cosiddetto “tapering”) la bolla finanziaria scoppi e le megabanche saltino. Ciononostante, la Federal Reserve ha da tempo preso la sua decisione e iniziato il rialzo graduale dei tassi. Il 22 li ha portati dall’1,25 – 1,50 all’1,50 – 1,75, seguendo un ruolino di marcia che nel 2019 dovrebbe portarli al 3%.

Nessuno è in grado di prevedere quando esattamente la stretta monetaria innescherà un crollo finanziario. Tuttavia, la Bair ha notato che “un ramo di ricerca indipendente del Tesoro ha scoperto che il sistema finanziario si troverebbe nuovamente in grave pericolo se saltassero una o più megabanche”. L’ex capo della FDIC si riferisce all’Ufficio di Ricerca Finanziaria del Tesoro, che il Congresso cerca di abolire. C’è poi “il crescente debito societario con un collaterale sopravvalutato: prestiti che finanziano acquisizioni a leva e il debito delle imprese in generale. Ogni tipo di prestito cartolarizzato, il cui asset sottostante è sopravvalutato, dovrebbe suscitare preoccupazione. È quello che è avvenuto con l’immobiliare”.

A riprova della giustezza delle affermazioni della Bair, l’American Banker del 19 marzo ha scritto: “Sempre più lender non finanziari sfruttano il forte appetito per il debito a breve termine a tassi variabili per impacchettare i prestiti ponte in collaterale per veicoli chiamati obbligazioni di prestiti immobiliari commerciali collateralizzati, o CRE CLO (…) vanno come le brioche”.

E il 14 marzo Bloomberg News ha pubblicato uno studio della Thomson Reuters secondo il quale il debito delle società non finanziarie americane ha raggiunto i 19 mila miliardi di dollari, quasi uguale al PIL, per la prima volta da quando, durante la prima guerra mondiale, si cominciò a registrarlo.

La Bair conclude l’intervista con parole di apprezzamento per la Cina: “Sia le banche sia i regolatori in Cina sono sempre più preoccupati della gestione del rischio, della qualità del credito e delle sofferenze bancarie. Prudenza e crescita sostenibile stanno diventando parole d’ordine. Mi colpisce la differenza nel tono della leadership politica; con Xi ora si parla di deleveraging, bolle azionarie e sconvenienza di vantaggi a breve termine rispetto alla stabilità a lungo termine. È un bel contrasto con gli Stati Uniti, dove ci stiamo muovendo verso la deregulation e l’accresciuto indebitamento”.

Per impedire il nuovo crac finanziario, l’unica soluzione è il ripristino della legge Glass-Steagall, con la netta separazione tra attività bancarie ordinarie ed attività speculative.

Nel 1999 Trump sostenne l’Iniziativa di Difesa Strategica

In un’intervista con Wolf Blitzer per la CNN, il 28 novembre 1999 Donald Trump propose di rilanciare l’Iniziativa di Difesa Strategica di Ronald Reagan, cioè di Lyndon LaRouche.

“Se parliamo di nucleare, questa nazione, noi, abbiamo bisogno di uno scudo”, disse.

“Un’Iniziativa di Difesa Strategica?”, ribatté Blitzer.

“Poiché la Russia è instabile, abbiamo bisogno di un nuovo scudo antimissilistico. La gente criticava Reagan, ma ora è possibile svilupparlo. Abbiamo bisogno di uno scudo. […] Abbiamo bisogno di un cambiamento sul trattato ABM del 1972. Chi sapeva quale tecnologia si sarebbe sviluppata? Dobbiamo sederci al tavolo con i russi e molti altri”.

Il Russiagate era una bufala, ora sotto inchiesta è l’FBI

Il 13 marzo la Commissione sull’Intelligence della Camera dei Rappresentanti americana ha annunciato di aver chiuso la sua inchiesta, durata 14 mesi, sulla presunta “collusione o sul presunto coordinamento tra la campagna di Trump e la Russia per influenzare le elezioni presidenziali del 2016”, non avendo trovato alcuna prova a carico. La Commissione continuerà ad indagare invece sulla “collusione” di vari funzionari dell’Amministrazione di Obama nel tentativo di impedire l’elezione di Donald Trump e di minare la sua presidenza. Nell’occhio del ciclone sono ex leader di enti di intelligence, come James Clapper (DNI), James Comey (FBI, nella foto) e John Brennan (CIA), e i loro sottoposti, come il vicedirettore dell’FBI Andrew McCabe (ora licenziato) e l’ex esperto di counterintelligence dell’FBI Peter Strzok. La Commissione sull’Intelligence indaga anche sul ruolo svolto, tra gli altri, dalla consigliera di Obama per la sicurezza nazionale Susan Rice e dalla sua ambasciatrice presso l’ONU Samantha Powers, che hanno richiesto alla NSA intercettazioni telefoniche sulle conversazioni tra diplomatici stranieri e funzionari dell’organizzazione elettorale di Trump, i cui nomi sono stati dati alla stampa in flagrante violazione della legge americana.

Al contempo, prosegue l’inchiesta del Congresso sull’uso illegale del falso dossier contro Trump compilato dall’ex agente dell’MI6 Christopher Steele.

Allo stesso tempo, un gruppo di nostalgici dei giorni di Obama ha formato una nuova organizzazione che si chiama National Security Action (con l’ironico acronimo NSA), che ha dichiarato guerra all’Amministrazione di Trump. Secondo il loro manifesto, il principale crimine di Trump è stato quello di non aver arginato la minaccia agli interessi americani costituita da Russia e Cina. I sessantotto firmatari originali del manifesto sono tutti membri delle Amministrazioni di Obama o vicini ad esse, o che speravano di mantenere il proprio incarico al governo con Hillary Clinton.

I due presidenti della NSA sono Ben Rhodes (consigliere di Obama per la sicurezza nazionale) e Jake Sullivan (vice assistente di Obama e consigliere di Hillary Clinton); tra i membri spiccano Susan Rice, Samantha Power, Penny Pritzker (finanziatrice e in seguito Ministro del Commercio), Michele Flournoy e Tony Blinken. Samantha Power usò la propria posizione all’ONU per attaccare ripetutamente la Russia per l’intervento nella guerra civile siriana che ha contribuito a sconfiggere l’ISIS, mentre Susan Rice fu uno degli architetti della dottrina “Asian Pivot” di Obama contro la Cina.

Gli “azionisti” accusano Trump di “piegarsi di fronte a Mosca” e di essersi rifiutato di “affrontare la Cina”. Lo attaccano anche per aver “aumentato il rischio di un conflitto catastrofico con la Corea del Nord”, ma con loro grande imbarazzo, il loro manifesto è stato scritto prima dei successi diplomatici nel dialogo tra Trump e le due Coree.

Insomma, i sessantottini di Obama difendono lo stesso paradigma geopolitico che si è dimostrato fallimentare.

Jens Spahn: il lato oscuro del nuovo governo tedesco

Jens Spahn (nella foto), il Ministro della Sanità del nuovo governo di grande coalizione appena formato a Berlino, ha suscitato grosse polemiche pochi giorni prima del giuramento. Parlando della povertà in Germania, l’11 marzo, ha voluto essere provocatorio sostenendo che “nessuno nel nostro Paese patirà la fame, anche se non esistessero i Banchi Alimentari”. Ha anche ridicolizzato coloro che percepiscono gli assegni di disoccupazione previsti dalla legge Hartz IV (una sorta di reddito di cittadinanza alla tedesca) sostenendo che Hartz IV “fornisce a tutti ciò di cui hanno bisogno per vivere”.

Queste dichiarazioni formulate da un politico della CDU hanno suscitato un’ondata di proteste della sinistra, dei sindacati e delle associazioni assistenziali, e hanno indotto coloro che ricevono l’assegno Hartz IV a lanciare una petizione on-line che ha raccolto oltre 130.000 firme in pochi giorni. La petizione accusa il nuovo Ministro della Sanità, noto critico da destra di Angela Merkel, di non sapere di che cosa parla e di vivere “in un mondo molto diverso da quello in cui vivono milioni di cittadini medi”. Le sue osservazioni arroganti gli hanno guadagnato il nomignolo di “Maria Antonietta” per la sua famosa frase “se non hanno più pane, che mangino brioche”.

Sahra Wagenknecht, capogruppo parlamentare del partito Linke, ha denunciato Spahn per le sue “lezioni arroganti”, ricordando che i genitori che ricevono l’assegno di Hartz IV “devono sfamare i propri figli con 2,70 euro al giorno… se politici che guadagnano bene come Spahn ritengono che questa non sia povertà, dovrebbero parlare con una madre costretta a crescere i figli in queste condizioni”.

Spahn è stato criticato anche all’interno del suo stesso partito, da Annegret Kramp-Karrenbauer, che ha dichiarato: “Ritengo che persone che hanno un buono stipendio, come lui o me, non dovrebbero cercare di spiegare come si sentono coloro che percepiscono l’assegno di Hartz IV”.

Ma c’è un metodo dietro la nota arroganza di Spahn, secondo alcune fonti. Durante i mesi di colloqui per formare il governo di coalizione, egli non ha mai nascosto la sua avversione per un governo di coalizione coi socialdemocratici. Essendo su posizioni rigoriste estreme, teme che il nuovo Ministro delle Finanze, Olaf Scholz, dell’SPD, si allontani dalla linea del pareggio di bilancio, secondo la quale tutti i surplus vengono usati per pagare i vecchi debiti e non per gli investimenti o per programmi di assistenza sociale. Si prevedono altri scontri tra la sua fazione nella CDU e l’SPD, che renderanno instabile il nuovo governo tedesco.

Molti sospettano che Spahn voglia far saltare la coalizione di governo al più presto, costringendo la Merkel a dimettersi per prenderne il posto. Spahn, un ex banchiere, gode del sostegno di ambienti internazionali che la pensano come lui, soprattutto a Londra, dove i media lo hanno dipinto più volte come “il prossimo leader della Germania” e il successore della Merkel.

Videoconferenza di Helga LaRouche: le élite imperiali britanniche sono alla disperazione

Cade la facciata impiegata per secoli dalle élite imperiali britanniche per camuffare i propri metodi prepotenti. Sul caso Skripal hanno fatto una tale montatura che anche coloro che non riconoscono l’esistenza sostanziale dell’impero britannico cominciano a vedere che Londra è decisa a fomentare apertamente la guerra. Negli ultimi giorni gli irrazionali proclami contro la Russia di Theresa May e Boris Johnson sono divenuti sempre più striduli, a dimostrazione del fatto che hanno paura di perdere la presa sulla situazione internazionale.

Il consolidamento della leadership in Russia e in Cina attorno alle figure dei rispettivi Presidenti, Vladimir Putin e Xi Jinping, è in netto contrasto con il collasso dei partiti politici dominanti nella regione transatlantica, a partire dall’uscita della Gran Bretagna dall’UE. Il fatto che il Presidente americano Trump abbia continuamente confermato l’interesse a cooperare con Russia e Cina, piuttosto che scontrarsi come vorrebbe la geopolitica, sta esacerbando l’isteria di Londra.

Come ha ripetutamente sottolineato Helga Zepp-LaRouche, presidente dello Schiller Institute, l’approccio al mutuo sviluppo (win-win) ed al Nuovo Paradigma incentrato sulla politica cinese della Nuova Via della Seta è ormai inarrestabile. La signora LaRouche parlerà di questi temi alla consueta videoconferenze del giovedì che si tiene alle ore 18 sul sito newparadigm.schillerinsitute.com.

I tagli alle tasse negli Stati Uniti gonfiano la bolla, ma non impediranno che scoppi

Lo scorso dicembre Jamie Dimon (nella foto), A.D. di JP Morgan Chase, ha definito il disegno di legge repubblicano per ridurre le tasse, appena approvato, un “QE4”, ovvero la quarta edizione della politica di Quantitative Easing delle banche centrali. A suo tempo avevamo avvertito che le grosse società americane avrebbero usato la riduzione delle tasse per riacquistare le proprie azioni, continuando a gonfiare la bolla finanziaria, invece di usare la liquidità così creata per gli investimenti e per creare posti di lavoro. I dati pubblicati il 7 marzo dalla società di ricerca e investimento Trim Tabs dimostrano che la nostra prognosi era corretta.

Da quando il Congresso ha adottato la riforma fiscale lo scorso dicembre, le grosse corporation americane hanno annunciato oltre 218 miliardi di dollari di riacquisto di azioni. Solo in febbraio, la cifra è balzata a 155 miliardi di dollari, un record mensile da quando vengono registrate queste voci. Il ritmo annuale del riacquisto di azioni va verso gli 800 miliardi di dollari, sempre secondo la stessa fonte, un altro record, e quasi equivalente a tutto il taglio delle imposte ottenuto dalle imprese con la riforma fiscale.

Nell’ultimo mese le grosse imprese farmaceutiche hanno annunciato 50 miliardi di dollari di riacquisto di azioni, usando i soldi derivanti dalle riduzioni fiscali. Dieci miliardi solo per la Pfizer, la stessa cifra per la Merck, e via dicendo.

Dal 2010 queste grosse società usano entrate e prestiti per acquistare le proprie azioni, e ora usano anche i tagli alle tasse per fare lo stesso. L’intento furtivo della “riforma fiscale” era evidentemente quello di impedire che scoppiasse la bolla del debito societario.

In realtà essa sta alimentando più rapidamente la bolla fino a quando non scoppierà, soprattutto perché le imprese usano il cosiddetto “margin debt” (denaro preso a prestito per comprare azioni) come leva per i propri acquisti. Il rapporto tra debito societario non finanziario e PIL negli Stati Uniti ora è più alto che al culmine della crisi finanziaria, avendo raggiunto il 45,4% nel terzo trimestre del 2017. Le emissioni di nuovo debito dal primo gennaio all’ottobre 2017 avevano superato la soglia dei 1000 miliardi.

L’8 marzo Daniel Pinto, che in gennaio ha affiancato Dimon alla presidenza di JP Morgan Chase, ha ammonito in un’intervista per Bloomberg TV: “Potrebbe esserci una correzione profonda [dei mercati azionari]. Potrebbe andare dal 20 al 40%, a seconda della valutazione”. Una “correzione” del 40% significa un crac che, a sua volta, ne provocherebbe altri, anche maggiori, sui mercati obbligazionari e dei derivati.

Non c’è modo di impedire che la bolla scoppi. Ma governi e parlamenti possono impedire che il crac esondi nell’economia reale e colpisca produttori e consumatori, introducendo per tempo la separazione bancaria (Glass-Steagall Act).

Il caso Skripal: una bufala britannica per provocare lo scontro con la Russia

Il governo britannico, nella foga di accusare la Russia del presunto attacco con gas nervino contro l’ex spia Sergej Skripal e sua figlia, ha ignorato gli elementi più rudimentali di un’inchiesta regolare. Le inconsistenze sono state messe in evidenza da numerosi esperti.

L’indizio principale citato dalla Premier britannica Theresa May è che la sostanza apparentemente usata, il Novičok, sarebbe stato “sviluppato dalla Russia” molti anni fa. Ma il governo britannico non ha consegnato all’OPAC (l’Organizzazione per la Prevenzione delle Armi Chimiche) un campione della sostanza, come è tenuto a fare dagli accordi, per un’analisi indipendente. Non ne ha dato uno nemmeno al governo russo, nonostante gli avesse concesso solo un giorno per fornire una spiegazione prima di adottare misure di ritorsione. Secondo le regole dell’OPAC, alla parte sospetta sono concessi dieci giorni per rispondere alle accuse.

Per quanto riguarda l’esistenza stessa del Novičok, l’ex ambasciatore britannico in Uzbekistan, Craig Murray, l’ha paragonata alla truffa delle presunte armi di distruzione di massa. Murray ha notato che il direttore dell’unico stabilimento britannico di armi chimiche, Robin Black, aveva spiegato in una prestigiosa rivista scientifica che le prove dell’esistenza del Novičok erano “scarse” e la sua composizione chimica “ignota”. “Perciņ, anche se fosse stato usato, gli esperti britannici non sarebbero stati in grado di identificarlo. Dato il carattere dubbio dell’esistenza del Novičok, l’OPAC ha deciso di non aggiungerlo alla lista dei reagenti proibiti”.

In aggiunta alla mancanza di prove sull’attacco stesso, c’è un altro aspetto sordido nello scoppio di un tale scandalo in questo momento, che ha a che fare con l'”ex” agente del MI6 Christopher Steele, che ha recentemente prodotto il famigerato dossier che collegherebbe Donald Trump ai russi. All’inizio degli anni Novanta, Steele lavorava all’ambasciata britannica a Mosca sotto copertura diplomatica quando Sergej Skripal, che lavorava per l’intelligence militare russa, fu reclutato dall’agente dell’MI6 Pablo Miller, in un’operazione coordinata dallo stesso Steele. E quando nel 2006 Skripal fu processato in Russia perché scoperto essere un doppio agente, Steele seguiva il caso perché dirigeva l’ufficio Russia dell’MI6 a Londra (nella foto la sede). Quando “lasciò” l’MI6 nel 2009, Steele fondò la ditta privata di sicurezza Orbis Business International, che si specializzò nel condurre operazioni di PR contro la Russia.

Il giurista e analista australiano James O’Neil si è occupato del caso in un articolo pubblicato il 13 marzo su Consortium News. O’Neil ritiene che probabilmente Skripal abbia fornito informazioni a Steele per il dossier contro Trump e fosse perciò “nella posizione di offrire informazioni potenzialmente dannose” sulla preparazione di quel dossier e sul suo uso da parte della comunità di intelligence americana, dell’FBI, del Democratic National Committee, dalla Casa Bianca di Obama e dall’organizzazione elettorale della Clinton.

Inoltre, anche Andrew Wood, ambasciatore britannico a Mosca proprio al tempo in cui Skripal veniva reclutato da Pablo Miller, ha lavorato per Orbis e ha contribuito a diffondere il dossier di Steele.

In altre parole, come ha sottolineato Helga Zepp-LaRouche in un articolo del 17 marzo, tutto ciò reca il marchio di un’altra operazione dei servizi britannici.

Il ruolo dell’impero britannico non è mai stato così chiaro

“È l’impero, stupido!” ricordavamo a tutti quattro anni fa.

Ricordate il dossier finto sulle armi di distruzione di massa che, secondo Tony Blair, erano in possesso di Saddam Hussein e che fu il pretesto con cui il patetico George W. Bush travolse tutta l’Asia Sudoccidentale, trasformandola in un inferno terrorista con l’aiuto del suo successore Barack Obama?

Ricordate Assad accusato di aver usato armi chimiche e come questo inganno spinse Trump ad autorizzare un attacco missilistico di un aeroporto siriano?

Ricordate il dossier finto dell’agente britannico Christopher Steele, il compendio di fiabe su Trump e la Russia confezionato per fomentare un’operazione di “cambio di regime” contro il governo degli Stati Uniti?

Ora è la volta di Theresa May, la quale, con la tipica britannica assenza di prove, dichiara che “non [ci sono] conclusioni alternative”: per lei è ovvia la responsabilità dello “stato russo” dell’uso di gas nervino a Salisbury, dell'”orribile uso della forza contro il Regno Unito”. Per la May e i suoi mandanti dovremmo tutti unirci contro i malvagi russi…

Si tratta di un’evidente assurdità, che prova soltanto la disperazione dell’impero britannico. Per cinquant’anni Lyndon LaRouche ne ha documentato l’odio politico, storicamente esercitato, per gli Stati Uniti d’America, mostrando come, dalla morte di Franklin D. Roosevelt e dall’assassinio di John F. Kennedy, la politica governativa americana sia controllato dai britannici, tramite Wall Street e altri enti. “L’impero britannico è morto”, sentiamo ripetere spesso. Poi aggiungere che l’unico impero rimasto sarebbe quello russo o quello americano, a seconda dell’ambiente politico controllato da Londra cui appartiene la bocca che profferisce simile scemenza.

Il trucchetto questa volta non funziona. Il Guardian di Londra ha dimostrato che l’impero britannico è vittima di un notevole attacco di panico: “Durante la giornata”, scriveva il 14 marzo, “il Regno Unito ha duramente lavorato a Washington per convincere Trump a accantonare il suo desiderio di dialogare con Putin, e a riconoscere che la Russia è l’unico Paese ad avere i mezzi o il movente per cercare di uccidere Skripal,” il doppio agente russo ucciso dal gas nervino insieme a sua figlia.Ma, si lamentano, “Trump ha accettato con grande riluttanza le motivazioni britanniche, senza attribuire direttamente la responsabilità alla Russia… sarebbe un duro colpo ai rapporti anglo-americani se Trump si rifiutasse di accettare la valutazione dell’intelligence britannico, ma dalla sua elezione si sente sotto assedio per le accuse di collusione con la Russia per ottenere la presidenza, e ritiene che ex funzionari dell’intelligence britannico abbiano alimentato tali accuse.” E’ proprio così, e il tentativo di usare menzogne fabbricata dall’MI6 per destituire il Presidente è stato denunciato dall’inchiesta del Congresso. Gli ex funzionari dell’amministrazione Obama che hanno usato le menzogne britanniche sono stati colti con le mani nel sacco nel condurre un attacco proditorio al governo americano, e potrebbero presto finire in galera.

Anche la Premier May non si sente molto forte nel Regno Unito. E’ sempre più probabile che il leader laburista Jeremy Corbyn vinca le prossime elezioni, e i Conservatori sono dietro al Partito Laburista nei sondaggi delle imminenti elezioni amministrative. Corbyn ha criticato al Parlamento le misure prese dalla May contro la Russia chiedendole come mai non abbia seguito le procedure previste dall’OPAC (Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche) e non abbia fornito alla Russia campioni del gas nervino aspettando i dieci giorni richiesti per la risposta. May ha blaterato di aver dato ai russi abbastanza tempo, e che c’era il consenso di tutti gli altri parlamentari, che Corbyn è fuori luogo, e che avrebbe espulso i 23 diplomatici russi. Con una mossa che sicuramente ha terrorizzato i russi, la May ha annunciato anche che la famiglia reale non sarà presente ai mondiali di calcio in Russia.

I timori degli oligarchi britannici sono giustificati. L’Impero non sopravviverà alla cooperazione tra Stati Uniti, Russia, Cina, Africa e America Latina, e perfino la popolazione europea e britannica, nel nuovo paradigma rappresentato dallo spirito della Nuova Via della Seta. Sono pronti a rischiare la guerra termonucleare pur di impedire tale nuovo paradigma, ma hanno poco tempo. E’ un momento di grande potenziale, se la specie umana saprà coglierlo.

Rilanciare la proposta di LaRouche di cooperazione con la Russia sulla difesa strategica

Nella sua videoconferenza del 9 marzo, Helga Zepp-LaRouche ha discusso l’annuncio dei nuovi sistemi d’arma strategici russi, che comprendono quelli basati sui nuovi principii della fisica. Ella ha sollecitato gli ascoltatori a leggere un documento scritto nel 1984 dal consorte Lyndon LaRouche (nella foto con REAgan), intitolato Bozza di Memorandum di Accordo tra gli Stati Uniti e l’URSS e ripubblicato sull’EIR del 9 febbraio.

Uscito un anno dopo il lancio da parte di Reagan di ciò che divenne nota come Iniziativa di Difesa Strategica (SDI), il memorandum di LaRouche chiese agli Stati Uniti e all’Unione Sovietica di collaborare “nello sviluppo di armi basate sui nuovi principii della fisica” e di applicare le stesse tecnologie al settore civile per provocare un volano scientifico. Ciò avrebbe portato, egli scrisse, a un aumento della produttività in entrambe le nazioni, ma specialmente nell’URSS, e a trasferimenti di tecnologia ai Paesi in via di sviluppo che non sarebbero più stati usati in guerre per procura tra le superpotenze. Su quella base avrebbe potuto aver luogo una cooperazione tra veri stati nazionali sovrani tale da offrire occasioni illimitate di partecipare ai benefici del progresso tecnologico a vantaggio di tutti.

Per la signora LaRouche, lo spirito di quella proposta è oggi riflesso nella cooperazione win-win della Cina e nel nuovo modello di relazioni tra le grandi potenze. È giunta l’ora, ha affermato il 9 marzo, di “un completo cambiamento nell’allineamento strategico” e di optare per una nuova architettura di sicurezza facendo “ciò che mio marito propose per la SDI, e cioè rendere le armi nucleari tecnologicamente obsolete”.

Questo punto di vista è condiviso da altri, compresi coloro che lavorarono al programma originale dell’SDI. Peter Prey, che fece parte di diverse commissioni parlamentari, ha dichiarato all’EIR di ritenere che i sistemi descritti da Putin nel discorso del 1 marzo “siano tutti in via di sviluppo e probabilmente quasi pronti per il dispiegamento”. Ma l’aspetto più importante è che ciò offre la possibilità di un consenso trasversale sulla difesa strategica, per cui egli ritiene che i sistemi a intercettori lanciati da terra debbano essere abbandonati perché inefficaci e obsoleti, dando la priorità a sensori fluttuanti nello spazio e a energia direzionata. “La nostra miglior risposta è di riavviare la SDI (…). Un semplice obiettivo di partenza sarebbe di corazzare la rete elettrica contro gli EMP provenienti da qualsiasi fonte”, ha proposto.

In un articolo pubblicato il 5 marzo su NewsMax, Pry ha suggerito che il Presidente Trump “ordini un nuovo Progetto Manhattan centrato sulla difesa strategica, che possa diventare la base per un consenso politicamente sostenibile tra democratici e repubblicani”. I sistemi difensivi localizzati nello spazio potrebbero rendere obsolete le crescenti minacce nucleari di potenziali avversari, ha spiegato.

Lo Schiller Institute all’ONU di Ginevra denuncia il genocidio nello Yemen

Durante la sessione del Consiglio dell’ONU sui Diritti Umani, in corso a Ginevra, il 13 marzo scorso la rappresentante dello Schiller Institute Elke Fimmen ha parlato a un seminario dal titolo “Diritti umani in Yemen: sanzioni”, organizzato dall’Organizzazione per la Difesa delle Vittime della Violenza (ODVV) e l’INSAN per i Diritti Umani e la Pace.

Il seminario, durato un’ora e mezza, è stato presieduto e moderato dal dott. Hassan Fartousi, ricercatore in diritto internazionale presso l’Università di Ginevra. Gli altri relatori presenti erano Mohammad Abo Taleb e Abdullah Alkebsi (INSAN), che hanno mostrato gli effetti orribili delle sanzioni illegali imposte dalla coalizione a guida saudita, che tra l’altro impediscono di cercare all’estero le necessarie cure mediche. Andrew Feinstein, direttore esecutivo di Corruption Watch UK, ha chiesto la fine delle forniture illegali di armi da parte del Regno Unito (BAE System, ecc.) , degli Stati Uniti, ecc.

Elke Fimmen, presentata quale rappresentante del Movimento di LaRouche in Germania, ha parlato del genocidio e delle sanzioni, imposte facendo leva sulla Risoluzione 2216 approvata dall’ONU nel 2015 relativamente all’embargo sulle armi mirato su alcuni individui, usata come pretesto per scatenare un conflitto aperto di aggressione e bloccare gli aeroporti (Sana’a, ecc.) e i porti (Houdeidah, ecc.) che prima garantivano gli approvvigionamenti di derrate alimentari, carburanti e altri cruciali beni d’importazione dai quali lo Yemen dipende completamente. La garanzia di una piena assistenza umanitaria e di sicurezza degli individui richiesta dalla Risoluzione è stata assolutamente disattesa.

Centinaia di migliaia di yemeniti hanno pagato con la vita una triennale guerra di aggressione guidata dai sauditi, dai britannici e dagli americani. Se il conflitto non cesserà al più presto, ne conseguirà una completa catastrofe, come afferma anche l’ONU, nel suo UN-Report 2018 sul piano di risposta umanitaria delle Nazioni Unite in Yemen, pubblicato nel mese di gennaio scorso.

Questo documento fornisce i particolari sconvolgenti della situazione in via di deterioramento per ogni settore della vita nazionale e conclude che la carenza di beni fondamentali, in particolare di carburante, porterà a “una crisi di dimensioni che supereranno la capacità di risposta della comunità umanitaria”, se i porti non saranno riaperti ai traffici. Così, nessuno potrà dire “non sapevo”.

Le sanzioni e le uccisioni di yemeniti sono diventati una parte integrante delle operazioni militari dell’aggressore e vengono impiegate come tattica bellica che sfrutta lo stato di indigenza e di epidemie. Distruggere deliberatamente il passato di quel popolo, ma anche il suo presente e futuro, negandone l’esistenza nella storia dell’umanità, rientra nella definizione di genocidio data dalla Convenzione sulla Prevenzione e la Repressione del Crimine del Genocidio.

Elke Fimmen ha citato la risoluzione dello Schiller Institute, approvata alla fine di novembre 2017 a Bad Soden, in Germania, che chiese: (a) l’immediata cessazione delle ostilità nello Yemen, l’eliminiazione dei blocchi e il ritorno al processo e al dialogo di riconciliazione nazionale per ricercare una soluzione politica libera da interferenze di forze esterne grazie alla protezione dell’ONU e al sostegno di Russia, Cina e Stati Uniti; (b) l’assistenza allo Yemen in “un processo di ricostruzione rapida e a larga scala, incentrato su progetti infrastrutturali atti a riconquistare la vitalità della nazione e l’integrazione dello Yemen nell’Iniziativa Belt and Road” per la creazione del futuro.

Il seminario è stato seguito da circa quaranta persone e trasmesso in diretta nello Yemen.

Nella stessa mattina, un altro seminario ha affrontato la situazione dei giornalisti nello Yemen e ha discusso di un altro effetto dei blocchi commerciali: viene impedito a qualunque giornalista straniero, invitato a raggiungere lo Yemen, di recarsi nel paese e riferire la verità sul genocidio in corso. Oggi è in programma un altro incontro sulla situazione yemenita, che concluderà il ciclo di tre settimane di interventi a Ginevra.

Skrypal ucciso dai servizi segreti britannici?

Se lo chiede l’agenzia stampa Sputnik, citando due fonti europee, Marcello Ferrada de Noli, fondatore della rivista The Indicter pubblicata dai Medici Svedesi per i Diritti Umani, ed Helga Zepp-LaRouche, presidente dello Schiller Institute. Dopo le accuse rivolte dalla Premier britannica May (nella foto con Putin) ai russi per l’assassinio dell’ex spia russa a Londra, Sputnik ha intervistato la signora LaRouche: “l’attentato potrebbe essere uno sporco trucco delle agenzie di intelligence britanniche mirante a screditare la Russia, afferma la leader del Movimento Solidarietà tedesco. Stando ad Helga Zepp-LaRouche, questo incidente ricorda il modo in cui i servizi britannici “fabbricano un altro caso Litvinenko come pretesto per un’altra escalation contro la Russia”.

Sputnik cita anche Marcello Ferrada de Noli, fondatore della rivista The Indicter pubblicata dai Medici Svedesi per i Diritti Umani, che afferma: “la spia britannica Skrypal era ormai uscita allo scoperto, era stata graziata e le era stato consentito di andare all’estero, quindi non costituiva più alcun pericolo per la sicurezza nazionale russa. Anche supponendo, tanto per argomentare, che sia corretto il presupposto della May che la Russia volesse liberarsi della spia britannica Skrypal, sembra assurdo che la Russia abbia preferito mandare dei killer in Inghilterra rischiando un incidente internazionale invece di punirlo tranquillamente quando era ancora sotto custodia in territorio russo”.

Della crisi provocata dalla May parlerà oggi Helga Zepp-LaRouche, nella tradizionale videoconferenza del giovedì, alle ore 18 sul sito www.newparadigm.schillerinstitute.com.

Ai dazi americani l’Europa dovrebbe rispondere “tacendo” invece di minacciare la guerra commerciale

L’annuncio dei dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio ha provocato le proteste della Commissione dell’UE e degli economisti che gridano al “protezionismo” e si prestano a vacue minacce di “rappresaglia”. Un economista tedesco, tuttavia, ha espresso un punto di vista differente: Heiner Flassbeck (nella foto), l’ex economista capo dell’UNCTAD (dal 2003 a tutto il 2012) ha esposto il suo pensiero in numerose interviste per i media teutonici. Il 3 marzo a Deutschlandfunk Flassbeck ha notato che “quando una nazione ha un deficit persistente, a un certo punto è giustificata nell’assumere contromisure”. Nel caso in esame, gli Stati Uniti mantengono un deficit da trent’anni, mentre l’Europa ha “surplus giganteschi”, perlopiù dovuti alle esportazioni tedesche. I Presidenti americani precedenti, Obama incluso, si sono lamentati del surplus tedesco, ha dichiarato, ma Trump è il primo ad agire concretamente per modificarlo.

Così, Flassbeck ha messo in ridicolo i dirigenti politici dell’Unione Europea, come Juncker, il quale ha cominciato a comportarsi in modo assai inconsulto, minacciando una guerra commerciale di “contrasto” degli Stati Uniti, benché le misure annunciate da Trump siano soltanto “punture di spillo”, “piccole sino al ridicolo”. Ha loro consigliato, invece, di “tenere la bocca chiusa per un po’ e vedere se la situazione peggiorerà [o no]”. Ciò che gli è chiaro è che “nel caso di guerra commerciale, il Paese con un surplus risulterà perdente, e quello con il deficit tenderà a vincere”.

