Alle basi della nostra educazione nazionale in Francia

Presentazione per le giornate di formazione di Solidarité et Progrès, 19-20 marzo 2016.

Anziché calmare le inquietudini dei genitori e degli insegnanti a proposito del malessere della scuola, le riforme a ripetizione del nostro sistema educativo sembrano alimentarle. Raramente si va al fondo della materia, raramente ci si pone la semplice domanda: quale concezione dell’intelletto umano anima il Ministro dell’Istruzione?

A prima vista, ci si dice che questa domanda pertiene alla filosofia e non ha luogo nella rifondazione della nostre scuole, pensate per tutti. Ma così ci si sbaglia di grosso, poiché dietro questo problema si agita una vera battaglia politica.

[Ecco qualche elemento di riflessione nella forma di paradosso.]

Benché con la Rivoluzione francese si impose nel nuovo contratto sociale la questione dell’istruzione per tutti, si dovette attendere il 1886 e le leggi di Jules Ferry perché facesse la sua comparsa la scuola gratuita, laica e obbligatoria. Che cosa accadde, dunque?

Per comprenderlo, abbiamo esplorato il XVIII secolo e i Lumi francesi, cioè il bagno culturale nel quale i rivoluzionari forgiarono le proprie convinzioni. Voltaire e Rousseau, nemici inconciliabili, non credevano nell’istruzione del popolo. Per ragioni differenti per loro è inutile e nefasto istruire i comuni mortali. “È appropriato che il popolo sia guidato e non che sia istruito”, affermò Voltaire, mentre Rousseau gli fece eco nel celebre Emilio, o dell’educazione: “il povero non ha bisogno di istruzione; quella del suo stato è forzata, non saprebbe averne altra…”

Abbiamo pertanto cercato di capire come giustificarono filosoficamente questa posizione politica. Ecco che, per la seconda volta, i due nemici si trovarono sulla comune ispirazione dei loro ragionamenti. Entrambi si consideravano eredi di John Locke (1632-1704), ministro del Tesoro e filosofo inglese. Nel suo Saggio sull’intelletto umano, Locke aveva spiegato che la conoscenza si acquisisce soltanto tramite l’esperienza dei sensi, essendo l’intelletto umano soltanto un ricettacolo e un centro di analisi sensoriale. Per lui, sarebbe stato vano cercare di conoscere a fondo le cose e le leggi dell’universo: l’essere umano non può conoscere altro che i rapporti tra differenti oggetti sensibili, e non il perché di tali rapporti. Voltaire affermò questa idea dell’intelletto umano mentre combatteva il filosofo tedesco Gottfried W. Leibniz (1646-1716) vissuto in Francia, il quale aveva risposto puntualmente a Locke nei suoi Nuovi saggi sull’intelletto umano. Tale attacco è stato lodato dalla maggioranza delle persone, senza comprenderne le implicazioni. Candido, o dell’ottimismo fu scritto per ridicolizzare la filosofia di Leibniz nella personaggio grossolano di Pangloss. Nella tredicesima delle sue Lettere filosofiche, lo stesso Voltaire difese la teoria della conoscenza di John Locke: “Forse non v’è mai stata una mente più saggia, più metodica; un logico più esatto del Sig. Locke […] egli giunse a considerare infine l’estensione, o piuttosto il niente, delle conoscenze umane”.

E nello stesso capitolo osò pronunciare modestamente queste parole: “Forse noi non saremo mai capaci di conoscere se un essere puramente materiale pensi o no”.

Il caso di Rousseau è ancora più illuminante poiché egli andò oltre nelle conseguenze politiche della teoria della conoscenza di John Locke. In Emilio, o dell’educazione, libro che ogni insegnante dovrebbe leggere o rileggere, Jean-Jacques Rousseau citò diciassette volte Locke e si descrisse suo erede: “Poiché tutto ciò che entra nell’intelletto umano vi perviene tramite i sensi, la prima ragione dell’uomo è una ragione sensitiva; è essa che funge da base per la ragione intellettuale: i nostri primi maestri di filosofia sono i nostri piedi, le nostre mani, i nostri occhi. Sostituire dei libri a tutto questo, non significa insegnarci a ragionare, ma insegnarci a servirci della ragione altrui; significa insegnarci a credere molto, e a nulla sapere”.

Pretendere di conoscere la natura delle cose fu per lui una semplice follia, la traccia dell’orgoglio umano. L’immaginazione che ci porta oltre noi stessi, oltre la nostra epoca e oltre il nostro quotidiano, l’immaginazione che si estende e di sviluppa, fu per Rousseau la matta di casa, il latte di questo orgoglio umano. “Il mondo reale ha i suoi limiti, il mondo immaginario è infinito; non potendo allargare l’uno; restringiamo l’altro” (pag. 94) e, più avanti, “La preveggenza che ci conduce senza sosta al di là di noi, e spesso ci situa laddove non arriveremo affatto, ecco la fonte di tutte le nostre miserie” (pag. 97). Arrivò perfino a voler far la guerra ai libri, che nutrono questa immaginazione: “Evito [ai fanciulli] gli strumenti della loro massima miseria, cioè i libri […] Soltanto a dodici anni Emilio saprà che cosa sia un libro (pag. 145) […] Odio i libri; non insegnano altro che a parlare di ciò che non si sa (pag. 238)”.

Passando dal paradosso a qualche interrogativo, ci siamo imbattuti in un decreto del 1815, sotto i Cento giorni di Napoleone, ma che non fu applicato con il ritorno della monarchia. Questo decreto d’istituzione delle scuole primarie gratuite, laiche e obbligatorie era stato scritto e adottato da Lazare Carnot, fondatore dell’École Polytechnique e del Conservatorio delle Arti e dei Mestieri (insieme all’abate Grégoire) e generale supremo durante la guerre rivoluzionarie. Legiferare per tutti e ugualmente per tutti implica, diceva Carnot “insegnare tutto a tutti”: la Repubblica impone la formazione e l’educazione del cittadino. Non è necessario ricordare che Lazare Carnot fu un convinto leibniziano…

di Yannick Caroff, Solidarité et Progrès