In merito alla Germania, Flassbeck ha affermato che essa è stata in grado di generare nel corso di trent’anni un grande surplus commerciale nei confronti di tutti gli altri partner, in ragione di due sottovalutazioni imposte che hanno reso le proprie esportazioni ipercompetitive: una deliberata politica di bassi salari e un cambio basso dell’euro rispetto al dollaro.

A causa della politica interna di austerità e del “dumping dei salari”, ha detto, la Germania esporta beni di qualità a prezzi inferiori del venti percento. “La Germania è troppo a buon mercato, in rapporto alla propria produttività e al tasso di cambio nei confronti del resto del mondo”. È anche indubitabile, per Flassbeck, che un partner, come l’UE e specialmente la Germania, con un grande surplus commerciale, “crea occupazione a spese delle altre nazioni del mondo”. Flassbeck propone, di conseguenza, che Berlino non perda tempo a discutere di “contromisure” rispetto alle tariffe americane, ma dica a Donald Trump che è pronta a “ridurre il surplus commerciale il più presto possibile”.

Per questo economista tedesco, un tempo sottosegretario alle Finanze (nel 1989/99 sotto l’allora ministro Oskar Lafontaine), la questione chiave delle relazioni tra UE e Stati Uniti sta nella decisione o meno dell’Europa di adottare un modello economico che si concentri sullo sviluppo del mercato interno, come stanno facendo gli Stati Uniti, invece di insistere che tutta l’Europa debba diventare “più competitiva”, come Angela Merkel va dicendo ogni giorno.

I dinosauri della geopolitica occidentale non sanno come gestire l’evoluzione

Il discorso al Parlamento del Presidente russo Vladimir Putin il 1 marzo è stato un vero e proprio choc per le élite transatlantiche. Come abbiamo riferito la scorsa settimana, Putin ha presentato le nuove armi che la Russia ha sviluppato per adeguarsi ai sistemi di difesa missilistica installati dagli Stati Uniti e dalla NATO, e renderli addirittura obsoleti. Il suo annuncio ha posto bruscamente fine all’illusione che l’Occidente sia in grado di lanciare un primo attacco nucleare contro la Russia senza tema di rappresaglia.

Esso ha anche costretto gli esperti a prendere atto che Mosca li ha colti di sorpresa e ha spinto quattro senatori americani a scrivere al Segretario di Stato Rex Tillerson, sollecitando l’Amministrazione di Trump ad aprire senza indugio un nuovo round di colloqui strategici con Mosca. I quattro – i democratici Markey, Merkley e Feinstein e l’indipendente Bernie Sanders – riconoscono la necessità di un canale di comunicazione per evitare errori di calcolo.

Un secondo choc per la cricca geopolitica si è avuto l’8 marzo, con l’annuncio che il leader coreano Kim aveva invitato Donald Trump a un incontro da tenersi entro maggio e che il Presidente americano aveva accettato l’invito. Ciò ha spiazzato i critici di Trump, che lo accusano di aver provocato Pyongyang con le minacce di lanciare un attacco nucleare sulla Corea del Nord. Gli oppositori di Trump hanno dovuto ammettere di malavoglia che si trattava di una svolta.

Dietro questo successo diplomatico c’è il buon rapporto creatosi tra Trump e il Presidente cinese Xi Jinping, che si è aggiunto ai tenaci sforzi del Presidente sudcoreano Moon di mantenere il dialogo con il Nord. Il giorno dopo l’annuncio, Trump ha nuovamente parlato con Xi ed entrambi hanno concordato che la prospettiva di un incontro con Kim fosse uno sviluppo positivo e hanno rafforzato l’impegno comune alla piena denuclearizzazione della penisola coreana. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha mostrato un cauto ottimismo all’annuncio, definendolo “un passo nella giusta direzione”.

Il riallineamento strategico ora in corso mostra quanto rapidamente il “mondo unipolare” sia destinato a scomparire, nonostante la resistenza dei dinosauri, rappresentati in Europa dai varî Juncker, Draghi, ecc. Il mondo ha bisogno di una nuova architettura di sicurezza che garantisca le grandi e le piccole nazioni.

Le dimissioni di Cohn potrebbero rilanciare la legge Glass-Steagall che era stata promessa da Trump

L’8 marzo il Presidente Trump ha confermato la sua politica di dazi verso le importazioni di acciaio e alluminio. Circondato da operai del settore siderurgico, Trump ha mantenuto una delle sue promesse elettorali, quella di ribaltare la politica commerciale liberista per rilanciare il settore industriale americano e creare posti di lavoro. Anche se i dettagli devono ancora essere definiti, e sono probabili deroghe, ad esempio sulle importazioni da Canada e Messico, i dazi del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio hanno gettato nella disperazione molti fautori del liberismo sfrenato, anche nel suo partito.

Gary Cohn (nella foto), capo dei consiglieri economici ed ex numero due di Goldman Sachs, nonché liberista sfrenato, ha dato le dimissioni il 6 marzo, quando Trump ha respinto il suo tentativo di ridurre i dazi. Il settimanale Politico scrive che con le dimissioni di Cohn “Wall Street perde il suo uomo alla Casa Bianca”.

Il principale timore dei sostenitori del liberismo è che Trump torni all’orientamento anti Wall Street che aveva caratterizzato la sua campagna elettorale. Allora, aveva denunciato il libero scambio e la politica speculativa di Wall Street che ha provocato il crac del 2008, promettendo il ripristino della legge Glass-Steagall, ovvero la netta separazione tra banche d’affari e banche commerciali.

Le dimissioni di Cohn rimuovono uno dei principali oppositori della sua promessa elettorale su Glass-Steagall, ed anche un nemico dei suoi progetti infrastrutturali. Cohn ha sabotato il piano infrastrutturale di Trump imponendo un disegno di legge che invece di garantire fondi dello stato, promuove la partnership tra pubblico e privato (PPP), che non piace a Trump, e prevede che l’80% dei fondi venga dagli enti locali, cosa che non avverrà perché non hanno fondi a sufficienza.

E’ evidente che i dazi, da soli, non rilanceranno l’industria, solo con la legge Glass-Steagall e una politica creditizia stile Alexander Hamilton sarà possibile liberare risorse per l’economia reale. Ma con le dimissioni di Cohn, Trump potrebbe tornare alle idee del Sistema Americano di Economia Politica che furono una parte centrale del suo programma come candidato, mettendo fine alla politica liberista e post-industriale che ha arricchito solo gli speculatori, col pieno sostegno delle amministrazioni Bush e Obama, e rilanciando invece la capacità industriale e la produttività.

Questo è il motivo del panico a Wall Street ed alla City di Londra per le decisioni di Trump.

I socialdemocratici tedeschi danno l’OK al governo di coalizione coi democristiani

Il referendum tenuto dall’SPD tra i suoi 460.000 iscritti al partito ha assegnato un maggioranza del 66% a favore della nuova Grande Coalizione con CDU-CSU. Il dato sembrerà imponente, ma non è stata ancora data risposta alla domanda: come intende il partito rafforzare il proprio profilo rispetto al partner di coalizione e come il suo comportamento in questa nuova coalizione sarà diverso dalla coalizione precedente?

Naturalmente potremmo fornire dei buoni consigli (che valgono anche per il PD in Italia). Prima di tutto, l’SPD dovrebbe opporsi alla prosecuzione della politica di austerità è pareggio di bilancio (nota come zero nero), promuovere i cambiamenti necessari per mettere a disposizione miliardi di Euro per investimenti urgenti nelle infrastrutture pubbliche (energia, risorse idriche, trasporti, scuole, ospedali e via dicendo), porre fine alle privatizzazioni e agli interessi accumulati sul debito pubblico dei Paesi dell’UE, in particolare della Grecia. Al contempo, l’SPD dovrebbe riesumare l’Ostpolitik che la caratterizzava anni fa, ovvero una politica di solida cooperazione con la Russia, che includa la fine delle sanzioni dell’UE contro i russi. Infine, l’SPD dovrebbe aderire alla dinamica economica e politica della Nuova Via della Seta, invece della geopolitica dell’UE attuale.

Se l’SPD svilupperà questo profilo, avrà una possibilità di ribaltare il continuo declino di un partito che ha ottenuto solo il 21,5% alle elezioni nazionali del settembre 2017 e, da allora, ha continuato a scendere nei sondaggi arrivando al 15-16% alla fine di febbraio. In questo contesto si parla di un “fattore Corbyn”, il che significa che l’SPD potrebbe seguire l’esempio del presidente del Partito Laburista inglese Jeremy Corbyn, il quale ha rinnovato il partito ponendo fine alla posizione neo liberista e geopolitica di Tony Blair e reclutando 300.000 nuovi iscritti nel giro di un anno. Kevin Kühnert, presidente dei Giovani Socialisti dell’SPD, che guidava l’opposizione a un’altra grande coalizione, è un fan di Corbyn, e cerca di replicarne la strategia con una campagna di tesseramento che ha già fruttato 25.000 nuovi iscritti dall’inizio dell’anno.

Nel frattempo la Germania continuerà a essere governata dalla Cancelliera Angela Merkel, come negli ultimi 12 anni, e il programma di governo approvato dai leader dell’SPD non indica cambiamenti sostanziali di politica. Visto che all’SPD sono stati affidati due ministeri importanti, Esteri e Finanze, il partito avrebbe l’opportunità di adottare dei cambiamenti, anche se questo implicherà lo scontrarsi con la Merkel…

Si prospettano progressi nei colloqui tra le due Coree

Sulla scia della partecipazione comune ai Giochi Olimpici e della visita di due delegazioni nordcoreane ad alto livello in Corea del Sud per l’occasione, il Presidente sudcoreano Moon Jae-in (nella foto) ha detto al Presidente americano Trump che manderà una delegazione a Pyongyang per proseguire i colloqui. Durante la conversazione telefonica di mezz’ora tra Trump e Moon Jae-in il 1 marzo, i due leader hanno discusso il fatto che la Corea del Nord abbia indicato la propria disponibilità a ristabilire comunicazioni dirette con Washington.

Il Presidente Moon ha riferito di aver detto ai visitatori dalla Corea del Nord che non vi saranno progressi su questioni di sicurezza nella penisola fino a quando Pyongyang e Washington non saranno parlate direttamente. Un portavoce della Casa Bianca ha chiarito, dopo la telefonata, che il Presidente americano è “molto interessato” alla prospettiva di una denuclearizzazione della penisola coreana. Trump stesso ha ribadito più volte che gli Stati Uniti sono pronti a parlare con la Corea del Nord “alle giuste condizioni”.

Dopo aver partecipato alla cerimonia di chiusura dei Giochi olimpici invernali, Kim Yong Chol, vice presidente del Partito Laburista ed ex capo dell’intelligence militare nordcoreano, ha consegnato un messaggio formale a Moon nel quale afferma che Pyongyang è disposta a mettersi al tavolo dei negoziati con rappresentanti americani. Poche ore dopo l’annuncio del Presidente sudcoreano il 25 febbraio, i portavoce dei Ministri degli Esteri cinese e russo hanno pienamente sostenuto l’idea che si tengano tali colloqui.

Anche Ivanka Trump, figlia e assistente speciale del Presidente americano, ha partecipato alla cerimonia di chiusura e ha incontrato in privato il Presidente Moon, ribadendo la disponibilità americana a parlare con la Corea del Nord, ma anche indicando che dovrebbero aumentare le pressioni.

Il 23 febbraio il Ministro del Tesoro americano Steven Mnuchin ha annunciato sanzioni contro ventotto navi da sette Paesi, accusandole di effettuare consegne di forniture di energia alla Corea del Nord, violando le restrizioni vigenti. Washington pianifica di chiedere alla Cina e ad altri Paesi che bandiera battessero tali navi e il permesso di eseguire perquisizioni in mare aperto. Questo sarebbe un passo verso un vero e proprio blocco della Corea del Nord.

I media britannici hanno cercato di aumentare le tensioni tra Stati Uniti e Corea del Nord, facendo trapelare sulla BBC un rapporto di una commissione di esperti dell’ONU che accusa la Corea del Nord di aver fornito di nascosto armi chimiche alla Siria. La BBC sostiene che un non meglio precisato “ente di intelligence occidentale” avrebbe fornito dettagli degli accordi segreti, che coinvolgerebbero anche una società cinese, la Cheng Tong Trading Company.

L’Amministrazione di Trump, dal canto suo, ha ribadito il proprio impegno a cercare una soluzione diplomatica alla disputa coreana, il che è molto più promettente dell’atteggiamento delle due presidenze precedenti, ma il Presidente Trump ha anche chiarito di essere pronto a passare alla “fase due” se fallissero gli sforzi diplomatici.

Un ingegnere di PowerChina dichiara: potrebbero bastare meno di dodici anni per costruire Transaqua

Huang Ziping, vice ingegnere capo di PowerChina, società che costruì la grandiosa Diga delle Tre Gole, ha dichiarato durante un’intervista per l’emittente televisiva cinese CGTN Africa che la costruzione di Transaqua potrebbe richiedere meno di dodici anni. Per spiegare i tempi del progetto di trasferimento idrico verso il bacino del Lago Ciad, Huang ha ricordato il caso del canale centrale di 1400 km nel Progetto di Trasferimento Idrico Sud-Nord in Cina, che è stato costruito da PowerChina proprio in dodici anni. Il canale attraversa soltanto un Paese, mentre Transaqua ne interesserebbe diversi, ha affermato Huang; pertanto, i tempi potrebbero essere più incerti, ma l’esperienza maturata nel tempo da PowerChina e la sua perizia tecnologica potrebbero farli addirittura abbreviare.

La giornalista di CGTN, pur essendo stata presente alla conferenza di Abuja sul Lago Ciad, ha fatto confusione tra il Progetto Transaqua e il minore progetto riguardante il fiume Ubangi [pronuncia: Ubanghi], preferito dalla Commissione del Bacino del Lago Ciad quando Transaqua era ritenuto “faraonico”, ma poi respinto anche se la società canadese CIMA ne avesse dimostrato la fattibilità.

Come Mohammed Bila, esperto della Commissione, ha spiegato ad Abuja, l’acqua presa dal fiume Ubangi dovrebbe essere pompata verso l’alto e costituirebbe soltanto un decimo dell’acqua messa a disposizione dal Progetto Transaqua, cioè una quantità insufficiente a ripristinare il Lago Ciad.

Il progetto riguardante l’Ubangi sarebbe piuttosto un’opera di consumo energetico e non renderebbe alcunché in cambio dell’acqua raccolta dall’affluente del fiume Congo. Transaqua, invece, trasferirebbe dieci volte tanto d’acqua, produrrebbe elettricità (sono previste quasi trenta dighe!) e costituirebbe una via fluviale artificiale di trasporti lunga 2400 km. Il progetto dell’Ubangi è promosso in modo doloso dagli oppositori del progetto Transaqua, per alimentare la campagna geopolitica che in Congo si traduce con lo slogan “vogliono rubare la nostra acqua!”.

Huang ha risposto in modo corretto ma difficile da capire, da parte del telespettatore, sostenendo che il progetto Ubangi fu studiato dalla società CIMA, ma il susseguirsi del botta e risposta ha lasciato intendere che PowerChina sarebbe pronta a investire nel progettino maldestinato sul fiume Ubangi, che è stato definitivamente respinto dalla Conferenza Internazionale di Abuja, che invece ha deliberato di esplorare la fattibilità di Transaqua.

Movisol: un accordo di governo è possibile solo su Glass-Steagall

di Liliana Gorini, presidente di MoviSol

L’esito del voto è l’ennesimo terremoto politico che dimostra che il vecchio paradigma, e l’establishment che lo promuove, sono finiti, e la popolazione italiana chiede un nuovo paradigma. I vincitori delle elezioni sono Di Maio e Salvini, che ha sorpassato Berlusconi, assumendo la leadership della coalizione di destra. Nonostante gli attacchi di Jean-Claude Juncker e dell’Unione Europea, o forse proprio per via di questi attacchi, il voto della Lega e del M5S ha superato ogni aspettativa.

Gli sconfitti sono Matteo Renzi, l’uomo delle banche, e Silvio Berlusconi, i cui pellegrinaggi a Bruxelles per garantire all’Unione Europea la sua fedeltà al trattato di Maastricht sicuramente lo hanno reso impopolare. Pur avendo dimezzato il voto del Partito Democratico, Renzi ha avuto anche questa volta l’arroganza di dettare l’agenda del dopo voto, ignorando 11 milioni di elettori, la metà dei quali provengono dal suo partito, e dichiarando impossibile un accordo di governo con quelli che ha definito gli “estremisti”, ovvero Lega e Cinque Stelle. Il suo atteggiamento suicida è stato denunciato dal governatore della Puglia Emiliano, che invece è a favore di un accordo di governo con Di Maio. Renzi, e i suoi sostenitori nel PD, continuano a non comprendere che il motivo della loro sconfitta è la loro arroganza, e la loro totale mancanza di empatia per una popolazione italiana sempre più colpita dalla crisi economica, e che rischia di perdere tutti i risparmi grazie al loro decreto “salva banche”. Non è escluso che, come Hillary Clinton, finiscano col dare la colpa della loro sconfitta ai russi, pur di non ammettere gli errori madornali che hanno commesso negli ultimi anni, e che hanno portato a questo voto di protesta.

Dal canto suo, la coalizione di destra non ha una maggioranza di governo. Come uscire da questo impasse? Durante la campagna elettorale, Movisol ha proposto il suo programma, le quattro leggi di LaRouche, prima tra tutte la legge Glass-Steagall, ovvero la netta separazione tra attività speculative e attività di credito per tutelare i risparmi e rilanciare il credito all’economia reale, e l’adesione dell’Italia alla Nuova Via della Seta, nonché un piano Marshall per lo sviluppo dell’Africa, unica alternativa alle migrazioni di massa, a partire dal piano Transaqua per il lago Ciad, su cui l’Italia collabora con la Cina.

E’ significativo che i due partiti vincenti, Lega e Cinque Stelle, abbiano in comune 2 punti programmatici ripresi dalle 4 leggi di LaRouche: il ripristino della legge Glass-Steagall e una banca nazionale.

Solo da questo si può ripartire per arrivare ad un accordo di governo, scongiurando l’attacco ai nostri titoli di stato ed alla nostra economia da parte degli speculatori ipotizzato da molti osservatori come “vendetta” dei mercati per l’esito del voto. Certo, si tratta di mettere d’accordo partiti molto diversi, ma il dialogo è possibile solo intorno ad un programma concreto per rilanciare l’economia italiana, l’occupazione e superare la povertà, non con il reddito di cittadinanza, non con la “flat tax”, ma togliendo ogni garanzia dello stato agli speculatori, che hanno mandato in rovina la nostra economia e quella mondiale dal 2008, e rilanciando il credito a grandi progetti infrastrutturali, a partire dalla ricostruzione delle aree terremotate.

Tuttavia, se il M5S vuole essere una forza di governo credibile, dovrà abbandonare la propria opposizione ai grandi progetti infrastrutturali. Di fatto, solo con un piano di progetti infrastrutturali per il Mezzogiorno, che includa il ponte di Messina tra Calabria e Sicilia, il miglioramento della rete ferroviaria con l’adozione dei treni veloci, il miglioramento dei porti, e forme di produzione di energia ad alta intensità di flusso energetico, sarà possibile creare posti di lavoro altamente qualificati e l’aumento della produttività. Il Glass-Steagall Act di Roosevelt, che il M5S include nel proprio programma, era parte del New Deal basato precisamente su questo tipo di progetti infrastrutturali a cui finora il M5S si è opposto. Ad esempio, il Golden Gate, la cui costruzione fu promossa dal sindaco italiano di San Francisco, era uno dei tanti progetti infrastrutturali del New Deal equivalente al ponte di Messina odierno.

Movisol si impegna a favorire il dialogo tra tutti i partiti sui seguenti 5 punti programmatici. Solo così sarà possibile formare un governo stabile, spiazzando Juncker e l’oligarchia finanziaria che scommette, letteralmente, sull’instabilità del nostro paese.

Ecco quindi i 5 punti del programma che Movisol propone per il nuovo governo:

1. Ripristino immediato del Glass-Steagall Act, che toglierà ogni garanzia dello stato agli speculatori liberando risorse per l’economia reale, come fece Roosevelt nel 1933. L’unica tutela per i nostri risparmi sta nella separazione bancaria.

2. Una banca nazionale, come quella originariamente creata da Alexander Hamilton ai tempo di Washington. La crescita è possibile solo con la creazione del credito.

3. Credito statale per l’alta tecnologia e l’occupazione altamente produttiva, inclusa la ricostruzione delle nostre infrastrutture, a partire dalle zone terremotate.

4. Un programma d’urto per lo sviluppo della fusione nucleare e per la ricerca spaziale, che fungerà da volano per l’economia reale.

5. Adesione alla Iniziativa Belt and Road proposta dalla Cina, ed ai grandi progetti della Nuova Via della Seta marittima che potrebbero rilanciare i nostri porti e il Mezzogiorno

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Videoconferenza di Helga Zepp-LaRouche sulla Nuova Via della Seta

In una dichiarazione della scorsa settimana, Helga Zepp-LaRouche si è occupata di ciò che ha definito il “nuovo choc alla Sputinik” impartito dalla Russia di Vladimir Putin, scrivendo: “In un contesto su scala transatlantica di opposizione isterica alla Russia e alla Cina concepibile soltanto come propaganda probellica, il Presidente russo Putin ha sganciato una metaforica bomba durante il suo discorso sullo stato dell’unione, ridefinendo l’equilibrio strategico planetario. Ha annunciato il possesso da parte delle forze armate russo di armamenti fondati su nuovi principii fisici, tra i quali missili intercontinentali capaci di viaggiare venti volte più velocemente del suono, con una grande manovrabilità…. Questi sistemi, che includono missili cruise a propulsione nucleare, droni acquatici e armi a raggio laser, sono la risposta della Russia alla disdetta unilaterale del Trattato ABM da parte degli Stati Uniti, avvenuta nell’anno 2002 e al varo del sistema antimissilistico americano a livello globale. Da allora, ogni negoziato si è arrestato davanti al ‘peggior sordo’. ‘Non ci hanno ascoltati. Ora ci ascolteranno!, ha sottolineato Putin”.

Helga Zepp-LaRouche ha continuato: “La risposta dei media e dei politici occidentali ha assunto i vari colori di uno spettro che va dai tentativi di ridicolizzare il nuovo arsenale russo in quanto impossibili tecnicamente o in quanto dichiarazione pre-elettorale, alla preoccupazione per la corsa al riarmo, come se questo non fosse già in atto da tempo, a causa dell’espansione della NATO verso Oriente.

“Queste risposte riflettono ancora una volta il fatto che i settari del dogma neoliberista riescono a vedere il mondo soltanto attraverso i loro occhiali geopolitici e sottostimano, ovviamente, le capacità militari e scientifiche della Russia, così come per anni hanno sottostimato la dinamica della Nuova Via della Seta innescata dalla Cina”.

Come sostiene Helga Zepp-LaRouche, la situazione strategica sta mutando rapidamente, con la concreta prospettiva di sviluppare buoni rapporti a livello internazionale, se avranno successo gli sforzi di liberarsi dal dogma geopolitico britannico e di dotarsi invece di un quadro di relazioni vocate al mutuo sviluppo (win-win) secondo quanto proposto dal Presidente cinese Xi Jinping con la Nuova Via della Seta (iniziativa Belt and Road). Un esempio sorprendente di questo potenziale è stato annunciato lo scorso martedì da alcuni funzionari sudcoreani dopo i colloqui con la controparte nordocoreana: la Corea del Nord offre il blocco del proprio programma nucleare e apertura a colloqui con gli Stati Uniti, uno sviluppo che, se ben perseguito, dimostra come la dinamica del Nuovo Paradigma si sta sostituendo all’approccio conflittuale degli occidentali del pensiero unico.

Seguite Helga Zepp-LaRouche questo giovedì alle ore 18 sul sito www.newparadigm.schillerinstitute.com per il consueto appuntamento sullo spirito della Nuova Via della Seta.

Il nuovo choc alla Sputnik di Putin cambia gli equilibri strategici

Rispondendo alla crescente isteria contro la Russia e la Cina nel mondo transatlantico, il Presidente russo Vladimir Putin, nel suo discorso sullo stato dell’unione del 1 marzo, ha spiazzato tutti coloro che invocano la guerra con la Russia ricordando la realtà dei fatti. Con grande calma ha annunciato che le forze armate russe hanno ora a disposizione nuovi sistemi d’arma, alcuni basati su nuovi principii della fisica, capaci di sfuggire a tutti i sistemi di difesa antimissilistica esistenti, inclusi quelli che volano a velocità supersoniche. Questo, di per sé, invalida la dottrina di guerra nucleare “limitata”, una guerra che potrebbe essere vinta lanciando un primo attacco, magari con una “mini-bomba nucleare” come quella che sta sviluppando il Pentagono.

Tuttavia, Putin ha sottolineato che la Russia ha deciso di sviluppare tali armi a seguito del ritiro degli Stati Uniti dal trattato ABM nel 2002 e dopo che le precedenti proposte russe per una collaborazione su sistemi congiunti antimissilistici erano cadute nel nulla a Washington. “Nessuno ha ascoltato la Russia prima che creassimo nuovi sistemi d’arma, ascolteranno la Russia ora”, ha ammonito.

La reazioni delle élite e dei media occidentali confermano la loro incapacità di pensare al di fuori degli schemi della geopolitica classica. Come ha commentato Helga Zepp-LaRouche il 2 marzo, essi sottovalutano il potenziale scientifico e di difesa della Russia, esattamente come da anni sottovalutano anche la dinamica messa in moto dalla Cina con la Nuova Via della Seta.

Il modo di pensare geopolitico tende a proiettare sui presunti nemici le proprie intenzioni e le proprie politiche. Da qui il gran parlare di un presunto intento russo di sovvertire la democrazia nel mondo occidentale e interferire nelle elezioni degli Stati Uniti e altrove, anche se tutti sanno che in realtà da decenni sono gli Stati Uniti a interferire nelle elezioni in tutto il mondo, ad esempio finanziando il golpe in Ucraina nel 2014. E si sostiene che la Cina cerca di imporre la propria egemonia nel mondo e che l’Iniziativa Belt and Road sia solo uno strumento furbo per ingannare le nazioni e ottenere tale egemonia.

Questo tema è stato affrontato da Guo Xiaobing sul Global Times del 25 febbraio, in un articolo introspettivo dal titolo “Gli Stati Uniti hanno paura della loro immagine riflessa nello specchio”. Citando un recente studio del CSIS, che presenta uno scenario in cui la Cina attaccherebbe gli Stati Uniti con missili Cruise per cacciarli dall’area del Pacifico o addirittura eliminerebbe fisicamente leader americani, Guo sottolinea che gli autori ignorano le differenze fondamentali nel pensiero strategico dei due Paesi. Per esempio, gli attacchi preventivi non sono un’opzione politica nella dottrina cinese, così come non lo è “la decapitazione della leadership di un altro Paese”.

Il problema è che gli ideologi occidentali non riescono a comprendere che il nuovo paradigma si sta ormai imponendo in tutto il mondo, promuovendo “gli obiettivi comuni del genere umano”, come da anni chiede lo Schiller Institute e come è riflesso nella cooperazione win-win proposta dalla Cina. L’attuale isteria contro Russia e Cina, in particolare, rappresenta l’ultimo sospiro di un sistema oligarchico ormai morente.

Come ha proposto Helga Zepp-LaRouche, “dovremmo utilizzare questo nuovo choc alla Sputnik e accettare ciò che ha proposto Putin nel suo discorso: ‘Sediamoci al tavolo dei negoziati e sviluppiamo insieme un nuovo sistema di sicurezza internazionale e sviluppo sostenibile per la civiltà umana’”.

La caccia alle streghe del Russiagate aumenta il pericolo di guerra

La mancanza di prove concrete a sostegno delle accuse di interferenza nelle elezioni americane o “collusione” del team di Trump con i russi non ha impedito all’inquirente speciale Robert Mueller di escogitare nuove teorie del complotto nel tentativo di destituire Donald Trump. Negli ultimi giorni Mueller ha incriminato tredici cittadini e tre società russi che, secondo lui, avrebbero lavorato per l’elezione di Trump, ha estorto una dichiarazione di colpevolezza al vicepresidente della campagna di questi, Rick Gates, collaboratore di lunga data dell’ex presidente della campagna Paul Manafort (nella foto) e ha formulato nuove accuse contro Manafort stesso, nella speranza di piegarlo e indurlo a testimoniare contro il team di Trump.

Anche se le incriminazioni legate alla presunta “fabbrica dei troll” hanno ricevuto grande copertura sui media alla vigilia della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, per alimentare l’atmosfera anti-russa dell’evento, questa mossa punta i riflettori sul fatto che dopo otto mesi e milioni di dollari spesi, Mueller non ha ancora uno straccio di prova! Le azioni di Mueller sono state denunciate con forza da ex uomini dell’intelligence, inclusi l’ormai famoso Publius Tacitus sul blog di Pat Lang Sic Semper Tyrannis, che il 20 febbraio ha pubblicato un articolo dal titolo “L’America di Robert Mueller: una farsa avvolta dall’ipocrisia”, e l’ex funzionario della CIA Philip Giraldi, che ammonisce che gli attacchi contro Gates e Manafort implicano che, in futuro, tutti i critici della politica del governo americano potrebbero essere incriminati. Si noti il fatto che nessuna delle accuse contro Manafort o Gates ha niente a che fare con Donald Trump e le elezioni.

Nel frattempo, il congressista Devin Nunes e il Sen. Grassley, rispettivamente a capo della Commissione sull’Intelligence e della Commissione sulla Giustizia, stanno indagando sul ruolo di funzionari del Dipartimento di Stato nel promuovere la “credibilità” dell’agente britannico Steele: tra questi il direttore della CIA Brennan, il direttore della National Intelligence Clapper, e la consigliera per la Sicurezza Nazionale Susan Rice.

Manafort insiste sulla propria innocenza e continuerà a difendersi, anche se i costi per la difesa arrivano a

milioni di dollari. È una tattica dell’accusa, usata spietatamente da Mueller, quella di far lievitare le spese legali delle vittime fino a quando non si dichiarano colpevoli per risparmiare la propria famiglia. Mueller è stato aiutato in questo dalla stampa e dai media, che riprendono senza sosta le false accuse sin dall’inizio. Nel dichiararsi colpevole, Gates lo ha ammesso. Ha detto: “Nonostante il mio desiderio iniziale di difendermi vigorosamente, ho dovuto cambiare idea. La realtà dei tempi lunghi di questo processo, i costi e l’atmosfera da circo di un possibile processo sono troppo. Per il bene della mia famiglia mi conviene uscire da questo tunnel”. La perversione della giustizia del Russiagate è superata solo dal pericolo che deriva dalla propaganda anti-russa che abbassa la soglia di una possibile guerra nucleare con la Russia.

Un esperto spiega il segreto della grande capacità infrastrutturale del Giappone: la banca nazionale

Daisuke Kotegawa, ex direttore del FMI per il Giappone e già direttore generale del Ministero delle Finanze di quel Paese, ha scritto per l’Executive Intelligence Review un articolo su come il Giappone abbia generato il credito per i suoi famosi treni ad alta velocità, i cosiddetti “bullet trains”, i Mag-lev (treni a levitazione magnetica) e altre infrastrutture, a partire dalla seconda guerra mondiale. Egli attribuisce il successo del Giappone all’applicazione dei metodi di banca nazionale del Sistema Americano enunciati dal primo ministro del Tesoro Alexander Hamilton. Il dott. Kotegawa concentra in particolare il suo racconto su quello che in Giappone si chiama il “secondo bilancio federale”, il Fiscal Investment and Loan Program (FILP), che ricorda la Reconstruction Finance Corporation creata dal Presidente Franklin Roosevelt.

“Negli Stati Uniti è in corso un intenso dibattito sul tema delle infrastrutture”, scrive Kotegawa. “Avendo appreso l’approccio hamiltoniano al credito nazionale dalle forze di occupazione americane dopo la seconda guerra mondiale, il Giappone diede vita al Fiscal Investment and Loan Program (programma di investimenti fiscali e prestiti), che svolse un ruolo di punta nella ricostruzione della disastrata economia giapponese.

Il Giappone, che non era incluso nel Piano Marshall, concentrò tre principali fonti di credito nazionale sotto il controllo del Ministero delle Finanze: i risparmi postali, i fondi pensionistici del governo e le entrate fiscali – queste ultime appartenenti al bilancio primario. Kotegawa ha gestì il FILP, il “secondo bilancio”, che gestiva le due prime fonti sopracitate, dalla fine degli anni Ottanta fino all’inizio degli anni Novanta. Questo programma emetteva obbligazioni garantite dal Tesoro, vendute ai clienti del banco postale e ai fondi pensionistici (altre fonti furono aggiunte in seguito), obbligazioni destinate a finanziare progetti infrastrutturali e altri investimenti. Questo aumentò la capacità del governo di investire in progetti non considerati validi commercialmente, ovvero che non generavano un profitto a breve, e quindi non adatti a investimenti privati. Ma avevano una resa economica, in particolare l’aumento della produttività generale a lungo termine.

Usando il credito nazionale per tali progetti, scrive Kotegawa “una leadership politica efficace deve basarsi sull’impegno per il benessere generale dei contribuenti, sul fatto che gli investimenti dei contribuenti nelle infrastrutture generano benefici economici e migliorano le condizioni di vita”.

Oggi gli Stati Uniti “non hanno l’equivalente dei fondi previdenziali statali e del vasto settore dei fondi pensionistici, ma questo non preclude degli sforzi sul modello del programma giapponese di Investimenti Fiscali e Prestiti, che ha avuto successo. Una banca nazionale per le infrastrutture, autorizzata ad emettere obbligazioni per le infrastrutture garantite dal governo centrale, potrebbe attrarre gli investimenti della previdenza sociale, dei fondi comuni e dei programmi pensionistici del settore privato. Sarebbero interessanti anche per gli investitori stranieri, parimenti ai buoni del Tesoro americani… [e consentirebbero agli investitori stranieri] un minor effetto leva rispetto alla proprietà di infrastrutture critiche”.

L’ambasciatore italiano in Nigeria: l’Italia crede nel progetto Transaqua

Di fronte ai capi di stato e di governo e dei ministri di sette paesi africani, l’ambasciatore italiano in Nigeria Stefano Pontesilli ha annunciato che l’Italia crede nel progetto Transaqua e ha deciso di co-finanziarne a titolo gratuito la fattibilità con 1,5 milioni di Euro. Al di là dell’importo della donazione, l’atto ha grande importanza politica in quanto significa che l’Italia crede nella validità di un’idea che potrebbe cambiare il volto dell’Africa.

Il diplomatico italiano è intervenuto nella sessione conclusiva della conferenza internazionale sul Lago Ciad, tenutasi ad Abuja e durata quattro giorni, che ha riscontrato un grande supporto da parte dei cinque paesi del bacino del Lago Ciad all’idea italiana, che risale agli anni settanta e che finora è stata scartata perché considerata, a torto, “faraonica”. Invece, gli studi presentati alla conferenza hanno dimostrato che 1. non c’è alternativa al trasferimento idrico per salvare il Lago Ciad e 2. l’unica soluzione per il trasferimento è Transaqua.

Unico paese dell’UE presente ai lavori, l’Italia ha appoggiato la cooperazione strategica tra l’impresa italiana Bonifica e quella cinese Powerchina, lanciando, come è stato sottolineato nel corso dei lavori e come hanno notato alcuni media internazionali, un potenziale nuovo modello di cooperazione win-win tra Africa, Cina e Europa.

Chiudere con la geopolitica per inaugurare una nuova architettura di sicurezza

Nelle ultime settimane abbiamo assistito ad un crescendo della retorica antirussa e, meno marcatamente, di quella avversa alla Cina, impiegata dagli ambienti transatlantici che hanno trovato il culmine della propria azione nell’occasione della tradizionale Conferenza di Monaco di Baviera sulla Sicurezza. Si può soltanto presumere che lo scopo di questa propaganda sia la creazione di un casus belli atto a motivare una corsa alle armi e a preparare i popoli a nuovi conflitti e guerre. Due focolai di guerra sono, naturalmente, l’Ucraina, il cui governo prepara un’invasione armata della regione del Donbass, e la Siria, il cui governo è nuovamente accusato di aver impiegato armi chimiche contro la popolazione inerme della regione detta Ghouta Orientale.

Il 22 febbraio la Cancelliera tedesca Angela Merkel ha prospettato la possibilità che l’UE intervenga contro le forze armate di Assad e ha auspicato un aumento di pressioni sugli alleati di Damasco, l’Iran e la Russia, affinché cessino le violenze. Ha rincarato la dose Il Presidente francese Macron, minacciando di bombardare la Siria, qualora il governo usasse armi chimiche contro i civili, ma naturalmente si può discutere sul significato di questo “se”.

Le voci provenienti da Washington sono assai divergenti tra loro. Il Presidente americano Trump, contrariamente al suo Ministero degli Esteri, ha sottolineato durante una conferenza per la stampa del 23 febbraio che il solo scopo delle forze armate in Siria deve essere la neutralizzazione dell’ISIS e degli altri jihadisti, prima di “tornare a casa”. Il suo Segretario alla Difesa James Mattis, da parte sua, aveva ammesso il 22 febbraio che il Pentagono è privo di prove dell’impiego di armi chimiche da parte dei militari fedeli ad Assad. Durante la medesima conferenza stampa, Trump ha risposto su Pechino che “i nostri rapporti con la Cina non sono mai stati migliori”, anche se “ci stanno mettendo in ginocchio a livello commerciale”. Ha proseguito, spiegando che il deficit commerciale è così grande a causa dei suoi predecessori alla Casa Bianca, i quali hanno “lasciato che ciò accadesse”.

Toni assai differenti sono stati espressi da altri funzionari del governo americano. Per esempio dall’ambasciatrice presso l’ONU Nikki Haley, legata a molti think-tank neoconservatori o neoliberisti di Washington e di alcune capitali europee, che continuano a soffiare sul fuoco, sostenendo il modello unipolare del mondo, il vecchio paradigma, la vecchia visione del mondo. Concretamente, ciò significa sostenere l’innesco di nuovi conflitti e di nuove operazioni di “cambio di regime”.

Il generale tedesco Harald Kujat, l’ex ispettore generale della Bundeswehr, ha ammonito recentemente contro il pericolo di una “guerra nucleare per errore”, mentre altri esperti avvertono che la crescente adozione di tecniche di intelligenza artificiale, di elaborazione elettronica, di guerra cibernetica, di pirateria informatica, ecc. ha aumentato in modo significativo il rischio di un conflitto armato innescato da calcoli errati.

Il Ministro russo degli Esteri Sergej Lavrov (nella foto con Tillerson), parlando a Monaco di Baviera alla citata conferenza, ha chiesto una nuova architettura internazionale per la sicurezza, coinvolgente tutte le massime potenze. Come ha fatto notare Helga Zepp-LaRouche il 24 febbraio, questo “è il bisogno più urgente nel breve periodo, considerata la quantità di conflitti in corso che possono sfuggire di mano”.

La geopolitica porta alla guerra: videoconferenza di Helga LaRouche

Chiunque dubitasse di quanto afferma Helga Zepp-LaRouche sul rischio di guerra insito nella mancata transizione al nuovo paradigma della Nuova Via della Seta, e l’urgente abbandono del vecchio paradigma, fatto di pregiudizi geopolitici, valuti la follia dell’ultimo rapporto pubblicato dal Center for Strategic and International Studies (CSIS) il 20 febbraio scorso. “Reggere alla sorpresa nei conflitti tra grandi potenze” è il titolo di uno studio con il quale il CSIS avverte del pericolo per gli Stati Uniti di “sorprese” militari da parte di Russia o Cina. Queste sorprese potrebbero essere da parte di Pechino il lancio preventivo di missili Cruise contro Washington o l’assassinio di dirigenti politici americani, con la contemporanea invasione di Taiwan e un attacco russo agli Stati baltici!

Mentre i neoconservatori di Londra e Washington producono abbondanti accuse isteriche contro Russia e Cina, i dirigenti di queste nazioni chiariscono di essere invece determinati a procedere nell’adozione del Nuovo Paradigma, basato sulla cooperazione strategica ed economica. Ecco di che cosa hanno paura i “transatlantici”: non delle presunte minacce di Russia o Cina da loro inventatte, bensì dell’inarrestabile impulso dell’Iniziativa ‘Una Cintura, Una Via’ a livello internazionale, anche in Europa. Il Nuovo Paradigma, presentato sotto molteplici punti di vista da Helga Zepp-LaRouche nel corso di seminari e conferenze in tutto il mondo, ha creato numerose occasioni per le nazioni più povere di beneficiare della politica win-win di mutuo sviluppo annunciata dal Presidente cinese Xi Jinping.

I cinesi hanno risposto una risposta assai introspettiva al rapporto del CSIS. Sul Global Times del 25 febbraio l’autore afferma che ciò che spaventa il CSIS è che “gli Stati Uniti d’America sono terrorizzati dalla propria immagine allo specchio”!

Anche questo giovedì, nella sua consueta videoconferenza sul sito www.newparadigm.schillerinstitute.com, Helga Zepp-LaRouche, spiegherà quale sia la rotta strategica per portare la regione transatlantica al sicuro dai suoi impulsi suicidi, collaborando con altre grandi potenze del mondo. Il Presidente Trump continua ad affermare che questo è il suo vero intento, occorre insistere su questo dialogo.

L’Italia si impegna a cofinanziare lo studio di fattibilità del progetto Transaqua

Ai margini della Conferenza Internazionale sul Lago Ciad, iniziata il 26 febbraio ad Abuja, capitale della Nigeria, l’ambasciatore italiano Stefano Pontesilli ha comunicato al segretario esecutivo della Commissione del Bacino del Lago Ciad, Sanusi Imran Abdullahi, che il governo italiano è pronto a offrire fino a 1,6 milioni di euro per finanziare lo studio di fattibilità del grande progetto di trasferimento idrico chiamato Transaqua. Pontesilli ha sottolineato che, benché la comunicazione fosse verbale, è ufficiale e sarà seguita da un atto formale.

Con la decisione italiana, lo studio di fattibilità del progetto di Bonifica SpA è assicurato. L’accordo strategico tra Bonifica SpA e PowerChina, infatti, afferma che la parte cinese metterà in campo tanto quanto sarà offerto dalla parte italiana. Ciò significa che i costi dello studio sono ora coperti e nulla più lo ostacola.

Rispondendo a una domanda dell’EIR a una conferenza stampa, il Ministro nigeriano delle Acque Suleiman Adamu ha affermato che l’offerta italiana è “assai benvenuta” e che essa renderà possibile lo studio di fattibilità. Ha aggiunto che vi dovrà essere una seconda fase, di progettazione più dettagliata.

Alla medesima conferenza, il vicedirettore dell’UNESCO Getachew Engida ha detto di essere “felice che l’Italia stia strigendo le mani” nello sforzo di salvare il Lago Ciad. L’UNESCO patrocinia la conferenza di Abuja assieme al governo nigeriano e alla Commisione del Bacino del Lago Ciad.

Lo studio di Hussein Askary e Jason Ross dal titolo “La Via della Seta in Africa e nell’Africa Sudoccidentale” è stato presentato al vicepresidente nigeriano, il professore Osinbajo, e al citato Ministro Adamu.

Al vicepresidente dell’UNESCO è stato chiesto se concordi con gli europei, che prediligono i piccoli progetti rispetto ai grandi. Engida ha risposto che “benché si abbia bisogno di entrambi, per il Lago Ciad ne serve uno grande. Sono stanco di essere costretto a passare per Londra quando voglio andare da una capitale africana a un’altra”.

La conferenza stampa è riprodotta sulla pagina di {facebook.com} “UNESCO Abuja”.

Ecco le conclusioni della conferenza internazionale sul lago Ciad:

1. Non v’è soluzione al restringimento del Lago Ciad che non preveda il suo riempimento tramite un trasferimento idrico dall’esterno del bacino afferente;

2. Il trasferimento idrico tra bacini acquiferi non è un’opzione ma una necessità;

3. Il Progetto Transaqua, che trasferirebbe l’acqua dagli affluenti destri del fiume Congo per via di un canale lungo 2400 km fino al fiume Chari, è l’opzione fattibile preferita.

Di seguito il video dell’ambasciatore Pontesilli che esprime il sostegno ufficiale al progetto da parte del governo italiano:

Juncker interferisce nuovamente nella campagna elettorale italiana

La crescente divisione interna all’UE su differenti temi è resa manifesta ancora una volta dalle dichiarazioni successive al vertice dei capi di stato e di governo, tenuta il 23 febbraio a Bruxelles, in assenza di Theresa May. Il principale tema all’ordine del giorno era il modo di riempire il buco finanziario determinato dalla Brexit.

Le nazioni dell’Europa dell’Est stanno esprimendo una crescente resistenza ai tentativi dittatoriali della Commissione dell’UE nei termini delle politiche economiche e relative alle migrazioni. La proposta di Angela Merkel di quantificare i fondi europei concessi agli Stati membri sulla base del numero dei migranti che essi accettano è sentita come fortemente controversa.

La stabilità politica a Ovest è parimenti posta in discussione. Bruxelles è preoccupata dalle elezioni italiane del 4 marzo, nel corso delle quali due partiti, in particolare, potrebbero riservare sorprese “spiacevoli”. Il risultato del voto degli iscritti al partito SPD sull’ipotesi della Grande Coalizione attesa in Germania assieme alla CDU-CSU dovrebbe essere comunicata nello stesso giorno. V’è una scarsa ma concreta possibilità che i socialdemocratici rifiutino l’accordo e si delinei un’altra fase di grande crisi in Germania.

È probabile che le elezioni italiane portino forze “populiste” al governo. Com’è noto, il Commissario europeo Jean-Claude Juncker ha lanciato il sasso il 22 febbraio, dicendosi “preoccupato dal risultato delle elezioni italiane, più che dal risultato del voto dei membri dell’SPD, ma dobbiamo prepararci per lo scenario peggiore”. Parlando presso il think-tank CEPS di Bruxelles, ha aggiunto che “lo scenario peggiore potrebbe essere un governo italiano non operativo. Combinando tutte queste incertezze, l’SPD, le elezioni italiane, governi di minoranza qui e là, ecc. potremmo avere una reazione esacerbata dei mercati finanziari allo scoccare della seconda settimana di marzo; così ci stiamo preparando per questo scenario”. Si noti che a 4 mesi dal voto il governo tedesco non è ancora stato formato, eppure Juncker si è ben guardato dal fare dichiarazioni che provocassero un aumento dello spread coi Bot tedeschi.

Dopo quattro ore, Juncker ha telefonato al Primo Ministro Gentiloni esprimendo le proprie scuse e annunciando una “rettifica” della sua affermazione. Qualunque siano state le vere intenzioni, la sua dichiarazione ha certamente ridotto ulteriormente la considerazione dell’UE presso gli elettori italiani.

Non sono cessate le interferenze britanniche nelle elezioni americane

L’euforia mediatica per le incriminazioni di tredici cittadini e tre enti russi emesse il 16 febbraio dall’inquirente speciale Robert Mueller per presunte “interferenze” nelle elezioni americane del 2016 deve essere messa in prospettiva.

– L’affare risale a un caso ampiamente pubblicizzato nel 2014 e nulla c’è tra i capi di accusa che non sia noto da molti mesi.

– Non vi sono accuse di “collusione” con lo staff della campagna di Trump né è affermato che i troll abbiano avuto un effetto sul risultato elettorale, specialmente perché le somme in questione erano meno che “noccioline”.

– Le persone incriminate risiedono in Russia, così che il signor Mueller non dovrà mai presentare prove in un tribunale.

– La cosa più importante è che con esse si vuole distogliere l’attenzione dalle informazioni emerse sul ruolo centrale svolto dall’intelligence britannico nel tentativo di impedire e successivamente di spodestare una Presidenza Trump, con la complicità della Casa Bianca di Obama e del suo apparato. Questi gli elementi che offrono aspetti chiave di questa “congiura”:

Il modo in cui Christopher Steele, un agente dell’intelligence britannico altamente qualificato, è riuscito a sovvertire le istituzioni americane è stato denunciato da Peter Van Buren, con un passato di ventiquattro anni al Dipartimento di Stato, in un articolo pubblicato il 15 febbraio sul sito The American Conservative (http://www.theamericanconservative.com/articles/christopher-steele-the-real-foreign-influence-in-the-2016-election/). “Come esperto professionista di intelligence”, ha scritto, “Steele ha condotto un’operazione di informazione a tutto campo contro gli Stati Uniti. Si potrebbe chiamare anche guerra d’informazione”.

Paul Sperry, giornalista d’inchiesta di Washington, ha riferito il 12 febbraio che il Presidente della Commissione sull’Intelligence della Camera Devin Nunes pianifica di indagare su come l'”ex” funzionario dell’MI6 Christopher Steele abbia lavorato assieme all’ex direttore della CIA John Brennan (qui in una caricatura di Donkey Hotey) e ad altri funzionari dell’intelligence e del Dipartimento di Stato di Obama per promuovere il “dossier” su Trump senza verificarlo, fino al punto che Brennan ha dichiarato il falso in una pubblica testimonianza.

Per quanto riguarda i motivi dell’inchiesta condotta da Mueller e cioè le presunte interferenze russe nelle elezioni americane, è un segreto di Pulcinella che gli enti d’intelligence americani e di ogni altro Paese sul pianeta, che hanno i mezzi per farlo, sono intervenuti per influenzare i risultati elettorali in tutto il mondo (per non menzionare le operazioni di “regime change” quando i risultati del voto popolare non erano graditi). Ma per coloro che sono ancora scettici, l’ex capo della CIA James Woolsey lo ha ammesso apertamente in un commento su Fox News il 16 febbraio.

L’FBI è anche sotto dura critica per non aver reagito agli avvertimenti assolutamente espliciti sul profilo del giovane che ha eseguito l’atroce massacro nella scuola della Florida il 14 febbraio. Molti vogliono vedere delle teste rotolare al Bureau.

Dirottato da Wall Street il piano infrastrutturale della Casa Bianca

Quando era candidato, Donald Trump sottolineò ripetutamente il proprio desiderio di trasformare le infrastrutture obsolete americane nelle “più moderne al mondo” e questo fu un fattore determinante nella sua elezione. Dalla sua inaugurazione, ha ribadito più volte la propria intenzione, provocando un ampio dibattito su quali progetti fossero necessari e come finanziarli.

Ma il problema principale che si è trovato ad affrontare, a parte le bufale del Russiagate che gli fanno perdere un sacco di tempo, è l’opposizione dei “falchi del bilancio” nel Partito Repubblicano, contrari a qualsiasi spesa, e da parte del gruppo favorevole a Wall Street all’interno della sua Amministrazione, che ruota attorno al consigliere economico ed ex funzionario di Goldman Sachs Gary Cohn (nella foto con Christine Lagarde), il quale ha imposto la priorità alle partnership tra pubblico e privato (Public-Private Partnerships, PPPs). Mentre Trump ha chiarito più volte di non ritenere che il PPP funzionerà, sono aumentate le pressioni in questo senso da parte di Wall Street.

Il risultato è che l’annuncio del piano è stato rinviato di oltre un anno. Esso, nella forma in cui è stato presentato il 12 febbraio scorso, probabilmente non verrà approvato dal Congresso e, anche se lo fosse, non funzionerebbe! Mentre Trump aveva detto di voler spendere 1.500 miliardi di dollari, l’importo è stato ridotto a 1000 miliardi in 10 anni, ribaltando la normale formula dell’80% di fondi federali e 20% di fondi statali e locali, quindi aumentando il fardello già pesante delle amministrazioni locali. Il disegno di legge prevede soltanto 200 miliardi di dollari di fondi federali, di cui appena 21 nella finanziaria del 2019. Un analista ha descritto il disegno di legge come un “un tentativo mal celato di costringere gli Stati ad accettare il PPP e le privatizzazioni”.

Cohn cerca di far passare la ripartizione tra fondi federali e locali come maggiore potere agli Stati, consentendo anche di spostare “le vecchie infrastrutture dal bilancio del governo e affidarle a investimenti privati”. In altre parole, più “diritti agli Stati” concessi a Stati che non hanno soldi da investire, e più occasioni per gli squali privati di Wall Street di trasformare vecchie strade e ponti statali in strade e ponti sui quali bisogna pagare il pedaggio.

Forse la descrizione più accurata viene dal Global Times cinese il 13 febbraio, che contrappone il piano americano all’Iniziativa Belt and Road in Cina. Invece di costruire “nuove e scintillanti strade, ponti, autostrade, ferrovie e idrovie”, il piano “sembra un hotel scintillante fatto tutto di tofu” (vedi sotto). A quanto pare Trump riconosce il fatto che questo piano non andrà da nessuna parte e si è rivolto ai democratici affinché lo aiutino a stilare un nuovo accordo, dicendo: “Ritengo che su questo possiamo agire in modo bipartisan”. Ma la sua unica possibilità di mantenere la promessa elettorale sta nel rompere coi consiglieri di Wall Street e dar vita a una banca nazionale di credito hamiltoniano, come LaRouche lo invita a fare da anni.

Videoconferenza di Helga Zepp-LaRouche sui successi della Nuova Via della Seta

Mentre un numero crescente di Paesi e imprese aderiscono alla Iniziativa Belt and Road della Cina, o Nuova Via della Seta, e diventano evidenti i vantaggi del “modello di sviluppo cinese” per i Paesi in via di sviluppo, aumentano anche gli attacchi mossi in occidente contro Pechino, come testimoniano la conferenza di Monaco di Baviera sulla sicurezza e le recenti audizioni presso il Congresso americano.

Tuttavia, alcuni fautori del liberismo occidentale cominciano a capire che il modello economico di sviluppo della Cina funziona davvero! Un esempio è Michael Schuman, in un articolo del 29 gennaio su Bloomberg Business Week intitolato “E se la Cina fosse esente dalle leggi dell’economia?”Il titolo indica la sostanza: “Sembra che chi decide la politica di Pechino stia facendo molte cose giuste e questo potrebbe smentire il pensiero economico di base, soprattutto la nostra fede nel potere del libero mercato”.

Recentemente, scrive, “la mia fede in questo corpo di saggezza collettiva [sull’economia] è stata molto scossa. Più applico alla Cina le mie regole di economia, più mi sembra che vadano storte. In base alle mie massime la mia Cina dovrebbe essere afflitta da una crescita bassa e da una crisi finanziaria. È invece non lo è. Anzi, molto di quello che avviene attualmente nel Paese va contro ciò che sappiamo, o che riteniamo di sapere, di economia”. “Semplicemente, se chi decide la politica a Pechino ha ragione, gran parte del pensiero economico è sbagliato, soprattutto le nostre certezze sul potere del libero mercato, i nostri preconcetti radicati contro l’intervento dello stato, le nostre idee sul promuovere l’innovazione e l’imprenditoria….”

“Eppure, se la Cina fa passi avanti, non possiamo piú escludere la possibilità che stia riscrivendo il libro delle regole. Chi decide la politica a Pechino ignora bellamente ciò che raccomanderebbero quasi tutti gli economisti a questo punto del suo sviluppo. E finora ha la meglio”.

In realtà, la Cina non sta riscrivendo il libro delle regole. Sta applicando i principii di base del Sistema Americano di Economia Politica, ideato dal primo ministro del Tesoro Alexander Hamilton e promosso e sviluppato negli ultimi decenni da Lyndon LaRouche nella sua scienza dell’economia fisica. In vari momenti, altri Paesi hanno applicato le stesse regole di intervento pubblico nelle infrastrutture e nella produzione, sperimentando la stessa crescita fenomenale che fece degli Stati Uniti un modello per il mondo a quell’epoca. Questo sistema è diametralmente opposto a quello dell'”Impero Britannico”, che punta a saccheggiare le risorse all’estero e sfruttare la propria popolazione.

È una grande ironia della storia che oggi l’Unione Europea e gli Stati Uniti abbiano adottato quel sistema britannico fallito, mentre la Cina ha optato per quello che una volta era noto come il Sistema Americano, che a sua volta è al centro del programma economico su cui conduce una campagna il LaRouchePAC negli Stati Uniti e che viene promosso da decenni dallo Schiller Institute.

Di questi temi parlerà Helga Zepp-LaRouche, presidente dello Schiller Institute, nella consueta webcast che si terrà oggi alle 18 sul sito www.newparadigm.schillerinstitute.com.

La conferenza sulla sicurezza a Monaco conferma che il vecchio paradigma è agli sgoccioli

La bancarotta politica, economica e morale dell’usurata concezione geopolitica è emersa ancora una volta alla Conferenza sulla Sicurezza a Monaco (16-18 febbraio). Il livello di ostilità verso la Russia da parte dei rappresentanti occidentali era smisurato, a ruota seguito da quello verso la Cina e condito da una buona dose di anti-Trumpismo. Il ministro degli Esteri in carica della Germania, Sigmar Gabriel, si è spinto a dire che “Non riconosciamo più la nostra America”. Gabriel ha anche accusato Russia, Cina e USA di voler spaccare l’UE. Il Presidente della MSC, Wolfgang Ischinger, ha dato il La alla manifestazione in un’intervista alla vigilia della conferenza in cui ha sottolineato il grande rischio di scontro militare tra la Russia e la NATO a causa del deterioramento dei rapporti tra Mosca e Washington. Benché sia vero che la situazione è estremamente pericolosa, non lo è – come Ischinger ha sottinteso – a causa di Donald Trump, che ha spesso espresso l’intenzione di migliorare i rapporti con la Russia, ma a causa dei neocon e dei neolib negli Stati Uniti e altrove, che stanno facendo il possibile per impedirglielo.

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov (nella foto col segretario di Stato americano Tillerson) ha spesso indicato che i leader russi sono ben consapevoli del problema. In un’intervista a Euronews il 16 febbraio, Lavrov è stato brusco: “E’ abbastanza chiaro che i democratici non riescono ad accettare la sconfitta [nelle presidenziali del 20169, che li ha colti completamente di sorpresa, e ora stanno facendo di tutto per avvelenare la vita al Presidente Trump e all’intero partito repubblicano. Ma per Trump specialmente, perché è uno che viene da fuori del sistema”.

In un articolo pubblicato nell’edizione speciale del German Times per la conferenza di Monaco, la presidentessa della Commissione Esteri del Congresso del Popolo cinese, Fu Ying, ha scritto che la Cina non è interessata alla cosiddetta “competizione dei sistemi, e non ha intenzione di esportare il proprio sistema politico e la propria ideologia. Nell’articolo, ella sostiene la necessità della cooperazione per affrontare le “sfide di sicurezza nel mondo odierno”.

Helga Zepp-LaRouche ha attaccato duramente coloro che accusano la Cina di tentare di dividere l’Unione Europa investendo in progetti che l’UE si rifiuta di finanziare. Ella ha anche sottolineato che la Cina è riuscita a sollevare dalla povertà 700 milioni di persone e pianifica di farlo per i rimanenti 30 milioni entro il 2020. Nell’Unione Europea non c’è segno della volontà di eliminare la povertà. Per i leader cinesi si tratta di una politica consapevole e non del risultato “naturale” della crescita economica. Dopo tutto, ha notato la fondatrice dello Schiller Institute, “c’è anche crescita economica in Germania, ma un fanciullo su sei vive nella povertà”. Questo tema, ad esempio, non è stato affrontato seriamente nel programma della coalizione di governo a Berlino. Il tema della conferenza di Monaco era “al limite… e ritorno”, ma contrariamente a quanto credono i suoi organizzatori, al limite è arrivato il vecchio paradigma geopolitico.

Le nazioni africane stanno per decidere su Transaqua, grande trasferimento idrico per il lago Ciad

Dal 26 al 28 febbraio avrà luogo ad Abuja, capitale della Nigeria, una conferenza internazionale organizzata da alcuni Paesi africani per decidere come salvare il Lago Ciad. La conferenza riunirà capi di stato e di governo, funzionari ed esperti provenienti dal continente africano, dall’Europa, dagli Stati Uniti e dalla Cina. L’evento, sotto gli auspici del governo nigeriano, della Commissione del Bacino del Lago Ciad e dell’UNESCO, mira a generare consenso e disponibilità a un efficace sostegno di un grande progetto di trasferimento idrico dal bacino del fiume Congo, per arrestare il prosciugamento del Lago Ciad.

Tra i relatori previsti troviamo i rappresentanti dell’impresa italiana Bonifica SpA e del conglomerato cinese PowerChina, che hanno stretto un’alleanza strategica per compiere uno studio di fattibilità della grande infrastruttura nota come Progetto Transaqua. Il governo italiano ha manifestato la volontà di contribuire al finanziamento dello studio e non è escluso che, a margine della conferenza, sarà già firmato un accordo a quattro, tra le due società, la citata Commissione e un rappresentate dell’esecutivo italiano.

I dirigenti politici europei hanno speso molte parole, negli ultimi anni e mesi, riferendosi a un “Piano Marshall per l’Africa” utile a sviluppare il continente e spegnere alla fonte il flusso dei cosiddetti “migranti economici” verso l’Europa. Nessun progetto, tuttavia, è stato finora presentato, figuriamoci approvato. L’unico piano esistente, le cui caratteristiche permetterebbero una vera trasformazione della situazione africana, è Transaqua. Come i nostri lettori sanno, Transaqua è più di un progetto idrico: prevede, sin dagli anni Settanta, l’integrazione di infrastrutture idriche, di trasporto, di produzione di potenza elettrica e di coltura della terra. Bonifica prevede di portare 100 miliardi di metri cubi di acqua ogni anno, tramite una idrovia lunga 2400 km capace di intercettare i principali affluenti destri del fiume Congo, arricchito di dighe per la produzione di elettricità. Le regioni del Lago Ciad e quelle attraversate dall’infrastruttura beneficerebbero dello sviluppo dell’agricoltura.

Per troppi anni il progetto è stato ignorato o osteggiato come “faraonico”. La crisi migratoria e il consolidarsi di un nuovo paradigma politico grazie alla presenza cinese in Africa, tuttavia, hanno creato le condizioni di fattibilità dell’opera.

Trenta milioni di persone dipendono dal Lago Ciad, in termini di pesca e agricoltura. Anche il prosciugamento parziale del lago ha causato emigrazioni verso l’Europa e prodotto un terreno di reclutamento per i terroristi del gruppo Boko Haram. La forza multinazionale composta dai Paesi rappresentati nella Commissione del Bacino del Lago Ciad è riuscita a assestare colpi decisivi a Boko Haram come forza militare, ma resta ancora molto da fare: anche questo tema sarà discusso durante la conferenza internazionale.

Il Progetto Transaqua affronta simultaneamente tutti questi aspetti della crisi africana, offrendo una prospettiva di occupazione di massa, crescita e benefici per tutte le nazioni a Sud del Sahel, inclusa la Repubblica Democratica del Congo, che “donerebbe” l’acqua (altrimenti destinata a riversarsi nell’Oceano Atlantico), ma riceverebbe in cambio un formidabile arricchimento infrastrutturale e produttivo. Il Progetto Transaqua offre anche una soluzione all’esaurimento del “Grande Fiume Artificiale”, l’acquedotto libico che ora recupera l’acqua del sottosuolo e che potrebbe essere connesso al Lago Ciad riempito tramite una condotta, chiamata “Interafrica”.

Nella foto, l’ing. Marcello Vichi, ideatore del progetto, ad una conferenza dello Schiller Institute in Germania.

L’Europa difenda i diritti di un partito di opposizione in Ucraina minacciato da squadracce neonaziste

La seguente lettera aperta è stata inviata dal Comitato Centrale del Partito Socialista Progressista dell’Ucraina (PSPU), a seguito della sua riunione del 9 febbraio 2018, in vista di un’udienza in tribunale prevista per il 20 febbraio. Il contesto dell’udienza e del sottostante appello è il seguente:

Il 6 luglio 2017 il PSPU è comparso in tribunale chiedendo un giudizio in merito alla illegalità delle decisioni del Ministero della Giustizia ucraino relativa al PSPU. Le decisioni in questione sono il rifiuto del formale riconoscimento della Carta, del Programma e della composizione dei corpi dirigenti il partito, adottati nel XXXI Congresso Straordinario del 18 marzo 2017. Prima di tale decisione, due precedenti congressi del PSPU (2015, 2016) erano stati parimenti ignorati dal Ministero della Giustizia ucraino. Conseguentemente, la libera attività del PSPU è stata impedita dal 2015. Il tribunale interessato ha rimandato due volte l’esame del caso. La prossima sessione della Corte Amministrativa Distrettuale della Città di Kiev è prevista per il 20 febbraio 2018.

APPELLO

All’OSCE/ODHR

Alla Commissione Europea per la Democrazia attraverso il Diritto – Commissione di Venezia

Difendiamo la democrazia in Ucraina!

Difendiamo i diritti dei partiti d’opposizione!

Appello del Comitato Centrale del Partito Socialista Progressista dell’Ucraina

9 febbraio 2018

Il Comitato Centrale del Partito Socialista Progressista dell’Ucraina esorta voi, membri di una organizzazione internazionale autorevole, chiamata a regolare e affermare rispettivamente i valori fondamentali della democrazia europea e i valori europei, a considerare e valutare le azioni delle autorità ucraine nei confronti del Partito Socialista Progressista dell’Ucraina, un partito politico ucraino.

Il Partito Socialista Progressista dell’Ucraina (PSPU) fu fondato nel 1996 ed è uno dei pochi partiti ucraini ad aver nelle [passate] elezioni conquistato seggi parlamentari. Il PSPU nominò per due volte la sua Presidente, Natalia Vitrenko, quale candidata alla Presidenza dell’Ucraina. Il partito ha visto eletti suoi membri come rappresentanti locali e nei corpi di autogoverno di molte regioni ucraine.

Sin dalla sua fondazione, il PSPU ha agito in pieno rispetto della Costituzione ucraina e delle leggi dell’Ucraina, delle norme e dei principî della legge internazionale, e in accordo con la Carta del PSPU, votata in congresso. Durante il periodo nel quale il partito è stato attivo, gli enti governativi di supervisione non hanno mai mosso critiche nei nostri confronti, né contro le attività del partito previste dalla Carta, né contro le attività delle sue organizzazioni regionali. Per tutti quegli anni, l’attività del nostro partito è stata controllata, come richiede la legge, dal Ministero ucraino della Giustizia e dalla Commissione Elettorale Centrale dell’Ucraina. Le campagne [report-and-election ?], i congressi ordinarî e straordinarî del PSPU e la procedura di elezione nei corpi esecutivi del partito sono sempre stati considerati legittimi. I canditati del partito quali deputati della Suprema Rada dell’Ucraina, degli enti di autogoverno e della Presidenza dell’Ucraina sono sempre stati considerati legittimi e legali, e hanno sempre partecipato alle campagne elettorali, esercitando i loro diritti elettorali.

Sfortunatamente, attualmente le autorità ucraine, nella fattispecie il governo e il Ministero della Giustizia ucraino, stanno conducendo una politica di discriminazione nei confronti del nostro partito d’opposizione, inaccettabile in una società democratica; essa si spinge alla persecuzione informativa, politica e fisica, con atti di terrore contro i dirigenti e gli attivisti del partito. L’attività del partito è stata a tutti gli effetti bloccata, impedita. Il partito è oscurato dai media e le sua azioni pubbliche pacifiche vengono impedite da bande neonaziste mandate contro i nostri sostenitori, nelle quali esse compiono atti di violenza fisica contro di essi, quali membri del PSPU.

Riteniamo che il nostro partito sia vittima di una politica di discriminazione, vietata sia dalla legge ucraina e sia dalla norme e dai principî del diritto internazionale. Tale discriminazione impedisce ai membri del nostro partito di esercitare i proprî diritti politici e libertà in Ucraina, come sarebbero garantiti dalla Convenzione per la Protezione dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali (artt. 10, 11, 14), dalla Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici (artt. 19, 22, 26), dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (artt. 19, 20), dalla Carta dell’Unione Europea dei Diritti Fondamentali (artt. 12, 21), dal Documento della Conferenza di Copenaghen sulla Dimensione Umana del 1999 (punto 7), dai Principî Guida per la Regolamentazione Legale dell’Attività Politica dei Partiti, dai documenti dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa e dai documenti dell’OSCE/ODIHR e dalla Commissione Europea per la Democrazia tramite il Diritto (Commissione di Venezia).

Riteniamo che il governo ucraino non rispetti i propri obblighi nei confronti dei cittadini ucraini iscritti al PSPU, per quanto attiene alle garanzie di libertà di associazione in un partito politico, il diritto alla libertà di parola e il diritto di partecipare a elezioni democratiche, diritti sanciti dalla Costituzione e dalle convenzioni internazionali. A seguito delle azioni di agenzie governative, l’attività del PSPU è stata chiusa per tre anni e sono stati violati i diritti dei membri di partito. Questo è confermato da quanto segue.

1. Il 28 ottobre 2016 la sede centrale del PSPU e la redazione del giornale di partito, Predrassvetnyye ogni, sono stati illegalmente sequestrati con la forza. Per oltre 10 anni il PSPU e la redazione del giornale avevano preso in affitto, su basi del tutto legali, un ufficio dalla Siver Ukraina LLC ed avevano condotto qui la propria attività politica. Senza alcuna ordinanza di un tribunale e senza darne notifica al partito o alla redazione del giornale, il Servizio di Sicurezza Ucraino ha sequestrato gli uffici, conducendo perquisizioni e confiscando materiale di archivio e computer (inclusi gli hard disk), documenti di partito contenenti i dati personali degli attivisti del PSPU, carta intestata, documenti su operazioni finanziarie e contabili, simboli di partito ed effetti personali dei leader del PSPU Natalia Vitrenko e Vladimir Marchenko, inclusi i loro laptop e librerie personali.

Il sequestro illegale delle proprietà del partito e della redazione del giornale Predrassvetnyye ogni hanno condotto all’apertura di una causa penale conformemente agli articoli 170 e 171 del Codice Penale ucraino (impedire l’attività di partiti politici, impedire l’attività professionale dei giornalisti). Le indagini relative a questa causa sono andate avanti per oltre un anno, durante il quale i locatari e proprietari non hanno potuto accedere agli uffici o ai propri effetti personali.

2. Il Ministero della Giustizia ucraino si rifiuta di riconoscere o registrare gli emendamenti alla Carta ed al Programma del PSPU ed i cambiamenti nel direttivo del partito, adottati a seguito di regolari congressi di partiti, emendamenti e cambiamenti resi necessari dalla nuova versione della Legge Ucraina “Sui partiti politici in Ucraina” e la legge ucraina “sulla condanna dei regimi totalitari comunisti e nazional-socialisti (nazisti) e la proibizione della propaganda dei loro simboli”.

Tre volte, l’8 settembre 2015, il 25 giugno e il 18 marzo 2017, il PSPU, conformemente alla Carta di partito, ha tenuto il XXIX congresso straordinario, il XXX Congresso regolare e rielezione, e il XXXI Congresso straordinario di partito. Tre volte ha presentato tutti i documenti congressuali richiesti al Ministero della Giustizia ucraino, e tre volte i funzionari autorizzati del Ministero, violando le norme menzionate sopra ed i principii di diritto internazionale, si sono rifiutati di accettare e registrare le decisioni adottate ai congressi del PSPU. Così facendo interferiscono nei rapporti interni di partito, in quanto, interpretando le norme della Carta di partito come pare a loro, danno valutazioni illegali e tendenziose sulla legittimità dei congresso di partito, e non rispettano la responsabilità che hanno per legge di condurre una valutazione legale esperta dei documenti del PSPU, presentati per essere registrati.

Non sono state date istruzioni sui congressi o sulla corretta applicazione della normativa vigente. E’ stato impossibile ottenere consigli dallo staff del Ministero della Giustizia, su quali siano le loro pretese relative ai congressi e quale sia la corretta applicazione delle norme sulla Carta. Alle svariate richieste di chiarimento su queste norme l’unica risposta del Ministero è stata: “trovate un buon avvocato e scriverà tutto per voi”. A seguito di questo atteggiamento del Ministero della Giustizia nei confronti del PSPU, il partito non è stato in grado di tenere regolari elezioni dei propri corpi dirigenti, e rischia di non poter partecipare alle imminenti elezioni politiche e presidenziali.

3. Alcuni canali televisivi governativi hanno mandato in onda minacce nei confronti dei leader del PSPU da parte delle forze dell’ordine (il capo del Servizio di Sicurezza ucraino V. Hrytsak).

4. Il 17 marzo e il 9 maggio 2017 gruppi nazisti controllati dalle forze dell’ordine ucraine hanno impedito fisicamente due manifestazioni e malmenato membri del nostro partito che partecipavano a una manifestazione pacifica ed autorizzata. I responsabili dell’aggressione non sono stati accusati di aver violato la legge.

5. Continuano le persecuzioni e le violenze fisiche nei confronti dei leader del PSPU Natalia Vitrenko, rinomata economista, accademica, eletta al Parlamento nella II e III legislatura, candidata alla Presidenza in Ucraina nel 1999 e nel 2004, e Vladimir Marchenko, eletto parlamentare nella I, II e III legislatura, leader del PSPU nella Suprema Rada di Ucraina.

Il 9 maggio 2017 un gruppo di neonazisti ha fatto irruzione nell’appartamento di Natalia Vitrenko e Vladimir Marchenko, sfondando la porta, minacciando di malmenarli e imbrattando l’ingresso di scritte offensive e minacce. La polizia, chiamata ripetutamente, non ha preso nessuna iniziativa per tutelare i diritti e la libertà di personalità come Natalia Vitrenko e Vladimir Marchenko. La polizia non ritiene che queste azioni da parte di squadracce neonaziste costituiscano una provocazione. La decisione di un tribunale di avviare una causa penale sulla base di questi fatti non è stata rispettata dalla polizia. Non è stata condotta un’inchiesta, e i responsabili sono a piede libero.

Il governo incoraggia quindi la violenza dei neonazisti nei confronti dei loro oppositori politici. Analizzando ciò che sta accadendo in Ucraina al nostro partito e le azioni delle forze dell’ordine e del Ministero della Giustizia ucraino, riteniamo che si tratti di un piano generale di rappresaglie e repressione politica contro gli oppositori politici, i membri del PSPU.

Vi chiediamo pertanto di analizzare i fatti elencati sopra e di valutarli dal punto di vista dei valori europei e delle norme ed i principii di diritto internazionale.

Natalia Vitrenko, presidente del PSPU

Movisol indica le misure urgenti da prendere per rilanciare l’economia in Italia

In una dichiarazione elettorale del 5 febbraio, Liliana Gorini, presidente del Movimento Internazionale per i Diritti Civili – Solidarietà (Movisol) (nella foto) sostiene che la legge elettorale voluta da Renzi punta a “impedire nuove idee e creare instabilità politica” a vantaggio dell'”oligarchia finanziaria”. Visto che in questa campagna elettorale si discute di tutto, da Macerata a Rimborsopoli, pur di non parlare di soluzioni alla crisi economica che attanaglia la maggior parte degli italiani, e 5 milioni di poveri nel nostro paese, torniamo sull’argomento, invitando i nostri lettori a mandare ai propri candidati i cinque punti programmatici proposti da Movisol:

1. L’immediato ripristino della legge Glass-Steagall, con la netta separazione tra banche commerciali e banche d’affari e speculative, per tutelare i risparmi e fermare il crac finanziario in arrivo.

2. Una banca nazionale, come fu definita originariamente da Alexander Hamilton. Solo il credito pubblico può consentire la crescita.

3. Credito pubblico per l’alta tecnologia e l’occupazione altamente produttiva, inclusa la ricostruzione delle nostre infrastrutture, a partire dalle zone terremotate.

4. Un programma d’urto per lo sviluppo della fusione nucleare e l’esplorazione spaziale.

5. Adesione dell’Italia alla Nuova Via della Seta, o Iniziativa Belt and Road, proposta dalla Cina, ed ai grandi progetti della Via della Seta marittima che sono la chiave per i porti di Genova, Trieste, Venezia e per lo sviluppo del Mezzogiorno.

Queste misure, unite alla cultura classica, da Dante a Giuseppe Verdi, sono “cruciali per un nuovo Rinascimento nel nostro Paese”. MoviSol, pur non presentando candidati alle elezioni, chiede a chi lo segue “di presentare questo programma al loro candidato, ed esigerne l’adozione”.

La dichiarazione completa è reperibile sotto, come editoriale.

L’America Latina entusiasta della Nuova Via della Seta, mentre Washington perde l’occasione di aderire

L’incontro del 22 gennaio tra il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e i 33 ministri degli Esteri della Comunità degli Stati Latino Americani e dei Caraibi (CELAC), tenutosi a Santiago del Cile, è avvenuto all’insegna dell’ottimismo. Tutti i ministri della CELAC hanno accolto favorevolmente l’offerta cinese di cooperazione “win-win” e l’invito ad aderire all’Iniziativa Belt and Road (BRI), o Nuova Via della Seta. L’entusiasmo era tale che il Forum Cina-CELAC si è concluso con una dichiarazione in 5 punti sulla BRI, nella quale si afferma che la Cina “considera le nazioni latino-americane e caraibiche l’estensione naturale della Via della Seta Marittima e partecipanti indispensabili alla cooperazione internazionale per la Belt and Road”. A loro volta, i Ministri degli Esteri hanno “accolto con interesse la presentazione del Ministro degli Esteri cinese sulla Belt and Road, per rafforzare la cooperazione tra le nazioni dell’America Latina e dei Caraibi” in vari settori.

Anche se mai direttamente evocata, la domanda nell’aria durante le discussioni di Santiago era “che cosa fanno gli Stati Uniti?”. La regione soffre da 16 anni per i pessimi rapporti con Bush e Obama, e tutti si chiedono se l’Amministrazione di Trump cambierà politica e riconquisterà la fiducia delle nazioni del continente, cooperando con la Cina nella BRI per aiutare i Paesi della CELAC a svilupparsi economicamente.

Invece di riconoscere il fatto che lo “spirito della Nuova Via della Seta” prende piedi a Sud degli Stati Uniti, il Segretario di Stato Rex Tillerson (nella foto) ha dato una risposta deludente a questa domanda, il primo febbraio, quando era in partenza per un tour in cinque nazioni latinoamericane.

Evidentemente ha sentito il bisogno di rassicurare la fazione neoconservatrice e geopolitica negli Stati Uniti. Ha auspicato il cambio di regime in Venezuela e a Cuba, sostenendo la presunta campagna “contro la corruzione” voluta dal Dipartimento della Giustizia americano e dall’FBI, oltre a definire Cina e Russia “potenze imperiali” la cui politica “predatoria” costituirebbe una minaccia per la regione.

Mentre il settimanale della City di Londra The Economist ha fatto subito eco alle accuse di Tillerson, quasi tutta la regione ha respinto il suo messaggio geopolitico. Diego Guelar, ambasciatore argentino in Cina, ha dichiarato all’agenzia stampa EFE il 6 febbraio che “v’è una chiara equazione multipolare nel mondo ed è un bene…. L’era dell’imperialismo è morta. La Cina svolge un ruolo molto importante in tutte le nazioni latinoamericane, in termini di commercio, finanziamenti e investimenti”.

Un messaggio simile è giunto dall’ambasciatore colombiano in Cina, dal console generale dell’Uruguay a Shanghai, dal direttore commerciale del Cile in Cina, e dal Ministro peruviano del Commercio. Anche l’ambasciatore colombiano Oscar Rueda ha dichiarato all’EFE che solo “i Paesi stessi” sono nella posizione di stabilire rapporti bilaterali tra di loro.

L’intelligence britannico ha cercato di distruggere la presidenza Trump?

Questo è l’interrogativo sollevato nel titolo di un articolo pubblicato il 7 febbraio sul weblog di Pat Lang, “Sic Semper Tyrannis”, da un autore regolare che si firma Publius Tacitus.

Tacitus si riferisce al promemoria rilasciato il giorno prima dai senatori Grassley e Graham, i quali hanno chiesto al Dipartimento di Giustizia di aprire un’inchiesta penale sull’ex funzionario dell’MI6 Christopher Steele. Il promemoria conferma che Steele era una “risorsa ufficiale di intelligence” dell’FBI, “ma ci sono crescenti prove circostanziali che Steele agisse per conto della versione britannica della CIA, cioè il MI6. Se è vero, ci troviamo ora di fronte alle prove del tentativo da parte di un Paese straniero di interferire in modo diretto e significativo nelle nostre elezioni nazionali. Solo che non erano i russi, ma i nostri cugini britannici” (vedi http://turcopolier.typepad.com/sic_semper_tyrannis/2018/02/british-intelligence-tried-to-destroy-the-trump-presidency.html).

Dopo aver descritto il contenuto del promemoria, Tacitus ricorda che l’equivalente britannico della NSA, il GCHQ (foto), fu il primo a informare gli enti di intelligence a Washington di legami sospetti tra l’entourage di Trump e agenti russi, e conclude: “Mentre si accumulano le prove delle interferenze dell’intelligence britannico nelle elezioni americane, ciò provocherà qualche stress nei nostri rapporti bilaterali. Esso ha il potenziale di danneggiare la cooperazione sul fronte militare, quello dell’ordine pubblico e di intelligence. Sospetto che dietro le quinte ci si stia affrettando a trovare una strategia per limitare i danni mentre si spegne la sedizione”

.

Paul Craig Roberts, ex consigliere del Presidente Ronald Reagan e noto analista di affari americani, ha ripetutamente denunciato le condizioni crescenti da stato di polizia negli Stati Uniti, condizioni che vedono nel Russiagate un decisivo elemento. Nella sua rubrica del 25 gennaio, presentata come un “grido di sveglia” agli americani, ha scritto: “Se gli alti livelli degli enti dello stato di polizia riescono impunemente a tentare o addirittura riuscire a eseguire un golpe contro il Presidente degli Stati Uniti, allora questa è la fine completa della democrazia e della rappresentatività del governo” (vedi https://www.foreignpolicyjournal.com/2018/01/25/the-russiagate-stakes-are-extreme/). PCR chiede che tutte le persone coinvolte nel golpe siano “identificate, incriminate e processate per atti di alto tradimento”. Non c’è alcuna possibilità di ritenere il governo responsabile se è uno stato di polizia, una strada che gli Stati Uniti percorrono da qualche tempo. Il temerario tentativo di golpe contro il Presidente Trump è la nostra opportunità di fermare l’abbrivio verso uno stato di polizia”.

La crescente isteria dei neoconservatori nei confronti della Cina dimostra che lo spirito della Nuova Via della Seta è inarrestabile

Videoconferenza di Helga Zepp-LaRouche

giovedì ore 18

www.newparadigm.schillerinstitute.com

I tamburi di guerra contro l’iniziativa cinese “Una Cintura, Una Via” (Belt and Road Initiative, BRI), rullati negli ambienti geopolitici della regione transatlantica e dalle loro marionette politiche, come il senatore americano Marco Rubio, attestano l’efficace e crescente influenza della diplomazia del Presidente cinese Xi Jinping per il “mutuo sviluppo” (win-win). Ciò che Helga Zepp-LaRouche ha identificato per prima con l’espressione di “Nuovo Paradigma” ha conquistato aderenti all’iniziativa, ovunque nel mondo: lo Spirito della Nuova Via della Seta è pervasivo. Le nazioni africane, asiatiche e latinoamericane, vittime da decenni del saccheggio operato tramite i dettami di austerità del FMI e della Banca Mondiale, si rivolgono ora alla BRI poiché essa sta dimostrando che il vero progresso economico è possibile. Il processo della BRI offre nuove speranze nell’eliminazione dello stato di povertà dall’intero globo, così come è stata enormemente ridotta internamente alla Cina.

Anziché celebrare o aderire a questo processo, le élite atlanticiste ricorrono ai loro vecchi trucchi, nel disperato tentativo di impedire il passaggio al Nuovo Paradigma. Continua tuttavia il loro vecchio paradigma, quello delle guerre e del cambio di regime, quello delle mirate stagioni del terrore, quello dei trattati di libero scambio combinati con misure di austerità che sfociano in criminali devastazioni delle economie nazionali.

Negli Stati Uniti d’America è ormai evidente che il tentativo di golpe ai danni dello stesso Presidente porta la firma britannica. Nuove rivelazioni rese pubbliche dai senatori Grassley e Graham promettono di dimostrare il profondo coinvolgimento dei funzionari dell’Amministrazione di Obama – e di Obama stesso – nel confezionamento della frode nota come “Russiagate”. Siamo sempre più vicini allo smantellamento definitivo di questa operazione, per liberare il Presidente degli Stati Uniti dalle zavorre impostegli e permettergli di mantenere le promesse elettorali.

Il nuovo paradigma è anche il tema di sette lezioni online del LaRouchePAC, avviate la scorsa settimana con una lezione di Helga Zepp-LaRouche, disponibile qui di seguito, ed a cui ci si può iscrivere gratuitamente

Mario Draghi e il crac in arrivo

Il “lunedi nero” della borsa di New York il 5 febbraio, nel quale il Dow Jones con la variazione inferiore al -6% ha fatto registrare il massimo crollo infragiornaliero della storia, ha suscitato brividi planetari, ma non ha sorpreso coloro, come i nostri lettori, che sanno che il sistema ha il destino segnato e che la bolla prima o poi scoppierà.

Naturalmente, nessuno conosce quando esattamente questo avverrà, ma il collasso è inevitabile e sarà peggiore di quello del 2008 a meno che non saranno state adottate preventivamente le necessarie misure. Questa realtà dovrebbe essere inclusa nella prospettiva strategica di ogni operatore politico, compreso Donald Trump, che sfortunatamente elenca il boom della borsa tra i suoi presunti successi.

Il fatto che il “lunedì nero” sia stato un semplice avvertimento e non sia ancora stato seguito dalla attesa “correzione” ha autorizzato gli imbroglioni a sostenere che fosse un “flash-crash” passeggero, tant’è vero che il mercato “si è ripreso” e via dicendo.

Tra costoro si distingue il presidente della BCE Mario Draghi (nella foto con Visco), che ormai assomiglia all’infausto capitan Schettino il quale, dal ponte della Costa Concordia inabissantesi, mentiva alla Capitaneria di Porto dicendo che la nave aveva subìto un semplice black-out. Similmente Draghi, mentre le borse venivano sconvolte dal precursore del sisma in arrivo, affermava di fronte al Parlamento Europeo che non vedeva rischi sistemici in giro.

Il 5 febbraio, presentando a Strasburgo il rapporto annuale della BCE, Draghi ha criticato la risoluzione dello stesso Parlamento Europeo che parla di rischi derivanti da bolle speculative in Europa. “Noi monitoriamo da vicino gli sviluppi in alcuni segmenti di mercato”, ha dichiarato Draghi, “come l’immobiliare commerciale e i mercati delle abitazioni in alcuni Paesi, e le obbligazioni delle imprese a basso rating. Come spieghiamo nella nostra Financial Stability Review, finora gli aumenti dei prezzi dei titoli nei mercati dell’eurozona non sono stati accompagnati da una crescita eccessiva del credito. Benché i flussi del credito stiano risollevandosi, i tassi di crescita sono ancora ben al di sotto di ciò che abbiamo visto prima della crisi e nella fascia bassa dei tassi di crescita storicamente osservati durante le riprese. Perciò, non ci sono segni di bolle sistemiche alimentate dal credito”.

Draghi ha poi fatto delle parziali ammissioni rispondendo ad alcuni eurodeputati: “Ho già affrontato, nella mia dichiarazione introduttiva, il tema delle possibili bolle attualmente formantesi nell’Eurozona. Per il momento, abbiamo poche indicazioni dell’emergenza di squilibri finanziari generalizzati. Non ci sono segni di distorsioni nel prezzo degli assets nell’Eurozona, ma alcuni segmenti vanno osservati da vicino e uno di essi è il mercato immobiliare commerciale ad alto rating, dove attualmente vediamo delle valutazioni maggiorate. In qualche grande città e in qualche Paese i prezzi immobiliari sono aumentati ad un ritmo maggiore dei redditi delle famiglie. Questo certamente va monitorato”.

È di dominio pubblico che il QE della BCE ha portato all’aumento dei corsi azionari, con molte banche e imprese che hanno acquistato le proprie azioni “on margin”, come abbiamo spiegato in uno degli scorsi numeri. Per questo, negare l’esistenza di una bolla equivale, per un’autorità finanziaria, ad un comportamento criminale.

Perfino l’Associazione Bancaria Tedesca ha lanciato un avvertimento sulle bolle nei mercati azionari (negli Stati Uniti) e nel settore immobiliare (nell’Eurozona) in una dichiarazione pubblicata l’8 febbraio (vedi). Ma le banche tedesche si assolvono: dal settore bancario germanico non proverrebbe alcun rischio sistemico. E questo, dopo che l’ex economista capo della Banca per i Regolamenti Internazionali, William White, parlando dei numerosi “punti di frattura” presenti nel sistema finanziario internazionale, ha identificato una vulnerabilità rappresentata proprio dalle Landesbanken e dalle Casse di Risparmio tedesche che si sono messe a finanziare imprese internazionali prive di rating a suon di cambiali, i cosiddetti Schuldscheine. Per non parlare del convitato di pietra, la Deutsche Bank, con i suoi 45 mila miliardi di derivati.

La separazione bancaria, promossa da anni dal nostro movimento, resta l’unica alternativa al crac in arrivo.

Il vertice di Soci indica la strada verso un futuro per la Siria

Al vertice sul Dialogo Nazionale Siriano che si è tenuto a Soci, in Russia, il 29-30 gennaio, indetto da Russia, Iran e Turchia, è stato fatto un passo avanti verso una Siria sovrana, unita ed economicamente in ripresa, dopo sette anni di guerre sanguinarie.

Il vertice si è concluso con una risoluzione per stabilire una commissione costituzionale, composta dai 150 rappresentanti del governo siriano e da tutti i gruppi di opposizione. Il fatto che l’inviato speciale dell’ONU Staffan De Mistura abbia partecipato al vertice e che i 1.393 partecipanti e osservatori (inclusi i funzionari dell’ambasciata americana, britannica e francese a Mosca) si siano detti d’accordo che le Nazioni Unite supervisionino l’operato della commissione, conformemente al processo di pace di Ginevra, costituisce un importante passo avanti nei negoziati per la pace. Anche se non c’era una rappresentanza ufficiale della fazione siriana sostenuta dai sauditi, era presente una decina di rappresentanti individuali e Nasr Hariri, ex capo dell’organizzazione, ha confermato che lavorerà con De Mistura sul progetto costituzionale post Soci. Mentre lo Stato Islamico (ISIS) e Al Qaeda stanno per essere definitivamente sconfitti in Siria, il futuro di quel Paese dipende da ingenti investimenti nella ricostruzione nazionale, una volta vinta l’ultima battaglia contro i terroristi. Le forze dell’ISIS e di Al Qaeda sono ormai accerchiate nella provincia di Idlib e molti jihadisti sono fuggiti nel Sinai, in Afghanistan e nel Caucaso.

A questo punto, la chiave sta nell’Iniziativa Belt and Road della Cina (BRI). L’inviato speciale cinese in Siria Xie Xiaoyan, che ha parlato a Soci, ha annunciato che la Cina è “pronta a partecipare alla ricostruzione postbellica della Siria”. Ha sottolineato che la guerra al terrorismo deve continuare dopo la quasi sconfitta totale dei jihadisti e che le minacce non sono eliminate del tutto, ma permangono anche in alcune parti della Cina. Nel maggio 2017 Imad Mustafa, l’ambasciatore siriano in Cina, aveva stimato che quasi 5.000 cittadini cinesi, quasi tutti della regione dello Xinjiang nel Nord-Ovest della Cina, fanno parte del Partito Islamico del Turkestan, separatista e terrorista.

In realtà, la Cina ha già cominciato a investire economicamente. A partire dal novembre 2017 ha inviato 5.000 tonnellate di riso in Siria, usando denaro di un fondo destinato agli aiuti alle nazioni che partecipano all’Iniziativa Belt and Road. Pechino ha promesso di investire 2 miliardi di dollari per costruire un parco industriale in cui opereranno 120 imprese cinesi. Il Presidente siriano Bashar al Assad ha dichiarato che le imprese cinesi sono le benvenute in ogni settore dell’economia siriana e i leader cinesi hanno fatto sapere di essere in contatto sia col governo siriano sia con i gruppi di opposizione.

I porti siriani di Latakia e Tartus (foto), in particolare, vengono visti dai cinesi come una parte importante della Via della Seta marittima. Il luglio scorso la Cina indisse una fiera per progetti di ricostruzione siriani e in settembre, all’Assemblea Generale dell’ONU, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi incontrò la sua controparte siriana Walid Muallem per discutere il ruolo della Siria nella BRI. In novembre, Wang Yi incontrò l’emissaria personale di Assad, Bouthania Shaaban.

Di fronte al crac in arrivo, la BCE ripete gli errori del passato

Mentre si moltiplicano i segnali del crac finanziario in arrivo, la Banca Centrale Europea fa sapere di essere pronta a versare benzina sul fuoco. In un discorso pronunciato a Lubiana il 3 febbraio, il membro del Consiglio Esecutivo Benoit Coeuré ha affermato che, se scoppiasse una nuova crisi, la banca abbasserebbe i tassi già negativi, acquisterebbe titoli spazzatura o addirittura ricorrerebbe al finanziamento diretto dei governi per salvare il sistema.

“Senza ulteriori riforme, la prossima crisi potrebbe costringere la BCE a sperimentare i limiti del suo mandato. A seconda della natura della prossima crisi, potrebbero essere richieste azioni come portare i tassi a breve ancor più in territorio negativo. O l’acquisto di titoli più rischiosi di quelli di stato o delle imprese. O potremmo essere spinti pericolosamente vicini al finanziamento monetario dei governi”.

Coeuré ha quindi prefigurato tre “linee di difesa”: 1. Completare l’Unione Bancaria e il Mercato dei capitali; 2. Costringere i governi ad adottare politiche fiscali più rigorose; 3. Istituire un Fondo Monetario Europeo che fungerebbe sia da poliziotto dei bilanci nazionali, sia da strumento di investimento.

Naturalmente, nel caso di una crisi finanziaria codeste linee di difesa saranno sopraffatte più rapidamente della Linea Maginot. E comunque la probabilità che siano erette in tempo è vicina a zero.

Similmente, la task force della BCE (ESRB) presieduta dal banchiere centrale irlandese Philip Lane ha presentato una proposta per fornire ulteriore liquidità e introiti finanziari al sistema bancario tramite la cartolarizzazione del debito sovrano dei paesi dell’Eurozona. I titoli di stato sarebbero impacchettati in Sovreign Backed Bond Securities (SBBS) divisi in tre categorie, senior, mezzanine e junior (a seconda del rischio), e acquistati da un “veicolo” speciale che li piazzerebbe sul mercato. In pratica, le banche li acquisterebbero e li girerebbero alla BCE.

L’idea ha ricevuto il plauso della City di Londra e le critiche di ambienti politici tedeschi. Il vice capogruppo della FDP al Parlamento, Christian Duerr, ha rivolto un appello ai partiti impegnati nei colloqui per la Grande Coalizione affinché “agiscano sulla base della ragione e la respingano il più rapidamente possibile”. Un tale “Super-Bond” sarebbe una versione pubblica delle cartolarizzazioni immobiliari che hanno fatto scoppiare la crisi finanziaria, ha detto Duerr. “Anche se hanno un nome diverso, essi sono sempre titoli spazzatura. Questo non solo sarebbe il primo passo verso una messa in comune del debito, ma anche un alto rischio per l’Eurozona”.

Nel frattempo, il terzo anno consecutivo di risultati negativi di Deutsche Bank (DeBa) evidenzia il vero problema che l’UE si rifiuta di affrontare. DeBa ha fatto registrare mezzo miliardo di perdite prevalentemente nel settore investment, che ricordiamo vanta il primato mondiale di esposizione in derivati. Il crollo delle azioni dopo il profit-warning ci ha riportati a poco più di un anno fa, quando la megabanca era sull’orlo dell’insolvenza. La conclusione dovrebbe essere ovvia: il settore degli investimenti finanziari deve essere separato dal settore commerciale – non solo per quanto riguarda Deutsche Bank ma, se vogliamo impedire che il prossimo crac sbanchi le finanze pubbliche, le imprese e i cittadini, per il sistema bancario in generale.

Soltanto la netta separazione tra banche ordinarie e banche d’affari (Glass-Steagall) potrà evitare il crac.

Sventato il golpe negli Stati Uniti, è ora di avviare il nuovo paradigma

Videoconferenza di Helga Zepp-LaRouche

giovedì 8 febbraio

ore 18

www.newparadigm.schillerinstitute.com

La decisione del Presidente Trump di rendere pubblico il memo Nunes, che dettaglia la corruzione dell’FBI nel fiasco del Russiagate, e la pubblicazione di un memo di 8 pagine del Sen. Grassley, ha suscitato l’ira e la disperazione di coloro che tentavano di destituire il Presidente Trump. Come hanno dichiarato gli autori dei due memo, ci saranno nuove rivelazioni. L’ex direttore tecnico della NSA e talpa Bill Binney, anche lui bersaglio della persecuzione dell’FBI, ha dichiarato che questo ha aperto una “falla” mettendo in luce la “corruzione del governo segreto”.

Porre fine all’operazione di cambio di regime contro di lui libererà Trump che potrà mantenere le promesse fatte durante la sua campagna elettorale e nel primo mese del suo mandato. Tra queste, porre fine al coinvolgimento degli Stati Uniti nelle guerre permanenti provocate da Bush e Obama, grazie alla cooperazione strategica con la Russia, la piena cooperazione con la Cina nella Nuova Via della Seta, porre fine alle truffe speculative di Wall Street e della City di Londra con il ripristino della legge Glass-Steagall, che potrebbe porre rimedio al crac in corso.

Lo Schiller Institute conduce una campagna per il Nuovo Paradigma. Negli ultimi mesi lo spirito della Nuova Via della Seta si è diffuso in Africa, Asia, Eurasia (inclusa l’Europa del sud e orientale) e Sud America, e sta creando opportunità per portare la pace in queste regioni, inclusa la penisola coreana e il Medio Oriente. Di questi temi parlerà Helga Zepp-LaRouche, presidente dello Schiller Institute, durante la videoconferenze di oggi alle 18.

I golpisti negli Stati Uniti sono alle strette

Gli “unilateralisti” angloamericani che cercano di impedire a Donald Trump di costruire buoni rapporti con Russia e Cina hanno subìto duri colpi la scorsa settimana.

Si è cominciato il 30 gennaio col Discorso sullo Stato dell’Unione, che ha riscosso più consensi di quanto previsto, e si è raggiunto il culmine il 2 febbraio col rilascio del memorandum stilato dal capo della Commissione sull’Intelligence della Camera Devin Nunes, che denuncia le illegalità compiute dall’FBI e dal Dipartimento di Giustizia per ottenere l’autorizzazione alle intercettazioni della squadra elettorale di Trump, illegalità che screditano le accuse di “collusione”.

Tra le due date, il 31 gennaio Trump si è rifiutato di imporre alcune sanzioni contro la Russia votate dal Congresso, sostenendo che esse non sarebbero più “necessarie” poiché la semplice minaccia di applicarle avrebbe già funzionato come deterrente. Queste sanzioni “secondarie” erano rivolte a persone che intrattengono rapporti d’affari col settore della difesa russo, partecipano alla costruzione di gasdotti o a “corrotte” privatizzazioni. Il giorno successivo è stato annunciato che il direttore della CIA Mike Pompeo aveva scritto una lettera, spiegando che i capi dei tre servizi di intelligence russi erano stati a Washington alcuni giorni prima per incontri con lo stesso Pompeo, col direttore della National Intelligence Dan Coats e altri. Mentre le fazioni anti-russe di entrambi i partiti e nei media hanno gridato allo scandalo, Pompeo ha tranquillamente affermato che tali incontri avvenivano regolarmente ed erano necessari. Anche se “la Russia resta un avversario”, ha scritto, dobbiamo continuare a cooperare contro il terrorismo e sulla sicurezza “per mantenere sicura l’America”. Sullo sfondo, la conferenza di Soci sulla Siria, promossa da Russia, Turchia e Iran e alla quale l’Amministrazione di Trump ha mandato dei rappresentanti diplomatici, ha compiuto progressi nel gettare le basi per la riconciliazione nazionale e la ricostruzione.

Vale la pena ripetere che, contrariamente a quanto raccontano i media principali, lo scontro politico negli Stati Uniti non verte sulla persona, sulla politica o sullo stile di Donald Trump, ma riflette uno sforzo concertato da parte del cosiddetto “deep state” per scalzare il Presidente degli Stati Uniti legittimamente eletto. Altri Presidenti hanno capitolato a vari livelli, di fronte all’apparato angloamericano, ma finora Trump ha resistito. Il pericolo è che si crei un completo stato di polizia in cui i servizi di intelligence, sostenuti dagli interessi finanziari di Wall Street e dai media, dettino la politica senza renderne conto al popolo.

È certamente un’ironia della storia che tanti di coloro che, su ambo le sponde dell’Atlantico, si considerano “di sinistra” o “paladini dei diritti umani”, si schierano a difesa di ciò che erano soliti denunciare con forza, come la CIA e l’FBI (dai tempi del famigerato J. Edgar Hoover). Che forse il “regime change” vada bene in America?

Non c’è ripresa senza la Glass-Steagall

Nei mesi che hanno preceduto il Discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato da Trump il 30 gennaio, il Comitato Politico di Lyndon LaRouche (LPAC) ha condotto una mobilitazione nazionale per convincere il Presidente ad adottare una vera politica economica, basata sulle “quattro leggi” di LaRouche: riforma bancaria alla Glass-Steagall (separazione bancaria), banca nazionale, investimenti nelle infrastrutture e volano scientifico-tecnologico. Trump non l’ha fatto; si è limitato a chiedere al Congresso un programma di investimenti pubblici per 1,5 mila miliardi.

Ciononostante, il suo discorso è stato ben ricevuto. CBS News ha registrato il 75% di approvazione tra i suoi telespettatori e CNN (il canale che Trump ha bollato come produttore di fake news per eccellenza) ha dovuto ammettere che il 70% dei suoi utenti erano “molto positivi” o “alquanto positivi”. Trump ha evitato di affrontare il tema controverso dell’inchiesta nei suoi confronti del Procuratore speciale Mueller e ha ripetutamente fatto appello alla cooperazione trasversale sulla ricostruzione economica, sull’immigrazione e sull’occupazione.

In un’intervista il 2 febbraio, Helga Zepp-LaRouche ha rimarcato che v’è ancora motivo di sperare che il Presidente adotti le “quattro leggi”, tracciando un parallelo con quanto accadde nel 1983 con il Presidente Reagan, quando Lyndon LaRouche ebbe lanciato una mobilitazione per fargli adottare quella che poi divenne l’Iniziativa di Difesa Strategica (SDI). Il tema “non fu menzionato dal Presidente Reagan nel Discorso sullo Stato dell’Unione. Ma poi, il 23 marzo, annunciò pubblicamente l’SDI. Perciò, possiamo assolutamente sperare che Trump, affrontando il problema di come finanziare le infrastrutture che ha annunciato, torni alla promessa fatta in campagna elettorale di ripristinare la Glass-Steagall”.

Due gravi incidenti ferroviari verificatisi la scorsa settimana e dovuti alla mancanza di ammodernamenti e manutenzione hanno ricordato l’urgenza della questione. Gli investimenti necessari non possono venire dai privati o dal sistema PPP (Partnership Pubblico-Privato), che non hanno funzionato nel passato. La soluzione è tornare al “sistema americano” originale di Alexander Hamilton: credito pubblico per gli investimenti.

MoviSol: cinque mosse per riavviare l’economia reale in Italia

di Liliana Gorini, presidente di MoviSol

Questa doveva essere la dichiarazione di una candidata, mi era stato chiesto di candidarmi in una lista civica, per trarre frutto dall’esperienza di Movisol e del movimento internazionale dell’economista americano Lyndon LaRouche nel rilancio dell’economia reale, a partire dai numerosi disegni di legge per la separazione bancaria e il Glass-Steagall Act promossi dal movimento di LaRouche in Italia, Francia e negli Stati Uniti. Purtroppo la lista civica è stata sabotata da un partito. Questa infausta legge elettorale puntava proprio ad impedire nuove idee, mantenere lo status quo e creare instabilità, in quanto l’oligarchia finanziaria si nutre dell’instabilità politica di tutti i paesi europei, e tiene in piedi la sua bolla speculativa grazie all’assenza di coraggio dei nostri governi.

Non dimentichiamo che la bolla speculativa è la causa della crisi economica e della crescente povertà in Europa (cinque milioni di poveri solo nel nostro paese). La politica dell’UE e della BCE, incluso il Quantitative Easing, punta a salvare le grandi banche a spese dei contribuenti e dei correntisti, come ha dimostrato il caso delle banche venete e del Monte dei Paschi di Siena. La Deutsche Bank detiene da sola un’esposizione in derivati di 55mila miliardi di Euro, 15 volte il PIL tedesco. Soltanto separando nettamente le banche ordinarie e commerciali da quelle speculative sarà possibile investire nell’economia reale. Che siano gli speculatori, e non i cittadini, a pagare il caro prezzo della crisi che hanno provocato.

Eppure in questa campagna elettorale, come in quella per il referendum, assistiamo al solito pellegrinaggio dei candidati a Londra o Bruxelles per ottenere il “placet” dell’oligarchia finanziaria e dei gerarchi dell’UE. Berlusconi è stato a Bruxelles ad assicurare che si atterrà ai parametri di Maastricht e al diktat dell’Unione Europea. Renzi è da sempre ossequioso ed obbediente verso l’UE, e come Bruxelles è più interessato a salvare le banche che i cittadini. Di Maio, che pur aveva sostenuto pubblicamente la separazione bancaria, è stato nella City di Londra per rassicurare gli “investitori”. Emma Bonino, che guida la lista dal significativo nome “più Europa”, è arrivata a proporre il congelamento della spesa per ridurre il debito. Ancora una volta, Moscovici e gli altri gerarchi dell’UE interferiscono pesantemente nella campagna elettorale decretando chi sia accettabile e chi non sia accettabile al governo. E pur di raccattare voti, i candidati fanno appello ai sentimenti più bassi, incluso il razzismo e la xenofobia. Come disse Helga Zepp-LaRouche qualche anno fa “ancora un passo e avremo perso la nostra umanità”.

Non è la spesa che va ridotta, bensì la speculazione finanziaria. Da molti anni il movimento di LaRouche, e MoviSol, sono noti in tutto il mondo come gli unici ad aver previsto la crisi del 2008 e soprattutto a proporre misure concrete per uscirne, prima tra tutte le separazione bancaria e investimenti nelle infrastrutture. Il grave incidente di Pioltello dimostra che gli investimenti nelle infrastrutture sono urgenti, ed anche la chiave per la ripresa economica, e lo sono nel nostro paese come in tutto il mondo. Le 4 leggi cardinali di LaRouche dovrebbero essere al centro del programma di ogni candidato, e insieme ai grandi progetti della Nuova Via della Seta, sono la chiave per rilanciare l’economia reale, ed anche l’unico sistema per ridurre l’immigrazione, investendo in Africa come per ora fa soltanto la Cina. Solo un piano Marshall per l’Africa ed il Medio Oriente, come quello proposto dallo Schiller Institute, potrà risolvere il problema degli sbarchi nel nostro paese. Sicuramente non lo risolveranno i campi di concentramento finanziati dall’UE in Libia.

Ecco quindi i 5 punti del programma che Movisol propone a queste elezioni:

1. Ripristino immediato del Glass-Steagall Act, che toglierà ogni garanzia dello stato agli speculatori liberando risorse per l’economia reale, come fece Roosevelt nel 1933. L’unica tutela per i nostri risparmi sta nella separazione bancaria.

2. Una banca nazionale, come quella originariamente creata da Alexander Hamilton ai tempo di Washington. La crescita è possibile solo con la creazione del credito.

3. Credito statale per l’alta tecnologia e l’occupazione altamente produttiva, inclusa la ricostruzione delle nostre infrastrutture, a partire dalle zone terremotate.

4. Un programma d’urto per lo sviluppo della fusione nucleare e per la ricerca spaziale, che fungerà da volano per l’economia reale.

5. Adesione alla Iniziativa Belt and Road proposta dalla Cina, ed ai grandi progetti della Nuova Via della Seta marittima che potrebbero rilanciare i nostri porti e il Mezzogiorno.

La Cina ha varato il più grande progetto di sviluppo infrastrutturale nella storia umana. Dieci volte più grande del Piano Marshall, l’Iniziativa Belt and Road (o Nuova Via della Seta) riunisce già decine di nazioni in una cooperazione “win-win” intorno a grandi progetti infrastrutturali. Quasi tutta l’Asia è coinvolta, e si stanno aggiungendo molte nazioni dall’Europa, dall’Africa e dall’America Latina.

Per molte ex colonie e cosiddetti paesi in via di sviluppo, questa è la prima vera opportunità di sviluppo. Per i paesi industrializzati stagnanti, a partire dagli Stati Uniti, è un’opportunità unica di rilanciare le attività produttive.

Le 4 leggi cardinali di LaRouche e la Nuova Via della Seta, unite ad un programma di rilancio della nostra cultura classica, da Dante a Verdi, sono la chiave per un nuovo Rinascimento nel nostro paese.

Pur non essendo candidati a queste elezioni, chiediamo a chi ci segue di presentare questo programma al loro candidato, ed esigerne l’adozione.

Trump sventa il tentativo di golpe rendendo pubblico il memo Nunes

Dopo la pubblicazione voluta dal Presidente Trump del memorandum di quattro pagine redatto dalla Commissione sull’Intelligence della Camera, presieduta dall’on. Nunes, i cospiratori del Russiagate e il Partito Democratico americano non hanno saputo che fare, salvo raccomandarsi che non lo leggiate, poiché potrebbero aiutare Trump.

John McCain, a dire il vero, si è spinto a dire che tutto il memorandum è il frutto demoniaco dell’interessamento personale del Presidente russo Putin. La cosa più soprendente è che il partito un tempo “democratico” continua ad appoggiare lo stato di polizia, i comportamenti scorretti e persecutori dei magistrati e la palese frode della corte FISA, come se tutto ciò fosse coerente con lo spirito americano.

Ecco che cosa dice il memo Nunes, tanto temuto dai democratici:

L’FBI e il Dipartimento della Giustizia ottennero una prima autorizzazione FISA a sorvegliare Carter Page, attivo nell’organizzazione elettorale di Trump, e tre rinnovi validi ciascuno per novanta giorni. L’ex direttore dell’FBI James Comey firmò tre richieste FISA e l’ex vicedirettore dell’FBI Andrew McCabe firmò la quarta. Il Viceministro della Giustizia Sally Yates e McCabe misero il gen. Michael Flynn in trappola e nei guai tutto il Dipartimento della Giustizia per il fatto che stava difendendo gli ordini di Trump in fatto di immigrazione, mentre i sottosegretari alla Giustizia Dana Boente e firmarono altre due richieste FISA. L’ex vicedirettore Andew McCabe ha ammesso che nessuna autorizzazione a spiare Page sarebbe stata concessa se non fosse stato noto il dossier di Christopher Steele.

Lo fecero senza far sapere, nemmeno una prima volta, alla Corte sulla Sorveglianza dell’Intelligence Straniero che il dossier redatto dall’agente britannico Steele era una colonna portante della richiesta FISA ed era stato pagato dall’avversaria politica di Trump, Hillary Clinton, nonostante il fatto che l’FBI e il Dipartimento della Giustizia lo sapessero. L’FBI aveva concesso anche un pagamento a Steele per le medesime informazioni.

La richiesta alla FISA, spedita la prima volta nell’ottobre del 2016, citava un articolo di Michael Isikoff pubblicato su Yahoo.com il 23 settembre 2016 che confermava le tesi contenute nel dossier di Steele, mentre in realtà l’articolo in questione era il prodotto di una spifferata di Steele a Isikoff.

Nel settembre del 2016, Steele disse a Bruce Ohr, un ex funzionario ad alto livello del Dipartimento di Giustizia, nel corso di incontri non autorizzati, che egli “era disperato dalla eventualità che venisse eletto Donald Trump ed era mosso dall’idea che non fosse Presidente”. La moglie di Ohr lavorava presso la Fusion GPS, l’anello di collegamento del partito democratico americano con l’intelligence britannico, datore di lavoro di Steele. Tutto ciò accade ai tempi della prima richiesta al FISA a proposito di Page. Steele fu sospeso e poi si ritrovò a fare l’informatore per l’FBI in quanto aveva reso pubblico acconto della sua relazione con l’FBI, in un articolo del 30 ottobre, firmato da David Corn.

Una volta licenziato l’FBI stesso valutò le accuse di Steele come minimamente corroborate e il direttore dell’FBI Comey testimoniò che le accuse di Steele erano “volgari e non verificati”. Tutto questo non fu comunicato alla FISC. Nonostante questo, i capi dell’intelligence di Obama informarono Trump del dossier Steele il 17 gennaio 2017. Questo incidente, descritto solo brevemente nel memo, è quello a cui si riferiva Comey quando definì questo un momento “alla J. Edgar Hoover” durante la sua audizione al Senato. Dopo quell’incontro furono presi accordi per far arrivare ai media nazionali le accuse volgari e non verificate mosse dall’intelligence britannico, sostenendo che il Presidente Trump fosse un candidato manciuriano di Putin.

Stando al memo, Steele mentì all’FBI sui suoi contatti nei media per conto della campagna della Clinton e del DNC. Questo è probabilmente il motivo per cui i senatori Chuck Grassley e Lindsay Graham hanno chiesto l’apertura di un’inchiesta dell’FBI su Christopher Steele.

Abbiamo quindi un evidente abuso della FISA, e una frode di quel tribunale. I fatti materiali sulla sorveglianza di una campagna politica americana, e di un cittadino americano, messa in moto dagli oppositori politici di tale campagna e dai suoi alleati nell’amministrazione Obama, sono stati insabbiati dal tribunale FISA e dal Dipartimento di Giustizia.

Ma c’è molto di più. Il lavoro sporco di Steele fu usato dalla campagna della Clinton e dall’amministrazione Obama, in combutta coi media, nel tentativo di impedire a Trump di diventare Presidente. Il Russiagate e l’inchiesta di Mueller che ne conseguirono sono stati usati nel tentativo di distruggere la presidenza Trump. Tutto il mito del Russiagate, promossa da Obama e dai britannici, avrebbe distrutto i rapporti tra Stati Uniti e Russia mettendo in pericolo il mondo intero.

Mesi fa il LaRouchePAC ha pubblicato il dossier Mueller (nella foto) documentando il tentativo di golpe, dossier che è stato distribuito in questi mesi in tutti gli Stati Uniti. Ora i fatti emergono col memo Nunes. Tra 72 ore emergeranno altri dettagli.

Ucraina: pericolosa escalation verso la guerra con la Russia

Il 18 gennaio la Verkhovna Rada (il Parlamento ucraino) ha approvato una legge che punta alla riconquista militare delle autoproclamate Repubbliche Popolari del Donetsk e di Lugansk nella regione orientale del Donbass. La legge annulla di fatto gli accordi di Minsk II del febbraio 2015, che chiedevano il cessate il fuoco ed elezioni locali da tenersi nel Donbass. Dichiarando che la regione è “temporaneamente occupata” da un “aggressore” (ovvero la Russia, che nega di avere sue forze lì), la legge dà al Presidente Petro Poroshenko il potere di usare l’esercito anche senza il permesso del Parlamento.

La Presidente del Consiglio della Federazione Russa (il Senato) Valentina Matviyenko (nella foto con Putin) ha risposto istantaneamente: “Questa legge affossa gli accordi di Minsk, induce all’uso irresponsabile e incontrollabile del potere militare, all’uso delle armi, e consente l’imposizione della legge marziale. Non è stato fatto un passo verso il processo di pace. Questo è molto allarmante e preoccupante”.

Boris Gryzlov, il rappresentante autorizzato della Russia nel gruppo di risoluzione del conflitto, ha denunciato la decisione della Rada come “un passo verso un conflitto militare”, notando che segue “la decisione americana di fornire all’Ucraina armi letali”.

Gryzlov si riferisce alla decisione, denunciata nuovamente in un articolo sul sito della Commissione Americana per un Accordo Est-Ovest dal noto giornalista Max Blumenthal, presa nell’ottobre 2016, sotto l’Amministrazione di Obama, quando il Pentagono cominciò ad armare il battaglione Azov che, nonostante la professata ideologia razzista e nazista, è stato incorporato nella Guardia Nazionale Ucraina. A quel tempo, la società texana AirTronic iniziò la fornitura di lanciagranate a reazione per 5,5 miliardi di dollari, le cui foto comparvero sul sito del battaglione nel giugno 2017, in mano ai suoi miliziani nel mezzo di un’esercitazione. Cinque mesi dopo “un team di ispettori militari americani visitò il battaglione Azov sul fronte della guerra civile ucraina per discutere come migliorare la cooperazione logistica… gli ufficiali dell’esercito americano hanno studiato le cartine con la controparte ucraina, ignorando bellamente i simboli nazisti sulle maniche”.

Blumenthal avverte che il battaglione Azov sta reclutando tra le organizzazioni di estrema destra in tutta Europa: “Ai foreign fighter viene promesso un addestramento in armi pesanti, inclusi i carri armati, nei campi ucraini pieni di altri fascisti di varia provenienza”.

Gilbert Doctorov, membro dello stesso American Committee for East-West Accord, ha sottolineato il 21 gennaio su Consortium News che “Kiev ha cancellato la popolazione delle due repubbliche. Ha tagliato tutti i collegamenti di trasporto e telecomunicazioni. Non paga le pensioni e l’assistenza ai bisognosi. Ha chiuso il sistema bancario e non ci sono legami commerciali”. Doctorov aggiunge che il regime impopolare di Poroshenko vede la guerra come un sistema per ottenere il denaro promesso ma finora negato dall’Occidente e per evitare di pagare 14 miliardi di dollari annui di interessi e il debito principale, equivalente a metà del PIL.

Benché la situazione sia molto pericolosa, continuano i colloqui tra il rappresentante speciale degli Stati Uniti Kurt Volker e l’assistente del Presidente russo Vladislav Surkov sul dispiegamento di una missione dell’ONU nel Donbass.

Russiagate: ora è sotto torchio l’FBI

Chi legge i giornali e guarda la TV apprende che l’inquirente speciale Robert Mueller (nella foto con Bush), dopo aver interrogato il Ministro americano della Giustizia Sessions, spiccato un mandato di comparizione per l’ex consigliere di Trump Steve Bannon, sta per decidere se incriminare Trump per intralcio alla giustizia e convocarlo per un interrogatorio.

Inoltre, rimbalzano le notizie pubblicate dal New York Times il 25 gennaio, secondo il quale lo scorso giugno Trump avrebbe ordinato al consigliere della Casa Bianca Don McGahn di licenziare Mueller, scontrandosi con il suo rifiuto e provocando in lui la minaccia di dimissioni. Un’altra “prova” di intralcio alla giustizia.

In realtà, finora vi sono accuse e contro-accuse, ma nemmeno uno straccio di prova.

Chi invece si trova nei guai è il fronte anti-Trump. Il 29 gennaio si è dimesso, in anticipo rispetto alla data annunciata, il numero due dell’FBI Andrew McCabe, a capo della task force che investigava su Trump e già caduto in contraddizioni deponendo di fronte a tre commissioni parlamentari. Il cerchio si sta stringendo su McCabe e gli altri funzionari al servizio del “deep state”: i repubblicani al Congresso hanno raccolto le prove che l’FBI usò il famigerato dossier scritto dall’ex agente dell’MI6 Christopher Steele e pagato dalla campagna di Hillary per ottenere dal tribunale FISA l’autorizzazione a intercettare i funzionari dell’organizzazione elettorale di Trump. La scorsa settimana i deputati hanno ricevuto un memorandum, per ora segreto, stilato dal deputato Devin Nunes, capo della Commissione sull’Intelligence della Camera. Il memo conterrebbe effettivamente le prove che l’FBI usò un dossier falso per ottenere l’autorizzazione. Lo stesso Comey ha ammesso di fronte al Congresso lo scorso giugno che il dossier era “volgare e non verificato”.

In precedenza era scoppiato lo scandalo dei messaggini via SMS tra gli inquirenti attivi nel Russiagate che dimostrano chiara ostilità nei confronti di Trump. In uno dei messaggi, l’esperto di controspionaggio dell’FBI Peter Strzok ammetteva di credere che “non c’è niente” nell’inchiesta, e cioè nessuna prova di interferenze russe o collusione di Trump, e tuttavia l’inchiesta doveva procedere. In un messaggio mandato il giorno dopo le elezioni, Strzok scrisse all’avvocato dell’FBI Lisa Page che “forse questa sarà la prima riunione della società segreta”, riferendosi a un gruppo che avrebbe dovuto tramare per deporre il Presidente appena eletto.

Mentre per il Washington Post tutto ciò non sarebbe che un tentativo di distruggere “la fiducia nell’idea di una forza dell’ordine imparziale”, il deputato Trey Gowdy, membro della Commissione sull’Intelligence della Camera, ha dichiarato alla Fox News che se si vuole sapere la verità sulle accuse all’FBI, si renda pubblico il memorandum di Nunes.

La politica globale sempre più plasmata dalla Nuova Via della Seta: urge l’adesione degli Stati Uniti

Videoconferenza di Helga Zepp LaRouche

giovedì ore 18

www.newparadigm.schillerinstitute.com

Al centro della discussione del forum economico di Davos appena concluso sono state la relazione presentata nell’edizione dell’anno scorso dal Presidente cinese Xi Jinping e i progressi continui della Nuova Via della Seta (iniziativa anche detta ‘Una Cintura, Una Via’, in inglese Belt and Road Initiative). Quest’anno a Davos ha parlato il consigliere economico di Xi Jinping, Liu He, che ha denunciato gli effetti nefasti della bolla speculativa, invitando anche i paesi occidentali a porre fine alla speculazione finanziaria e concentrarsi sull’economia reale, come fa la Cina.

Gran parte del mondo non solo ascolta, ma sta già collaborando con Pechino. È giunto il momento che anche gli Stati Uniti aderiscano alla Nuova Via della Seta.

Il Presidente americano Trump ha lavorato al miglioramento dei rapporti con Russia e Cina per tutto il suo primo anno di mandato, nonostante gli attacchi dell’oligarchia finanziaria, di natura imperiale, ed un tentativo di golpe col Russiagate per paralizzarlo. Fino a quando sarà la geopolitica a definire la risposta della regione transatlantica all’offerta cinese di cooperazione, non potrà che aumentare il pericolo di guerra. Che prospettiva abbiamo ora, dopo il discorso sullo Stato dell’Unione di Trump? Urge l’adesione degli Stati Uniti e delle nazioni europee: come possiamo riuscirvi? Come possiamo far conoscere l’Iniziativa Belt and Road, che può rivelarsi l’alternativa non soltanto alla crisi economica, ma anche ai flussi migratori, grazie agli investimenti cinesi in Africa?

Ecco i temi che Helga Zepp-LaRouche affronterà giovedì nella consueta videoconferenza, che si può seguire in diretta sul sito www.newparadigm.schillerinstitute.com.

L’ex economista capo della BRI la pensa come LaRouche sul crac imminente

Nel 1995 Lyndon LaRouche pubblicò l’ormai famoso diagramma della “tipica funzione di collasso”, detta anche “tripla curva”, stabilendo così la propria autorità nel prevedere la natura del collasso del sistema finanziario, che si verificò poi puntualmente nel 2007/2008.

Il diagramma mostrava qualitativamente, cioè in forma pedagogica, le curve divergenti dell’economia reale da una parte, e degli aggregati monetari e finanziari dall’altra, formanti un divario che sarebbe stato colmato solo da un crac del sistema. Successivamente LaRouche ammonì che nel tentativo di salvare il sistema, le banche centrali si sarebbero trovate di fronte a un dilemma insolubile: o avrebbero alimentato una spirale iperinflattiva con l’espansione monetaria o, per sgonfiare la bolla, avrebbero provocato una reazione a catena che avrebbe disintegrato il sistema.

Rifiutandosi di applicare le misure suggerite da LaRouche nel 2008, le autorità monetarie hanno rinviato la fine del sistema aumentando la carica esplosiva. È quanto ha riconosciuto William White, ex economista capo della Banca per i Regolamenti Internazionali e ora all’OCSE, in un’intervista concessa al Telegraph, ai margini del Forum di Davos, il 23 gennaio. “Le banche centrali sono prigioniere di una ‘trappola del debito’. Non possono mantenere i tassi vicini allo zero perché crescono le pressioni inflazionistiche globali e la bolla finanziaria diventerà ancor più pericolosa, ma non possono nemmeno aumentarli facilmente perché rischierebbero di far saltare in aria il sistema”, ha dichiarato White.

“Tutti gli indicatori di mercato sono attualmente molto simili a quelli che vedemmo prima della crisi di Lehman, ma la lezione è stata in qualche modo dimenticata”.

Con il Quantitative Easing (QE), spiega White, “le banche centrali hanno versato più benzina sul fuoco. Nessuno sa che cosa accadrà quando cesserà il QE. I mercati stiano bene attenti poiché presentano molti punti di frattura”. Inoltre, il credito in dollari al di fuori della giurisdizione americana è aumentato di cinque volte in quindici anni, raggiungendo i diecimila miliardi. Perciò, “non appena il mondo si troverà nei guai, un sacco di gente avrà difficoltà a ripagare quel debito”.

Come esempio della qualità deteriorata del credito, White menziona la crescita di uno strumento finanziario non regolato, le “cedole Schuldschein tedesche”. Gli Schuldschein (SS) sono cambiali che finora venivano usate per autofinanziamento da imprese tedesche in Germania, ma negli ultimi anni il mercato si è allargato a clienti internazionali che non hanno accesso ad altre forme di finanziamenti, le quali richiedono un rating o un prospetto informativo (gli SS non ne richiedono alcuno), diventando un vero e proprio sistema bancario ombra ad alto rischio.

Uno squarcio su questo mercato si è aperto con il fallimento dell’impresa britannica Carillon e la crisi del gruppo sudafricano Steinhoff. Carillon aveva contratto 112 milioni di sterline di debito tramite le cedole SS nei confronti di casse di risparmio e banche regionali tedesche.

“Le imprese farmaceutiche sono soggette a leggi che le costringono ai collaudi per evitare conseguenze indesiderate, prima di lanciare un medicinale, ma le banche centrali hanno lanciato il grande esperimento sociale del QE curandosi poco e colpevolmente degli effetti collaterali”, afferma White. “Stiamo finendo le munizioni. Temo che a qualche punto questo sarà risolto con un bel po’ di insolvenze”.

A Davos la Cina sfida la comunità internazionale a correggere il sistema finanziario

Pur mancando il Presidente cinese Xi Jinping al Forum Economico Mondiale di Davos, gran parte delle discussioni ha riguardato la Cina. La delegazione da Pechino, composta di funzionari politici e imprenditori, era capeggiata dall’economista Liu He, il quale è stato per molti anni un consigliere poco noto del presidente e soltanto quest’anno è stato eletto all’interno del gabinetto politico al vertice del partito comunista cinese. I principali cambiamenti avvenuti in Cina negli ultimi anni, si dice, sono dovuti in larga misura ai consigli del dott. Liu, un economista educato ad Harvard e altre istituzioni che dal 2008 ha scritto molto a proposito della crisi e delle sue conseguenze, e sembra riferirsi soprattutto agli scritti di economisti come Joseph Schumpeter e Peter Romer. Nel suo intervento a Davos ha chiesto con urgenza cambiamenti fondamentali al sistema finanziario mondiale.

Dopo aver esposto la prospettiva politica della Cina dopo il XIX congresso del partito, ha identificato un requisito, un compito e tre battaglie fondamentali. Il requisito in questione è la trasformazione dell’economia preferendo lo sviluppo ad alta qualità rispetto alla crescita ad alta velocità, ovvero un’economia basata sul “è buono abbastanza” rispetto a un’economia basata sul “è abbastanza”, usando le sue espressioni. Il compito, sul breve periodo, è quello di portare il reddito pro-capite dagli 8000 dollari ai 10000 dollari o più entro il 2020, riformando l’economia dal punto di vista dell’offerta, per esempio riducendo eccessi di produzione, riducendo gli inventari di consistenze nell’edilizia e riducendo la leva sul debito. Le tre battaglie sono di contrasto dei rischi, soprattutto a livello finanziario, della povertà e dell’inquinamento. Lo scopo, ha detto, è:

“porre il sistema finanziario in una migliore conformità, impedire i rischi finanziari e rendere il sistema finanziario più adatto al fine di servire meglio l’economia reale”.

Liu ha sottolineato che la comunità internazionale sta seguendo da vicino gli sforzi cinesi, quindi ha esposto la sua visione delle connessioni con il sistema finanziario mondiale:

“Inoltre, il rafforzamento della consapevolezza del rischio e il mutamento delle aspettative del mercato e delle implicite assicurazioni rispetto all’azzardo morale, hanno creato condizioni psicologiche importanti per noi da punto di vista del contrasto e del controllo del rischio finanziario. Vorrei sottolineare che la crescita dei rischi finanziari della Cina e la nostra risposta a essi sono intimamente legate al mercato globale in mutamento. Ecco perché diamo il benvenuto alla partecipazione e alla cooperazione della comunità internazionale con l’intenzione cinese di affrontare il rischio finanziario in quanto esso è parte degli sforzi globali per il mantenimento della stabilità economica”.

Quindi, dopo qualche commento sul significato dell’Iniziativa Belt and Road nuovamente presentata in apertura a tutte le nazioni, Liu ha parlato della crisi finanziaria. Pur facendo accenno ai presunti primi segnali di ripresa economica dell’anno passato e alla teoria della ciclicità, ha ammonito:

“In un tale momento critico noi tutti dobbiamo concentrarci sulle ricadute della politica economica delle principali economie del mondo e sui mutamenti di breve periodo nei mercati del debito, delle azioni e delle materie prime. Nel medio termine dobbiamo fare attenzione alla questione della produttività del lavoro e ai cambiamenti nei tassi di risparmio nelle economie più ampie… Nel frattempo, dobbiamo ancora sistemare problemi persistenti nell’economia mondiale. Molteplici rischi e notevoli incertezze si manifestano nella forma di alti debiti, bolle azionarie, protezionismi e escalation di focolai di guerre globali e regionali. Abbiamo bisogno di concentrare i nostri sforzi globali, se vogliamo trasformare le riprese economiche dovute alla ciclicità in crescita sostenibile”.

Tra le altre cose notevoli del discorso di Liu alcuni dati statistici: il contributo dei consumi alla crescita economica è ora al 58%, 4% in più rispetto al precedente quinquennio; il rapporto tra industria dei servizi e PIL ha raggiunto il 60%; negli ultimi cinque anni 80 milioni di persone hanno abbandonato le campagne portando all’attuale tasso di urbanizzazione di 58,52%.

Liu ha concluso il suo discorso riferendosi all’appello dello scorso anno di Xi Jinping, quello a formare una “comunità del futuro condiviso per l’umanità”, che è stato più volte lodato da Karl Schwab, il presidente del forum di Davos e moderatore della sessione che ha ospitato Liu.

“Stabilendo fermamente la consapevolezza del fatto che il destino umano ci è comune, lavoreremo assieme per aiutarci reciprocamente e supereremo tutti le difficoltà, riuscendo a rendere il mondo un luogo migliore”.

Per approfondire

La proposta della Nuova Bretton Woods in breve

I grandi passi della Nuova Bretton Woods

Il Premier pakistano a Davos: l’alternativa è la Nuova Via della Seta

Parlando al Forum Economico di Davos, il Premier pakistano Shahid Khaqan Abbas ha lodato la qualità e portata dell’Iniziativa Belt and Road, o Nuova Via della Seta, unica alternativa alla politica di austerità ed anche al protezionismo.

“Ammiriamo la visione della Cina e del Presidente Xi Jinping” ha detto. “Riteniamo che l’Iniziativa Belt and Road sia in perfetta sintonia con il tema del World Economic Forum di creare un ‘futuro condiviso in un mondo fratturato’. E’ molto più di una partnership per le infrastrutture e consentirà importanti miglioramenti nelle vite della gente di diversi paesi”.

Ha aggiunto che metà dell’umanità vive nella regione della Via della Seta. Il corridoio economico tra Cina e Pakistan ha cominciato a dare frutti in Pakistan con un significativo aumento nella produzione industriale e nelle esportazioni.

America Latina e Caraibi vogliono aumentare la cooperazione con la Nuova Via della Seta

Grande ottimismo è stato espresso alla seconda conferenza ministeriale del Forum Cina-Celac, che si è aperta a Santiago, in Cile, il 22 gennaio e cui hanno partecipato trentatré Ministri degli Esteri della Comunità di Stati Latino Americani e dei Caraibi (Celac) e il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi con la sua delegazione. Fondato nel luglio 2014 al vertice dei BRICS a Fortaleza, in Brasile, il Forum Cina-Celac ha tenuto il suo primo incontro ministeriale a Pechino nel gennaio 2015.

Gli esperti e diplomatici cinesi in tutta la regione sono entusiasti del potenziale di espandere la cooperazione in molte aree, tra cui l’estrazione mineraria, l’agricoltura, le infrastrutture, l’industria, l’energia, la scienza e l’innovazione tecnologica, e soprattutto di assicurare la partecipazione della regione alla Belt and Road Initiative (BRI).

Come ha scritto il quotidiano ufficiale di Lima El Peruano prima del Forum, Wang Yi ha confermato che l’obiettivo è cercare “un’articolazione strategica al più alto livello tra la Cina e la regione latino americana e caraibica nella costruzione congiunta della Belt and Road”, aggiungendo che la regione forma una “estensione naturale dell’antica Via della Seta marittima”.

Nei tre anni dall’ultimo vertice ministeriale si è assistito a una notevole espansione globale della BRI e a un aumento del commercio, degli investimenti cinesi nelle infrastrutture e di altri accordi siglati con numerosi Paesi dell’area. A cambiare le regole del gioco è stata la decisione del Panama di rompere legami diplomatici con Taiwan nel giugno 2017 e stabilirli invece con la Repubblica Popolare Cinese. Da allora le intense discussioni tra i due si sono concentrate sullo sviluppo del Panama come “piattaforma” strategica, logistica, dei trasporti, finanziaria e tecnologica per gli investimenti cinesi nei progetti Belt and Road in tutta la regione, suscitando grande interesse negli altri Paesi, inclusi quelli che hanno ancora legami diplomatici con Taiwan.

La Cina ha proposto di costruire una ferrovia ad alta velocità dalla città di Panama alla provincia di Chiriqui sul confine col Costa Rica (l’altro Paese del Centro America che ha rapporti diplomatici con la Cina) e potenzialmente a Nord nel resto dell’America Centrale e al Messico. Come ha dichiarato il Ministro della Pianificazione del Costarica al quotidiano La Nación, “Perché dovremmo rimanere al di fuori della Via della Seta?… Sarebbe un grosso errore non pensare strategicamente” ed essere esclusi da questo “esaltante sviluppo”.

Il 17 gennaio, prima che si aprisse il Forum, è stato inaugurato a La Paz un impianto idroelettrico di costruzione cinese. L’inviato cinese Liang Yu ha dichiarato in questa occasione che la Cina intende “espandere la cooperazione nel settore idroelettrico per fare della Bolivia il vero cuore energetico del Sud America”. La stessa società cinese, Sinohydro, ha vinto una gara d’appalto per costruire altri due impianti idroelettrici nel Paese. Negli Stati Uniti alcuni sono nervosi per la presenza della Cina nel loro cortile, ma i leader cinesi hanno inviato anche gli Stati Uniti ad aderire ai progetti di sviluppo nella regione.

L’Africa aspetta ancora gli investimenti dall’Europa

Il primo viaggio all’estero del Ministro degli Esteri cinese Wang Yi (nella foto) nel 2018 lo ha portato nei paesi africani: Ruanda, Angola, Gabon e Repubblica Democratica di São Tomé e Príncipe. La sua visita è iniziata il 14 gennaio in Ruanda, che quest’anno ha la presidenza dell’Unione Africana. Oltre a discutere di progetti bilaterali, la visita era anche in preparazione del vertice triennale del Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC), che quest’anno si terrà a Pechino. All’ultimo vertice di Johannesburg sono stati discussi progetti infrastrutturali per l’Africa per 60 miliardi di dollari.

Durante la sua visita, stando all’agenzia Xinhua, Wang ha parlato di ancor maggiori volumi di investimento, discutendo come coordinare l’Iniziativa Belt and Road con le strategia di sviluppo dei Paesi visitati al fine di promuoverne l’industrializzazione e l’ammodernamento.

La Cina sta costruendo linee ferroviarie in Africa per una lunghezza totale di 6200 chilometri; alcune delle quali sono già state completate, come quella da Addis Abeba a Gibuti. Alla vigilia della visita di Wang si sono incontrati i Presidenti di Ruanda e Tanzania per siglare un accordo per la costruzione di una ferrovia moderna che colleghi le due capitali, Kigali e Dar-es-Salam, per una lunghezza di 1400 km. Altri 4000 km di binari sono previsti in Africa Occidentale, dove il Giappone si è offerto di cooperare con la Cina per costruire una ferrovia tra i cinque Stati costieri.

I fondi per questi progetti proverranno dalla Banca Asiatica per gli Investimenti nelle Infrastrutture (BAII/AIIB), con sede a Shanghai, che è operativa da tre anni. L’amministratore delegato della banca Jin Liqun ha riferito che la BAII ha elargito finora 4 miliardi di dollari di prestiti per progetti, aggiungendo che nel 2018 si concentrerà sui progetti africani: “L’Asia si sta sviluppando rapidamente, ma non può sostenersi senza collaborare strettamente con i Paesi africani”, ha notato.

E dov’è l’Europa in tutto questo? Purtroppo assente. Helga Zepp-LaRouche, durante una videoconferenza del 17 gennaio, ha criticato duramente l’Unione Europea e il governo tedesco in particolare, la cui politica verso l’Africa si riduce a organizzare campi di raccolta in vari Paesi per impedire ai profughi di raggiungere l’Europa, ma non ha alcun piano per lo sviluppo di agricoltura e industria.

Dal canto suo, il Presidente francese Macron, durante la recente visita in Cina ha promosso la partnership franco-cinese per sviluppare l’Africa, ma aspettiamo di vedere i fatti. Un buon punto da cui cominciare sarebbe l’Africa Occidentale, in cui molti Paesi sono francofoni. In Sudafrica è operativa una iniziativa che coinvolge l’industria ferroviaria francese Alstom e i suoi partner nella joint venture “Gibela” per costruire una nuova linea di produzione di treni a Dunnottar, vicino a Johannesburg. Gibela è di proprietà per il 61% di Alstom, 30% di Ubumbano Rail, e 9% di New Africa Rail.

La crescita economica cinese supera ogni aspettativa

I dati sulla crescita economica cinese per il 2017, al 6,9% su base annua, ha spiazzato i sedicenti “esperti” occidentali che prevedevano un rallentamento. In realtà la crescita è stata perfino superiore alle aspettative degli analisti cinesi. A questa hanno contribuito una serie di fattori. Con la crisi economica nell’Occidente, che gettava ombre sulla capacità della Cina di mantenere la crescita a due cifre del decennio precedenti, il governo ha cominciato a spostare il motore della crescita verso l’aumento del consumo interno.

Inoltre, la transizione da una produzione industriale a bassi salari verso una produzione ad alto valore aggiunto, resa possibile dall’innovazione, ha contribuito al generale aumento della produzione. La crescita reale delle imprese industriali ad alto valore aggiunto è stata del 6,6%. Il valore aggiunto fornito dall’industria ad alta tecnologia e dalla produzione di apparecchiature è aumentata del 13,4% e dell’11,3% rispettivamente su base annua, mentre è diminuito il valore aggiunto nelle miniere e nella produzione di acciaio.

La Cina sta anche espandendo la propria industria dei servizi, in particolare della sanità e dell’assistenza agli anziani, che ha contribuito notevolmente ai dati sulla crescita, in quanto l’indice della produzione di servizi è aumentato dell’8,2% lo scorso anno. Inoltre è stato registrato un lieve aumento delle esportazioni rispetto al 2016.

E mentre la leadership del Paese è ancora intenzionata a mantenere un tasso sostenuto di investimenti pubblici, questi saranno destinati più rigorosamente all’economia fisica e agli investimenti della Belt and Road (Nuova Via della Seta, vedi cartina). Al contempo il governo cinese ha stabilito come priorità il rafforzamento delle regole della finanza alla luce dei timori di rischi nel settore. Questo è stato sottolineato alla Central Economic Work Conference che si è tenuta alla fine del 2017, in cui il Presidente Xi Jinping ha sottolineato la necessità di tutelarsi da rischi finanziari sistemici.

Anche se a quella conferenza è stato concordato “che verrà mantenuto l’orientamento pro-attivo sulla politica fiscale, ottimizzando la struttura della spesa pubblica”, è stato anche dichiarato che nei prossimi tre anni il Paese cercherà di promuovere il “circolo virtuoso” tra finanza ed economia reale. Come ha detto un commentatore, il dibattito tra l'”economia virtuale” (ovvero la speculazione a Wall Street) e l’economia reale non esiste in Cina, “in quanto in Cina l’economia reale è centrale e la finanza è incidentale”. I regolatori continueranno a controllare i rischi del “sistema bancario ombra” e dei prodotti finanziari cross-market nel settore interbancario, la gestione patrimoniale e le attività fuori bilancio. Essi rafforzeranno anche la supervisione sulla corporate governance delle banche commerciali per impedire il trasferimento dei proventi ai principali azionisti e impedire che un singolo azionista detenga una porzione eccessiva di quote di partecipazione in una banca.

I neocon isterici preparano la guerra: urge fermare il tentato golpe del Russiagate

Videoconferenza di Helga Zepp-LaRouche

giovedì ore 18

www.newparadigm.schillerinstitute.com

Mentre stanno per essere pubblicate tutte le prove dell’esistenza di un tentato golpe orchestrato da Londra con il nome mediatico di “Russiagate”, contro il Presidente Trump, i cosiddetti neocon in seno all’amministrazione e al suo esterno cercano di aumentare la tensione delle provocazioni belliche contro la Russia e la Cina.

L’intenzione pubblicamente affermata di Trump è di continuare a lavorare a buone e fruttuose relazioni con la Russia e la Cina; coloro che cercano di rimuoverlo sono animati, invece, da un senso di disperazione, poiché temono che buoni rapporti con le due potenze asiatiche mettano fine al loro vecchio paradigma, basato sulla manipolazione geopolitica e la guerra permanente, unita alla speculazione finanziaria prodotta dalla loro fantasia imperiale, rimanendo con il debito creato tra le loro mani.

I dirigenti politici nazionali di Russia e Cina hanno chiaramente parlato dei pericoli impliciti nella “strategia di sicurezza nazionale” che i neocon hanno imposto alla Presidenza sfruttando il loro influsso, pur continuando a cercare la collaborazione degli Statti Uniti per risolvere le principali crisi della Corea del Nord, dell’Ucraina e dell’Asia Sudoccidentale. Il grandioso progresso di sviluppo esemplificato dalla lotta alla povertà in Cina e il potenziale di reale sviluppo economico delle nazioni meno sviluppate tramite l’iniziativa della Nuova Via della Seta stanno coinvolgendo numerose nazioni africane, sudamericane, asiatiche ed europee, costituendo un’alleanza inarrestabile.

I prossimi giorni offrono occasioni per imprimere nuovo impulso al Nuovo Paradigma. Sono i giorni compresi tra la partecipazione del Presidente Trump al forum economico mondiale di Davos alla fine di gennaio, quando pronuncerà il suo discorso sullo “stato dell’Unione” e parteciperà a Soci, in Russia, ad un incontro sulla ricostruzione della Siria.

Questi saranno i temi di cui parlerà Helga Zepp-LaRouche nella sua consueta videoconferenza del giovedì, che potrete seguire online sul sito www.newparadigm.schillerinstitute.com.

Successo della raccolta firme in Francia per la separazione bancaria

I paradossi colpiscono l’intelletto. In una Francia imbronciata, la mobilitazione nazionale di Solidarité et Progrès del 14 gennaio ha suscitato curiosità e interesse, talvolta emozioni, spesso domande, ma soprattutto entusiamo.

Nello spirito di contribuire a far convergere le lotte, Solidarité et Progrès ha organizzato in tutta la Francia, assieme a un numero crescente di associazioni collaboranti a livello nazionale (RPS Fiers, UDS) e locali (UPR59, UPR33, un rappresentante di Lassalle), numerose riunioni allo scopo di far firmare una petizione sulla separazione bancaria, presentata come un’iniziativa di “moralizzazione della vita bancaria”.

La sfida è duplice: mentre si cerca di far capire la natura di tale iniziativa lanciata lo scorso luglio, si vuole suscitare nei firmatari la figura del cittadino pronto a impegnarsi maggiormente in termini politici, per esempio presentandosi ai propri rappresentanti politici eletti, in modo da popolare un crescente gruppo di cittadini capace di battere con insistenza sulla via della salvezza pubblica, tenuto conto della vera situazione economica e finanziaria.

L’effetto della palla di neve

Domenica 14 gennaio, oltre cento militanti e simpatizzanti si sono attivati nelle città di Bordeaux, Lille, Lorient, Marsiglia, Parigi, Créteil, Lomme, Poitiers , Rennes, Strasburgo, Tours, Brest, Fontainebleau, Fontenay-le-Fleury, Grenoble, Lione, Tolosa, Vincennes, Nantes, Le Mans, Nancy, St Gilles Croix de Vie, ecc.

Il quotidiano Le Parisien aveva annunciato la presenza dell’ex candidato presidenziale Jacques Cheminade nella piazza del mercato di Créteil.

I militanti hanno potuto collaudare l’ultima “arma” escogitata da Solidarité et Progrès: una successione di illustrazioni pedagogiche, stampate su fogli disposti con la colla lungo una corda tesa, che consente ai passanti di rendersi conto del grado cui è ridotta la finanza globalizzata.

Nel corso di questa giornata di mobilitazione sono state raccolte complessivamene seicento firme e circa cinquanta firmatari hanno preso l’impegno di andare a incontrare il proprio deputato nelle successive settimane, con lo scopo di presentargli la petizione per “la fine del ‘modello della banca universale'”, cioè delle banche oberate da un manifesto conflitto d’interesse (tra le funzioni di raccolta del risparmio e le azioni speculative e di borsa) e per il ritorno al buon senso, ovvero la “Glass-Steagall alla maniera francese”.

Una senatrice incontrata da un militante ha confidato: “Voi avete ragione; il peggio deve ancora venire; nulla di serio è stato fatto dal 2008 e in caso di crisi, i risparmi dei francesi saranno in grande pericolo”.

Dall’inizio della campagna di “moralizzazione della vita bancaria” sono ormai quattrocento i cittadini impegnati a parlare con i rappresentanti politici e più di un quarto di essi l’ha già fatto.

Ricontattati dai militanti di Solidarité et Progrès, questi seri cittadini repubblicani hanno confermato che è assolutamente possibile che entro il mese di giugno, alla fine della sessione dell’Assemblea Nazionale, la maggioranza dei 577 deputati della nazione francese abbia ricevuto le visite di cittadini impegnati e risoluti.

Questi progressi non sono trascurabili né senza importanza, poiché se gli eletti saranno dotati delle giuste “armi” per affrontare lo tsunami finanziario in arrivo, la loro azione potrà essere efficace, soprattutto se impiegate a titolo preventivo.

Senza cittadini attivi, la Repubblica muore

Nelle discussioni con i passanti, un gran numero di questi è rimasto sorpreso nell’apprendere che i deputati non sono personaggi inaccessibili, che al contrario, una telefonata può trasformarsi in un appuntamento in carne e ossa.

La sorpresa è anche per il fatto l’adozione della separazione bancaria per tutelare l’economia francese dal crac finanziario è oggetto di interesse dei deputati. E che, infine, un deputato non è necessariamente definito da una precisa esperienza in un certo campo, bensì dalla sua capacità di ascoltare cittadini ben informati.

Così, i cittadini che si prendono sul serio, lasciando da parte le solite ciance e il senso di impotenza, e che lavorano su un tema di tale importanza e dà l’esempio, possono rendere più serio anche un politico!

Un esempio da seguire anche nel nostro paese.

Debito e imprese zombie fanno male alle banche: urge la legge Glass-Steagall

Secondo un servizio di Bloomberg basato sui rapporti trimestrali delle megabanche di Wall Street, quattro di esse hanno perso oltre un miliardo di dollari nel crollo, ancora in corso, del gruppo Steinhoff. Il conglomerato sudafricano con proiezione internazionale (i suoi bond sono finiti in pancia alla BCE) non è ancora formalmente in bancarotta, ma la sua sopravvivenza dipende dalla sua capacità di vendere asset più rapidamente di quanto non crollino le azioni. Infatti il gruppo è stato fatto oggetto di “margin call”, lo stesso meccanismo che produsse la frana dei mercati azionari nel 2007-2008.

Il “margin call” è la vendita di azioni che scatta automaticamente quando il “margin debt”, il debito contratto per acquistare le proprie azioni, non è più coperto, in parte o in tutto, dal valore delle stesse azioni poste a garanzia. Si tratta di un meccanismo che si autoalimenta sia al rialzo sia al ribasso. Quando le azioni salgono, sale il valore del collaterale, consentendo all’impresa di indebitarsi ulteriormente e acquistare ancora azioni alimentando la spirale al rialzo, ma quando il valore delle azioni scendo al di sotto del collaterale, scatta la “margin call” del creditore, alimentando la spirale al ribasso.

Il “margin debt” costituisce i piedi di argilla dei mercati finanziari. Il rapporto tra “margin debt” e valore totale di tutti mercati azionari degli Stati Uniti ha raggiunto il 2,4%, prossimo al valore massimo del 2,5% raggiunto nel 2007.

Dalla fine del 2012, le imprese statunitensi hanno riacquistato 2,7 mila miliardi di dollari di azioni proprie, aumentando il proprio indebitamento netto di 4,5 mila miliardi portandolo a circa 14 mila miliardi. Questa combinazione di maggior debito e minor capitale (quando comprano le proprie azioni lo riducono) crea un’eccessiva leva finanziaria. La tendenza è continuata nel terzo trimestre del 2017, quando i “buyback” (i riacquisti) hanno totalizzato 130 miliardi di dollari.

Un numero crescente delle imprese che speculano sulle proprie azioni con il “margin debt” è già classificato come “zombie”, e cioè hanno un cash flow che non basta nemmeno a pagare gli interessi sul debito. Una rassegna fatta da Merrill Lynch nel 2017 ha analizzato la cosiddetta quota di copertura degli interessi, che è il rapporto tra il reddito operativo aziendale (EBIT) e il pagamento degli interessi. La ricerca definisce un’impresa “zombie” quando la quota di copertura degli interessi è 1 o inferiore a 1. La quota di tali imprese è oggi il 9%. La Banca per i Regolamenti Internazionali (BRI) calcola che il dieci per cento delle imprese europee sia “zombie”, e l’associazione britannica dei contabili, nota come RRR, stima per il Regno Unito una quota del 25%. Il FMI stima nel Global Financial Stability Report 2017 che il 20% delle imprese americane possa diventare “zombie” con un marcato aumento del costo del denaro.

Un’impresa “zombie” di medie dimensioni, la Carillon, è appena fallita nel Regno Unito. Carillon non è un conglomerato e ha molto meno debito cartolarizzato di Steinhoff, meno di due miliardi di dollari. Ma come impresa di costruzioni a conduzione familiare che opera sul mercato internazionale è esposta per miliardi in progetti a breve termine e joint venture assieme ad altre imprese, che ora subiranno la pressione conseguente alla liquidazione.

E il costo delle obbligazioni sta salendo.

Quando un’impresa “zombie” è colpita da un “margin call”, diventa un “angelo caduto”. Gli esperti fanno notare che altre imprese, molto più grandi di Steinhoff, stanno avvicinandosi allo stato di “angeli caduti”: per esempio General Electric, con debiti per 136 miliardi di dollari.

L’unica alternativa al crac restano le 4 leggi cardinali di LaRouche, prima tra tutte il ripristino della legge Glass-Steagall, che toglierà ogni garanzia dello stato agli speculatori, e che è al centro della piattaforma del LaRouchePAC per le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti (vedi foto).

https://action.larouchepac.com/2018_election_platform?recruiter_id=28707

La Germania potrebbe presto avere un governo ma non un nuovo paradigma

L’annuncio che i tre partiti negozianti la coalizione di governo avevano raggiunto un accordo sulla road map da seguire è stato in genere accolto positivamente in Germania e all’estero. Angela Merkel, in carica per gli affari correnti da quattro mesi, si è detta ottimista sul fatto che l’opposizione interna alla SPD verrà superata e si potrà formare un governo entro febbraio. “Il mondo non ci aspetta”, ha dichiarato.

È vero. Ma i leader di CDU, CSU e SPD, compresa la stessa Merkel, non hanno dato alcun segnale di voler aderire alla promettente dinamica politica ed economica globale messa in moto dal paradigma della Nuova Via della Seta. Al contrario, nelle ventotto pagine della road map stilata il 12 gennaio viene ribadita la linea delle politiche fallimentari fin qui seguite. Il documento asserisce che la Germania può procedere verso l’integrazione europea, e cioè continuare a costruire un'”Europa” che si considera un baluardo contro le sfide poste dagli Stati Uniti di Trump, dalla Russia di Putin e dalla Cina di Xi. La solita geopolitica.

Questo, mentre sui media prevale un atteggiamento ostile verso la Cina. Ciò è esemplificato da un lungo articolo di due pagine sull’edizione di domenica 7 gennaio del Frankfurter Allgemeine, tradizionale portavoce del settore bancario, in cui uno dei direttori del giornale chiedeva all’Europa di ergersi contro “i comunisti digitali della Cina” dediti a conquistare il mondo.

La road map si dice a favore della trasformazione del Meccanismo di Stabilità Europeo (ESM) in un Fondo Monetario Europeo e si guarda bene dall’affrontare il tema del credito e della separazione bancaria, ma propone semplicemente una tassa sulle transazioni finanziarie. Questo mentre la Deutsche Bank registra il terzo trimestre consecutivo in perdita, sintomo allarmante della bolla finanziaria a rischio esplosione.

Tutti sembrano abbagliati dall’apparente splendida performance dell’economia tedesca, che nel 2017 ha aumentato le esportazioni del 6,5%, gli investimenti delle imprese del 3,5% e il PIL del 2,2%, portando nelle casse dello Stato federale un surplus di 38 miliardi. Probabilmente il prossimo governo userà parte di quel surplus in spesa sociale, come concessione all’SPD, ma non ci saranno gli investimenti pubblici in infrastrutture di cui il Paese ha bisogno. Uno dei tanti indicatori reali della crisi è il declino dell’edilizia popolare: mentre nel 1987 c’erano 3,9 milioni di appartamenti disponibili per le fasce meno abbienti della popolazione, nel 2015 essi erano scesi a 1,3 milioni, e ne spariscono sessantamila all’anno. La speculazione che alimenta la bolla immobiliare con i soldi della BCE non è interessata a costruire appartamenti a buon mercato, anche se l’arrivo di oltre un milione di profughi negli ultimi due anni ne ha sottolineato l’urgenza.

L’interferenza esterna nelle elezioni italiane viene dall’UE e dagli USA

Mentre la campagna elettorale italiana entra nel vivo, i propagandisti europei e gli ambienti del Deep State negli Stati Uniti d’America interferiscono impunemente lanciando accuse contro i “populisti” della Lega e del M5S. Si tratta delle due formazioni politiche che hanno la separazione bancaria nel loro programma ufficiale, anche se differiscono radicalmente nel resto delle piattaforme.

Bill Emmott, ex direttore dell’Economist e co-fondatore della “Wake Up Foundation”, una fondazione che promuove il pensiero unico europeista, si è detto preoccupato di una vittoria della Lega in un articolo per Project Syndicate e in un’intervista al Corriere della Sera. “Il risultato peggiore sarebbe una vittoria del centro-destra con Salvini in testa”, ammonisce Emmott. Il secondo peggior risultato sarebbe una vittoria dei Cinquestelle, perché ne scaturirebbe un governo “sperimentale e caotico”.

I due partiti sono presi a bersaglio anche dal rapporto della minoranza democratica alla Commissione Esteri del Senato americano, intitolato “L’assalto asimmetrico di Putin in Russia e in Europa: implicazioni per la Sicurezza Nazionale”, presentato dal sen. Ben Cardin (nella foto) il 10 gennaio. Il rapporto contiene tre pagine sull’Italia, scritte sulla base di articoli di giornale (vedi https://www.foreign.senate.gov/imo/media/doc/FinalRR.pdf)

La parte sull’Italia comincia così: “Negli anni recenti, l’Italia ha visto l’insorgere di partiti populisti, anti-establishment, che hanno fatto presa sulla popolazione e ottenuto qualche successo elettorale. Alcuni di questi partiti sostengono fortemente politiche estere a favore del Cremlino e hanno fatto uso abbondante di fake news e teorie del complotto nelle loro campagne mediatiche, spesso attinte dai media russi di proprietà statale. Nelle elezioni del 2018, l’Italia potrebbe essere un bersaglio delle interferenze elettorali del Cremlino, che probabilmente cercherà di promuovere partiti che sono contrari a rinnovare le sanzioni per l’aggressione russa all’Ucraina”.

E’ il momento di porre fine a tutte le operazioni dell’Impero britannico

Videoconferenza di Helga Zepp-LaRouche

giovedì ore 18

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Ray McGovern, esponente dei Veteran Intelligence Professionals for Sanity (VIPS) ed ex analista della CIA, ha scritto l’11 gennaio su Consortium News che è ormai evidente agli occhi di tutti, salvo quelli accecati dall’odio per il Presidente Trump che è in corso un “colpo di stato strisciante” sotto la direzione dell’intelligence britannico e con l’ausilio delle fazioni filobritanniche in seno agli Stati Uniti, con lo scopo di destituirlo dalla Casa Bianca. Lo scopo di questo “cambio di regime” negli Stati Uniti d’America è la tutela delle macchinazioni geopolitiche dei suoi autori, anche al costo di porre il mondo intero su una traiettoria che lo potrebbe condurre alla guerra nucleare. Il falso allarme missilistico nelle Isole Hawaii dovrebbe servire da monito.

Lo Schiller Institute ha denunciato questo golpe, assieme ai VIPS, in numerosi incontri pubblici della città di New York. Nel suo articolo, McGovern insiste sull’importanza del fraudolento dossier del cosiddetto “ex” agente dell’MI6 britannico, Christopher Steele. Chiede che il Congresso se ne occupi, affrontando “l’operazione simile ai ricatti sessuali di J. Edgar Hoover, permessa dai sistemi elettronici di sorveglianza su qualunque cosa e sua qualunque persona…” A proposito dell’emergere della corruzione nell’intelligence federale, afferma che “il Russiagate sta diventando l’FBI-gate”.

Porre fine al finto scandalo Russiagate, che non prendeo di mira soltanto Trump ma anche i dirigenti politici e le nazioni della Russia e della Cina, consentirebbe agli Stati Uniti di poter aderire alla cooperazione internazionale nello “spirito della Nuova Via della Seta”. Consentirebbe di archiviare per sempre la geopolitica imperiale e guerrafondaia, il che è il vero significato degli appelli del Presidente cinese Xi JinPing alla cooperazione win-win, per il mutuo sviluppo. Helga Zepp-LaRouche vi attende per la consueta videoconferenza su questi temi e su quali passi siano necessari affinché questa trasformazione abbia finalmente luogo.

La visita in Cina di Macron potrebbe cambiare le regole del gioco

Lo sviluppo strategico più importante della scorsa settimana è stato sicuramente la visita di tre giorni in Cina (dall’8 al 10 gennaio) del Presidente francese Emmanuel Macron. Nel corso della visita, Macron ha compiuto un’autocritica verso le politiche sbagliate del passato e ha lodato l’Iniziativa Belt and Road della Cina, annunciando che la Francia si impegna a cooperare nei progetti previsti e che si adopererà per far aderire all’iniziativa tutta l’Europa.

Nel suo discorso a Xi’an, punto di partenza storico dell’antica Via della Seta (foto), dove ha scelto di iniziare la sua visita, Macron ha riconosciuto i gravi errori commessi dall’Occidente. Ha chiesto il superamento dell'”imperialismo unilaterale” della Francia e dell’Occidente in Africa, e ha sottolineato il fallimento della politica del “cambio di regime”, citando come esempi l’Iraq e la Libia.

Sulla cooperazione con l’Iniziativa Belt and Road, Macron ha dichiarato: “Sta all’Europa e all’Asia, alla Francia e alla Cina, identificare e proporre insieme le regole del gioco in cui tutti noi vinceremo o perderemo. Sono qui per parlare alla Cina della mia determinazione di portare la partnership euro-cinese nel XXI secolo, in modo che diventi parte di questo nuovo linguaggio che dobbiamo definire insieme. L’Europa dovrà impegnarsi risolutamente in questa nuova strategia, perché è cosciente del suo ruolo e del posto che occupa nel secolo appena iniziato”.

Anche se è legittimo mettere in dubbio la pretesa di Macron di parlare a nome dell’Europa, il Presidente Xi Jinping e gli altri leader cinesi hanno apprezzato le parole del Presidente francese, notando che Francia e Cina sono entrambe membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e hanno una responsabilità speciale nel promuovere la pace e la crescita.

Dato che i media hanno riportato ben poco del discorso di Macron a Xi’an, abbiamo scelto alcuni stralci e un quadro del progetti concreti discussi.

Tuttavia, c’è un grave problema. I leader francesi ed europei chiedono una maggiore “integrazione” dell’UE, in stile sovrannazionale, inclusa l’unione bancaria, l’unione dei mercati di capitale, un unico ministro delle Finanze e lo scambio e controllo dei dati. Con gli attuali trattati i grandi progetti infrastrutturali sono proibiti per via del fatto che il pareggio di bilancio resta un’ossessione, mentre la BCE continua a immettere liquidità in un sistema bancario in bancarotta.

Quindi, se Macron e gli altri leader europei vogliono veramente aderire all’Iniziativa Belt and Road, dovranno affrontare la necessità di superare le attuali strutture dell’EU e ripristinare un sistema di cooperazione tra stati sovrani a partire della moneta e dal credito, liberi di adottare la separazione bancaria e creare una banca nazionale che elargisca crediti per gli investimenti nelle infrastrutture, nell’industria e nelle nuove tecnologie.

Nel suo discorso al Palazzo Daming a Xi’an l’8 gennaio, il Presidente francese Macron si è presentato come un potenziale partner in Europa del nuovo paradigma noto come lo “spirito della Nuova Via della Seta”, ovvero la cooperazione vincente per tutti (win-win). Egli ha sottolineato che la Cina “è riuscita a liberare 700 milioni di persone dalla povertà negli ultimi decenni” e che la Francia si trova di fronte a una simile sfida per superare le disuguaglianze. “Affrontiamo la disoccupazione di massa, il bisogno imperativo di dare prospettive per il futuro a un’intera parte della nostra popolazione, ma anche la sfida per il mondo costituita dalla crisi del capitalismo globalizzato, che ha aumentato considerevolmente le disuguaglianze sociali e la concentrazione delle ricchezze negli ultimi decenni”.

In termini strategici, Macron ha dichiarato che l’Occidente deve superare l'”imperialismo unilaterale” esercitato dalla Francia e da altre potenze europee in Africa e altrove, aggiungendo: “dobbiamo apprendere le lezioni del passato. Ogni volta che abbiamo cercato di imporre la ‘verità’ o la ‘legge’ contro i popoli stessi, abbiamo sbagliato, e talvolta abbiamo prodotto una situazione ancora peggiore. Come in Iraq, o la Libia di oggi”. Deve essere rispettata la sovranità dei popoli, ha aggiunto.

Quanto al paradigma geopolitico che domina il pensiero occidentale, ha detto: “Non dovrebbe esserci nè una supremazia camuffata, nè un conflitto tra supremazie che competono. La nostra arte, se mi si consente l’espressione, non dovrà essere l’arte della guerra, ma un’arte di cooperazione equilibrata che assicuri l’armonia geostrategica, politica ed economica di cui il mondo ha bisogno”.

Macron ha riconosciuto che “la Cina ha investito molto [in Africa] negli ultimi anni, in infrastrutture, materie prime, con una copertura finanziaria che i Paesi europei non hanno”. Ha auspicato la cooperazione franco-cinese in Africa per “realizzare progetti che sono utili per la crescita nel continente, finanziariamente sostenibili, perché il futuro è lì, perché non dobbiamo ripetere gli errori del passato creando una dipendenza politica e finanziaria col pretesto dello sviluppo… la Francia ha esperienza di imperialismo unilaterale in Africa che talvolta ha condotto alle cose peggiori, e oggi, con la Nuova Via della Seta, e con la partnership tra Francia e Cina, ritengo che potremo evitare di ripetere gli stessi errori”.

Macron ha sottolineato che le vie della seta non sono mai state solo cinesi, ma condivise tra Europa e Asia, e sarà così anche oggi. Dimostrano a tutti coloro “che pensano che viviamo in un mondo stanco e post-moderno” in cui sono implicitamente proibiti i grandi sogni, che possiamo ancora avere grandi visioni.

Dal sito di Solidarité & Progrès

La Cina si accinge a completare il “ciclo del fissile nucleare”

Uno dei primi reattori nucleari della cosiddetta “quarta generazione”, il CFR-600 capace di generare nuovo materiale fissile durante il proprio funzionamento, è in via di costruzione sulla costa della provincia meridionale di Fujian, a circa 400 km da Shanghai. Il primo elemento dimostrativo di 600 MW di potenza dovrebbe essere completato nel 2023. Nel 2011 era stato completato un reattore sperimentale della potenza di 20 MW.

Questo reattore dimostrativo punta a preparare la strada a un terzo reattore operativo, della potenza di 1 GW, da completare intorno al 2030. Il reattore è raffreddato a sodio fuso e dovrebbe costituire il modello per questo secolo di tutti i reattori nucleari del mondo, tuttavia non si tratta dell’unico tipo di reattore sul quale la Cina sta puntando: nella prossima provincia di Jiangxi è in costruzione un altro prototipo, a letto di sfere e con raffreddamento a elio.

I vantaggi offerti da questi reattori derivano dall’impiego dei neutroni ad alta velocità (in breve “neutroni veloci”) contro gli atomi di uranio, il che li rende sessanta volte più efficienti dei tradizionali reattori a “neutroni lenti” nel consumare il materiale fissile e fa loro produrre una massa assai inferiore di sottoprodotti radioattivi, potendo parte delle cosiddette “scorie” ritrasformate in nuovo materiale fissile utile alla reazione primaria.

Quest’ultima caratteristica è assai importante per la Cina, che prevede di espandere la propria flotta a propulsione nucleare, ben sapendo che anche l’uranio è una risorsa in sé limitata. L’Istituto Cinese per l’Energia Atomica, che ha progettato il CFR-600 sta pensando di aumentare la produzione di energia per via nucleare, portandola dai 40GW del 2015 al 400 GW nel 2050, anno nel quale prevede che la fonte atomica fornirà il 16 percento della produzione energetica nazionale (2500 GW).

Alla cerimonia di inaugurazione, nei primi giorni di gennaio, Wang Shoujun, presidente della China National Nuclear Corporation, ha sostenuto: “Il progetto del reattore a neutroni veloci è stato riconosciuto come uno dei più importanti progetti riguardanti gli aspetti scientifici e tecnologici dell’energia nucleare, programma che è di ancor maggior rilievo in ragione della chiusura del ciclo del fissile nucleare, che promuove lo sviluppo sostenibile del settore nucleare della Cina e accelera l’economia locale”.

Helga Zepp-LaRouche propone un’agenda per le consultazioni in Germania

I negoziati per la formazione del governo che si trascinano da quasi quattro mesi con attori differenti sono caratterizzati dalla mancanza di qualsiasi concetto per il futuro. Questo è il giudizio espresso da Helga Zepp-LaRouche in un articolo pubblicato il 6 gennaio. Il tasso di approvazione di Angela Merkel riflette ciò. Secondo l’ultimo sondaggio DIMAP, il cancelliere è solo terzo, dietro il ministro Sigmar Gabriel (al 62%) e il leader dei Verdi Cem Ozdemir (53%).

Sfortunatamente, nota Zepp-LaRouche, nessuno dei potenziali successori di Merkel ha dimostrato una “visione positiva per il futuro”. Ella ha contrastato ciò con le prospettive ottimistiche dei Paesi che cooperano strettamente con la Belt and Road cinese e ha proposto un’agenda diversa per gli attuali colloqui per una grande coalizione tra CDU-CSU e SPD.

1 In primo luogo il governo dovrebbe annunciare immediatamente la volontà di cooperare con la Cina per costruire la Nuova Via della Seta. Questo è l’unico modo per uscire dal pericoloso ambito della geopolitica, così come è espresso da decisioni come la creazione di una forza armata dell’UE, e sostituirlo con la nuova era del comune destino dell’umanità. E solo estendendo la Nuova Via della Seta all’Asia Sudoccidentale e l’Africa, portando vero sviluppo economico in quelle regioni, la crisi delle migrazioni può essere risolta in un modo umano”.

2 Dato l’acuto pericolo di un nuovo crac finanziario peggiore di quello del 2007-2008, le trattative dovrebbero concentrarsi sull’urgente bisogno di riorganizzare il sistema finanziario. Ciò include la separazione bancaria e un sistema creditizio “nella tradizione della Banca per la Ricostruzione (KfW) al tempo del miracolo economico tedesco”.

3 Ciò permetterà di finanziare un programma di investimenti infrastrutturali “per superare i ritardi negli investimenti in strade, ponti, gestione idrica, scuole, ecc. prodotti dalla politica di deficit zero dell’ex ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble”. In questo contesto, non è solo una battuta proporre di importare manager e ingegneri cinesi per completare la costruzione del nuovo aeroporto di Berlino, iniziata nel 2006, come pure “una rete dell’altà velocità ferroviaria degna di questo nome”.

4 E come la Cina punta sul meglio della sua cultura millenaria per ringiovanire il Paese, “anche la Germania deve far rivivere la sua cultura“, abbandonando la controcultura frutto del 1968, del Congresso per la Libertà della Cultura e della Scuola di Francoforte. Ciò non sarebbe difficile, “perché noi tedeschi abbiamo la fortuna di avere molti poeti, pensatori, inventori e compositori universali, da Niccolò Cusano a Keplero, da Leibniz agli Humboldt, da Riemann a Einstein e Krafft Ehricke, da Bach a Beethoven, Schubert, Schumann e Brahms, e da Lessing a Schiller per nominarne alcuni. Dobbiamo far sì che le loro opere vivano ancora”.

Il nuovo libro contro Trump è letteralmente “da pazzi”

Ora che l’inchiesta dell’Inquirente Speciale Mueller è stata screditata dall’emergere della rete di corruzione che l’ha ispirata, gli istigatori britannici del golpe tentano il Piano B, chiedere l’impeachment di Donald Trump perché “mentalmente incapace”, conformemente al 25esimo emendamento. Tale emendamento stabilisce che se membri del governo giungono alla conclusione che il Presidente “è incapace di far fronte ai poteri e agli obblighi del suo mandato”, egli può essere sostituito dal Vicepresidente. Dai primi giorni della sua presidenza, i media dell’Impero britannico, quali il London Spectator, il Guardian e la BBC, accusano Donald Trump di essere mentalmente ed emotivamente instabile, sollecitandone l’impeachment o addirittura l’eliminazione fisica.

Roger Stone, amico di lunga data di Trump e uno dei principali strateghi dietro la sua vittoria elettorale, ha lanciato l’allarme sul fatto che l’establishment anti-Trump punta a questo. Una delle principali iniziative in questo senso è lo squallido libro di un giornalista specializzato in pettegolezzi, Michael Wolff (a sinistra nella foto), che ha riempito per giorni le cronache dei media. La diatriba anti-Trump di Wolff, che scrive per l’Hollywood Reporter e varie pubblicazioni britanniche, dal titolo Fire and Fury, sostiene di basarsi su un accesso illimitato alla Casa Bianca e ai suoi dipendenti. L’autore sostiene che tutti coloro che sono associati a Trump, inclusi i membri della sua famiglia, dicano che sia “come un bambino”, incapace di concentrarsi, e che abbia un costante “bisogno di immediata gratificazione”.

Prima che fosse pubblicato il libro, un capitolo è stato recensito dal Guardian, dando la stura a una serie di frenetici attacchi contro Trump. In un’intervista alla BBC, Wolff parla del 25esimo emendamento, dicendo che tutti intorno a Trump ritengono che “sia incapace di esercitare il suo mandato”. Nel riassunto dell’intervista, la BBC scrive che il comportamento di Trump ha portato “a diagnosticare a distanza una serie di patologie, dall’Alzheimer al disturbo narcisistico della personalità”.

Il resoconto di Wolff è stato messo in dubbio, per via delle menzogne che ha pubblicato in passato. In una recensione al libro “Burn Rate”, che Wolff scrisse sull’esperienza del lancio fallito di un’impresa start-up, tredici persone che cita nel libro sostengono che abbia “inventato o cambiato le loro citazioni”. Wolff stesso ha ammesso che il suo nuovo libro non contiene la verità, scrivendo all’inizio: “Molti dei resoconti di quello che è accaduto alla Casa Bianca di Trump contrastano l’uno con l’altro; molti, per dirla alla Trump, sono baldly untrue (chiaramente non veri). Questi conflitti, e questa elasticità con la verità, o con la realtà, sono il filo conduttore del libro. Talvolta ho lasciato che i protagonisti offrissero la loro versione, consentendo al lettore di giudicarli. In altri casi, tramite la coerenza tra le versioni e le fonti di cui cominciavo a fidarmi, ho preferito una versione degli eventi che ritenevo vera”.

Allen Dershowitz, noto costituzionalista, ridicolizza questi tentativi di destituire il Presidente, dicendo che se non ci piace la politica di qualcuno “inveiamo contro di lui, facciamo campagne contro di lui, ma non usiamo il sistema psichiatrico contro di lui”. Farlo è “semplicemente pericoloso”.

Lo spirito della Nuova Via della Seta ispira la Francia di Macron, arriverà anche a Roma e Berlino?

Videoconferenza di Helga Zepp-LaRouche

giovedì ore 18

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Nel corso di una visita di tre giorni in Cina, il Presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che con la Nuova Via della Seta la Cina ha “realizzato un sogno”. Ha liberato dalla povertà 700 milioni di cinesi, e in Europa dovremmo fare lo stesso. Il Presidente francese ha sottolineato che l’Iniziativa Belt and Road è di grande beneficio per entrambi.

Con queste parole Macron fa eco ad un appello lanciato da Helga Zepp-LaRouche in una videoconferenza precedente, in cui ha chiesto a tutti i governi europei di diventare parte attiva nei progetti Belt and Road con la Cina, anche per affrontare il livello crescente di povertà in Europa. La signora LaRouche ha sottolineato che, grazie alla politica economica del Presidente cinese Xi Jinping, oggi il livello di povertà in Cina è inferiore a quello europeo. Ha sottolineato che il messaggio di Macron dalla Cina manderà onde d’urto in tutto il mondo, in quanto rappresenta un cambiamento di politica. In particolare, mette sull’avviso Berlino e Bruxelles, che continuano cocciutamente ad opporsi al potenziale di cooperazione economica con la politica “win-win” cinese, che ha il grande vantaggio di ribaltare la dottrina imperiale della geopolitica.

Mentre si intensifica la battaglia negli Stati Uniti per sconfiggere i neoconservatori, con la loro nostalgia isterica per un mondo unipolare ispirato dallo scontro geopolitico con Russia e Cina, la promozione dello spirito della Via della Seta da parte di Macron dimostra che c’è una nuova dinamica che determinerà gli eventi nel mondo. Lo Schiller Institite, e la signora LaRouche personalmente, sono i principali portavoce di questo nuovo paradigma.

Collegati con la videoconferenza di Helga Zepp-LaRouche giovedì alle ore 18 per un aggiornamento su questi sviluppi, determinanti anche per il nostro paese.

Voci da Francia, Germania e Italia raccomandano la cooperazione con la Cina

Mentre la visita del Presidente francese Macron in Cina rilancia la Nuova Via della Seta come alternativa alla crisi economica in Europa, recenti dichiarazioni pubbliche del Ministro francese dell’Economia, Bruno LeMaire e dell’ex ambasciatore tedesco Michael Schaefer riflettono il crescente orientamento verso la politica cinese della Belt and Road da parte di ambienti delle élite francese e tedesca. Entrambi gli interventi mostrano un potenziale, ma anche dei limiti.

Bruno LeMaire, che si è opposto alle sanzioni contro la Russia e ha presieduto un incontro del consiglio per la cooperazione franco-russa che si è tenuto lo scorso dicembre a Mosca, il 1 gennaio è stato citato dal Wall Street Journal in questi termini: “Stiamo andando da un mondo dominato dai rapporti esclusivi transatlantici verso un riequilibrio. La Francia è intenzionata a costruire una spina dorsale di commercio che vada dall’Europa a Pechino passando per Mosca”.

Il WSJ, presumibilmente riferendo il pensiero di LeMaire, ha aggiunto che “il Presidente francese Emmanuel Macron pianifica di lanciare questo sforzo quando compirà la prima visita in Cina in gennaio e parteciperà al Congresso Finanziario Internazionale che si terrà a San Pietroburgo” in maggio. Alla vigilia del viaggio di Macron in Cina, che è iniziato l’8 gennaio, i media francesi parlavano di un grosso accordo per l’energia nucleare, concentrato sugli impianti di riciclaggio del combustibile che verranno costruiti da Areva in Cina.

Michael Schäfer, ex ambasciatore tedesco in Cina e attualmente a capo della Fondazione Quandt (BMW), si è spinto oltre, respingendo la falsa alternativa tra Stati Uniti e Cina. In un’intervista a Deutsche Wirtschaftsnachrichten, Schaefer ha dichiarato: “Molti europei fanno il grande errore di considerare il rapporto tra Stati Uniti e Cina come un gioco a somma zero. Ma un rapporto stretto con gli Stati Uniti non esclude affatto un rapporto fondato sugli interessi con la Cina. Non dovremmo vedere la Cina come un rivale, ma semmai come un partner in molti settori… quanto meno, la Cina non persegue il dominio militare e una posizione geostrategica egemonica, ma difenderà energicamente ciò in cui crede e i suoi interessi legittimi… se necessario anche proiettando il proprio potere militare”.

Sfortunatamente, sia il diplomatico tedesco sia il ministro francese si illudono che l'”Europa” possa adottare il nuovo paradigma con le sue istituzioni attuali. La politica della Belt and Road si basa su strategie di sviluppo alimentate dal credito pubblico, un approccio di fatto proibito dai trattati dell’UE.

Questo approccio – credito pubblico unito a metodi dirigistici -, ha consentito alla Cina di eliminare la poverà, come spiega Michele Geraci, Docente Aggiunto di Finanza alla NYU (New York University) di Shanghai, e capo del Programma di Politica Economica cinese alla Nottingham University Business School.

In una videoconferenza, la cui trascrizione è stata pubblicata dalla rivista EIR, Geraci paragona i livelli di povertà della Cina con quelli dell’Italia.

In termini assoluti la Cina ha dieci volte più poveri, mentre in rapporto alla popolazione totale questi sono solo il 3% rispetto all’8% dell’Italia. E Geraci confida che i cinesi riusciranno a eliminare anche questo 3% di povertà entro il 2020. “Forse ancora una volta, noi in Italia e negli altri Paesi occidentali dovremmo guardare alla Cina e attuare un programma con caratteristiche simili. Devo sottolineare che le cose si fanno solo quando c’è un totale allineamento di interessi, quando la politica del governo centrale viene attuata dalle persone dal basso, persone che si svegliano al mattino e, prima ancora di aprire gli occhi, pensano, come riuscirò a portare il numero dei poveri a zero?”

I veri avversari sono Wall Street e la City di Londra, non Russia e Cina

Tra tre settimane il Presidente americano Trump pronuncerà il tradizionale “Discorso sullo Stato dell’Unione” sul solco tracciato dalla sua promessa, per ora non mantenuta, di ricostruire le infrastrutture economiche americane. Gli Stati Uniti e l’Europa sono minacciati da un nuovo crac finanziario, provocato dalle attività di Wall Street e dalla City di Londra: Trump, pertanto, perde soltanto tempo insistendo a vedere nella “salute” della borsa azionaria una grande ripresa dell’economia americana…

Il popolo americano impegnato, assieme al LaRouche PAC, nella difesa della sua presidenza dall’aggressione diretta da Londra e condotta dal Procuratore Speciale Robert Mueller e soci, deve dire chiaramente a Trump ed al Congresso: non c’è nessuna ripresa economica in corso. Al contrario, vanno moltiplicandosi i moniti su un imminente implosione della bolla dei debiti delle imprese e pertanto il taglio drastico delle imposte non farà altro che gonfiarla e accelerarne lo sgonfiamento.

Gli Stati Uniti devono rompere con Wall Street e le sue banche, prima che si verifichi un nuovo crac, e creare valore reale e produttività, pompando non già mille miliardi di dollari, ma almeno due o tre mila miliardi di dollari in forma di nuovo credito federale destinato alle nuove infrastrutture nazionali, con il più alto livello tecnologico possibile. Treni ad alta velocità, con la rapidità e l’efficienza espresse da nazioni come la Cina e il Giappone. Impianti nucleari a tecnologie avanzata e rilancio della NASA, verso la Luna e Marte, per raggiungere il quale è necessario il controllo del processo della fusione nucleare.

Il ministro del Tesoro e Wall Street hanno fatto credere a Trump che l’economia americana sia in grande ripresa. Perché allora nel 2017 il dollaro ha perso in quotazione rispetto alle principali valute e continua a calare nonostante i tagli delle tasse e l’aumento del tasso di sconto? Perché la mortalità continua ad aumentare e, proporzionalmente, la vita media a calare? Perché le morti per sovradosaggio da oppiacei sono arrivate a settantamila nel solo 2017, con alcune centinaia di persone decedute nelle ore di lavoro? Perché nel 2005, l’ultima volta in cui le imprese furono costrette a far rientrare capitali dall’estero con una penale esigua, spesero il 95% di quel denaro per comprare azioni e distribuire dividendi? Che cosa ne seguì, poco dopo: la prosperità o un crac finanziario globale?

Il travisamento del Presidente Trump a proposito dell’economia americana rende più difficile, ora, procedere alla promessa ricostruzione delle infrastrutture degli Stati Uniti, della quale dovrebbe parlare nel suddetto discorso. Sta ora agli americani far sì che ciò accada. Urge credito federale e il fondatore dell’EIR Lyndon LaRouche ha ripetutamente spiegato come fare.

Il Presidente è sempre più tormentato dal pensiero geopolitico, che di inverta avversari stranieri, la cui sconfitta militare o d’altra natura sarebbe la misura dell’America “vincente”. Si metterà a sfidare la Cina sul tema del “commercio”, oppure riconoscerà davvero che Pechino sta edificando infrastrutture a livello mondiale e lavorando per eliminare la povertà anche negli Stati Uniti, laddove i suoi investimenti stanno dando speranza al governatore Justice della Virgina Occidentale, il terzo Stato più povero della federazione?

Il compito del LaRouche PAC è fare sì che il 30 gennaio il Presidente Trump e il Congresso, spesso più ignorante che nullafacente, portino gli Stati Uniti a collaborare con l’Iniziativa ‘Una Cintura, Una Via’ (Belt and Road Initiative, BRI), l’altro nome della Nuova Via della Seta.

Il Giappone annuncia crediti per la Belt and Road, un esempio per l’Europa

Il governo giapponese pianifica di finanziare progetti della Belt and Road (Nuova Via della Seta) con le proprie istituzioni creditizie, secondo quanto riferisce il quotidiano economico Nikkei il 31 dicembre. “Secondo il piano, Tokyo estenderebbe assistenza finanziaria a imprese giapponesi che partecipassero all’Iniziativa Belt and Road, con un approccio caso per caso”, ha scritto il giornale. “Il sostegno finanziario sarà fornito per mezzo della Banca per la Cooperazione Internazionale, della Nippon Export and Investment Insurance e di altri canali. Questi forniranno il capitale tenendo conto di trasparenza, rendimento e impatto economico sulle aree locali. Esse garantiranno anche che i fondi non finiscano a scopi militari”.

L’iniziativa giapponese mostra che è perfettamente fattibile per una nazione fortemente indebitata estendere credito per lo sviluppo. Ciò spinge a una riflessione sugli Stati membri dell’Unione Europea, cui tale facoltà non è concessa.

Il Giappone è la nazione col più alto tasso di debito pubblico su PIL del mondo, con oltre il 250%. Secondo i dettami della teoria economica liberista, un debito simile è insostenibile ed emettere credito pubblico peggiora la situazione. Ma lo yen non crolla, né aumenta lo spread sui titoli giapponesi. In realtà, il credito per gli investimenti fa parte di un bilancio capitale e incorpora la promessa di sviluppo futuro e di maggiori entrate fiscali che aumenteranno il credito della nazione e renderanno il debito più sostenibile.

I Paesi europei, con i loro crescenti livelli di povertà, hanno urgente bisogno di una svolta di politica economica a favore della crescita, e la Iniziativa Belt and Road offre la cornice per la creazione di posti di lavoro nelle infrastrutture. Ma la camicia di forza dell’UE lo impedisce e questa deve essere aggirata o abbattuta. Un episodio recentemente rivelato dal New York Times è esemplare delle catene auto-inflitte dai Paesi europei. Secondo l’articolo, durante la prima visita della Cancelliera Merkel alla Casa Bianca di Trump, nel marzo scorso, questi propose di negoziare un accordo commerciale bilaterale. Una nazione libera avrebbe colto l’occasione, ma la Merkel rispose che ciò non è possibile secondo la legge europea, e sono ammessi solo negoziati tra gli Stati Uniti e l’UE. Anche se il New York Times ha usato l’episodio per sostenere che Trump è ignorante in tema di relazioni internazionali, in realtà mostra che le nazioni dell’UE si scavano la fossa da sé, continuando ad aderire a un sistema fallito.

L’UE è una costruzione geopolitica che, per propria natura, è contraria al paradigma degli accordi “win-win” per lo sviluppo tra nazioni sovrane. Perciò non è una sorpresa che Bruxelles abbia sabotato la Belt and Road fin dall’inizio.

Senza separazione bancaria si prospetta un crac nel 2018

Se non vi sarà un cambiamento paradigmatico nella politica finanziaria ed economica, il sistema finanziario transatlantico è destinato al collasso. La politica di espansione monetaria delle banche centrali ha gonfiato le bolle finanziarie nei mercati azionari e obbligazionari, nel settore immobiliare, nei crediti al consumo, ecc. I dati di fine anno per l’Eurosistema mostrano che il bilancio della BCE ha raggiunto i 4,5 mila miliardi di euro, equivalente al 41,6% del PIL dell’Eurozona. L’espansione monetaria rallenterà, ma non cesserà nel 2018. Il rallentamento, o “tapering”, è inteso a limitare i danni di una “correzione” del valore degli asset finanziari, ma nella storia delle bolle finanziarie non si ricorda un caso di atterraggio morbido. Una nota di fine anno del dipartimento di ricerca della Morgan Stanley diffuso il 30 dicembre anticipa il crac al 2018, innescato dal crollo della bolla del debito delle imprese. Il sito del NASDAQ ha riassunto il rapporto della MS: “Il team di ricerca ora ha adottato un punto di vista molto tetro sui mercati del credito. La banca afferma che le imprese hanno emesso troppi titoli di debito, specialmente usando il contante per acquistare le proprie azioni; e con la prospettiva di aumento dei tassi e dei rendimenti molte di esse potrebbero trovarsi nei guai. Apple è tra le imprese considerate a rischio. ‘I mercati si aspettano un’uscita indolore dal quantitative easing. Noi no’. MS si aspetta che i mercati dei titoli a notazione elevata siano colpiti altrettanto duramente di quelli dei titoli spazzatura”.

La storica ed ex banchiere Nomi Prins ha pubblicato una nota ancor più dettagliata in Thruthdig (29 dicembre): “All’inizio di ottobre, le emissioni di debito delle imprese americane con rating elevato avevano già superato i mille miliardi, battendo di tre mesi i risultati del 2016. Il volume dei titoli americani con rating speculativo (o spazzatura) emessi nei primi tre trimestri era del 17% superiore a quello dello stesso periodo nel 2016. Nel complesso, i titoli emessi dalle imprese americane segneranno un altro anno record, come pure il sesto anno consecutivo di aumento (vedi https://www.truthdig.com/articles/next-financial-crisis-will-worse-last-one/). La Prins fa notare che mentre le imprese una volta investivano almeno una parte del debito in crescita reale, stavolta c’è stata una sbornia di acquisti delle proprie azioni. Per questo, ella prevede “un anno precario di altre bolle gonfiate dal denaro facile, seguito da perdite che inizieranno sui mercati obbligazionari”.

Il modo per impedire che il crac del sistema abbia conseguenze devastanti per l’economia e le famiglie è reintrodurre la separazione bancaria, come ha sollecitato Helga Zepp-LaRouche nel suo messaggio di fine anno.

I VIPS scrivono a Trump: l’Iran non è il principale sponsor del terrorismo

I Veterans Intelligence Professionals for Sanity (VIPS), un gruppo di veterani dell’intelligence americano ad alto livello, che i nostri lettori già conoscono (nella foto, Ray McGovern), hanno inviato una lettera aperta al Presidente Donald Trump il 21 dicembre, nella quale confutano la tesi di alcuni esponenti dell’Amministrazione e cavalcata dallo stesso Trump, secondo la quale l’Iran sarebbe uno dei principali sponsor del terrorismo internazionale. Questa “ambigua accusa”, stando alla lettera firmata da tutta la direzione dei VIPS e pubblicata da Consortium News, va invece rivolta “agli accusatori dell’Iran, prima tra tutti l’Arabia Saudita”. In realtà l’accusa di terrorismo è stata fatta “per giustificare la guerra con l’Iran” una volta smentita la finta notizia che possedesse armi nucleari.

“La descrizione dell’Iran come il principale stato sponsor del terrorismo non è sostenuta dai fatti”, scrivono i VIPS. “Anche se nel passato ha usato il terrorismo come strumento di politica nazionale, l’Iran del 2017 non è l’Iran del 1981. Nei primi tempi della Repubblica Islamica, agenti iraniani eseguivano regolarmente attentati, rapimenti e assassinii di dissidenti e di cittadini americani. Ma da molti anni non lo fanno più. Nonostante le frequenti affermazioni da parte di funzionari americani che l’Iran sostenga il terrorismo, notiamo che gli incidenti registrati ogni anno nel rapporto del Dipartimento di Stato Patterns of Global Terirrorism identificano raramente un incidente o atto terroristico come eseguito dall’Iran o per conto di esso”.

Quanto ai rapporti tra l’Iran e gli Hezbollah in Libano, i VIPS notano che forse erano subappaltati dall’Iran in passato, ma negli ultimi 20 anni sono diventati “un’entità e forza politica per conto proprio… gli Hezbollah, che ora fanno parte del governo libanese, hanno inoltre preso le distanze dalla violenza radicale e religiosa che caratterizza gli estremisti sunniti, come quelli dell’ISIS”.

I VIPS inoltre specificano che l’elenco di attacchi terroristici stilato dal governo americano dal 2001 “mostra un calo drammatico della violenza condotta dall’Iran e un corrispondente aumento di atti orribili da parte di musulmani sunniti radicali che non sono allineati con l’Iran. L’ultima edizione del Global Terrorism Index, un progetto del Dipartimento americano di Homeland Security, indica i quattro gruppi responsabili del 74% degli atti di terrorismo dal 2015, ovvero Boko Haram, Al-Qaeda, i Talebani e l’ISIS. Tredici dei 14 gruppi musulmani identificati dalla comunità di intelligence americana come ostili verso gli Stati Uniti sono sunniti, non sciiti, e non vengono sostenuti dall’Iran. Il 14esimo sono gli houthi nello Yemen.

Porre fine alla geopolitica, adottare le quattro leggi di LaRouche

Videoconferenza di Helga Zepp-LaRouche

Giovedì 4 gennaio 2018, ore 18:00

www.newparadigm.schillerinstitute.com

Nel messaggio di saluto per il nuovo anno, la presidente dello Schiller Institute Helga Zepp-LaRouche ha riassunto i temi di maggior rilievo, sostenendo che vi è “ragione di ottimismo sui prossimi anni a venire, poiché esistono soluzioni. Basta soltanto adottarle in modo deciso”. Tra le soluzioni spicca l’iniziativa globale da parte cinese, chiamata ‘Una Cintura, Una Via’ (Belt and Road Initiative, BRI), che negli ultimi anni si è evoluta fino a includere oltre settanta nazioni.

È essenziale che vi aderiscano gli Stati Uniti d’America e per le nazioni europee minacciati da un nuovo crac finanziario della regione transatlantica, peggiore di quello del 2007 e associata alla bolla dei debiti delle società private, se si vuole che le bolle speculative lascino il posto alla produzione fisica, specialmente nelle tecnologie di punta al servizio delle infrastrutture. La crescita economica della Cina negli ultimi anni dimostra che questo approccio è efficace al punto di aver sollevato dalla povertà centinaia di milioni di persone e di aver creato un sano ottimismo per il futuro. Per gli Stati Uniti d’America e per l’Europa questo significa che è giunto il momento di adottare le quattro leggi cardinali dell’economia di Lyndon LaRouche, che dovrebbero fungere da base per le iniziative economiche che il Presidente Trump, come sembra, esporrà nel “discorso sullo stato dell’Unione”, prima tra tutte la legge Glass-Steagall.

Non deve stupire che gli oligarchi dell’alta finanza, responsabili di questa bolla debitoria e speculativa cui non v’è rimedio, stiano fomentando lo scontro geopolitico, al fine di impedire che i Paesi occidentali partecipino del paradigma di cooperazione win-win (per il mutuo sviluppo) con la Cina e il suo crescente circolo di alleati.

Durante l’ultima parte dell’anno lo Schiller Institute ha dato vita a videoconferenze periodiche affinché i suoi sostenitori, il cui numero va aumentando, possano essere aggiornati direttamente da Helga Zepp-LaRouche, autorevole ispiratrice dello “spirito della Nuova Via della Seta” che si sta diffondendo presso i molti ostaggi dei media menzogneri dell’Occidente.

Seguitela questo giovedì e nei giovedì successivi. Facciamo sì che questo nuovo anno 2018 si ponga fine una volta per tutte alla mortale dottrina della geopolitica e che essa venga sostituita dal Nuovo Paradigma.

LaRouchePAC: il Congresso indaghi sulla sovversione britannica degli Stati Uniti

Appello al Congresso degli Stati Uniti d’America

Il LaRouche PAC rivolge nuovamente un appello al Presidente americano Donald Trump affinché apra un’inchiesta sulla sovversione britannica delle elezioni presidenziali del 2016 e della propria presidenza. All’epoca il Congresso non aveva ancora concentrato la propria attenzione sul ruolo centrale assunto dal finto dossier preparato dall’agente dell’MI6 britannico Christopher Steele nel tentato golpe contro il Presidente Trump. La versione aggiornata dell’appello si rende necessaria ora che il Congresso si sta concentrando su questo dossier.

Chiediamo alla Commmissione Giustizia della Camera e del Senato di impegnarsi seriamente nell’inchiesta sulla sovversione britannica delle elezioni presidenziali del 2016 e della stessa Presidenza di Donald Trump, e sulle ragioni geopolitiche di queste azioni di parte britanniche, producendo il più presto possibile un rapporto destinato al popolo americano.

Riferendosi al tentativo di golpe in corso contro il Presidente Trump, il politico americano Lyndon LaRouche ha affermato: “Il popolo americano deve esigere che il golpe britannico sovversivo della Presidenza degli Stati Uniti d’America e della nazione stessa venga fermato e che i suoi responsabili siano giudicati e imprigionati”. Noi sottoscritti concordiamo con questa dichiarazione e con la seguente:

1. Recenti rivelazioni fondate sull’indagine della Commissione sulla Giustizia della Camera, della Commissione Permanente sull’Intelligence della Camera e della Commissione sulla Giustizia del Senato hanno dimostrato che un FBI politicamente motivato, diretto da James Comey, ha adoperato un dossier fabbricato, con la connivenza dell’intelligence britannico, dall'”ex” agente dell’MI6 Christopher Steele, al fine di lanciare un’indagine di counterintelligence illegale e senza precedenti dell’FBI sulla nomina di Donald Trump alle primarie del partito repubblicano di Donald Trump. Il finto dossier britannico fu pagato dall’organizzazione della campagna di Hillary Clinton e dalla direzione nazionale del partito democratico (DNC), ma fu riciclato e adottato, acquisendo apparente credibilità, dall’Amministrazione di Barack Obama e, nel pieno delle loro funzioni, dai vertici dell’intelligence a lui fedeli.

2. Le false accuse forgiate dai britannici secondo le quali Donald Trump sarebbe una marionetta nelle mani del Presidente russo Vladimir Putin furono escogitate inizialmente per impedire l’elezione di Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America. Furono adoperate da Hillary Clinton per attaccare il candidato avversario Trump durante le ultime settimane di campagna elettorale. Clinton poté quindi affermare che la presunta connivenza di Trump con il Cremlino fosse sotto inchiesta da parte degli enti di intelligence nascondendo che Barack Obama e i suoi uomini ai vertici nell’intelligence americano erano impegnati in un’operazione fraudolenta da lei finanziata e in altri modi favorita.

3. Dopo le elezioni, la sintetica accusa secondo la quale Putin avrebbe aiutato Trump a essere eletto ha ostacolato il Presidente americano Trump nell’esplorazione delle possibili vie e relazioni allo scopo di un mutuo beneficio con la Russia. Sin dal giorno della elezione presidenziale è stata innescata dai britannici una campagna igualmente aggressiva atta a impedire l’istituzione di relazioni tra il Presidente Trump e il Presidente cinese Xi Jinping. Se Trump, Xi e Putin potessero sviluppare buone e costruttive relazioni sulle questioni che sono di comune preoccupazione (tra le quali il terrorismo e la ricostruzione di nazioni e continenti devastati dalla imposizione di povertà e guerre) allora potremmo evitare futuri conflitti. Se, invece, riprendesse piede la politica di guerra permanente dei britannici e della fazione facente capo a Barack Obama e Hillary Clinton, allora questa nazione si troverebbe sulla traiettoria che porta alla terza guerra mondiale.

4. Il gruppo dei veterani dell’intelligence americano denominati “Veteran Intelligence Professionals for Sanity” (VIPS) ha presentato al Presidente Trump e al direttore della CIA Pompeo le prove che scagionano i russi nella pirateria informatica del DNC. Le accuse mosse ai danni dei russi sono al centro dello scandalo cosiddetto “Russiagate” che da molto tempo occupa e divide la nostra nazione. Benché il Congresso abbia mostrato la volontà di perseguire l’FBI e il Ministero della Giustizia (DoJ), finora non ha voluto esaminare il resoconto forense dei VIPS, né il ruolo di Barack Obama e dei suoi uomini ai vertici dell’intelligence nella campagna contro Trump, né le palesi interferenze britanniche nell’elezione presidenziale del 2016, anche dopo che i britannici si sono vantati della fabbricazione del dossier di Steele e della sorveglianza su Donald Trump da parte del quartier generale del governo per le comunicazioni (GCHQ), l’equivalente inglese della NSA americana, sovente impiegato per scopi vietati dalla nostra Costituzione.

5. L’aperta denuncia delle interferenze britanniche nell’elezione presidenziale è stata la più grave frode politica nella storia americana. Le ragioni geopolitiche di queste interferenze sono ora all’esame del Congresso, il quale deve dedicarvisi pienamente se intende fermare il golpe contro Trump.

Con le parole di Lyndon LaRouche, occorre “cancellare il sistema britannico, salvando il popolo”.

Gorini a Radio Gamma 5 su bitcoin, separazione bancaria e Nuova Via della Seta

Giovedì 28 dicembre Liliana Gorini, presidente di MoviSol, è stata nuovamente ospite di Marisa Sottovia a Radio Gamma 5 per parlare di alcuni argomenti di attualità, tra cui bitcoin, la separazione bancaria, la commissione d’inchiesta sulle banche e la Nuova Via della Seta. Su bitcoin ha ricordato che, lungi dall’essere un sistema alternativo alle grandi banche, sta contribuendo ad alimentare la bolla speculativa, e infatti esistono anche i futures in bitcoin, promossi dagli stessi broker che promuovono i derivati. Come la bolla dei tulipani in Olanda nel Seicento, anche questa inizialmente promette grandi guadagni, ma se poi scoppia questi soldi non esistono più, sono solo virtuali. Come dice Sputnik, se bitcoin perde valore gli investitori non vengono rimborsati, e naturalmente, come per i titoli tossici, non viene fatta una corretta informazione su questo.

“L’unico vero sistema alternativo a quello delle banche e degli speculatori è quello che promuoviamo da anni, qui in Italia e negli Stati Uniti, la separazione bancaria e le 4 leggi cardinali di LaRouche, ovvero la creazione di credito produttivo per grandi progetti infrastrutturali, come quelli della Nuova Via della Seta, che potrebbero rilanciare davvero l’economia reale nel 2018” ha detto la presidente di Movisol. Gorini ha citato a questo proposito un editoriale di Freie Welt in Germania che ricorda come l’Europa stia perdendo una chance storica non aderendo alla Nuova Via della Seta ad ai suoi progetti per strade, ferrovie, treni veloci. “Manca la volontà politica a Bruxelles, Parigi e Berlino” scrive la rivista tedesca.

Ci sono state molte domande degli ascoltatori sul nuovo paradigma, come realizzarlo nel nuovo anno, sulla commissione d’inchiesta sulle banche, che a differenza della Commissione Pecora all’epoca di Roosevelt non ha messo sul banco degli imputati i responsabili, come fece Roosevelt con J.P. Morgan, ma sta di fatto penalizzando le vittime, i risparmiatori. Molti gli SMS di complimenti a Movisol per la sua campagna per la separazione bancaria. Il prossimo appuntamento sarà a febbraio, quando dovrebbe recarsi al Congresso a Washington una delegazione di firmatari della petizione per Glass-Steagall.

Videoconferenza di Helga Zepp-LaRouche: la Nuova Via della Seta sta cambiando il mondo, gli Stati Uniti devono aderire nel 2018

Giovedì 28 dicembre, alle ore 18, si terrà la consueta videoconferenza dello Schiller Institute, che è è possibile seguire in diretta sul sito www.newparadigm.schillerinstitute.com.

Siamo alla fine di un anno tumultuoso, e la prospettiva del consolidamento di un Nuovo Paradigma di cooperazione internazionale è positiva, in quanto può liberare il mondo dai pericoli di instabilità strategica insiti alla geopolitica imperiale. Quando il Presidente cinese Xi Jinping ha inaugurato la Nuova Via della Seta è stata avviata una dinamica inarrestabile a meno che le forze del vecchio paradigma, che hanno a sede nella City di Londra ed a Wall Street, non riescano nel loro tentativo di golpe contro l’amministrazione Trump per fermare questo processo di cooperazione con Russia e Cina, con il Russiagate, mettendo in moto un processo che potrebbe culminare in una guerra nucleare.

Al centro di questa battaglia tra il vecchio ed il nuovo paradigma c’è il movimento di Lyndon ed Helga LaRouche, che ha tenuto numerose conferenze internazionali sulla Nuova Via della Seta, con la signora LaRouche spesso invitata a eventi importanti in Cina. Nei prossimi mesi ci saranno eventi cruciali per decidere se gli Stati Uniti aderiranno alla Nuova Via della Seta. Collegati quindi con la videoconferenza giovedì alle 18 per sapere che direzione prenderà il mondo nel nuovo anno.

I britannici invocano la guerra pur di fermare la cooperazione con Russia e Cina

La copertina dell’edizione natalizia di Newsweek ritrae il Presidente russo e annuncia “Putin si sta preparando per la terza guerra mondiale”. Il quotidiano tedesco Bildzeitung insiste sulla stessa fantasiosa fake news, riferendo quanto affermato da due anonimi esponenti dell’Alleanza Atlantica a proposito dell’esercitazione militare Zapad 2017 condotta da Russia e Bielorussia: si sarebbe trattato di una simulazione condotta da non più di 20 mila soldati delle manovre di assalto all’Europa con un contingente cinque volte superiore. Queste manovre prevederebbero l’invasione iniziale degli Stati baltici, attacchi aerei delle infrastrutture fondamentali della Germania, della Svezia e della Finlandia e lanci da Kaliningrado di missili del tipo Iskander sulla Polonia. Anche l’americana National Public Radio ha dato peso alla notizia, intervistando Garry Kasparov, nella quale il dissidente russo accusa Putin di essere un dittatore senza sostegno popolare e loda James Clapper, direttore della National Intelligence al tempo di Obama, per aver sostenuto questa settimana che Putin “sa come controllare un collaboratore, ed è proprio quel che sta facendo con il Presidente [americano]”.

È evidente che il filone del Russiagate è maturato nella paranoia. I britannici e le loro marionette negli Stati Uniti e in Europa sono isterici per via della perseveranza di Trump nell’avvicinare gli Stati Uniti alla Russia e alla Cina. Così, sembrano decisi a passare alla seconda fase, quella di preparare i popoli americano ed europei alla scontro con la Russia, un conflitto – si sa – potenzialmente in grado di estinguere la civiltà.

Sia da parte cinese sia da parte russa non sono mancate dure reazioni al documento di strategia per la sicurezza nazionale pubblicato dalla Casa Bianca lunedì scorso, preparato dal consigliere sulla sicurezza nazionale H. R. Mc Master e il suo gruppo di lavoro. Il portavoce Peskov del Presidente russo lo ha definito un documento “imperiale” poiché esso definisce minacciosa per gli Stati Uniti qualunque dimostrazione di forza economica o militare fatta dalla Russia e/o dalla Cina. L’affermazione contenuta nel testo, che il progresso della Russia e della Cina sta “incidendo sull’ordine mondiale”, ha detto Peskov, “va ovviamente interpretata dal punto di vista di un mondo unipolare ridotto ai soli ed esclusivi interessi americani”. Il portavoce Hua Chunying del Ministro cinese degli Esteri ha dichiarato che “gli obiettivi di sviluppo raggiunti dalla Cina sono riconosciuti universalmente ed è di nessuna importanza il tentativo di distorcere i fatti, da parte di chiunque o di una nazione”.

Trump stesso ha parlato durante il rilascio pubblico di questo documento, invece di rispettare la tradizione della presentazione da parte del consigliere. Nel suo discorso Trump si è rifiutato di descrivere la Cina e la Russia quali nemiche o avversarie (come invece è scritto nel documento), ma le ha definite “rivali” in competizione e ha insistito che “preferirebbe costruire una grande relazione di collaborazione con quelle nazioni e altre, ma in un modo tale da proteggere sempre i nostri interessi nazionali”.

La scorsa settimana il Presidente americano ha parlato due volte con Putin al telefono e, come ha riferito estesamente soltanto l’Executive Intelligence Review, ha visitato la Cina per approfondire l’amicizia con Xi Jinping e saggiare le crescenti connessioni economiche con Pechino, nell’ambito della sua Iniziativa “Una Cintura, Una Via”.

Come ha dichiarato Helga Zepp-LaRouche il 20 dicembre occorre rafforzare il Presidente americano, affinché vada oltre la “competizione”, oltre l’orizzonte della geopolitica entro il quale sono intrappolati i dirigenti politici d’Occidente, tutti occupati a pensare nei termini di una mentalità che divide tra vinti e vincitori, in un’economia a “somma zero”. Occorre aiutarlo nel cogliere il senso del Nuovo Paradigma in espansione nel globo, proprio grazie alla Nuova Via della Seta, fondato sulla visione delle relazioni internazionali con il principio del mutuo sviluppo (win-win) e sul concetto stesso dei fini comuni dell’umanità. Parliamo del concetto elaborato da Lyndon e Helga LaRouche quando, con il crollo dell’Unione Sovietica, ritennero necessario far cessare una volta per tutte la divisione imperiale del mondo in fazioni belligeranti. Cinquant’anni di proposte creative di Lyndon LaRouche per l’edificazione di un nuovo ordine economico mondiale riguardante ogni angolo del mondo si stanno condensando nella Belt and Road Initiative. Gli Stati Uniti e l’Europa continuano testardamente ad aggrapparsi al vecchio ordine fallito, alimentato dal mito del “libero mercato” spacciato per quasi trecento anni dall’Impero Britannico, nonostante il fatto storico della Rivoluzione Americana lo abbia già smantellato, dimostrando come sia possibile un nuovo sistema fondato sul credito diretto alla creazione di un futuro produttivo, piuttosto che sulla dittatura del denaro e del debito.

Non possiamo perdere altro tempo: l’Occidente deve tornare al Sistema Americano di Economia Politica, definito da Alexander Hamilton e difeso oggi da Lyndon LaRouche. La “riforma fiscale” approvata dal Congresso approva la creazione di nuovo debito nella quantità di 1,5 migliaia di miliardi di dollari, pompando denaro senza una direzione precisa e quindi destinandolo alla speculazione piuttosto che all’espansione dell’economia fisica, proprio come ha fatto negli ultimi dieci anni la stampa di migliaia di miliardi di dollari sotto l’etichetta del Quantitative Eeasing. Se lo stesso credito venisse stanziato in base ai criteri del Sistema Americano, l’economia americana potrebbe essere in breve tempo trasformata radicalmente. Questa è l’essenza delle “quattro leggi cardinali” di Lyndon LaRouche, oggetto di un nuovo pamphlet del LaRouche PAC: “Le Quattro Leggi di LaRouche e il Futuro dell’America sulla Nuova Via della Seta”. I popoli dell’Occidente sono esasperati e alla ricerca di un senso. Questo pamphlet e il dossier di denuncia del tentato golpe di Mueller sono i mezzi per impartire la giusta direzione ai prossimi sviluppi politici ed economici, e per fornire al Presidente americano gli strumenti di cui ha bisogno per ottemperare alla sua promessa, che è comprensibile soltanto dal punto di vista della tradizione anti-imperiale degli Stati Uniti: rendere ancora una volta l’America grande.

Annaspa il Russiagate, tra prove di ingerenze dell’FBI e dell’intelligence britannico

L’inchiesta sulle presunte interferenze russe nelle elezioni presidenziali americane per assicurare la vittoria di Donald Trump, alias il Russiagate, non ha ancora raccolto una sola prova di queste accuse, ma ha portato alla luce gli spudorati tentativi dell’FBI e del Dipartimento di Giustizia di minare la Presidenza di Trump, come abbiamo riportato.

Il contrattacco da parte di alcuni membri del Congresso ha fatto emergere elementi chiave di questa congiura, iniziata molto prima delle elezioni, quando Trump cominciò a sconfiggere uno dopo l’altro i suoi sedici antagonisti alle primarie del Partito Repubblicano. La Commissione di Intelligence di Camera e Senato sta indagando su questo scandalo, che dimostra le accuse di Trump contro il Deep State che lavora notte e giorno per destituirlo. Il 12 dicembre il Dipartimento della Giustizia ha reso pubblici i 375 SMS che Peter Strzok, il numero due nella Divisione di Counterintelligence dell’FBI, aveva scambiato con l’amante e avvocatessa dell’FBI Lisa Page e che dimostrano che i due stavano complottando per impedire l’elezione di Trump.

Uno di questi SMS, il più esplicito, parla di un incontro avvenuto nell’agosto 2016, probabilmente nell’ufficio del vicedirettore Andrew McCabe (si parla di “Andy”), e al quale parteciparono sia Strzok che Page. Il 15 Strzok scrive alla Page: “Vorrei credere a ciò che hai detto nell’ufficio di Andy [McCabe’s], che non c’è modo che [Trump] possa essere eletto, ma temo che non possiamo correre questo rischio. È come una polizza assicurativa contro l’evento improbabile che tu muoia prima di arrivare a 40 anni”.

I due non rivelano che strategia esatta abbiano discusso, ma le storie sulla collusione di Trump e i presunti hacker russi delle e-mail del Partito Democratico ne facevano probabilmente parte. Come ha scritto il Sen Chuck Grassley in una lettera al Viceministro della Giustizia Rod Rosenstein, questi SMS indicano un FBI altamente politicizzato, pronto a condurre una caccia alle streghe.

Strzok è anche il funzionario dell’FBI che ha cambiato la formulazione nella valutazione su Hillary Clinton da parte del direttore dell’FBI James Comey, da “grossy negligent” (grossolanamente negligente, dunque incriminabile) a “extremely careless” (estremamente noncurante). Altri SMS scambiati tra Strzok e Page mostrano la loro animosità verso Donald Trump (ma anche verso Bernie Sanders, e questo influì probabilmente sulle primarie del Partito Democratico).

Ma non è tutto. Il 13 dicembre, durante un’audizione della Commissione Giustizia, il congressista della Florida Matt Gaetz ha posto domande insistenti a Rosenstein sul fatto che il suo vice al Dipartimento di Giustizia, Bruce Ohr, si era incontrato con Glenn Simpson, cofondatore della ditta assunta dal Partito Democratico durante la campagna per raccogliere “sporcizia” su Trump e screditarlo. La ditta, Fusion GPS, aveva assunto a sua volta un “ex” agente dell’intelligence britannico, Christopher Steele, che compilò il famoso dossier poi reso pubblico. A peggiorare le cose, è stato rivelato l’11 dicembre che la moglie di Bruce Ohr, Nellie Ohr, aveva lavorato per la Fusion GPS nell’estate e autunno del 2016! Conflitto di interessi?

Il sondaggista e stratega di Bill e Hillary Clinton, Mark Penn, è indubbiamente preoccupato. Ha scritto su The Hill il 14 dicembre che il 63% degli elettori ritengono che l’FBI si rifiuti di fornire informazioni al Congresso sulle inchieste sulla Clinton e su Trump, che il 54% ritiene che l’inquirente speciale Robert Mueller (nella foto con Bush) abbia “un conflitto di interessi che gli impedisce di compiere un lavoro imparziale” e che il 61% è a favore di un’inchiesta sui “finanziamenti dello scabroso documento di Fusion GPS”. La sfiducia verso Robert Mueller e tutto l’apparato dell’FBI e del Dipartimento di Giustizia è tale che Penn chiede un repulisti generale. “Se si osserva i numeri nei sondaggi e il flusso di rivelazioni, il corso attuale è insostenibile, e rischiamo di passare da una crisi di fiducia a una crisi costituzionale vera e propria, se non verrà corretto”.

Perfino il Wall Street Journal si è detto preoccupato in un editoriale del 13 dicembre, in cui esamina la corruzione del team di Mueller. Aumentano le prove, scrive, “che alcuni funzionari dell’FBI, che hanno lavorato per lui, possano aver interferito nelle elezioni presidenziali americane”.

Videoconferenza di Helga Zepp-LaRouche: Mueller è sotto attacco pubblicamente, è ora di porre fine al regno della geopolitica

21 dicembre 2017

ore 18:00

www.newparadigm.schillerinstitute.com/

La diffusione nelle ultime settimane del dossier del LaRouche PAC su Robert Mueller, dal titolo “Robert Mueller è un assassino legale amorale: porterà a compimento il suo lavoro se lo lascerete fare”, ha incoraggiato coloro che stanno combattendo contro il tentato golpe, in corso negli Stati Uniti, contro il Presidente Donald Trump.

Il movimento di Lyndon LaRouche ha denunciato una rete criminale di funzionari chiave, collaboratori diretti di Mueller, che segue gli ordini di marcia provenienti direttamente dai più alti livelli dell’intelligence britannico. Il ruolo supremo dei britannici, evidente in modo esemplare nel “dossier ingannevole” preparato e diffuso rispettivamente da Christopher Steele e dalla società Fusion GPS, finanziato dall’apparato elettorale di Hillary Clinton, è ora oggetto di audizioni presso alcune commissioni parlamentari e di un numero crescente di articoli sui media principali.

Benché l’operazione si ripercuota contro Mueller, la battaglia non è ancora vinta. L’Amministrazione Trump deve ancora affrontare alcuni temi strategici cruciali, tra i quali l’approfondimento delle buone relazioni con Russia e Cina e la necessità di preparare gli Stati Uniti alla crisi finanziaria delle nazioni della regione transatlantica. È chiaro che se questi temi saranno affrontati nei prossimi giorni e settimane, sarà possibile porre fine alla follia genocida che si associa alla dottrina imperiale chiamata “geopolitica”, una dottrina pensata per garantire la sopravvivenza delle strutture imperiali a discapito della popolazione umana a livello planetario.

Non c’è nulla di più urgente che scardinare questo sistema geopolitoco, unipolare a livello delle relazioni internazionali, e sostituirlo con un Nuovo Paradigma fondato sul mutuo sviluppo di tutte le nazioni del mondo, al quale lo Schiller Institute lavora da decenni. Come avevamo annunciato a gennaio, quest’anno ha dimostrato che i nostri sforzi di portare gli Stati Uniti e l’Europa nel Nuovo Paradigma stanno dando i primi frutti.

Seguite anche questa settimana la videoconferenza di Helga Zepp-LaRouche, fondatrice e presidente dello Schiller Institute, per ragionare su come intervenire strategicamente affinché la dottrina della geopolitica sia definitivamente sepolta.

Risoluzione dello Schiller Institute: sradicare la povertà in Europa entro il 2020

Alla conferenza internazionale dello Schiller Institute, tenutasi a Bad Soden il 24-25 novembre, col titolo “Esaudire il sogno dell’umanità”, abbiamo discusso dell’incredibile trasformazione del mondo catalizzata dall’iniziativa cinese della Nuova Via della Seta, altrimenti detta “Una Cintura, Una Via” (Belt and Road Initiative, BRI), che sta diffondendo l’ottimismo in Asia, Africa, America Latina, in sempre più Stati europei e, dopo la visita della Cina da parte del Presidente americano Donald Trump, in molti degli Stati Uniti d’America.

L’Iniziativa ‘Una Cintura, Una Via” incarna la prospettiva di superare la povertà e il sottosviluppo tramite investimenti nelle infrastrutture di base, nell’industria e nell’agricoltura, basati sul progresso scientifico e tecnologico. Il governo cinese, responsabile dell’emancipazione dalla povertà di settecento milioni di cinesi negli ultimi trent’anni, ha ora annunciato l’obiettivo di occuparsi dei restanti quarantadue milioni di indigenti e di creare decenti livelli di vita per tutta la popolazione cinese, entro il 2020.

Nell’Unione Europea vivono circa centoventi milioni di persone con un tenore di vita al di sotto del livello di povertà, come questo è definito seguendo i criteri nostrani sul costo della vita. Stando al fatto che l’Europa è ancora una potenza economica, non vi sono ragioni plausibili per la sua incapacità di sollevare questi centoventi milioni dall’indigenza entro il medesimo termine del 2020. Il modo più efficace sarebbe accettare, da parte dell’UE e delle singole nazioni europee, l’offerta cinese di cooperare alla Nuova Via della Seta nel quadro del mutuo sviluppo (strategia “win-win”).

Noi, partecipanti alla conferenza internazionale dello Schiller Institute, chiediamo a tutti i rappresentanti politici eletti di aderire a questo appello ai governi europei. Non dovremmo forse in Europa essere tanto orgogliosi da dire che, se i cinesi possono farlo, lo possiamo fare anche noi?

Firma…

Resolution: EUROPE MUST END POVERTY FOR ITS 120 MILLION POOR BY 2020

Crisi Montepaschi: un documentario punta i riflettori su Draghi

Un documentario trasmesso dal canale franco-tedesco ARTE il 12 dicembre accende i riflettori sul ruolo svolto dall’allora Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi e dal centro finanziario della City di Londra nella crisi del Monte dei Paschi di Siena (MPS). Guardando “Morte di un banchiere” si prova una sensazione sinistra ripensando al famoso “whatever it takes” (a tutti i costi) con cui nel 2012 Draghi sfidò chi avesse osato attaccare la bolla dei titoli denominati in Euro.

Il film, che può essere visto in francese e tedesco sul sito arte.tv (vedi https://www.arte.tv/fr/videos/070830-000-A/mort-d-un-banquier-italien/), parte dalla morte del direttore della comunicazione di MPS David Rossi il 6 marzo 2013, che in Italia è stato recentemente al centro di polemiche che hanno portato alla riapertura del caso, frettolosamente archiviato come suicidio. Similmente a quanto fatto da inchieste televisive in Italia, l’autore Moritz Enders ricostruisce la dinamica del volo compiuto da Rossi dalla finestra del suo studio, con l’ausilio dei filmati delle telecamere di sorveglianza e di esperti, concludendo che in quel modo non avrebbe potuto farlo da solo. Vengono sollevate quindi ipotesi sui motivi per cui Rossi potrebbe essere stato “suicidato”: egli era a conoscenza di reati compiuti da persone ad alto livello, sia all’interno che all’esterno della banca.

L’inchiesta quindi mette a fuoco i tre elementi della crisi di MPS: 1. La bizzarra acquisizione di banca Antonveneta da Santander nel 2008; 2. I contratti derivati stipulati per coprire le perdite; 3. Ingenti crediti, poi deteriorati, concessi a certi imprenditori per motivi politici.

Nel documentario sono stati mostrati documenti che provano che Mario Draghi ignorò le raccomandazioni della sua stessa Vigilanza, concedendo a MPS il nulla osta per l’acquisto di Antonveneta, per di più confondendo il prezzo (poco più di 9 miliardi) con il costo totale (oltre 17 miliardi). Ci si sposta poi a Londra, teatro di un altro strano suicidio. Qui Will Broeksmit, ex capo della gestione rischi di Deutsche Bank, fu trovato impiccato a un guinzaglio nel suo appartamento nel gennaio 2014. Broeksmit deve essere stato a conoscenza del derivato chiamato “Santorini” che Deutsche Bank aveva venduto a MPS per coprire le perdite in bilancio. Sia Rossi sia Broeksmit avrebbero dovuto essere ascoltati dagli inquirenti.

Vengono intervistati, tra gli altri, l’ex capo economista di Deutsche Bank Jürgen Stark, l’economista John Christensen, il presidente della Commissione d’Inchiesta della Regione Toscana Giacomo Giannarelli, il difensore dei piccoli azionisti di MPS Paolo Emilio Falaschi, oltre alla vedova di Rossi e al suo avvocato. L’ex senatore e presidente di Adusbef Elio Lannutti va per le spicce e accusa Draghi di condotta “criminale”.

L’inchiesta si ferma a un passo dal chiedersi se nel 2008 e negli anni successivi Draghi, il quale era, oltre che governatore di Bankitalia, anche presidente del Financial Stability Board, non fosse mosso da motivi “superiori” nello spingere MPS in un’avventura scellerata come l’acquisizione di Antonveneta, e a chiudere un occhio sui bilanci falsati. Infatti, la vicenda di Antonveneta si sviluppò nel mezzo della crisi finanziaria globale e specialmente all’indomani dell’insolvenza di ABN Amro – la più grande nella storia europea con oltre 60 miliardi di euro. Per evitare una reazione a catena fu organizzato un consorzio di tre banche, Royal Bank of Scotland, Fortis e Santander, per rilevare l’istituto olandese e accollarsene i debiti. A Santander toccò tra l’altro Antonveneta, che secondo alcuni ABN Amro aveva riempito di sofferenze. Come risultato, ora era Santander a trovarsi in difficoltà, tanto che dovette annunciare un aumento di capitale di dieci miliardi. Ecco che l’affare Antonveneta-MPS rimpinzò le casse di Santander e rese superfluo l’aumento di capitale, che infatti fu cancellato.

2017: and the winner is…

Nel primo numero del 2017 prevedemmo che la dinamica della Nuova Via della Seta, originariamente lanciata dalla Cina nel 2013, sarebbe diventata ben presto determinante per via dell’approccio superiore della cooperazione win-win rispetto a un mondo unipolare. Sottolineammo allora che due vertici sarebbero stati decisivi per consolidare tale dinamica nel corso dell’anno: 1) il primo è stato il Forum Belt and Road che si è tenuto il 14-15 maggio a Pechino e ha riunito rappresentanti di 110 Paesi. Helga Zepp-LaRouche (nella foto), che era tra i relatori nella sezione dedicata ai centri studi, commentò allora che quel forum rappresentava un “cambiamento di fase per il genere umano”; 2) il secondo vertice è stato quello dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) che si è tenuto il 3-5 settembre a Xiamen, in Cina, dedicato alla promozione della cooperazione Sud-Sud per lo sviluppo economico.

La nostra previsione è stata confermata dai fatti: l’Iniziativa Belt and Road (“Una Cintura, Una Via”) è realmente diventata la locomotiva della crescita globale e il “nuovo paradigma” è ormai inarrestabile.

Un altro fattore decisivo nel 2017, naturalmente, è stata la Presidenza di Trump, che ha sparigliato talmente le carte che ancor oggi il mondo cerca di indovinare quale sarà la prossima mossa di Trump. Il neopresidente ha mandato all’aria i piani geopolitici dei suoi predecessori, in particolare con l’approccio di mantenere buoni rapporti con Russia e Cina e di porre fine alla politica del “cambio di regime”, anche se non tutti nella sua Amministrazione sono d’accordo con lui su questo. In ogni caso, proprio per questo Trump è stato fatto oggetto di attacchi senza precedenti da parte dei media.

Da noi, in Europa, è andato accelerando il processo di disintegrazione dell’UE. I Paesi dell’Europa Centrale ed Orientale si ribellano sempre di più ai diktat provenienti da Bruxelles e si rivolgono alla Cina per garantire la loro crescita. Ma anche Grecia, Spagna, Portogallo e Italia, vittime della micidiale politica di austerità e bail-in della Troika, guardano sempre più a Est. La Francia ha fornito un’altra indicazione dell’instabilità in Europa in maggio, quando i due principali partiti, i repubblicani (conservatori) e i socialisti hanno subìto forti perdite nel primo turno delle elezioni presidenziali, lasciando il primo e il secondo posto al neofita Emmanuel Macron, che non è anti-establishment ma non è legato a un partito specifico, e a Marine Le Pen dell’estrema destra.

E ora in Germania, l’altro pilastro dell’UE, per la prima volta nel dopoguerra non c’è un governo a tre mesi dalle elezioni in cui hanno perso sia la CDU-CSU sia l’SPD, i due partiti che ora dovrebbero formare un’altra grande coalizione. La paralisi in Germania ha arrestato il processo di “integrazione” europea, accrescendo giorno dopo giorno l’entropia del sistema. L’UE nella sua forma attuale è spacciata ed è necessario un nuovo contesto istituzionale per evitare il disastro.

A livello strategico, solo due anni dopo che Vladimir Putin ha mandato le forze armate russe per debellare i terroristi jihadisti in Siria, l’ISIS è stato quasi sconfitto sia in Siria sia in Iraq. La battaglia non è finita, e continua in Afghanistan e in Libia, ma sono stati compiuti progressi importanti.

Sono in corso tentativi di risolvere la crisi in Corea del Nord con l’aumento della cooperazione tra Cina, Stati Uniti e Russia. È importante che Giappone e Corea del Sud, i cui rapporti con la Cina non erano ottimi in passato, soprattutto a causa dell’Asia Pivot di Obama, ora invece partecipino agli sforzi con la Cina per risolvere la situazione.

Un grande pericolo resta la mancanza di azione per impedire un altro crac del sistema finanziario transatlantico, che potrebbe esplodere in qualsiasi momento, infliggendo pesanti sacrifici alle popolazioni coinvolte (vedi sotto). Su questo fronte, il programma proposto dallo Schiller Institute a livello mondiale, a partire dalla legge Glass-Steagall, potrebbe definire l’agenda per il 2018.

La Casa Bianca chiede ai sauditi di togliere il blocco contro lo Yemen

In una breve dichiarazione del 6 dicembre, il Presidente Trump ha chiesto alla leadership saudita di ”consentire che cibo, carburante e medicinali arrivino al popolo yemenita che ne ha disperatamente bisogno. Bisogna farlo immediatamente per motivi umanitari”.

Due giorni dopo, la Casa Bianca ha lanciato un appello alla ”coalizione a guida saudita” a togliere il blocco per ”consentire il libero flusso di aiuti umanitari e merci critiche”. La dichiarazione esorta tutte le parti in causa a cessare le ostilità e ”riprendere i colloqui politici e porre fine alle sofferenze del popolo yemenita” aggiungendo una forte denuncia delle violenza da parte degli Houthis ed accusando l’Iran di armarli.

L’iniziativa della Casa Bianca segue quelle prese dal Congresso per porre fine al genocidio contro il popolo yemenita. In novembre il Gruppo Progressista al Congresso ha co-firmato un disegno di legge per porre fine alla partecipazione americana alla guerra nello Yemen, portando il numero di co-firmatari a 39. Nel frattempo. nello Yemen, la situazione resta incerta, dopo l’assassinio dell’ex Presidente Ali Abdullah Saleh, il cui partito, il Congresso Popolare Generale, era nella coalizione con gli Houthis, che combattono le forze a guida saudita. Fonti sul terreno dipingono un quadro fosco di quello che poteva accadere Saleh fosse riuscito a fuggire da Sana’a e unirsi alla coalizione saudita. Riferiscono che sarebbe scoppiata la guerra civile generale nella capitale ed in altre aree sotto il controllo della coalizione. Ora sembra che Sana’a sia sotto controllo, e gli Houthis chiedono al resto della leadership del GPC di tornare a far parte dell’alleanza.

I sauditi non sono in grado di affrontare la guerra irregolare lanciata dagli Houthis nelle zone montagnose, in cui gli eserciti e le armi convenzionali sono obsoleti, come in Afghanistan. Senza una forza all’interno, come il fallito golpe di Saleh, è impossibile sconfiggere tali forze. L’unica arma che resta è la carestia di massa contro tutto il popolo .

Su scala regionale, i sauditi e i loro sostenitori in Gran Bretagna e negli Stati Uniti puntano su un’escalation contro l’Iran su tutti i fronti.

IL PASSO SUCCESSIVO

Pace e crescita economica!

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